Geografia: storia e sviluppo
Lezione 13/02 - Presentazione del programma
Storia della geografia: Tracciare la storia della geografia è, diciamo, in un certo senso come tracciare la storia della conoscenza e dell’interpretazione che gli esseri umani hanno dato nel tempo per quanto riguarda il pianeta. Quindi, la storia della geografia si perde/ha le origini nella notte dei tempi.
Per diverso tempo, la storia della geografia, sempre nella civiltà occidentale, si caratterizza come descrizione cartografica. Ovvero, geografia e cartografia per molto tempo vanno insieme, sono "discipline gemelle". È in tempi recenti che la cartografia ha assunto un suo valore e una sua fisionomia.
Abbiamo nel passato diversi documenti che ci testimoniano l’interesse da parte di popolazioni antiche nei confronti di una qualche forma di rappresentazione/descrizione del pianeta che, soprattutto per gli antichi, significava i luoghi in cui le popolazioni vivevano. Per esempio, abbiamo delle carte designate su papiro che vengono fatte risalire al XIII secolo a.C. con Ramsete II.
Lezione 14/02 - Sviluppo della geografia
Nel VI secolo a.C., Anassimandro di Mileto, filosofo greco, tracciò le prime raffigurazioni della terra nel suo insieme. La cartografia e la geografia si sviluppano con lo svilupparsi dei viaggi che possono essere viaggi di conoscenza, di conquista, viaggi con finalità mercantili. Numerose a questo proposito sono sicuramente le imprese anche militari di popolazioni antiche che erano abili nel combattere in mare, come i Cartaginesi e i Fenici.
Probabilmente la più nota spedizione antica in territori fino ad allora non conosciuti al mondo occidentale è stata l’impresa militare di Alessandro Magno nel IV sec. a.C. oltre il fiume Indo che conquistò questo immenso impero che si estendeva dall’Asia Minore fino all’Egitto. È una delle imprese antiche più importanti da questo punto di vista: egli, infatti, superò i confini fino ad allora sconosciuti. La possiamo definire come un importante momento nella storia della geografia e della conoscenza del mondo.
Fino ad ora non incontriamo geografi di professione. Infatti, per lungo tempo il maggior apporto alle conoscenze geografiche sarebbe arrivato da rappresentanti/studiosi di altre discipline. Questo vale sicuramente per Erodoto nel V sec. a.C. che nasce come storiografo. Apparteneva ad una famiglia sicuramente influente, nota, infatti, nacque a Salamina e visse la sua giovinezza all’ombra di una grandissima donna, ovvero Artemisia. Era uno dei vassalli del Grande Re, ma quando gli succedette un tiranno, la famiglia venne costretta all’esilio. Per molti, questo è significativo perché il giovane Erodoto è così costretto a viaggiare.
In questo momento iniziò la sua smania di conoscenza. Anche quando la famiglia poté rientrare in patria, Erodoto continuò i suoi viaggi. In Erodoto c’è uno spirito inquieto ed è definito “Ulisside insonne”, sempre alla ricerca di qualcosa di più, di un altrove ignoto. Per certi versi potremmo già definirlo geografo, inoltre egli avrebbe rappresentato una serie di luoghi, di costumi che avrebbero formato le storie. Egli si differenzia dai precedenti narratori (i logografi) per aver distinto in modo accurato ciò che ha visto con i propri occhi da quello che gli era stato raccontato, introducendo così un importante criterio di oggettività.
Nella sua ricerca di risposte, Erodoto arriva ad esporre due o addirittura più versioni di un fatto: lascia che sia il lettore a scegliere quale sia più attendibile. Nelle sue ricerche, Erodoto vuole sapere quale sia il limite estremo. Questa sua passione è ben visibile in un passo delle Storie (libro III cap. 116).
Strabone e Tolomeo
A cavallo del I sec. a.C. e il I sec. d.C. abbiamo Strabone. Anche lui era un viaggiatore e redasse una storia molto importante di cui a noi non è giunto quasi niente. Ma scrisse anche "una geografia" in 17 libri che ci è giunta quasi per intero. Questa geografia ci dimostra la concezione di Strabone verso un sapere non solo teorico. L’opera doveva essere uno strumento utile alla società ed alla classe dirigente.
I primi due libri costituiscono un’introduzione: Strabone ci dà una propria definizione della geografia, ma questi risultano essere molto diversi stilisticamente per cui sono spesso considerati successivi. I libri dal 3 al 5 descrivono l’Europa, i libri 6 e 7 descrivono l’Asia e l’ultimo libro l’Africa.
