Geografia della comunicazione
La geografia è quel sapere che serve a mettere a punto dei modelli e delle immagini che ci aiutano a capire come funziona il mondo. Quindi, i geografi, in realtà, sono coloro che hanno insegnato e trasmesso un’immagine pubblica e condivisa del “mondo”. Il mondo non è la terra, ma è l’insieme delle relazioni economiche, sociali e simboliche in cui viviamo. Quindi, è una costruzione priva di elementi naturali, di cui ogni epoca e cultura ha costruito una sua personalissima immagine. I geografi hanno pensato i modelli attraverso cui costruire un’immagine condivisa del mondo dentro il quale viviamo.
Il mondo dentro al capitale
Sloterdijk non è un geografo, ma un pensatore che tenta di capire come funziona il mondo e che si chiede come siamo arrivati a questa soglia di disorientamento e crisi. Secondo Sloterdijk, il modello della sfera è la maledizione della cultura occidentale. Lo scopo del suo saggio è quello di tracciare le linee di una teoria del tempo attraverso una grande narrazione guidata dalla filosofia.
Contemporaneità e crisi
Il saggio di Sloterdijk tenta di capire come siamo arrivati a questo momento di grande crisi climatica, politica e pandemica, che ci ha portati a ridefinire i concetti di distanza, spazio, relazioni, scuola...
- Il contesto crisi = contesto in cui il divario delle condizioni socioeconomiche e le ingiustizie aumentano sempre di più.
- Il momento della crisi = momento in cui siamo obbligati a ridefinire i nostri concetti e idee quotidiane. Ad esempio, l’inizio di questa pandemia ha portato alla fine di un modo di vedere il mondo.
Oltre a queste crisi, è presente anche una grave crisi dell’immaginazione, dovuta al fatto che se non abbiamo in mente immagini tangibili di ciò che succede, come il riscaldamento globale, non possiamo visualizzare il problema. Quindi si pone la questione di come gli scienziati possano comunicare alla popolazione le immagini del riscaldamento globale. Il problema di fondo sta nel cambiare il punto di vista: dall’immagine di una terra senza problemi ad una che ha subito gravi cambiamenti per il riscaldamento globale.
La novità assoluta è che la Terra (che non il globo) ha iniziato a reagire alle nostre azioni. Però, la crisi è dovuta al fatto che non riusciamo ad immaginarla cambiata. Gli scienziati, invece, riescono perfettamente a visualizzare il riscaldamento globale che causa il cambiamento climatico: hanno i modelli, ma non sono in grado di comunicarli.
Timothee Morton sosteneva che fosse necessario trovare un immaginario condiviso in grado di comunicare un’immagine di mondo che non è più globale. Il problema è che per noi è impossibile visualizzare un “iperoggetto”. Questa questione obbliga a cambiare la nostra posizione, quindi ci obbliga a vedere ciò che fino a questo momento non abbiamo considerato essenziale vedere. Morton iniziò a ragionare in termini di oggetti di proporzioni smisurate (= iperoggetti). Ad esempio, la Terra è un iper-oggetto: anche se la visualizzo dallo spazio, vedo solo una facciata della terra. Solo attraverso il planisfero riusciamo a visualizzare contemporaneamente tutte le facciate.
Quindi, in questo momento di crisi è necessario iniziare a negoziare con entità non umane (a differenza dei secoli precedenti, in cui abbiamo dovuto negoziare con agenti economici, norme simboliche e culturali, ecc.). Entità non umane = tutti i cicli necessari per il sostentamento della nostra vita sulla terra. Gli architetti hanno iniziato a chiedersi come faremo a vivere insieme alla dimensione del non umano (biotica, atmosfera). Noi viviamo nella cosiddetta zona critica, ossia lo spazio che va dalle falde acquifere fino alla cima della chioma degli alberi, ed è appunto la zona di criticità della nostra esistenza. È proprio questa zona che dobbiamo riconsiderare.
Nel momento di crisi ci sentiamo persi e smarriti, non sappiamo orientarci. La scritta che spesso troviamo sulle cartine geografiche “voi siete qui” ci rassicura, perché ci fa orientare e rendere conto precisamente di dove ci troviamo. Durante un momento di crisi non abbiamo nessun punto di riferimento e siamo costretti a ridefinire tutto. Da 60 anni a questa parte il nostro pianeta è diventato un pianeta antropocentrico, in cui la forza di maggiore cambiamento e che è in grado di rivoluzionare il funzionamento della terra è quella umana: siamo diventati l’energia più potente sulla faccia della terra. È diventato un pianeta antropocene perché la Terra ha iniziato a reagire: siamo arrivati come ad un punto di fusione, in cui non è più possibile distinguere qualcosa di artificiale da qualcosa di naturale.
