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Domande per storia della filosofia antica

Nigel Warburton, introduzione

Come possiamo rispondere alla domanda "Che cos'è la filosofia?" Molti, dice Warburton, potrebbero rispondere che la filosofia è "ciò che fanno i filosofi", o addurre la spiegazione etimologica per cui "filosofia" deriva dal greco "amore per la sapienza", ma sarebbero risposte troppo vaghe. La filosofia è un'attività, un modo specifico di pensare con l'uso di argomenti logici su specifiche questioni e concetti che la maggior parte di noi dà per scontati, come vita, religione, giusto o sbagliato, ecc.

Ogni serio studio della filosofia si compone di uno studio tematico e di uno studio storico, necessario a non inciampare in errori del passato. Le ragioni per studiare la filosofia sono varie:

  • Innanzi tutto essa si interroga su questioni fondamentali che riguardano il significato della nostra vita, confermando o confutando pregiudizi o credenze.
  • Essa inoltre costituisce un buon modo per imparare a pensare in modo chiaro, la chiarezza di pensiero è infatti utilissima in una moltitudine di attività come giurisprudenza, medicina, arti, ecc.
  • Molti potrebbero poi dire che la filosofia è difficile semplicemente perché per loro è "piacevole".

Ma è effettivamente difficile studiare la filosofia? È vero che molti dei problemi filosofici necessitano di una alta astrattezza del pensiero, ma lo stesso vale in tanti ambiti come fisica, programmazione, storia, scienze, ecc. Ciò che ha trasmesso il pensiero della filosofia è che spesso buoni filosofi non sono buoni scrittori e/o oratori, facendola apparire più difficile di quanto sia realmente.

Anthony Kenny, introduzione

Perché bisognerebbe studiare la storia della filosofia? Kenny riconduce le ragioni per studiare la storia della filosofia a due motivi:

  • Motivo filosofico, la filosofia storica: ovvero: la conoscenza della storia della filosofia può essere d’aiuto alla filosofia militante, consentendo in primo luogo di evitare errori già commessi in passato da pensatori che ci hanno preceduto (es. noto l’errore di Parmenide riguardo alla polisemia del verbo essere corretta da Platone), e non di meno aiutandoci a capire, attraverso il confronto, se il pensiero stia o meno progredendo o migliorandosi in una qualche misura.
  • Motivo storico, cioè la storia delle idee: per Kenny lo studio del pensiero è di fondamentale importanza per comprendere gli ambienti e le ragioni storiche dei fatti che sono accaduti.

I principali temi filosofici, sostiene Kenny, sono tutt’ora tema di dibattito. Questo poiché le opere classiche non soffrono il passare del tempo, trattando questioni che non vertono su una nuova conoscenza ma su una nuova comprensione di ciò che si sa, a differenza delle scienze. Esse hanno da sempre avuto un rapporto molto intimo con la filosofia, essa si può vedere come madre di esse, ma non per parto quanto per scissione autonoma (dalla filosofia si possono scindere anche discipline umanistiche come gli studi biblici).

Ciò che differenzia dagli altri successori dei grandi filosofi greci e che dà ai filosofi il titolo per ereditarne il nome è che, a differenza dei fisici, astronomi, medici o linguisti, i filosofi perseguono gli obiettivi di Platone o Aristotele, solo ed esclusivamente con i metodi che già quelli avevano a disposizione. Allo storico della filosofia inoltre, a differenza di uno storico dell’arte o della medicina ad esempio, è richiesto necessariamente essere filosofo oltre che storico. Questo poiché l’attività esegetica che egli compie sui volumi che compongono la storia della filosofia è necessariamente un’attività filosofica, oltre ad essere un’attività storica di comprensione del contesto storico in cui un’opera è stata pensata.

Pierre Hadot, premessa

La filosofia come modo di vivere. La tesi avanzata da Pierre Hadot (tesi di metafilosofia, ovvero di filosofia della filosofia) parte dal presupposto che secondo i suoi studi la filosofia antica, a differenza delle posteriori, sia stata principalmente e innanzitutto una scelta di vita, cioè non una molteplicità di dottrine (come traspare negli studi scolastici o universitari di filosofia) ma di differenti modi di vivere, di diversi approcci alla vita, che danno solo successivamente origine al particolare "discorso" filosofico.