Nel II secolo, con Tolomeo, si giunge a quella che è considerata la summa delle conoscenze geografiche dell’epoca "introduzione alla geografia". Nel periodo dell’Impero Romano, geografia e cartografia conoscono un importante sviluppo. Spesso viene detto che il fiorire di queste materie è legato alla presenza di un qualche imperialismo, è effettivamente vero che queste discipline si sviluppano quando troviamo degli sviluppi militari/economici.
Il Medioevo geografico
Nei secoli tra il III e il XV troviamo il Medioevo geografico. È un periodo abbastanza contraddittorio: ne sono sempre state sottolineate le ombre, ma ci furono anche delle nuove teorie. Sicuramente ci fu una stagnazione culturale, ma non mancarono in assoluto i viaggi. È in questo periodo che Marco Polo scrisse il suo Milione, e i Normanni si spostarono in tutta Europa. Nacquero le Repubbliche marinare e ci furono le crociate (da alcuni definiti come la prima colonizzazione da parte dell’Europa).
Sicuramente fu a partire dal 1500, con le grandi potenze marittime, che si lanciò alla conquista dei mari, degli oceani e nacquero i primi imperi coloniali: l’ecumene si amplia.
Grandi studiosi e la nascita della geografia moderna
Grandi studiosi di altre discipline: Niccolò Copernico rifiuta la concezione antropocentrica a favore di quella eliocentrica. Tra i sostenitori di questa teoria abbiamo Giordano Bruno, che fu condannato al rogo. Galileo, con le osservazioni sui corpi celesti, infligge un grave colpo alla teoria aristotelica che prevedeva l’immobilità e l’immutabilità dei corpi celesti. Troviamo poi Keplero, Newton. Allo stesso tempo c’è un grande progresso della cartografia. G. Kremer, detto il Marcatore, elaborò una precisa proiezione che venne usata per molti secoli. Un’altra figura importante è Varenio, che scrisse Geographia generalis, che ha una summa delle conoscenze geografiche del tempo. Distingue due parti: una generale che abbraccia tutto il globo ed una particolare o regionale che si occupa di singoli luoghi con le loro caratteristiche particolari.
Il 700 è importante per lo sviluppo della geografia perché si accese l’interesse di molti dei grandi pensatori verso tematiche geografiche. Un esempio è sicuramente il grande pensatore illuminista Rousseau.
Nella seconda metà del 700 nasce la geografia moderna, che avrebbe avuto due padri riconosciuti entrambi di origine tedesca: il primo è Alexander Von Humboldt e la sua opera principale è stata Cosmos, e Karl Ritter con la sua Geografia Generale Comparata. Per l’epoca per la quale vissero, il primo lo si può definire un tardo-illuminista, il secondo un pre-romantico. Entrambi furono contemporanei e colleghi, ma per la loro formazione hanno metodologie abbastanza diverse.
Alexander Von Humboldt
Il primo fu sicuramente un geografo viaggiatore ed esploratore, questo perché compì molti viaggi in molte parti del mondo. Molti sono i viaggi compiuti nelle Americhe. Studiò tematiche molto diverse, anche se complementari, legate alla superficie terrestre. Era molto interessato alle interrelazioni tra i vari fenomeni. La sua prosa era volutamente scorrevole, voleva essere un divulgatore per un pubblico il più ampio possibile, per questo venne spesso criticato da contemporanei poiché essi ritenevano che non fosse sufficientemente scientifico per via del linguaggio facile da comprendere. In realtà, egli aveva ben compreso i contenuti ed era riuscito a renderli comprensibili al lettore. Humboldt vede la necessità di rivestire la scienza di una forma letteraria. I suoi viaggi lo resero famoso in tutto il mondo, scrisse dei resoconti di viaggio, era interessato a molti aspetti e aveva eccezionali competenze scientifiche in varie discipline. Fu in grado di finanziare autonomamente i suoi viaggi, per cui non era costretto a dipendere dagli altri stati. Per questo le sue spedizioni sono considerate le prime spedizioni esclusivamente scientifiche della storia.
Karl Ritter
Ritter, altro grande geografo di professione dell’epoca, fu un geografo da tavolino: compì pochi viaggi e si dedicò principalmente a studi teorici. Le sue idee erano pre-romantiche. Secondo lui, la storia dell’umanità non era casuale ma provvidenziale, e l’evoluzione era governata da una mano superiore, una mano sovrana naturale. Ritter fu anche un grande pensatore, tanto che Hegel prende molti spunti da Ritler. A suo modo, anche Ritter fu un divulgatore: il fratello di Von Humboldt, grande linguista, chiamò Ritter a coprire la prima cattedra di geografia all’università di Berlino.