Per vedere la terra è necessario porre distanza, per poterla visualizzare totalmente. Questa distanza, che ci dava l’illusione di immunità, non esiste più con il pianeta antropocene: c’è stata un'irruzione del primo mondo. L’economia insegna prima di tutto la scienza del limite: non ci sono limiti alla scienza, allo sviluppo e alla comunicazione. L’economia durante la modernità ha insegnato che non esiste il concetto di limite: non c’è nessun arresto possibile, nemmeno con una crisi.
Cosa significa essere globali
Essere globali significa vivere grazie a risorse ricavate dai territori in cui non si abita. Inoltre, significa vivere tra due mondi:
- Il primo mondo che è fatto di garanzie legali, diritti...
- Il secondo mondo che è quello “fantasma”, distante.
È dal mondo fantasma che il primo ha ricavato le risorse per mantenere l’illusione di vivere e abitare nel primo mondo, ignorando il secondo.
L'antropocene
È un concetto che inizialmente non veniva nemmeno immaginato. Il saggio di Sloterdijk ci aiuta a capire il motivo per cui questo concetto è legato al punto di fusione. L’antropocene è una nuova epoca decisa dalla Sottocommissione sulla Stratigrafia del Quaternario nel 2012. È, quindi, una nascita riconosciuta internazionalmente e a livello planetario, che soppianta l’epoca dell’Olocene, ossia gli 11.000 anni di stabilità in cui si sono sviluppate tutte le civiltà.
I geologi e gli scienziati si interrogano sul momento storico preciso in cui è subentrata l’era dell’antropocene. Quello che si pongono è un problema che ha a che fare con la politica, l’etica e la morale: più lontano pongo l’inizio dell'Antropocene, più le responsabilità vengono diluite. Quindi, questo significa che non tutta l’umanità è responsabile allo stesso modo: il momento più violento che ha senza dubbio cambiato il pianeta facendolo entrare nell’era dell’antropocene ha delle datazioni precise, ossia 16 luglio 1945, 6 e 9 agosto 1945: i giorni delle esplosioni nucleari.
Il marcatore è un segnale geologico chiaro, che dev’essere planetario, ossia universalmente riconosciuto. Le esplosioni nucleari sono il Golden Spike (= chiodo d’oro) che ha lasciato segni geologici su tutto il pianeta. 1945 = data di inizio dell’antropocene.
Strati umani rimodellati
I geologi stanno lavorando sulla scala del tempo, da cui sono disorientati. Sono abituati a tempi molto distesi: un’era geologica dura milioni di anni. Quindi, si trovano disorientati in quanto si entra in un’era geologica nuova nel giro di 60 anni. La storia della terra inizia a confondersi e ad intersecarsi con la storia umana. Dunque, scompare la distinzione tra Geo storia e Storia. Antropomorfismo delle rocce: l’uomo è diventato pietra e la pietra è diventata uomo. (rappresentazione di Jessica Fortner, in “nature”)
Le scienze dure regalano alle scienze umane un concetto fondamentale: quello di rivoluzione e cambiamento, in quanto l’antropocene ci dice che nel giro di un giorno si può passare ad una nuova era geologica.
Con l’avvento dell'antropocene è impossibile fare una netta distinzione tra uomo e natura: si ha un punto di fusione. In questo antropocene, dobbiamo considerare tutti gli aspetti necessari a mantenere la globalizzazione e tutti gli elementi che questa non mette mai in primo piano.
La crisi contemporanea è dovuta al fatto che abbiamo iniziato a notare ciò che prima tagliavamo fuori: mettiamo al centro tutto ciò che prima veniva posto al margine.
La maledizione di Atlante
Sloterdijk prende in considerazione una disciplina chiamata sferologia, che serve per alleggerirci del peso eccessivo portato sulle nostre spalle. Generalizza il concetto di umwelt (= ambiente) ad involucri, contenitori che differenziano l’esterno dall’interno e che fanno sentire al sicuro le persone. Quando parliamo del “clima di una stanza” o dell’atmosfera, parliamo di qualcosa di astratto ed impalpabile: ci riferiamo a qualcosa di indefinibile e soggettivo.
