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De Romae monarchia (753 – 509 a.C.) dell’Urbe senza tempo

Per ricostruire la storia – non soltanto in età regia – si deve ripartire da fonti di natura diversa: archeologico-epigrafiche e letterarie.

Queste ultime, e in particolare le fonti storiografiche, costituiscono il primo blocco compatto di informazioni con le quali confrontarsi e, sebbene ci offrano un chiaro quadro narrativo, una cronologia articolata e una notevole quantità di informazioni, tuttavia parliamo di opere composte in epoche molto posteriori rispetto agli eventi che narrano. Questo è un primo motivo d’allarme.

Sino al IV secolo a.C. Roma non compare menzionata nelle opere storiografiche greche; quando poi si darà il via al processo d’espansionismo romano nell’Italia meridionale, risalente proprio alla metà del IV sec., allora ci si preoccupò di organizzare le informazioni disponibili.

Fabio Pittore e Cincio Alimento furono i primi storici annalisti romani e composero le loro opere – che a noi giungono assai naufragate – in greco, sul finire del III sec. Ma anche la prima storiografia romana in lingua latina, Catone Origines, ci giunge frammentata.

Altre notizie sulla primissima strutturazione cittadina della città sono desumibili, a seguito di un processo di attenta epurazione dal fatto e dalla narrazione mitica, dai primi poemi epico-storici della latinità, quelli di Nevio e di Ennio.

E la versione “canonica” della leggenda che presiede alla fondazione dell’Urbe, attestata in Livio, Virgilio e Dionigi di Alicarnasso, risale alla piena età augustea, prodotto di una libera reinterpretazione della tradizione precedente, nella quale trionfano la patina letteraria quanto la coloritura artistica sull’attendibilità storica.

Livio e Dionigi sono i primi storici – entrambi di fine I sec. a.C. e inizi I d.C. – di cui possiamo leggere opere incentrate anche sulla Roma arcaica: il primo compose 142 libri dalla fondazione dell’Urbe e fino a tempi suoi contemporanei, ammettendo difficoltà per raccontare quanto accaduto prima del 390 a.C., cioè prima del sacco di Roma da parte dei Senoni, che comportò la perdita delle fonti di quella prima epoca, mentre il secondo, sempre dalla fondazione, si arrestò allo scoppio della prima punica, 264 a.C., avendo come obiettivo di provare l’origine ellenica dei Romani, nella sua lettura originati per ondate migratorie successive provenienti dalla Grecia; ampio spazio dava anche alla leggenda di Enea e delle sue vicende nel Lazio, che trovava riscontro nei versi dell’Eneide virgiliana.

Enea, Romolo e la dinastia dei re albani

Proprio dell’arrivo di Enea, della sua venuta nel Lazio e della sua connessione con Roma si è dibattuto a lungo, arrivando a comprendere che almeno dal IV sec. a.C. cominciò a prendere piede la leggenda di un eroe indigeno: Romolo, il primo romano. Enea per Dionigi, e non solo per lui, fondò Lavinium, e tra questa città e Roma passano ben tredici generazioni: la dinastia dei re albani. È Romolo che fonda dunque Roma, anche se già Fabio Pittore e Diocle di Pepareto, nel corso del III sec., sembrano aver sistematizzato questa duplice storia, canonizzando la tradizione.

Con la comparsa della scrittura a Roma alla fine del VII sec., poi, la situazione non migliora e le prime iscrizioni pervenuteci non danno grosse informazioni: per la ricostruzione di una qualche memoria condivisa attinente alla prima e alla seconda fase monarchica giocò un ruolo fondamentale la tradizione orale.

E ancora con i primi secoli repubblicani, e in generale per le notizie dal VII al V sec., il quadro è assai problematico. Quanto di successivo ci è poi stato trasmesso non è necessariamente tutto falso, sebbene la storiografia e l’antiquaria avessero potuto inventare decine di personaggi protagonisti e immaginare altre magistrature o istituzioni, non l’hanno fatto, perché hanno costruito a partire dagli elementi che avevano e, per dirla tutta, a parte la leggenda di fondazione, disponevano davvero di una base informativa assai limitata.

La versione più nota del mito di fondazione di Roma lega tra l’arrivo di Enea nel Lazio e l’atto iniziale di Romolo la dinastia dei re albani. Virgilio nel libro primo dell’Eneide ci informa che: Alba Longa è fondata da Iulo/Ascanio, il figlio di Enea, trent’anni dopo la città fondata dal suo stesso padre, Lavinium.

