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Animale politico: solo capp. 1-2 e 5

Scienza politica (30-09-2025)

La scienza politica è la disciplina che studia nello specifico i fenomeni politici.

La distinzione tra fenomeni sociali e fenomeni politici non è sempre netta:

  • I fenomeni sociali riguardano l’interazione tra individui (es. abbigliamento, utilizzo di segni distintivi di un gruppo);
  • I fenomeni politici hanno al centro obiettivi e dinamiche politiche (es. manifestazioni per Gaza);
  • Alcuni fenomeni sociali possono assumere anche una valenza politica (es. camicia nera dei fascisti).

La politica tende a occuparsi di quasi ogni aspetto della vita sociale. Il confine tra sociale e politico cambia nel tempo ed è quindi difficile da definire con precisione.

La scienza politica nasce a metà Ottocento, come le altre scienze sociali. Tuttavia, lo studio del politico in senso ampio ha una storia più antica, che risale già ai filosofi classici.

Due accezioni:

  1. Ampia e antica: studio sistematico dei fenomeni politici, basato su argomenti razionali e fatti.
  2. Ristretta e moderna: disciplina che studia i fenomeni politici con il metodo empirico tipico delle scienze, cioè osservazione, dati e verifica.

La scienza politica in accezione ampia ha origini intorno a 2500 anni fa, con Tucidide (storico greco del V sec. a.C.) e Aristotele (filosofo greco), che possono essere considerati “antenati” della disciplina.

Tucidide visse in un periodo turbolento, durante lo scoppio della guerra del Peloponneso (Atene contro Sparta, con il coinvolgimento di tutte le città greche). Fu accusato di una grave sconfitta militare ed esiliato; decise quindi di scrivere la storia della guerra del Peloponneso, attenendosi rigorosamente ai fatti e consultando più fonti, per dare una visione imparziale. La sua domanda centrale fu: “Perché è scoppiata la guerra del Peloponneso?” Lui cerca cause generali e universalizzanti, non limitate al caso specifico.

Questa impostazione lo avvicina alla scienza politica: lo storico spiega un caso particolare, mentre il politologo cerca spiegazioni valide per più casi simili. Infatti, le dinamiche della guerra del Peloponneso si ritrovano in conflitti successivi (guerra dei Trent’anni, due guerre mondiali): una potenza in declino e una emergente che vuole sostituirla, scontro inevitabile.

Aristotele, pur noto soprattutto come filosofo, si occupa anche di politica. Le sue lezioni sulla polis sono raccolte in La Politica. Diversamente da Platone, che elaborava una città ideale governata da intellettuali, Aristotele non immagina modelli utopici, ma analizza le condizioni concrete che garantiscono stabilità e benessere. Con i suoi collaboratori studiò 150 costituzioni e, da questi dati, ricavò le condizioni favorevoli alla prosperità. Non un’ideologia, ma osservazioni basate sui fatti.

La differenza tra filosofia politica e scienza politica è quindi chiara: la prima cerca il modello ideale e virtuoso di città, la seconda si pone come obiettivo la spiegazione, senza finalità normative.

La scienza politica in senso stretto nasce dal 1870, con il metodo delle scienze empiriche. Negli anni ’30 questa visione viene parzialmente attenuata, ma resta centrale l’idea che il compito della disciplina sia studiare i fenomeni politici in modo empirico e verificabile.

Due protagonisti

  • Gaetano Mosca, fondatore della scienza politica italiana, pubblica Elementi di scienza politica (1896), figura centrale della prima fase.
  • Harold Lasswell, tra i principali esponenti della scienza politica statunitense, legato alla Scuola di Chicago, rappresenta un pilastro della politologia moderna.

Metodo delle scienze empiriche

  1. Elaborare delle ipotesi per spiegare i fenomeni politici.

    L’ipotesi è un costrutto verbale che stabilisce una connessione tra due fenomeni. Possiamo ad esempio chiederci perché un individuo decida di votare o di non votare, oppure perché scelga un determinato partito piuttosto che un altro. Le cause possibili sono diverse e, sulla base di esse, si formula un’ipotesi di lavoro che va poi verificata per capire se offre una spiegazione efficace.

    Un esempio è il livello di fiducia verso la politica: si può osservare se questo fattore abbia una correlazione con il comportamento di voto. La fiducia politica può essere misurata attraverso sondaggi a un campione di persone. In questo caso la fiducia è la variabile indipendente, mentre la scelta di voto o l’astensione è la variabile dipendente, cioè l’effetto che vogliamo spiegare.

