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Passioni dell'anima

Permettono di conoscere un altro lato della personalità cartesiana che riguarda un ambito diverso rispetto alla razionalità assoluta delle due opere trattate in precedenza: l'universo delle passioni. Le passioni umane si agitano in noi in maniera tumultuosa, sono oscure, ci dominano e a volte ci sopraffanno. Il soggetto umano non è soltanto colui che nel rigoroso perimetro circoscritto dal metodo scientifico si sforza di conoscere la verità, ma è anche colui che è sempre immerso nel conflitto delle passioni e lacerato da passioni opposte.

Cartesio ridefinisce il corpo umano come una macchina, e anche il rapporto corpo-anima: da una parte sembra quasi che l’anima di per sé potrebbe anche sparire dalla prospettiva del corpo, in quanto è inutile per esso, un esempio è quello che succede negli animali. Invece così non è nell’uomo, secondo Cartesio. L’anima (la psiche) va ripensata in un modo scientifico, su un terreno nuovo, sempre all’interno di questo grande progetto di Cartesio di edificare un nuovo discorso scientifico che abbracci tutto. Anche nelle Passioni dell’anima, Cartesio si applica specificamente alla sfera psicologica in maniera altrettanto scientifica.

È ovvio che la psicologia di Cartesio è molto diversa dalla psicologia attuale. Le spiegazioni che dà Cartesio ci possono sembrare estremamente ingenue, però è fondamentale l’atteggiamento e il desiderio di esplorare la psiche in modo scientifico per la prima volta nella storia della cultura occidentale. Cartesio nella sua vita è sempre stato molto attento all’universo delle emozioni e attratto dai discorsi sulle passioni.

Saggio introduttivo

Scritto da Obinu, dal titolo: "Descartes e il teatro delle passioni"

Il giovane Descartes, 'Homme de passions'

Pag. 7

Nella prima pagina si parla del fatto che nel 1619 il giovane Cartesio avesse composto un libro sulla musica, “Compendium musicae”, dedicato con affetto ad un suo amico, un medico di nome Isaac Beeckman. In questo libro Cartesio afferma: la fine dell’arte è muovere in noi le passioni. La musica sommuove le nostre passioni: un brano che particolarmente amiamo ci può portare allegria, indurre in una condizione di malinconia, confortare in un momento di tristezza; se siamo innamorati, una particolare musica ci ricorda qualcosa che evoca in noi il nostro amore.

La retorica musicale del ‘600 e del ‘700 era stata sviluppata da diversi autori con la teoria degli affetti: essi si chiedevano quale fosse la relazione tra i mezzi espressivi della musica e le varie reazioni umane. Per esempio, la differenza tra modo minore e modo maggiore: il primo evoca tristezza, mentre il secondo dà allegria. Le varie sfumature all’interno della musica, dei possibili usi delle note, tonalità, ecc. potevano produrre negli uomini reazioni diverse. I compositori tengono presente questa teoria degli affetti per produrre nel loro pubblico l’effetto desiderato. Non a caso, Cartesio è interessato a questa relazione.

Pag. 8

Il giovane Cartesio era già mosso dal: proposito assolutamente innovativo di esaminare il rapporto tra suoni e emozioni unicamente sotto il profilo quantitativo. Vuole dare a questo rapporto una descrizione scientifica. Cartesio lasciò ampio spazio alle passioni, alle emozioni, e amava il teatro. Ma, soprattutto il Cartesio maturo, si chiede come debbano essere trattate le passioni, che sono un tema importante per la vita umana, ma anche la sfera più opaca e meno razionale dell'uomo. Per questo si può dire che in Cartesio nasce un’esigenza di una psicologia scientifica.

Infatti, nella risposta ad una lettera (pag. 111), scrive: il mio scopo non era spiegare le Passioni come Oratore, e neanche come Filosofo morale, ma solo come Fisico. Tutta l’arte della retorica risale all’antica Grecia. Anche la retorica si era interrogata sulle diverse passioni degli uomini e sul modo in cui un oratore, che risultava particolarmente convincente, potesse far leva sulle passioni e manipolarle (propaganda politica).

Non parla delle passioni della psiche umana dal punto di vista della morale. La psicologia è una scienza dalla seconda metà dell’800, ma per tutta la sua vita precedente essa era una parte della filosofia, la filosofia morale, che si occupava della psiche umana. Nell’epoca di Cartesio ci sono molti filosofi morali che parlano delle passioni, ma il suo approccio non era come il loro. Cartesio per la prima volta vuole fare un discorso scientifico sulle passioni umane, quindi vuole dare un’interpretazione fisica (scientifica) della vita psichica.