Il pensiero occidentale ha posto la propria attenzione sulla figura del globo senza fare attenzione al modo in cui può essere costruito, abitato, sostenuto e mantenuto.
Il territorio
Sloterdijk lavora nel margine sottilissimo tra terra e territorio, ossia la zona critica, che è in grado di unire le cose. Il territorio è uno spazio ben delimitato dentro cui si esercita il potere di una legge. Etimologicamente deriva da “terrore”, non da terra. Sloterdijk ci dice che la terra viene impercettibilmente spartita, organizzata e ridefinita secondo un principio: quello della globalizzazione. L’entità politica si esercita su un territorio, che è dunque una misurazione che si appoggia sul concetto di spazio.
Il legame tra sfere e potere
La globalizzazione, secondo Sloterdijk, è un processo che parte da una forma, dall’idea di globo → la forma imperfetta che contiene la totalità delle cose. Per i pensatori greci la sfera era l’idea della totalità e del cosmo. I latini chiamavano la sfera globo.
Sloterdijk osservò che questa forma si trovava nelle antiche monete (relitti culturali), notando che veniva rappresentata sotto il piede di una divinità, assumendo un’idea di perfezione → sul retro di una moneta che ha nell’altra faccia il ritratto di profilo dell’imperatore. La sfera e il globo vengono rappresentati sotto il sandalo nel senso che c’è qualcuno che schiaccia sotto di sé questa totalità; oppure sul retro della moneta che dall'altra parte rappresenta un imperatore, cioè il potere.
Il carattere di questa figura è connesso al concetto di potere. Infatti, la si usa per annunciare la conquista di un territorio o celebrare il potere di qualcuno. Il globo è l’emblema del potere, della conquista e sottomissione. Chi detiene il potere può indirizzare il processo della globalizzazione (es. Regina Elisabetta raffigurata dietro la moneta era il sovrano più potente, in quanto era la moneta che più circolava). Il globo si deposita come atto per la prima volta figurativo sulla moneta, ossia qualcosa di valore che circola.
Quindi, la sfera e il globo hanno molto a che vedere con il processo di globalizzazione, in quanto entrambi implicano l’idea di circolazione. Il globo e la moneta hanno lo stesso movimento. La circolazione del denaro e la globalizzazione hanno la stessa natura, perché il processo della globalizzazione è innescato proprio dalla circolazione; e le monete hanno valore perché circolano: se sono ferme non fruttano. La globalizzazione, dunque, è un processo di circolazione che lavora in primis su delle reazioni: se non scambi la moneta non serve a nulla, se non la fai circolare non aumenta il valore del capitale investito.
Sloterdijk sostiene che il processo della globalizzazione sia arrivato ai suoi limiti, e che sia necessario toglierci il suo peso dalle spalle (maledizione del globo).
Primo capitolo: "Le grandi narrazioni"
È un capitolo molto denso in cui Sloterdijk introduce i temi che affronta nel corso del saggio. Il titolo è una dichiarazione delle intenzioni di Sloterdijk, il quale fin da subito afferma di voler raccontare un “grande” sistema di pensiero, dentro il quale si tenta di narrare la storia da un punto di vista ben preciso (ma spesso non dichiarato). Queste storie erano una sorta di profezia, cioè indicavano la meta, il loro punto di arrivo.
Sloterdijk inizia il capitolo dichiarando che l’episodio della globalizzazione terrestre si incrocia con così tante storie e vicende, che per riuscire a raccontarlo deve utilizzare una narrazione tanto vasta da contenere la complessità di tutto questo. Per raccontare questa grande narrazione non utilizza la linea del tempo, ma si serve del concetto di spazio. Per comprendere la globalizzazione, infatti, sostiene che non si possa ragionare in termini di linearità del tempo. Ciò significa che mira a comprendere il significato e la forma che ha questo spazio.
Erano “grandi narrazioni” anche quella cristiana, marxista, hegeliana (...) tutte accomunate dall’idea di progresso. La differenza è che Sloterdijk fa riferimento allo spazio, tentando di confrontarsi con l’incommensurabile. Pensare alla globalizzazione significa confrontarsi con il caos: Sloterdijk tenta di uscire dalla prospettiva della storia per raccontare la globalizzazione, ossia un evento segnato da un insieme di episodi confusi.