  2. Elaborare ipotesi empiricamente controllabili.

    Un’ipotesi, per essere considerata scientifica, deve poter essere sottoposta a controllo empirico. Le variabili, quindi, devono essere misurabili e verificabili; in caso contrario non si può parlare di ipotesi scientifica.

  3. Controllare empiricamente le ipotesi.

    Le ipotesi devono essere effettivamente messe alla prova. Esistono diversi metodi: il metodo sperimentale, che però non è quasi mai applicabile in scienza politica perché i fenomeni complessi non possono essere riprodotti; il metodo statistico, che si utilizza quando i casi disponibili sono numerosi (ad esempio negli studi sul comportamento elettorale); il metodo comparato, usato invece quando i casi sono pochi (come nello studio delle guerre o dei sistemi politici); e infine il metodo storico, che analizza un caso singolo. Quest’ultimo non è specifico della scienza politica ma della storiografia, anche se talvolta viene utilizzato.

Un esempio applicativo è l’ipotesi secondo cui le democrazie non si fanno guerra tra loro. Per verificarla si prendono in esame tutte le guerre combattute da stati democratici, controllando se siano state rivolte contro altre democrazie oppure contro regimi non democratici.

Politica e polis (2-10-2025)

È difficile dare una definizione univoca di politica. La parola e l’idea di politica nascono nell’antica Grecia, derivando dal termine polis.

La polis era una città-stato, cioè un’unità politica autonoma con estensione territoriale limitata. Le prime tracce di polis risalgono all’VIII secolo a.C.; prima di allora, nel mondo greco, erano esistite la civiltà cretese e quella micenea, che però non avevano un’organizzazione politica basata sulla città-stato. La polis nasce dall’unione di villaggi vicini che fondono le proprie funzioni politiche e amministrative.

Le polis durano fino al III secolo a.C., quando vengono conquistate dall’Impero romano e perdono quindi la loro autonomia politica. Attorno a questa esperienza nasce il pensiero politico occidentale: riflettendo sulla polis e su ciò che in essa accade si sviluppano la filosofia politica e le prime teorie politiche. Anche le tragedie greche possono essere considerate una rappresentazione della polis e delle sue dinamiche.

Due opere fondamentali

  • La Repubblica di Platone (IV secolo a.C.), il cui titolo originale è Politeia. Con questo termine i Greci indicavano le leggi fondamentali che davano forma alla città. Non esisteva una costituzione in senso moderno, ma un insieme di regole che stabilivano la vita politica, tra cui la definizione di chi avesse diritti politici (ad esempio il diritto di voto). Queste leggi determinavano se la città avesse una forma democratica o oligarchica.
  • La Politica di Aristotele, titolo originale Ta politika (“le cose che riguardano la polis”). È la raccolta delle lezioni di Aristotele sulla polis, nelle quali analizza forme di governo, economia, leggi e in generale tutti gli aspetti della vita politica. Gli allievi, mettendo insieme queste lezioni, attribuirono all’opera il titolo generico con cui la conosciamo.

Le due espressioni legate alla polis vengono utilizzate tra il VI e il IV secolo a.C., cioè durante il periodo di massima espansione della città-stato. La città più importante è Atene, che diventa il centro culturale ed economico del mondo greco: vi vengono scritte le opere principali e la popolazione supera i 100.000 abitanti, arrivando forse vicino ai 200.000.

Questi termini hanno diffusione in tutto il mondo greco, ma col tempo iniziano a decadere: dopo il IV secolo a.C. la polis non è più quella immaginata in origine, non è più autonoma, e quindi i concetti perdono il loro significato diretto perché non hanno più un referente empirico.

Per i Greci, la polis non era una realtà naturale, ma una sfera di convivenza artificiale, costruita dalle decisioni e dall’interazione degli esseri umani. In natura non esiste la politica: essa nasce perché gli uomini la creano in base alle loro necessità. La polis è quindi una sfera di libertà.

I Greci distinguono nettamente tra casa (oikos) e polis.