Mentre per noi allora, quando studiamo la storia della filosofia, quello che tende a risultare importante sono le dottrine, alle quali seguono le scelte di vita dei filosofi che vi aderiscono, nell’antichità per Hadot fu esattamente il contrario: la filosofia, dice, nasce dalla scelta di riunirsi in gruppi, comunità, scuole, in primis quindi una scelta riguardo il modo di vivere o modello di vita, che solo successivamente viene trasposto in dottrina.

Giuseppe Cambiano, fra oriente e occidente

Il significato del termine 'Presocratici'. Secondo Herman Diels e Walter Kranz, cui si deve la principale raccolta di testimonianze e frammenti relativi ai filosofi presocratici, il termine 'Presocratici' designa i filosofi greci che vengono non prima di Socrate, ma dei Socratici, cioè delle scuole socratiche che sorsero a partire dalla prima metà del IV secolo a.C. fondate dai discepoli minori di Socrate. Queste scuole sono:

  • La scuola Cinica (Antistene), la quale concentra la sua speculazione attorno al concetto di liberazione dell’anima umana dalle passioni dei corpi;
  • La scuola Cirenaica (Aristippo), che si concentrò sull’edonismo partendo dal presupposto che la morale socratica non escludeva in alcun modo il piacere;
  • La scuola Megarica (Euclide), cui si deve il tentativo di fusione tra l’ontologia eleatica e la morale socratica;
  • La scuola di Elide (Fedone), che fece dell’intellettualismo il perno del suo stesso ragionare.

La Ionia e la nascita della filosofia. La figura del filosofo si forma lentamente in Grecia soltanto nel IV secolo a.C. con la costruzione di vere e proprie scuole mentre in precedenza il confine tra filosofo e sapiente (compresi poeti e indovini) è piuttosto labile. Secondo la ricostruzione di Aristotele però i primi passi della filosofia risalgono ad un tempo precedente, il VII e il VI secolo, precisamente nelle colonie della Ionia, in particolare nelle città di Mileto ed Efeso, situate sulle coste mediterranee dell'odierna Turchia.

Una ragione possibile riguardo al fatto che la filosofia nasca nelle colonie piuttosto che dalle città continentali della Grecia arcaica è da ricercarsi nella vicinanza ad altre popolazioni, al contatto ravvicinato con altre culture e ad un legame probabilmente meno solido rispetto all’orizzonte cosmico e religioso tradizionale. Il maggior dinamismo e la posizione di confine, quindi, sembrerebbero aver caratterizzato le città coloniali favorendo proprio in questi luoghi la ricerca circa i problemi di un’identità propria, di una propria posizione nell’universo e, soprattutto, la ricerca di un principio o di un tratto comune che renda il mondo, al di là delle diverse culture, tradizioni, prospettive, qualcosa di comune e di vero, una totalità unitaria e ordinata.

Il logos di Eraclito. Eraclito: Efeso, VI e V sec. a.C. Sulla Natura. Il logos di Eraclito ha, nei suoi scritti, una molteplicità di significati: in primo luogo per logos è inteso il discorso stesso, ma anche la ragione e la spiegazione che il filosofo porta attraverso il discorso. In senso più ampio il logos è però anche la ragione del tutto, un logos cosmico che sottende il mondo. In questo senso il logos è comune agli uomini tutti, i quali però raramente sono in grado di comprenderlo, e alla natura, a quel mondo che nessun uomo e nessun dio fece.

Il logos, infatti, non è conoscibile attraverso la conoscenza specifica di molte cose (polymatheia) poiché queste non insegnano ad avere intelligenza, l’intelligenza del logos è possibile secondo Eraclito solo conoscendo le profondità della propria anima, la quale è caratterizzata da un logos talmente profondo da poter impiegare la vita intera ad esplorarlo senza mai raggiungerne i confini. Il contenuto del logos è l’ordine universale, il quale è unico ed eterno, identificato ed esplicato dal filosofo di Efeso con l’immagine e il comportamento del fuoco sempre vivente: questo si accende e si spegne sempre secondo misura. Attraverso questa immagine Eraclito spiega l’eterna contesa degli opposti nell’ordine cosmico, una contesa tanto ordinata quanto necessaria, un polemos padre di tutte le cose, giustificato dal fatto che se al contrario gli opposti si risolvessero in una sintesi, e quindi in una quiete, ogni cosa che è poiché è divenire, cesserebbe d’essere.

