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De rei publicae dissolutione (133 – 31 a.C.)

La maggior parte delle opere storiche di questo periodo è andata perduta, ci si deve basare pertanto su scrittori più tardi, che però a volte possono incappare in pesanti anacronismi.

L’annalistica media e recente

Dell’”annalistica media”, pressoché contemporanea all’età graccana, con esponenti quali L. Calpurnio Pisone Frugi, C. Fannio, Cn. Gellio, non ci resta nulla.

Sempronio Asellione compose invece sempre in quest’epoca un’opera monografica che non ci è giunta, in cui si narrava del periodo dal 146 al 90 a.C.

Dell’”annalistica recente”, perdute sono anche le opere d’età sillana e cesariana: Q. Claudio Quadrigario, Q. Valerio Anziate, C. Licinio Macro, Q. Elio Tuberone; accanto ai quali possiamo ricordare altri, dal taglio maggiormente monografico, a giudicare dai pochissimi resti: P. Rutilio Rufo, Q. Lutazio Catulo, L. Cornelio Sisenna, pretore nel 78 e autore di Historiae monografiche che vennero continuate da Sallustio stesso.

Gli storici in lingua greca

Tra gli storici in lingua greca operanti in questo periodo vi è ancora Polibio, la cui opera però si arrestava al 146 e veniva integrata fino al 133 solo attraverso la perduta “appendice” della Guerra di Numanzia; Posidonio di Apamea, in Siria, scrisse delle Storie dopo Polibio in 52 libri che abbracciavano il periodo dal 145 all’85 a.C., anch’esse perdute.

Strabone di Amasea, nel Ponto, sotto Augusto continuò l’opera polibiana, ma le sue Storie dal 146 e fino alla morte di Cesare non ci sono giunte. Parte di questo materiale è, però, per noi leggibile in un’altra sua opera, la Geografia, in 17 libri, conservatasi quasi completa, nella quale l’autore descriveva il mondo noto ai suoi tempi.

Le fonti latine e l’epigrafia

Molte informazioni sul periodo, per passare al versante della lingua latina, ce le danno le opere di Cicerone, mentre la sezione dell’opera di Livio relativa a questo frangente della storia romana non ci è stata tramandata.

Poi, storiograficamente importanti e di netta impronta antigraccana, sono le opere storiche di Velleio Patercolo, di L. Anneo Floro, di Eutropio e di Paolo Orosio.

Ma ancora Valerio Massimo, Gellio e Macrobio risultano essere utili; e anche Diodoro Siculo, Cassio Dione, le Storie Filippiche di Pompeo Trogo e Pausania.

Di notevole interesse e importanza storica sono poi le Vite di Tiberio e Caio Gracco dello storico Plutarco di Cheronea e i primi ventisette capitoli del I libro delle Guerre civili di Appiano di Alessandria.

L’epigrafia poi, sia in lingua latina che in lingua greca, viene in aiuto agli storici per la ricostruzione di questo periodo: decreti relativi al regno di Pergamo; decreto dell’assemblea federale dei Tessali; cippi confinari rinvenuti in diverse località dell’Italia, testimoni delle commissioni per l’assegnazione dei terreni.

Per il periodo più strettamente andante dai Gracchi alla guerra sociale (121 – 88), oltre ai soliti Velleio Patercolo, Cassio Dione, Diodoro Siculo, Floro e Appiano, chiaramente con Livio perduto, è con la Guerra Giugurtina che G. Sallustio Crispo va a lasciarci uno tra i primi esempi di monografia storica della letteratura romana, ma altre informazioni sono desumibili dalle opere filosofiche, politiche e retoriche di Cicerone.

Brevemente, per quanto concerne i materiali documentari diretti, si possono ricordare: alcuni cippi confinari iscritti, miliari, iscrizioni frammentarie e scavi di fondazioni coloniarie aiutano a comprendere il processo di distribuzione delle terre dopo i Gracchi; la lex Piratica, in lingua greca, nota da due frammenti provenienti da Delfi e da Cnido; e il decreto latino, utile per comprendere le vicende della guerra sociale e per i problemi della concessione della cittadinanza romana, di Cn. Pompeo Strabone da Asculum (89 a.C.).