Pag. 12

Obinu riporta le tappe del pensiero di Cartesio sulle passioni. La prima tappa riguarda appunto il Compendium musicae. La seconda riguarda il famoso trattato sull’uomo “L’Homme” del 1630, in cui Cartesio aveva già fatto il primo tentativo di classificare ed enumerare le passioni, collegandole al movimento degli spiriti animali.

Nel Discorso sul metodo e nelle Meditazioni metafisiche non parla esplicitamente delle passioni, poiché queste due opere costituiscono un quadro generale, in cui Cartesio, enunciando i principi del suo metodo e il suo sistema filosofico, fa capire come deve essere la conoscenza vera e valida. In base a quello che ha ricavato dal Discorso e dalle Meditazioni lui dovrà affrontare anche il discorso sulle passioni. Anche in una sua opera del 1644, “I principi di filosofia” (Principia philosophiae), una piccola parte era dedicata a spiegare come si producono le passioni. Certamente il discorso sulle passioni ha un legame con il discorso sulla morale, anche se Cartesio dichiara di non voler trattare le passioni dal punto di vista di Filosofia morale.

Pag. 13

Nella lettera svolta come prefazione (Lettre-Préface) de I principi di filosofia, Cartesio parla di nuovo dell’albero della conoscenza, dicendo che ciò che riguarda la morale rappresenta i frutti che sorgono da tale albero e:

...come non è dalle radici, né dal tronco degli alberi che si colgono i frutti, ma solo dalle estremità dei loro rami, così la principale utilità della filosofia dipende da quelle delle sue parti che non si possono imparare che per ultime.

I principi di filosofia, un libro del 1644, fu pubblicato da Cartesio con una dedica ad un personaggio particolare, che aveva un’enorme influenza sul discorso cartesiano delle passioni. Questo personaggio è la famosa principessa Elisabetta di Boemia.

Un trattato per due donne?

Elisabetta stimola Cartesio a soffermarsi sull’interazione tra anima e corpo, una parte della sua filosofia rimasta ancora oscura.

[...] come l’anima dell’uomo può determinare gli spiriti del corpo per le azioni volontarie (non essendo l’anima che una sostanza pensante), sembrerebbe infatti che ogni determinazione di movimento si abbia per la spinta della cosa mossa, e secondo la spinta ricevuta dal motore, o secondo la qualificazione e figura della superficie del medesimo. Il contatto è necessario per le prime due condizioni, e l’estensione per la terza. Voi escludete completamente l’estensione dell’anima, e il contatto mi sembra incompatibile con una sostanza immateriale Perciò io vi chiedo una definizione dell’anima più particolareggiata di quella della vostra Metafisica, e cioè della sua sostanza, separata dalla sua azione, dal pensiero.

Posso dire anzi con verità che la domanda rivoltami dall’Altezza vostra mi sembra la più fondata fra quante si posson fare in seguito alla pubblicazione dei miei scritti. Due cose infatti si trovano nell’anima umana, da cui dipende tutta la conoscenza che noi possiamo avere della sua natura; la prima è che essa pensa; la seconda che, essendo unita al corpo, essa può agire e patire col corpo. Ora io non ho quasi parlato di quest’ultima, e mi sono sforzato soltanto di fare intendere bene la prima, poiché il mio scopo principale era di provare la distinzione fra l’anima e il corpo; [...]

Tuttavia poiché l’Altezza vostra ha una vista così penetrante che nulla le sfugge, io cercherò qui di spiegare il mio modo di intendere l’unione dell’anima col corpo, e come l’anima abbia la forza di muoverlo.

Elisabetta continua a fare obiezioni sulla metafisica di Cartesio.

[...] voi mi spiegherete la natura di una sostanza immateriale, e i modi delle sue azioni e passioni nel corpo, tanto bene quanto tutte le altre cose che mi avete voluto insegnare [...] non posso comprendere l’idea con cui noi dobbiamo giudicare come l’anima (non estesa ed immateriale) può muovere il corpo [...] ossia all’immateriale, che io tuttavia non sono mai riuscita a concepire che come la negazione della materia, che non può aver con essa comunicazione alcuna.