Quindi, raccontare il processo della globalizzazione significa confrontarsi con qualcosa di profondamente caotico. C’è una sola forma di spazio con cui raccontare la globalizzazione: quello della sfera e del globo, che vanno pensati come un contenitore con la funzione di protezione. Sloterdijk si domanda in che modo l’uomo europeo ha costruito le sfere di immunità dentro le quali poteva sentirsi protetto: quali sono state le idee e i concetti attraverso cui sono riusciti a fare qualcosa che ora a noi sembra normale (es. scoperta dell’America e impulso alla scoperta).
Quindi la storia o la geografia della globalizzazione terrestre trattano di come l’uomo abbia fatto ad immaginarsi delle sfere di protezione che gli hanno permesso di scoprire e appropriarsi di tutta la superficie della terra. Il globo, dunque, serve a proteggere. Il processo di globalizzazione è un processo che ha a che fare con quante volte l’umanità ha immaginato sfere di protezioni differenti per potersi muovere nel mondo e immaginarlo. Questo è il mondo dentro il capitale: le volte in cui abbiamo cambiato la nostra immunità, le rivoluzioni fatte di volta in volta per sentirci sicuri...
Gli strumenti con cui è stato possibile attuare la globalizzazione sono tre:
- Una bussola, per orientarsi nel pensiero e nello spazio del mondo
- Le carte geografiche che permettono sempre di trovare la propria strada
- Delle buone storie (immaginazioni)
L’emersione del globo terrestre avviene grazie a questi tre strumenti semplicissimi, che riescono appunto di arrivare alla scoperta del pianeta terra. Ciò che racconta Sloterdijk è movimento, dato dalla fine della “globalizzazione degli antichi” (= cosmo uranica, che immaginava il cosmo come una grande sfera in cui l’ultimo strato era il cielo e al cui interno c’era la Terra, circondata da tante sfere di protezione). Durante la globalizzazione terrestre queste sfere di protezione cominciano man a mano a saltare.
Durante la modernità, chiamata da Sloterdijk “la grande cesura del rinascimento”, le sfere protettive cadono e vengono svuotate di senso. Quindi, era necessario ricrearne di nuove. La Terra è il risultato della costruzione di queste sfere di protezione. Il mondo dentro al capitale, dunque, è la storia delle costruzioni di tecniche di immunità. Dunque, subentra la terza fase della globalizzazione: quella elettronica, che ha lo scopo di interconnettere il più velocemente possibile. Ovviamente cambia la forma della globalizzazione, cambiano le relazioni e produce nuove immagini. Dalla globalizzazione terrestre a quella elettronica cambiano le modalità di scambio delle merci e le merci stesse.
Secondo capitolo: "Astri erranti"
In questa grande narrazione, Sloterdijk prende in considerazione i problemi del processo di globalizzazione:
- Il problema della sicurezza o della certezza, ossia il principio dell’assicurazione: una parola chiave nella globalizzazione terrestre ed elettronica, che consiste nell’assicurarsi i beni e le merci.
- Il problema di sgravio morale da parte di agenti della globalizzazione terrestre che hanno sempre agito con violenza. Infatti, la globalizzazione terrestre si è realizzata nel corso di quasi 500 anni di violenza.
Per Sloterdijk, dunque, la globalizzazione è un evento estremamente violento che può compiersi una volta sola. Nell'astro errante si pone due domande critiche:
- Come mai nonostante l’idea dell’eurocentrismo, il processo di globalizzazione terrestre è definito come “storia universale”?
- Come mai in maniera unilaterale la globalizzazione è qualcosa che appartiene?
I titoli dei capitoli di Sloterdijk sono sempre enigmatici: se si pensa all’etimologia di “errante” si pensa a qualcosa che erra, che sbaglia; o a qualcosa che si sta muovendo. Quindi, “l’astro errante” è una citazione di Heidelberg: egli usa questo termine per definire il pianeta terra. “Errare” = andare in giro senza una meta e sbagliare. Nell’Astro Errante Sloterdijk tratta di:
- Come si costruisce, come si percepisce e come si immagina questo mondo durante la globalizzazione terrestre
- Come viene costruita e percepita la verità.
Il problema che si pone Sloterdijk è come si fa a produrre la verità.
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