Humboldt e Ritter: padri della geografia
Questi due grandi nomi vennero dai posteri ritenuti l’uno il padre della geografia fisica (Humboldt) e l’altro della geografia umana (Ritter). Non si può parlare di una distinzione così netta, e ragioni di questa idea hanno radice nella loro formazione. Infatti, Humboldt era naturalista di formazione, aveva studiato materie scientifiche, mentre Ritter aveva una formazione umanistica. A seguito della loro morte, il pensiero e la fama di entrambi furono spazzati via dal loro successore, però successivamente vennero rivalutati.
Lezione 16/02 - Il contributo di Von Humboldt
Ritornando a Humboldt, vediamo quanti resoconti di viaggio ci ha lasciati, scritti in forma poetico-letteraria. Consideriamo oggi quindi un resoconto di un viaggio compiuto alle regioni equinoziali del nuovo continente. Alexander parte nel 1799 e sarebbe tornato nel 1804, quindi vediamo quanto lunghi fossero i viaggi da lui compiuti. Leggiamo le sue parole e quello che è stato scritto di questo resoconto da altri.
La Coruña, 5 giugno 1799 - Questo viaggio si lascia alle spalle il secolo passato, il XVIII secolo. Infatti, fino ad ora i viaggi erano stati di esplorazione e occasione per allargare i confini di una nazione, mentre questo viaggio, in cui Alexander ha percorso buona parte delle tre Americhe, fu “il viaggio dei viaggi, nel senso che la sua forma ne riassume e comprende tutti i generi e tutti i modi” (cit. Franco Farinelli). Riassume il viaggio esplorativo, il viaggio letterario, il viaggio scientifico e anche il viaggio sentimentale (sentimentali sono i viaggi che segnano la vita del viaggiatore per quello che accade nel viaggio).
Leggiamo ora il passo in cui Von Humboldt si trova sul lago di Valencia nel Venezuela settentrionale e lo descrive: ci dice innanzitutto il nome dato dalle popolazioni locali a quel luogo, evidenziando il rispetto nei confronti degli indigeni. “Il lago di Valencia che gli indiani chiamano Tacaraigua è più grande del lago svizzero di Neuchâtel (Vuole far capire la grandezza del lago e lo descrive, la sua forma paragonandolo ad altri laghi che i suoi lettori europei conoscono) complessiva richiama però più quella del lago di Ginevra la cui altezza sul livello del mare è circa la medesima.
Tra le sponde opposte del lago di Valencia si manifesta un contrasto sorprendente: quelle a sud sono deserte, brulle, pressoché disabitate. Una cortina di alti monti conferisce loro un aspetto cupo e monotono (vediamo come è romanzata la descrizione, la famosa letterarietà di Von Humboldt).
La riva settentrionale, per contro, è ridente, campestre, adorna di ricche colture di canna da zucchero, di caffè e di cotone (e qui arrivano invece le competenze di geografo). Strade bordate di gelsomini e di alberi dei rosari sempre in fiore attraversano la pianura e collegano delle colline isolate tra di loro; ogni casa è circondata da un boschetto (sembra di avere davanti un quadro, non una pagina di geografia). La luminosa mescolanza dei colori vegetali contrasta con la tinta unita di un cielo generalmente senza nuvole.
Nella stagione delle siccità, quando il suolo rovente è coperto da un ondeggiante vapore, l’irrigazione artificiale preserva la vegetazione. A grandi intervalli, la roccia di granito perfora la terra lavorata, enormi massi pietrosi si alzano nel mezzo del pallore, così nudi e screpolati come sono alimentano qualche pianta grassa.
Spesso sulla cima delle colline isolate un fico o una clusia dalle foglie carnose hanno messo radici nella roccia e dominano il paesaggio. Con i loro rami morti e secchi, li si prenderebbero per segnali posti sull’orlo del precipizio.”
Leggiamo un secondo passo che evidenzia che grande studioso sia stato, sia per la sua grande capacità critica, sia perché in questo passo lo possiamo definire precursore di situazioni che sono avvenute molto dopo, anche ai giorni nostri. “Da una parte, i cambiamenti determinati nell’arco di mezzo secolo dalla distruzione delle foreste e dal dissodamento delle pianure, dall’altra parte l’evaporazione del suolo e la secchezza dell’atmosfera offrono delle cause assai efficaci nel render ragione della progressiva diminuzione del lago di Valencia. (Già si rende conto che il lago sta rimpicciolendo, e si chiede le cause, si chiede il perché:) Tagliando gli alberi che coprono la cima e le pendici dei monti, gli uomini sotto tutti i pini, preparano per le generazioni future due calamità congiunte: mancanza di combustibile e carenza d’acqua.
