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De rei publicae bellis (508 – 133 a.C.)

Le principali fonti narrative inerenti alle guerre espansionistiche in Italia da Roma condotte sono simili alle già precedentemente analizzate e, purtroppo, di nessuna di esse ci è giunta in forma completa: il nostro Dionigi si arresta al 444, Diodoro al 302, Livio al 293 con la prima decade e la parte della Storia romana di Cassio Dione che narrava di questi eventi non ci è altrettanto giunta, se non in pochi frammenti.

Si può menzionare Appiano di Alessandria, attivo alla metà del II sec. d.C., che organizzò la sua Storia romana in libri dedicati alle singole guerre: per il periodo considerato hanno rilievo i libri sulle Guerre italiche, sulle Guerre sannitiche (in cui si narrava anche delle guerre pirriche) e sulle Guerre celtiche, ma tutte queste sezioni dell’opera appaiono essere assai mutili.

Utili possono essere le vite plutarchee di Coriolano e Camillo, oltre che la Vita di Pirro. Fondamentale, inoltre, è l’excursus di due Storie di Polibio, che ci informano dei diversi trattati che Roma e Cartagine conclusero prima dello scontro fra loro, oltre che condurre una rapida sintesi dei rapporti fra Roma e le popolazioni celtiche, prima dello scoppio della grande guerra gallica del 225 a.C.

Importanti anche i documenti epigrafici: in primo luogo i Fasti trionfali, che ci permettono di ricostruire le cerimonie trionfali concesse ai grandi vincitori delle campagne militari del periodo, consentendoci di poter seguire lo sviluppo dei maggiori conflitti; poi le Lamine auree da Pyrgi, che gettano luce sui buoni rapporti esistenti in questo periodo tra alcune città dell’Etruria e la fenicia Cartagine; e meritano una menzione anche le iscrizioni contenenti elogia funebri provenienti dal complesso sepolcrale della famiglia gentilizia dei Cornelii Scipioni, in particolare l’elogium di Scipione Barbato, in cui troviamo importanti menzioni alla terza guerra sannitica, conflitto nel quale il nobile fu protagonista.

Le fonti archeologiche, in ultimo, pur abbondanti, sono forse più utili per osservare in Italia il consolidamento dell’egemonia romana che non la fase della vera e propria conquista, e sono comunque di difficile interpretazione.

Roma, la Lega latina e il foedus Cassianum

Alla cacciata dei Tarquini Roma controllava un territorio nel Lazio abbastanza esteso che si estendeva dal Tevere alla regione Pontina, fino a Terracina. È quanto anche ci conferma il primo trattato attestatoci da Polibio tra Roma e Cartagine e risalente al primo anno della Repubblica: la città punica si impegnava a non attaccare Ardea, Anzio, Lavinio, Circei e Terracina, oltre che ogni città laziale soggetta a Roma; se poi un esercito punico avesse conquistato una città laziale non ancora soggetta all’Urbe, allora doveva consegnarla all’alleata.

Comunque sia tra la fine del VI e l’inizio del V secolo tutto questo sembrò rischiare di crollare definitivamente. Le città laziali sfruttarono le difficoltà interne di Roma per affrancarsi dalla sua egemonia, e adesso esse appaiono riunite in una importante lega – dai molti tratti ancora misteriosi – ovverosia la “Lega Latina”, nella quale vigevano tre diritti fondamentali: lo ius connubii, il diritto di contrarre matrimoni tra i cittadini delle diverse poleis laziali; lo ius commercii, il diritto di siglare contratti aventi valore legale fra cittadini appartenenti a comunità diverse; e infine lo ius migrationis, la possibilità che ogni latino aveva di assumere i pieni diritti civici in una comunità diversa da quella sua di origine semplicemente prendendovi residenza.

Un ultimo elemento noto della Lega è che un dittatore era il supremo comandante dell’esercito. La Lega latina si dimostrò abile in battaglia già nel conflitto di Aricia, quando – insieme al tiranno cumano Aristodemo – sconfisse il figlio di Porsenna, Arrunte.

Ma pochi anni dopo l’alleanza cercò di estendere il suo dominio persino su Roma: secondo le fonti la guerra sarebbe stata scatenata da Ottavo Mamilio di Tuscolo, il quale voleva riproporre sul trono dell’Urbe l’esiliato Superbo, ma in realtà il ruolo di quest’ultimo sembra sia stato secondario.