Il sapere pitagorico dei numeri. Pitagora: Samo (ma visse a Crotone dal 540 a.C.); Filolao (Crotone), allievo e scrittore pitagorico – Archita (Atene), stratego pitagorico amico di Platone. I numeri, per Filolao, uno dei maggiori pitagorici, sono la condizione essenziale per conoscere le cose. Le cose stesse manifestano il fatto di avere il numero in loro e grazie ad essi, infatti, e in particolare grazie ai loro logoi (rapporti), le cose non ci risultano oscure, illimitate, confuse e inconoscibili.

In ultima analisi, quindi, ogni cosa ha in sé un ordine e una struttura che è possibile cogliere attraverso lo studio dei numeri e dei rapporti di questi ultimi tra di loro. A questo scopo la scuola pitagorica, seguendo il modello delle scuole dei misteri orfici, insegnava agli adepti dapprima le dottrine generali agli acusmatici (ascoltatori, da akousmata) per poi giungere all’insegnamento dei mathemata, gli oggetti più alti dell’apprendimento, i quali hanno in sé le ragioni stesse delle cose, i numeri, i quali costituiscono, il principio e l’essenza di tutte le cose. Così come nell’orfismo, i pitagorici tendevano al vegetarianismo, e credevano che le conoscenze matematiche potessero purificare e salvare la loro anima.

La dottrina pitagorica riconosce in particolare un rapporto tra i numeri dispari e il limitato (l’unità restante dalla divisione per due del numero dispari rappresenta il limite), e al contrario tra i numeri pari e l’illimitato. L’uno è invece considerato in maniera del tutto particolare: non vi è, per i pitagorici alcun numero prima dell’uno, il quale assume quindi il carattere di principio e ad esso non viene attribuito il carattere di parimpari (ha in sé caratteristiche del pari e del dispari poiché rende pari i dispari e dispari i pari). Numero fondamentale è inoltre il 10, raffigurato nella forma della tetraktys (letteralmente “gruppo di quattro): piramide con base quattro la tetraktys rappresenta la successione delle tre dimensioni: il punto (1), la linea (2), la superficie (3), la tridimensionalità (4). Nella loro cosmologia, inoltre, per la prima volta la terra viene spodestata dal centro dell’universo per essere sostituita dal cosiddetto “fuoco centrale”.

Eleatismo: l’essere di Parmenide. Parmenide: Elea (Cilento) 516 a.C. Senofane (Colofone), VI° a.C. Eleato – Zenone (Elea), V° a.C allievo di Parmenide, prosatore – Melisso (Samo), V° a.C. Eleato Oligarca. Sulla Natura (in esametri) La definizione dell’essere parmenideo prende le mosse da quella disgiunzione radicale, è o non è, che esclude in maniera assoluta una possibilità terza, e che non abbisogna di nessuna conferma esterna in quanto ha in sé stessa un principio di necessità, qualunque sia il soggetto riguardo ci sia stia interrogando circa l’essenza.

Il termine “essere” in Parmenide è usato in maniera polisemantica, ad indicare sia che esso è presente, ma anche che esso esiste o che è vero. Parmenide dimostra l’esistenza in maniera logica (non fisica o naturalistica o trascendente), introducendo la deduzione, in particolare con la tecnica del ragionamento per assurdo, che l’essere è ingenerato e imperituro, immutabile, immobile, indivisibile, uno. Ingenerato e imperituro perché altrimenti, in un tempo passato o futuro, sarebbe sia essere che non essere e per lo stesso motivo immutabile e immobile (per Melisso invece l’essere si può dire anche che era e sarà). L’essere è finito poiché altrimenti sarebbe incompleto e uno perché altrimenti, se fosse molteplice sarebbe sé stesso e non gli altri, ancora una volta sarebbe quindi essere e non essere, e ciò per Parmenide è assurdo.

L’essere è dunque paragonato a una sfera compatta, forma che esprime nel modo migliore il carattere di compiutezza e totalità che caratterizza l’essere. Altri Eleati erano: Senofane, uno dei primi oratori di teologia, portò avanti la convinzione dell’errato antropomorfismo degli Dei, che secondo lui apparivano nella forma dell’essere che li percepiva. Zenone, allievo Parmenideo che difese le posizioni del Maestro dopo la sua morte, è chiamato perciò da Aristotele “inventore della dialettica” intesa come tecnica di discussione a partire dalle premesse ammesse dall’avversario. Utilizzava inoltre molto le cosi dette dimostrazioni per assurdo. Melisso, originario di Samo, scrisse un’opera simile a quella di Parmenide, nonostante il suo essere avesse perso la squisita astrattezza Parmenidea per divenire sostanza fisica estesa nello spazio e nel tempo.