L’età dei Gracchi e la degenerazione dello Stato romano

La tradizione storiografica antica, nella sua perenne polemica contro il tribunato della plebe – giudicata come la più “eversiva e perniciosa” di tutte le cariche – individuava canonicamente nell’età dei Gracchi l’origine della degenerazione dello Stato romano e l’inizio delle guerre civili.

È, certamente, una schematizzazione eccessiva, ma è indubbio del resto che proprio in tale periodo siano drammaticamente venuti a maturazione e in piena evidenza fenomeni e problemi tra loro connessi, preesistenti e risalenti con le proprie radici agli squilibri creati dall’espansione stessa di Roma.

Le trasformazioni economiche e sociali

La guerra annibalica aveva gravemente piegato, tra le altre cose, l’agricoltura italica e i suoi assetti economici, mentre le continue campagne oltremare avevano tenuto i Romani e gli alleati a lungo lontano dalle loro case e dai loro poderi; però, le conquiste esterne avevano pur saputo portare molte ricchezze, certo, ancora nelle mani di pochi, oltre che un’immensa massa di schiavi in Italia e la massiccia penetrazione di idee greche in Roma e nella penisola tutta.

I bottini conquistati, i pesanti indennizzi di guerra riscossi: tutto, in effetti, aveva contribuito a far affluire nell’Urbe ingenti capitali, andanti a modificare una struttura sociale ed economica rimasta fino ad allora sostanzialmente agricola.

Queste nuove ricchezze permisero anche nuove e vaste attività di sfruttamento e di opere pubbliche: acquedotti, canali, ponti, strade, nuovi spazi d’uso pubblico e di culto, interventi edilizi e di abbellimento nell’Urbe, che non erano demandate dallo Stato, ma appaltate a privati.

I Romani si erano poi introdotti nei grandi commerci mediterranei: olio, vino, grano, beni di lusso, schiavi; e i negotiatores, gli uomini d’affari, cominciarono a diffondersi a macchia d’olio per le province di recente acquisite.

Il tutto aveva fatto fare fortune ai senatori, che spesso effettuavano tali attività attraverso la loro rete clientelare e quindi grazie a dei prestanome, ma anche erano riusciti a favorire l’ascesa degli equites, i cavalieri, ovvero tutti coloro che appartenevano alle diciotto centurie equestri dell’ordinamento centuriato, il cui livello di censo, circa 400.000 sesterzi, che nel II sec. a.C. costituivano un reddito medio-alto, era un prerequisito anche per l’accesso e la permanenza nel senato.

Facevano parte dei cavalieri i figli e i fratelli dei senatori, ricchi proprietari terrieri, pubblicani e uomini d’affari, di norma esclusi dalle cariche pubbliche, ma che facevano valere i propri interessi attraverso qualche legame familiare interno al senato.

Tutti questi ambienti avevano prepotentemente contribuito alla diffusione in Italia e a Roma dell’ellenismo: i rampolli dei Romani più ricchi erano cresciuti, educati e istruiti abitualmente da nutrici e precettori di cultura greca e sempre più di frequente schiavi greci colti amministravano con competenza case, proprietà e patrimoni dei loro padroni, o ne curavano la mensa e il servizio domestico oppure ancora l’aspetto o la salute fisica.

La crisi dell’agricoltura italica

Ma oramai la fisionomia dell’agricoltura italica era sempre più alterata: il massiccio ricorso alla manodopera servile, l’importazione – specie dalla Sicilia – di grandi quantità di grano e di materie prime, la spinta verso colture più speculative costituirono una concorrenza sempre più rovinosa per la tradizionale agricoltura d’autosussistenza.

In più, i piccoli proprietari terrieri, trattenuti a lungo lontani dalle proprie terre a causa dei conflitti extraitalici, dovettero solo optare per la vendita delle loro proprietà. Oramai la concezione e la tendenza verso una forma di agricoltura incentrata su prodotti destinati alla commercializzazione più che all’autoconsumo, olio, vino, bestiame, bisognosa di vaste superfici coltivabili e fondata su abbondante manodopera, andava sempre più acuendosi.