Il conditor di Roma e primo rex è, però, Romolo, figlio di Marte e Rea Silvia, figlia di Numitore, ultimo re di Alba – che il fratello minore Amulio aveva illecitamente spodestato dal trono.

Un’eco del futuro magnum proelium che Roma avrebbe ingaggiato con Cartagine fu poi anche sintetizzata nella leggenda se Enea, dopo essere stato accolto nel regno della nascente Cartagine dalla bellissima Didone, è costretto dal fatum ad abbandonarla e se quest’ultima, suicidandosi, gli maledice tutta la sua futura discendenza, promettendo un ultor ergersi dalle sue ceneri – prefigurazione nella mente del successivo Virgilio dello spettro di Annibale.

Apparirà a questo punto ben chiaro quanto la peculiare sintesi della leggenda di Romolo con quella di Enea sia senza dubbio fuoriuscita col proseguo dei secoli, con materiali indigeno-greci, ma anche etruschi.

Particolare attenzione sarà poi da accordarsi alla città di Alba Longa, il cui territorio era dominato dal monte Cavo, sede del famoso santuario di Iuppiter Latiaris, ove si riuniva una delle più antiche e famose leghe politico-religiose del Latium Vetus, alla cui testa si imponeva proprio Alba prima d’essere rasa al suolo dai romani. Alba, forse, oggi potrebbe identificarsi con la cittadina di Castel Gandolfo.

Il periodo monarchico e i sette re

Stando alla tradizione – che abbiamo già ricordato essere successiva – il periodo monarchico si fa iniziare al 753 a.C., ovvero quando nacque la città, data varroniana, e terminare al 509 a.C., quando comincia la res publica.

In questo periodo in Roma avrebbero regnato sette re: Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo.

A Romolo si attribuisce la creazione di un primo senato di cento membri, oltre ad altre istituzioni politiche; a Numa i primi istituti religiosi; a Tullio una serie di successi bellici, tra cui la presa e la distruzione di Alba; ad Anco la creazione del porto di Ostia, alle foci del Tevere, oltre ad altre colonie.

Con il primo Tarquinio si apre la seconda fase della monarchia romana, quella dominata dall’influenza etrusca: al Prisco sono attribuite importanti opere pubbliche; a Servio la costruzione delle prime mura della città, mura serviane, e l’istituzione dei comizi centuriati, la più importante assemblea elettorale romana; in ultimo, il Superbo assume i tratti tipici del tiranno che infligge ai cittadini ogni tipo di vessazione.

Un racconto del genere ha chiaramente i suoi innumerevoli problemi di attendibilità storica, anche perché chi ci informa di ciò lo fa molti secoli dopo i fatti. Cerchiamo, dunque, di capire su quali fonti poterono basare il loro lavoro di ricostruzione gli storici romani per le proprie non originali ricerche.

Le fonti degli storici romani

  • Livio e Dionigi riprendono i primi annalisti romani, in particolare Fabio Pittore, ma utilizzano anche Catone il Censore. In generale, quindi, altre opere storiche per noi perdute.
  • Attraverso la tradizione familiare: nella Roma della Repubblica la competizione politica era dominata dalle varie gentes aristocratiche che alimentavano la propria propaganda di lustro celebrando le glorie avite, specie pronunciando elogi funebri in apposite cerimonie. I primi storici, aristocratici anche loro, poterono attingere anche da queste circostanze informazioni utili.
  • La tradizione orale, difficilissima da stabilire e pericolosissima; ma è verosimile che storie sulla fondazione dell’Urbe fossero tramandate di generazione in generazione, con naturalmente tutte le distorsioni del caso. E come canale di trasmissione sono stati indicati i canti celebrativi delle imprese dei personaggi illustri, che si recitavano a simposio.
  • I primi storici – che seguono una medesima struttura narrativa, consistente nel menzionare per ogni anno narrato i nomi dei magistrati principali e gli eventi ritenuti degni nota. Sicuramente importanza inderogabile in questo senso rivestirono gli Annales dei Pontefici, ovvero le registrazioni sommarie degli avvenimenti fondamentali, anno per anno, tenute dalla suprema autorità religiosa in Roma. Gli eventi salienti erano riportati su una tavoletta di legno che veniva poi sbiancata con la calce, che il pontefice esponeva al di fuori della propria abitazione. Secondo la tradizione, nel 130 a.C., fu il pontefice Mucio Scevola li pubblicò con il nome di Annales Maximi. Il problema, come si intende, sussiste nel fatto che nemmeno queste raccolte risalivano direttamente all’età regia.