Comunque sia i due eserciti rivali si fronteggiarono in una epica e mitica battaglia presso il lago Regillo (496 a.C.) e i Romani, guidati dal dittatore Aulo Postumio Albo, riuscirono a sbaragliare i nemici, complici anche dell’aiuto – a detta della tradizione – superno dei Dioscuri, Castore e Polluce, e che per questo meritarono l’erezione di un tempio loro dedicato nel Foro. Ma, soprattutto, l’epilogo della battaglia permise la stipulazione di un trattato tra le due forze che avrebbe regolato i rapporti tra Roma e i Latini per 150 anni.

Il trattato in questione fu concluso solo nel 493 per opera del console di quell’anno Spurio Cassio, di qui la denominazione di foedus Cassianum: prevedeva che le due parti si impegnavano a mantenere la pace, risolvere amichevolmente eventuali dispute commerciali, a prestarsi aiuto in caso una delle due parti fosse stata attaccata da un nemico esterno e straniero.

Fu per lo più un accordo a scopi difensivi. Non è chiaro poi se l’esercito congiunto delle due parti fosse effettivamente sottoposto al comando di un generale romano, come le fonti, faziose, fanno intendere, o se le cose fossero diverse.

I bottini di guerra andavano spartiti equamente, sia in termini di oggetti mobili che territori conquistati.

Le colonie e l’alleanza con gli Ernici

Importante fu poi, in questa fase, l’inizio della deduzione coloniale operata da Roma, in parte, almeno agli inizi, sui territori strappati ai nemici. I cittadini dei nuovi centri provenivano sia da Roma che dai centri latini, inglobando talora anche la popolazione preesistente nel luogo in cui si insediava la colonia (467, Anzio: romani e latini mischiati ai Volsci nativi della zona; poi 459, ribellione contro Roma).

Sebbene le fonti, faziose, sopravvalutino il ruolo avuto da Roma, è più giusto parlare di “colonie latine” piuttosto che di “colonie romane” per queste fondazioni.

Nel 486 poi Roma sugellò una nuova alleanza, questa volta con gli Ernici, popolazione il cui territorio sorgeva incuneato tra quelli dei due popoli ostili degli Equi e dei Volsci, i cui termini sarebbero stati pressoché identici a quelli del trattato Cassiano.

Roma, così, cominciava a divenire il fulcro del blocco militare che si era venuto a creare.

Sabini, Equi e Volsci

Queste alleanze con Latini ed Ernici si dimostrarono subito molto prolifiche per Roma che di lì a poco si sarebbe trovata a dover fronteggiare le calate verso occidente di popolazioni appenniniche: i Sabini, gli Equi e i Volsci.

Il movimento più generale di queste popolazioni, dette osco-sabelliche, è una realtà storico-archeologica oramai ben documentata tra la fine del VI e gli inizi del V sec. Le loro regioni originarie erano poco adatte all’agricoltura e queste popolazioni erano caratterizzate da un forte indice di crescita demografica: dovevano migrare, e l’avrebbero fatto attraverso il meccanismo della “primavera sacra” (ver sacrum) – ogni anno di carestia, tutti i prodotti dell’anno venivano consacrati alla divinità, in particolare i bambini nati proprio in quell’anno, i quali una volta raggiunta la maggior età dovevano migrare in un’altra regione seguendo le indicazioni di un animale totemico (Piceni seguirono il picus, il picchio in lingua latina; Irpini l’hirpos, il lupo, in lingua osca; ma anche Apuli in Puglia, Lucani e Bruzi in Basilicata e Calabria, i Sanniti, una cui parte riuscì ad occupare le vecchie città etrusche e greche della costa campana, dando origine ai Campani).

Per tutto il V sec. le fonti ci tramandano memoria degli scontri che Roma, e i suoi alleati, ingaggiarono con le popolazioni montanare, in primis Equi e Volsci. È lecito pensare che non si trattò di vere e proprie guerre a battaglie campali, quanto piuttosto di razzie e minori scaramucce tra bande di armati, guerriglie: conflitti “a bassa intensità” che pur logorarono lo Stato romano e ne accrebbero la crisi economica, propria di questo secolo.

I Volsci riuscirono a conquistare in pratica tutto il Lazio meridionale, tutta l’area Pontina e le città latine di Terracina, Anzio, Velletri, e altre. Rimase viva memoria di questa avanzata, collocabile al 490 – 488 a.C., guidata dal rinnegato e traditore romano Gneo Marcio Coriolano, che – secondo la tradizione – fu fermato solo dalle preghiere della madre e della moglie, invece ancora rimasta a Roma. Questa storia ci fa comprendere, anche se in minima parte, come i Volsci non solo riuscirono ad impadronirsi di buona parte del Lazio, ma probabilmente arrivarono a minacciare la stessa Roma.