Empedocle: la cosmologia. Empedocle: Agrigento (Sicilia), 490-25 a.C. Sulla Natura – Purificazioni (poesia) Nella cosmologia di Empedocle sullo sfondo delle incessanti trasformazioni del mondo permangono costanti e indistruttibili le radici (elementi: Acqua, Terra, Aria e Fuoco), le quali sono la molteplicità che sottende il tutto. Le radici si mescolano secondo i due principi di Amore e Odio che ne determinano l’aggregazione e la disgregazione.

L’opera di questi due principi ricade sull’universo nella sua totalità come su ogni oggetto dell’universo, viventi compresi, e attraverso il tempo è causa di cicli che sono caratterizzati in un caso dalla pace e nell’altro dalla disgregazione (è il caso del periodo attuale). Gli interpreti antichi attribuiscono alla cosmologia empedoclea il principio gnoseologico de “il simile conosce il simile”, giustificato dal fatto che l’uomo per Empedocle, come del resto tutto il mondo animale, non rappresenta un’eccezione rispetto alla composizione degli altri oggetti dell’universo.

Seconda conseguenza della cosmologia è la teoria della trasmigrazione delle anime, già orfica e pitagorica, abbracciata dal filosofo col nome di demone, inteso come costante al di sotto della vicenda ciclica.

Simonetta Nannini, il poema filosofico

Ipotesi moderne sulla scelta del poema filosofico come nuovo genere letterario. Senofane – Parmenide – Empedocle. Con “Poema filosofico” intendiamo un genere particolare in versi esametrici (Come quelli di Omero o Esiodo) di carattere filosofico attribuibili a ben pochi autori: Senofane, Parmenide ed Empedocle. L’esposizione di complesse teorie filosofiche in versi dovette suscitare notevole scalpore. Plutarco sostiene che fossero opere che “dalla poesia hanno preso in prestito il metro e lo stile elevato”. Ci troviamo in un’epoca in cui i filosofi avocavano a sé una forma di sapienza che attinga “alla verità”, e non “all’opinione”, attaccando i poeti per l’influsso che esercitano sul pubblico senza trasmettere nulla di utile e per di più mentendo, un’epoca in cui inoltre la prosa filosofica era stata già inventata e sperimentata, oltre al fatto che molti preferivano ancora la trasmissione orale (Pitagora e Socrate ad es.).

La prima risposta moderna circa l’utilizzo del poema filosofico è di tipo geografico: la Ionia avrebbe visto l’evolversi della prosa, mentre la Magna Grecia sarebbe stata più tradizionale nell’utilizzo della poesia. Questa teoria cade però obiettando il fatto che Senofane, oltre ad aver lasciato la città natale a 25 anni, avesse poi condotto l’attività di rapsodo itinerante. Nell’indagine andrebbe poi separato Senofane (che è probabile avesse scelto di esprimersi in versi solo per il successo e la fama del vasto pubblico) da Parmenide ed Empedocle (che invece erano probabilmente accomunati dal concetto che la sapienza, la verità, giungesse dal divino, che si esprimeva unicamente in versi).

Un’altra teoria valida è che la prosa, alle sue origini, non fosse ancora abbastanza maturata e diffusa, motivo per cui scegliere il tradizionale poema; per Parmenide ed Empedocle i versi sembrano agevolare il ricordo e sintetizzare il pensiero, mentre per Senofane rappresentavano un mezzo per conquistare la stessa diffusione ed influenza che la poesia epica aveva guadagnato in passato con Omero o Esiodo.

Maria Michela Sassi, Anassagora e Democrito

Il Nous di Anassagora. Anassagora: Clazomene (Ionia), 500 a.C. – Lampsaco, 428 a.C. Il nous di Anassagora (anche Intelligenza o Intelletto) è una entità cosmica indipendente e separata dal resto, che nella sua visione cosmologia generò il moto vorticoso dei semi, dando forma al mondo di mescolanza e separazione come noi lo conosciamo. Il progredire della rotazione fece sì che la massa confusa originaria si separasse per riaggregarsi, secondo un meccanismo di somiglianza, così da formare composti sensibili, caratterizzati secondo il grado di prevalenza di certi semi. Questo intelletto ordinatore fa di Anassagora il primo teorizzatore di un nous.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/07 Storia della filosofia antica

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