Importanti informazioni possono poi giungere dall’antiquaria e dalle ricerche di quei già dotti eruditi romani che, a partire dal II sec. a.C., si dedicarono al passato romano e alla sua ricostruzione. Interessi precipui di questi eruditi – dei quali il “caposcuola” è senza dubbio alcuno la figura di Marco Terenzio Varrone, di I sec. a.C. – furono la lingua, l’etimologia delle parole, le istituzioni politiche e militari, la vita familiare, le procedure legali, la religione e i costumi, e molto altro ancora.

Tradizione orale e ricostruzione storica

Alla tradizione orale oggi la ricerca moderna assegna senza dubbio un ruolo preminente circa la successiva elaborazione storiografica.

Tutto sta nel capire:

  • Chi trasmette, che cosa viene trasmesso e per quale scopo.
  • Quanto è passato dalla tradizione orale nella ricostruzione storica.

Non sembra poi particolarmente difficile comprendere che le tradizioni orali variano a seconda degli usi e dell’ambiente sociale: è evidente che le tradizioni gentilizie, relative alle gens, fossero del tutto diverse rispetto da quelle appartenenti agli strati popolari.

Inoltre appare verosimile sostenere che un buon numero di dati relativi a eventi storici deve essere stato trasmesso nell’ambito delle famiglie nobili.

Il nocciolo della questione sta tutto nel capire in che modo sia stata operata la selezione del materiale trasmesso, e dunque il significato ultimo di tale selezione, anche perché a Roma la letteratura, la storiografia e il dramma vennero inaugurati soltanto nella seconda metà del III sec. a.C. e quindi solo in questa fase vennero creati i primi documenti scritti che potevano essere consultati quando lo si voleva o fosse necessario; appare, del resto, ancora più palese che non è lecito pensare che il prima fosse del tutto indistinto, dai tratti semibarbarici: i romani non possono non aver riflettuto anche in precedenza sulle loro origini e sulla natura della loro comunità.

E, per sancire ancor meglio il discorso in maniera quasi icastica, si può dire che la natura dell’oralità in Roma arcaica non è del tutto al di fuori dell’ambito della congettura razionale.

In questo senso, affascinante anche se – forse frettolosamente – per lo più respinta, è la nota teoria del fondatore della moderna storiografia su Roma arcaica, il danese Niebuhr che, all’inizio del XIX secolo, sosteneva che le leggende e le tradizioni di Roma monarchico-arcaica si erano venute a formulare per i canti recitati nei banchetti noti come carmina convivalia, ancora nel II sec. ad una figura di un certo peso storico, politico e letterario come Catone il Censore. È come se si dovesse immaginare un vero e proprio corpus di poesia eroica tradizionale successivamente andato perduto.

Sebbene l’archeologia già per il VII, e in taluni casi addirittura per l’VIII sec. a.C., attesti la pratica simposiaca tra le élite locali sia del Lazio quanto dell’Etruria e appaia possibile una trasmissione di questi canti tra i sodales del convivium anche in Roma monarchica, basati sulla celebrazione dei grandi fatti dei membri di queste aristocrazie, non si può immaginare che questa pratica avvenisse nella maniera assai sofisticata elaborata dal Niebuhr e, soprattutto, perché questa riguardava esclusivamente le classi dirigenti, non avendo una base più tipicamente e ampiamente popolare.

Ciò che davvero manca ad oggi è quello che è stato a più riprese denominato come “anello di congiunzione” mancante tra la fase favolistico-mitologica del pensiero romano e quella più compiutamente storiografica.

Lo storico contemporaneo inglese Peter Wiseman invece sembra porre l’accento sulla pratica del trionfo e dei pubblici onori che venivano tributati sin dall’età arcaica da parte del popolo romano ad un atto degno di memoria di un personaggio in vista e popolare. Ecco, questo evento veniva celebrato poi tra le classi dirigenti attraverso la rielaborazione nei carmina, mentre per la massa degli illetterati tramite le ballate di cantastorie itineranti.

Forse maggiore impatto sul popolo avrebbero potuto avere le primissime rappresentazioni drammatiche, ma lì poi si tratterebbe di capire quali forme di rappresentazioni potessero aver luogo in questa Roma preletteraria.

La documentazione archeologica, qua e là, può aiutare a disvelare o ad arricchire il quadro fornitoci dalla tradizione. A parte la dedica di un calice di bucchero nel santuario di Veio da parte di un personaggio che si specificherà meglio in seguito, Aulo Vibenna, e di un’iscrizione in latino arcaico che nel santuario di Mater Matuta,

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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