  • Con oikos si identifica la casa, da cui deriva anche la parola “economia”. La casa è il luogo dell’unità familiare intesa in senso ampio: non solo genitori e figli, ma anche servi e schiavi. All’interno dell’oikos vigono rapporti naturali di comando e subordinazione: il pater familias comanda su moglie e figli, considerati inferiori. È la legge di natura: come nel mondo animale il più forte domina sul più debole, così avviene nella famiglia. Le antiche civiltà micenea e cretese avevano un’organizzazione più vicina a questa logica familiare: un re che governa tutti, come un capo famiglia allargato.
  • La polis, invece, si caratterizza per rapporti artificiali e di tipo orizzontale. Gli individui, sulla base delle loro predisposizioni, creano uno spazio di convivenza tra eguali, senza rapporti naturali di comando e subordinazione. La polis non è sempre democratica, perché lo spazio orizzontale può essere riservato solo a pochi (ad esempio i nobili), ma anche in questo caso nessuna famiglia prevale nettamente sulle altre. È comunque una sfera artificiale e di libertà, diversa però dalla concezione moderna di libertà.

Libertà per i Greci

Per il mondo greco la libertà non coincide con la possibilità di formare partiti politici, considerati perniciosi. La libertà di pensiero non viene esclusa, ma non è il nucleo della libertà secondo cui essi vivevano. Essere liberi significa stabilire autonomamente le proprie regole di vita e partecipare alla vita politica di una società che si autogoverna. La massima libertà coincide quindi con la partecipazione alla vita della polis, che per i Greci rappresenta la massima espressione dell’umanità.

Per noi moderni, la politica può apparire come un servizio da utilizzare; per i Greci, invece, è una dimensione esistenziale, che arricchisce la vita individuale e la distingue da quella degli altri animali. Aristotele definisce l’essere umano come “animale politico”, perché a differenza degli altri animali può fondare delle polis e prenderne parte.

Questa partecipazione consiste in due aspetti principali:

  1. Assemblee: discussione pubblica delle questioni cittadine.
  2. Difesa della città: impegno militare anche a rischio della vita, sacrificandosi per il bene della patria.

La libertà è quindi vissuta come appartenenza a una comunità.

La nostra concezione moderna di libertà è individualistica: ci consideriamo liberi se non vi è un potere esterno che ci limita negli spostamenti, nel pensiero, nelle riunioni o nella possibilità di associarci in partiti e organizzazioni. Gli antichi Greci, invece, avevano una concezione comunitaria della libertà: la libertà si realizza tra gli uguali, cioè coloro che partecipano alla vita comunitaria. Aristotele afferma che chi vive al di fuori della polis è un barbaro, perché non partecipa a questa dimensione politica.

La polis perde autonomia politica (conquista della Grecia da parte dei romani).

I Romani prendono la concezione dei Greci e la rielaborano a loro modo. Non riprendono la politica greca nella sua interezza, perché per loro la polis non ha un reale significato: Roma è l’unico centro politico rilevante. Le città avevano nomi differenti in base alla loro funzione: alcune erano civitate (centri commerciali) o municipia (centri amministrativi), mentre Roma è indicata come urbs.

Il concetto centrale del pensiero politico romano è la res publica (“cosa pubblica”), ossia l’insieme di tutte le cose che non sono private ma appartengono all’intera collettività. La parola è stata inventata per identificare la forma di governo di Roma. Oggi il termine repubblica non è equivalente a democrazia: indica semplicemente la non presenza di una monarchia, perdendo gran parte della pregnanza politica originaria.

Il pensiero politico romano si costruisce quindi attorno alla res publica, mentre i termini greci vengono tradotti e modificati: Politeia → Repubblica e Ta Politika → Politicus (quest’ultimo ha una diffusione limitata, perché utilizzato solo nei trattati).

Dopo il IV secolo d.C. si verifica una grande decadenza: i testi classici e i termini greci vengono dimenticati. Con il crollo dell’Impero nel V secolo inizia il Medioevo, durante il quale la lettura dei classici è pressoché persa.

A partire dall’anno 1000, con il progressivo rifiorire della vita culturale, si riscoprono i classici della filosofia greca, tra cui le opere politiche di Aristotele, che influenzeranno nuovamente il pensiero occidentale.

Guglielmo di Moerbeke, religioso fiammingo, traduce La Politica di Aristotele dal greco antico al latino. Nel farlo deve affrontare il problema del titolo, perché nessuno conosce la polis. Decide di sostantivizzare l’aggettivo, creando il termine politica (de politica), cioè “le cose che riguardano la politica”. Da questo momento la politica diventa una dimensione esterna alla polis.

Per circa 200-300 anni la politica si affianca alla logica e all’estetica: per politica si indica la branca del sapere che si occupa delle comunità politiche. Tuttavia, il termine viene utilizzato poco, riferendosi solo alla disciplina.

L’altro termine greco, politeia,

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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