Io confesso che mi sarebbe molto più facile concedere all’anima la materia e l’estensione, piuttosto che dare a un essere immateriale la capacità di muovere un corpo o di esserne mosso. [...]

è tuttavia molto arduo a comprendersi che un’anima, qual è quella da voi descritta, [...] pur potendo sussistere senza il corpo, e non avendo con esso nulla di comune, ne sia poi talmente dominata

Io trovo anche che i sensi mi mostrano che l’anima muove il corpo, ma non mi insegnano affatto [...] il modo in cui fa ciò. Per questo io penso che l’anima abbia delle proprietà che ci sono sconosciute, e che potranno forse rovesciare tutto quello di cui le vostre Meditazioni mi hanno convinto, e con buone ragioni, a proposito della non-estensione dell’anima.

Durante il loro scambio di lettere, Elisabetta va incontro a diverse fasi di depressione, all’epoca chiamata “melanconica”, a causa delle numerose sfortune. L’argomento principale dello scambio epistolare cambia dal rapporto tra anima e corpo alla morale, la quale per Cartesio era una sorta di medicina, facendone una sorta di psicoterapia.

Possiamo dominare le passioni?

Infatti, dal 1645 in avanti, i due cominciano a parlare sempre di più delle passioni, in particolare di come impedire che esse ci facciano soffrire. Si scambiano domande come: È possibile dominare e padroneggiare le passioni? Oppure l’uomo non può che essere travolto da esse? Cartesio è consapevole del grande peso che le passioni hanno sulla vita umana, evidente nel caso di Elisabetta. Nella lettera del maggio 1645, Cartesio, venendo a sapere che Elisabetta fosse malata, cerca di consolarla.

La causa più comune della febbre insistente è la malinconia; [...] io non appartengo al numero di quei filosofi crudeli che vogliono che il loro saggio sia insensibile. [...] Ma io credo che la differenza che passa fra le anime più grandi, e quelle basse e volgari, consista principalmente nel fatto che le anime volgari si abbandonano alle loro passioni, e sono felice o infelici solo nella misura in cui le cose che capitano loro sono gradevoli o spiacevoli. Le altre invece hanno un modo di ragionare così forte e potente che, pur avendo anch’esse delle passioni, anzi spesso passioni più violente di quelle comuni, tuttavia la loro ragione rimane sempre signora e fa in modo da servirsi anche delle afflizioni, facendo sì che contribuiscono a quella perfetta felicità di cui tali anime godono già in questa vita. [...] esse fanno quanto è in loro potere per rendersi favorevole la fortuna in questa vita, pur stimandola così poco di fronte all’eternità, da considerarne gli eventi al modo stesso in cui noi consideriamo quelli delle commedie.

Tuttavia, Elisabetta non si convince. Il suo stato peggiora, arrivando a minacciare di non uscire mai dalla sua malattia. In una lettera del 16 agosto 1645 scrive:

[...] se sia possibile giungere a quella beatitudine di cui [Cartesio] parla, senza l’aiuto di qualcosa che non dipende del tutto dalla volontà. Vi sono infatti delle malattie che tolgono il potere di ragionare, e quindi anche quello di godere una soddisfazione ragionevole; altre ancora diminuiscono le forze, e impediscono di seguire le massime formate dal buon senso, esponendo l’uomo più moderato a lasciarsi trascinare dalle passioni, e rendendolo meno capace di difendersi dagli accidenti della fortuna

[...] non posso dolermi della sua indisposizione allorquando ricevo le sue lettere. Infatti io vi noto sempre dei pensieri così chiari e dei ragionamenti così solidi, che non riesco a persuadermi che uno spirito capace di concepirli alberghi in un corpo debole e malato. [...]

So bene che è quasi impossibile resistere da principio al turbamento che nuove disgrazie suscitano in noi; so anche che, comunemente, sono gli spiriti migliori quelli le cui passioni sono più violente e più agiscono sul corpo. Ma mi sembra che l’indomani, allorché il sonno ha calmato l’emozione del sangue a tali urti, si può cominciare a placare il proprio spirito, e a tranquillizzarlo; e questo si ottiene sforzandosi di considerare tutti i vantaggi che si possono trarre da ciò che il giorno innanzi si era visto come una grande sventura [...]