Gli Equi, nell’area dei Colli Albani, avanzarono conquistando la regione dei monti Prenestini e almeno due importanti città latine come Tivoli e Preneste, ma al passo dell’Algido nel 458 la coalizione romano-latina e con anche il supporto degli Ernici sconfisse il rapido avanzamento degli Equi, sotto il comando del dittatore Lucio Quinzio Cincinnato, che le fonti ci dicono aver appositamente lasciato le amate pratiche agricole al richiamo della patria ma che, una volta compiuto il suo dovere nei confronti dello Stato, subito tornasse all’aratro; divenne nel tempo esempio del comportamento virtuoso e della nobiltà dell’agricoltura.

Ancora all’Algido si ebbe nel 431 un importante successo romano contro gli eserciti coalizzati di Equi e Volsci.

Ancora più a nord Roma dovette vedersela con i Sabini. La tradizione registra una serie di campagne condotte dai Romani contro la Sabina, con svariate conquiste nella regione posta tra i corsi del Tevere e dell’Aniene, creando due nuove tribù rustiche, strumento in questa fase utilissimo per l’integrazione dei territori più contigui a Roma, la Claudia e la Clustumina.

Di significativa importanza e rapidità appare poi il raid condotto su Roma nel 460 dal sabino Appio Erdonio, il quale riuscì addirittura ad impadronirsi della rocca del Campidoglio e che fu cacciato solo grazie al soccorso di un esercito degli alleati di Tuscolo.

Le guerre veienti

Ma se contro queste popolazioni montanare, a vicende alterne, Roma poté almeno sempre contare sull’appoggio di Latini ed Ernici, da sola dovette affrontare un avversario molto meglio organizzato: la città etrusca di Veio, a 15 km a nord da Roma, sua avversaria per il controllo delle vie di comunicazione lungo il basso corso del Tevere e delle saline che si trovavano alla foce del fiume.

Si combatterono tre guerre veienti che attraversarono tutto il V sec., per concludersi solo all’inizio del successivo.

Prima guerra veiente

Nella prima guerra veiente (483 – 474), la città di Veio riuscì ad impadronirsi della città di Fidene, che si trovava sulla riva sinistra, quella “latina” del Tevere. Roma cercò di reagire, ma finì per incappare in una carneficina: un esercito di 300 soldati – e il contatto, qui, nelle fonti con l’eroica resistenza del sovrano spartano Leonida alle Termopili, non sarebbe potuto più esplicito – composto esclusivamente dai membri della gens Fabia e dai loro clienti fu annientato sul Cremera, piccolo affluente di sinistra del Tevere. Questa sconfitta fu forse anche l’epicedio di una forma di guerra, antica, “aristocratica”, condotta per clan, in favore di una, futura, nuova, affermantesi sul modello degli eserciti cittadini di opliti schierati a falange.

Bisogna precisare che i Fabii avevano interessi territoriali in queste zone, poiché il loro territorio terminava proprio sul Cremera, confinando con il nuovo territorio veiente: in pratica, questa gens cercò solo di difendere le proprie proprietà.

Comunque sia Roma, perdendo il primo conflitto, dovette riconoscere il possesso etrusco su Fidene.

Seconda guerra veiente

Nella seconda guerra veiente (437 – 426), i Romani, guidati dal generale Aulo Cornelio Cosso, vinsero in battaglia i veienti e lo stesso generale riuscì ad uccidere il tiranno della città nemica, Lars Tolumnio; Fidene, conquistata, venne distrutta dai Romani.

Terza guerra veiente

Nella terza guerra veiente (405 – 396) si combatté sotto le mura di Veio, in un assedio durato 10 anni e che Livio rimodella anche basandosi sul momento più alto dell’epica e quindi sull’assedio e sulla guerra iliaca; decisivo e determinante, nel racconto di Livio, il ruolo del conquistatore della città etrusca, Marco Furio Camillo, il quale – tramite l’evocatio – riuscì a sottrarre i veienti del loro nume protettore, Giunone, per la quale promise l’erezione di un tempio e l’istituzione di un culto in Roma, in cambio della vittoria per i romani.

Veio scontò il particolarismo delle città etrusche, non essendo supportata da nessuna città etrusca e vedendosi persino schierata contro l’etrusca Cere.