Gli alberi, per la natura della loro traspirazione e per il distendersi delle loro foglie verso un cielo privo di nubi, si circondano di un’atmosfera sempre fresca e nebbiosa e quindi influenzano l’abbondanza delle fonti perché, riparando il suolo dall’azione diretta del sole, diminuiscono l’evaporazione delle acque. (Spiegazione molto semplice del fenomeno) Quando si distruggono le foreste, come i coloni europei stanno facendo dappertutto nelle Americhe con imprudente precipitazione, le sorgenti si prosciugheranno e si faranno meno ricche, i letti dei fiumi, restando a secco per una parte dell’anno, si trasformeranno in torrenti ogni qual volta dei grossi rovesci si abbatteranno sulle alture.
Poiché insieme ai cespugli si vede sparire dal fianco delle montagne anche il tappeto erboso e il muschio, anche le acque pluviali non sono più contenute dentro i loro corsi e invece di aumentare lentamente il livello dei fiumi, esse solcano nella stagione delle piogge le pendici delle colline trascinando con loro il terreno smontato e dando luogo alle piene improvvise che devastano le campagne. (Sta parlando dei dissesti idrogeologici con grandissima anticipazione) Ne consegue che la distruzione delle foreste, la carenza di sorgenti perpetue, l’esistenza di torrenti sono fenomeni strettamente connessi tra loro. Una regione che si trova nell’emisfero opposto come la Lombardia, coronata dalla catena delle Alpi, offre prove sorprendenti della giustezza di questa mia asserzione.”
Friedrich Ratzel e il positivismo
Queste due importanti figure di Von Humboldt e Ritter furono spazzate via nell’immediato dal loro successore, per essere poi recuperate in seguito. Il successore è Friedrich Ratzel (1844-1882), anche lui tedesco, e la sua opera principale è intitolata “Antropogeografia”.
Questa figura è impregnata nel positivismo, per cui facciamo un piccolo excursus parlando appunto di positivismo: il positivismo si sviluppa in Europa verso la metà dell’800 e ha potuto impregnare molto fortemente il pensiero scientifico dei primi maestri della geografia moderna, influenza che viene accompagnata dall’influenza di Darwin. Possiamo definire il positivismo sia come un metodo scientifico di studio e approccio, sia come una concezione filosofica del mondo; considerando il positivismo come metodo scientifico, lo definiamo come un empirismo induttivo-razionalista, decisamente anti-metafisico, a cui va aggiunto un atteggiamento decisamente naturalista. È un riduzionismo scientifico (perché si ritenne che fossero le scienze della natura, e solo quelle, il modello di ogni scientificità; ci si è ridotti solo alle scienze della natura come modello per ogni ricerca scientifica).
Si parte quindi da un’evidenza/osservazione del singolo caso e tramite classificazioni e comparazioni si giunge a scoprire delle leggi e delle conclusioni generali. Uno degli obiettivi del positivismo è la possibilità di fare delle previsioni attraverso le leggi generali, e questo è possibile perché, secondo il positivismo, esiste un ordine costante e necessario nei fenomeni naturali.
Tutta questa metodologia si ritiene utile e necessaria non solo per quanto riguarda la natura, ma anche nel mondo degli esseri umani, per cui natura ed esseri umani devono essere studiati allo stesso modo. Per questo si parla di un monismo determinista che ammette l’esistenza di una sola realtà naturale: il mondo fisico e il mondo umano sono solo due manifestazioni della stessa realtà e vanno quindi studiati con le stesse leggi; la stessa vita umana viene ridotta a un complesso di fenomeni fisico-chimici. Ad esempio, i fattori psicologici vengono ritenuti come emanazioni del cervello, allo stesso modo del fegato che secerne la bile.
In questo quadro, tutte le discipline sono fortemente chiamate a rispondere, tra queste anche la geografia: il positivismo, a seconda delle nazioni, ebbe più o meno influenza. In Germania fu molto influente e quindi la geografia tedesca avrebbe colto molto fortemente le istanze del positivismo. Vediamo le conseguenze nella figura di Friedrich Ratzel. Ratzel è certamente positivista ed è influenzato di Darwin, da cui trasse alcuni concetti fondamentali come la lotta per la sopravvivenza, la legge del più forte e l’influenza dell’ambiente nell’evoluzione della specie.
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