Non vi sono avvenimenti così funesti, né così assolutamente cattivi [...], che una persona di spirito non possa guardare sotto qualche luce che li renda favorevoli. Quanto all’Altezza vostra, essa può trarre questa generale consolazione dalle disgrazie della fortuna, che esse, forse, hanno molto contribuito a farle tanto coltivare il proprio spirito; e questo è un bene da ritenersi maggiore di un impero. [...] Ed io credo che, come al mondo non v’è bene alcuno che si possa chiamare assolutamente bene, fatta eccezione per il buon senso, così anche non vi è male alcuno da cui non si possa trarre qualche vantaggio, quando si abbia il buon senso.

Per consolarla, Cartesio le propone di leggere insieme un’opera antica sulla morale di Seneca, dal titolo “Sulla vita beata”, in cui l’autore si pone la seguente domanda: com’è possibile per l’uomo raggiungere la beatitudine?

Ora è necessario sapere che cosa sia vivere beate; traducendo, io direi vivere felicemente, per quanto vi sia differenza fra felicità e beatitudine, poiché la felicità dipende esclusivamente dalle cose che sono fuori di noi, onde deriva che sono stimati piuttosto felici che saggi coloro a cui è capitato qualche bene che non si sono procurati da sé. La beatitudine, invece, consiste in una perfetta contentezza dello spirito e in una soddisfazione interiore che ordinariamente non posseggono coloro che più sono favoriti dalla fortuna, mentre i saggi l’acquistano senza la fortuna. Così vivere beate, ossia vivere in beatitudine, non è altro che avere lo spirito perfettamente contento e soddisfatto.

In sintesi, non bisogna aspirare alla felicità assoluta, poiché essa dipende dagli eventi esterni, e non sempre si può essere fortunati nella vita; bisogna invece mirare alla beatitudine, ossia al mantenere un atteggiamento sereno dell’anima, e non farsi turbare troppo dagli eventi spiacevoli.

Sempre per consolarla, le ricorda le tre regole della morale provvisoria che aveva esposto nel Discorso sul metodo. Qui di seguito sono un po’ diverse, in particolare la seconda, alla quale viene aggiunto una considerazione sulle passioni.

Ora mi sembra che ciascuno possa raggiungere da sé la felicità, senz’aspettarsi niente dal di fuori, purché osservi tre cose, a cui si riferiscono le tre regole di morale che ho posto nel Discorso del metodo. La prima è che cerchi di servirsi sempre, meglio che può, del proprio spirito, per conoscere quello che deve fare in tutti i casi della vita. La seconda, che abbia il fermo e costante proposito di far tutto ciò che la ragione gli consiglierà, senza lasciarsene distogliere dalle proprie passioni o appetiti. Ed è la fermezza di questa risoluzione che credo si debba considerare virtù [...] La terza, che consideri, comportandosi così, quanto può, secondo ragione, che tutti i beni che non possiede sono completamente fuori del suo potere; in tal modo egli si abitua a non desiderarli.

Per capire come le passioni agiscano per favorire o ostacolare il raggiungimento della beatitudine, Cartesio dice che bisogna esaminare in modo razionale le passioni, stabilire la genesi, il numero, l’ordine e la natura, e quindi fare una classificazione scientifica. Questa indagine non sarà facile e richiedere molto tempo.

Pag. 17

Nel novembre del 1645 Cartesio scrive: Ho meditato in questi giorni sul numero e sull’ordine di tutte le passioni per poterne esaminare più particolarmente la sua natura; ma non ho ancora sistemato a sufficienza le mie idee su tale argomento per osare di comunicarle a Vostra Altezza. Non mancherò tuttavia di farlo appena mi sarà possibile

Cartesio promette che si occuperà di questo argomento in un trattato, nato dalla conversazione con Elisabetta. Cartesio è “In disaccordo [...] con l’etica stoica”, in particolare: “il filosofo ritiene infatti che una corretta utilizzazione delle passioni sia non solo possibile ma addirittura agevolmente conseguibile”

L’etica stoica è un’etica del dovere razionale, quindi anti-edonistica. Per gli stoici la virtù equivaleva alla saggezza. Affinché possa vivere beatamente, lo stoico deve sforzarsi di evitare le passioni quanto più possibile, poiché esse rappresentano una malattia dell’anima, e deve cercare di raggiungere l’apatia, ovvero l’assenza delle passioni: deve astenersi dalle azioni, deve possibilmente vivere in solitudine, e, nel caso estremo, deve suicidarsi. Invece, per Cartesio le passioni sono una parte import

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aurorasls di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Gregorio Giuliana.
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