Dato che Veio fu presa in dieci anni, l’esercito dovette essere impegnato fuori città per molto tempo: fu, dunque, introdotto uno stipendium, per assicurare il sostentamento dei militari e delle loro famiglie; per pagarlo, venne introdotta una tassa straordinaria (tributum) che gravava in misura proporzionale sulle diverse classi dell’ordinamento censitario, a seconda delle proprietà, e ogni centuria doveva pagare la medesima somma.

Per concludere, la vittoria su Veio fruttò in primis la conquista di un ampio e fertile territorio, in parte ridistribuito a coloni in forma di proprietà privata, in parte lasciato indiviso in quanto ager publicus.

La calata dei Galli e il sacco di Roma

Ma per Roma si profilava una nuova minaccia da affrontare, ben più preoccupante: la calata dei Galli sulla città.

Per Livio, a causa del sovrappopolamento della Gallia alla metà del VI sec., queste genti barbariche avrebbero programmato un’invasione altamente pianificata: al comando di Segoveso si diressero in Spagna; con la guida di Belloveso in Italia. Questa fu la “prima invasione” gallica, che portò – dopo la vittoria sugli Etruschi – alla formazione della tribù degli Insubri, con la fondazione successiva di Mediolanum, l’odierna Milano.

Poi si ebbero nuove invasioni, con altre tribù, fino all’ultima tribù, quella dei Senoni, che occuparono l’ager Gallicus, poi noto come corrispondente alla Romagna meridionale e alle Marche settentrionali.

Per Polibio, invece, l’invasione celtica sarebbe da datarsi solo tra la fine del V sec. e i primi anni del IV sec. e, per di più, sarebbe avvenuta nel corso di una singola ondata.

Gli studiosi moderni preferiscono oggi la cronologia di Livio anche se rigettano la teoria dell’invasione violenta dei Galli nella pianura Padana; piuttosto preferiscono il concetto del “farsi della celticità”, prevedendo invece un lento infiltrarsi di queste popolazioni celtiche, assorbitesi e fusesi con le popolazioni autoctone dell’odierna Italia settentrionale.

Comunque sia, nel 390 a.C. i Senoni guidati dal proprio capo Brenno invasero l’Italia centrale, probabilmente per compiere quella che agli occhi degli storici moderni è parsa come una semplice opera di razzia; invasero la città di Chiusi, ove si trovavano anche tre ambasciatori romani, i quali collaborarono con i chiusini per cercare di rispondere all’attacco celtico.

In virtù dello ius gentium, era illegale per un ambasciatore mettere mano alle armi, ma gli ambasciatori romani, figli dell’influente Marco Fabio Ambusto, operarono ugualmente causando le ire dei Galli; questi cercarono risarcimento presso il senato, cosa che non ottennero e allora si diedero all’invasione di Roma.

L’esercito romano fu messo in rotta, in fuga, presso il piccolo affluente del Tevere, l’Allia, e finì per rifugiarsi tra le rovine di Veio; le Vestali, insieme agli oggetti sacri che avrebbero dovuto garantire la sopravvivenza dello Stato romano, trovarono ausilio a Cere.

Così Roma, priva di difese, fu presa e saccheggiata barbaramente e, dopo aver ricevuto un forte indennizzo dai Romani, i Galli svanirono tanto velocemente quanto erano comparsi e cercarono imprese altrove, alcuni con Dionisio di Siracusa per combattere contro le città greche dell’Italia meridionale.

Taluni studiosi hanno respinto l’interpretazione tradizionale di questo sacco di Roma, che voleva il fatto come la semplice conseguenza di una banda di razziatori senoni, ma piuttosto cercano di proporre una tesi maggiormente suggestiva ma, ad oggi, non comprovata: l’episodio per loro andrebbe inquadrato in un ben definito tentativo di Dionisio di colpire gli etruschi di Cere, e dunque gli alleati romani, sia dal mare che da terra, attraverso i suoi mercenari celti.

La tradizione storiografica romana ha tentato poi di riscattare l’empietà dell’accaduto: il Campidoglio avrebbe resistito eroicamente all’assedio e, proprio quando stava per capitolare, lo stesso vincitore di Veio Camillo sarebbe accorso in aiuto dei romani, mettendo in rotta l’esercito gallico. Ma la storiografia greca – che non aveva di questi problemi – già con Aristotele e Teopompo, storico di Chio, parlava di una vera e propria presa della città di Roma da parte celtica. Per Polibio, invece, i Galli sarebbero tornati al nord per fronteggiare un attacco portato ai loro territori dai Veneti, ma è ugualmente difficile crederlo, sempre piuttosto una giustificazione a posteriori dell’alleanza che, solo nel III sec., legherà in chiave antigallica romani e veneti.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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