Si sviluppò il modello della villa rustica, la grande azienda agricola, basata sullo sfruttamento intensivo di personale schiavile e diretta da schiavi-manager, i vilici, che facevano lavorare schiavi-operai e artigiani, oltre a schiavi-agricoltori.

Chi, tra i tanti piccoli proprietari terrieri, vendeva, affluiva poi a Roma nei più dei casi in cerca di una occupazione migliore che la città poteva teoricamente offrire; ecco spiegata la crescita demografica di Roma in questa fase, che la portò a divenire la grande metropoli da oltre un milione di abitanti alla fine dell’epoca repubblicana, con tutti i problemi di sussistenza e di approvvigionamento del caso.

Le rivolte servili in Sicilia

Proprio perché si moltiplicarono a dismisura le grandi tenute a personale schiavile e il dilatarsi di zone destinate al pascolo, amministrate da schiavi-pastori armati, si crearono i presupposti per ripetute rivolte servili.

La Sicilia fu il teatro di questi primi moti schiavili eversivi in virtù del fatto che era forse l’ala dell’Italia del tempo ad avere più diffusi ed estesi latifondi e pascoli: un primo moto si ebbe tra il 140 e il 132, e poi di nuovo nel 104 – 100 a.C., che, un po’ per sottovalutazione della faccenda da parte di Roma, un po’ per le tecniche intelligenti di banditismo e guerriglia innescate da questi ribelli, furono domate solo a fatica dall’Urbe.

La prima rivolta scoppiò ad Enna, dove Euno – schiavo siriaco che prese anche il nome dinastico dei sovrani della sua terra, Antioco – si pose a capo della ribellione; un secondo focolaio si ebbe nei pressi di Agrigento, sotto la guida di Cleone, uno schiavo cilicio, che fu fermato solo con l’invio di tre consoli nell’isola.

L’ultimo di essi, Publio Rupilio, nel 132 spense i focolai di vendetta e riorganizzò, coadiuvato da una commissione senatoriale di dieci membri, amministrativamente la provincia attraverso una serie di ordinamenti destinati a durare, noti nelle fonti con il nome di Lex Rupilia.

Optimates e populares

Allora all’interno della stessa aristocrazia si vennero a creare due fazioni distinte: optimates e populares, in virtù dell’accelerarsi dei mutamenti nella compagine sociale che si ripercosse anche sugli stessi equilibri che avevano da sempre caratterizzato la classe dirigente.

I primi si richiamavano alla tradizione avita, si definivano i boni, la “gente dabbene”, sostenitori dell’autorità e delle prerogative del senato; i populares, invece, si consideravano i difensori del popolo, il quale come abbiamo visto conduceva un’esistenza miserevole, e propugnavano la necessità di ampie riforme in campo politico e sociale, tra le quali le prime tre “leggi tabellarie”, ovverosia concernenti l’espressione scritta del voto: nel 139 nei comizi elettorali; nel 137 nei giudizi popolari; nel 131 nei comizi legislativi.

L’ager publicus e la riforma agraria

Le guerre di conquista avevano poi fatto crescere a dismisura l’ager publicus, che era per lo più concesso a privati dallo Stato secondo la meccanica dell’occupatio, che poteva essere revocato a sua discrezione; per occupare parte dell’agro demaniale i detentori dovevano pagare un vectigal, un canone del tutto irrisorio che non sempre lo Stato finiva per esigere davvero.

Con la crisi della piccola proprietà terriera, l’agro pubblico finiva per concentrarsi nelle mani di pochi grandi e ricchi proprietari latifondisti; di qui, il bisogno di norme che mirassero a restringere, o comunque limitare, l’estensione di terre che potevano essere legittimamente occupate da ciascuno.

Nel 145, o nel 140, il grande amico di Scipione Emiliano, Caio Lelio, uomo della vecchia nobiltà, aveva provato a regolamentare un po’ la questione ma, essendosi messo contro l’opposizione concorde dei senatori, che più di tutti beneficiavano dell’assenza di limiti nel possesso di terre demaniali, preferì rinunciare al proprio progetto riformatore e lo ritirò.

Tiberio Sempronio Gracco era il figlio dell’omonimo padre trionfatore sulla Spagna e di Cornelia, figlia di Scipione Africano, e nell’anno del suo tribunato della plebe, 133 a.C., volle riprendere il tentativo di operare una riforma agraria tramite norme che limitassero la quantità di agro pubblico posseduto.

Il progetto di legge agraria che Tiberio propose nel 133 fissava all’occupazione di agro pubblico un limite di 500 iugeri, circa 125 ettari, con l’aggiunta di 250 iugeri per ogni figlio fino forse a un massimo di 1000 iugeri, 250 ettari, per famiglia.

Un collegio di triumviri, eletto dal popolo e formato dallo stesso Tiberio, dal fratello minore Caio Gracco e dal suocero Appio Claudio Pulcro, presidente del senato, avrebbe poi avuto il compito di mettere in pratica la riforma, recuperando anche i terreni in eccesso, che dovevano essere poi assegnati ai cittadini più poveri in piccoli lotti, forse di 30 iugeri, 7,5 ettari, per persona e inalienabili.

I fondi necessari di quest’operazione sarebbero stati recuperati dal tesoro di Attalo III, ultimo sovrano pergameno che in quegli anni era morto senza eredi lasciando così il regno in eredità agli alleati di Roma.

Lo scopo di tutto questo era quello di conservare un ceto di piccoli proprietari terrieri, anche per fornire una base di reclutamento per l’esercito; i senatori, però, tutti grandi proprietari, malvidero questa riforma che avrebbe gravemente colpito i loro interessi, loro che avevano occupato da tempo, pur abusivamente, territori che consideravano propri e che adesso avrebbero potuto perdere, e allora si opposero, avvalendosi del veto continuato di un altro tribuno della plebe, Marco Ottavio, evidentemente vicino e influenzabile dal ceto oligarchico dominante.

Tiberio propose di destituire Marco Ottavio dalla sua carica poiché, essendo stato eletto per difendere gli interessi popolari, coll’interporre il veto a questa riforma era venuto meno allo stesso mandato di cui il popolo lo aveva insignito votandolo.

Fu così che, decaduto Ottavio, la legge Sempronia agraria fu approvata, ma l’opposizione conservatrice non si placò e, timoroso di perdere la propria sacrosanctitas e che venisse ad interrompersi l’opera di ridistribuzione delle terre già iniziata, Tiberio pensò di candidarsi al tribunato anche per l’anno successivo.

I suoi avversari così poterono calunniarlo di voler aspirare al potere personale e dunque, nel corso dei comizi elettorali, un gruppo di senatori e di avversari, guidati dal pontefice massimo Publio Cornelio Scipione Nasica, lo assalì e lo uccise insieme a molti suoi sostenitori.

Eppure la morte di Tiberio non pose fine all’attività della commissione triumvirale che, nel corso degli anni successivi, cambiando i propri esponenti, continuò nella sua azione riformatrice.

Gli alleati italici e Caio Gracco

Emerse però chiaramente allora il malcontento degli alleati latini e italici, le cui aristocrazie di ricchi proprietari si trovavano ora a dover restituire le parti in eccesso a beneficio dei soli nullatenenti romani.

Interprete delle loro lamentele si fece Scipione Emiliano, che morì però misteriosamente in casa propria nel 129; e allora Fulvio Flacco, già membro del triumvirato agrario divenuto console nel 125, propose che tutti gli alleati potessero ottenere la cittadinanza romana, o almeno il diritto di appellarsi al popolo contro gli abusi eventuali di magistrati romani, ma l’opposizione alla proposta fu vastissima e Flacco preferì non insistervi.

Sintomi di questo malcontento furono le rivolte nel 125 di Asculum e soprattutto della fedele colonia latina alleata di Fregellae, la quale fu rasa al suolo e nel 124 si vide fondare sul suo territorio confiscato la nuova colonia romana di Fabrateria Nova.

Nel 123 fu eletto tribuno della plebe Caio Gracco, il fratello minore di Tiberio, che nel corso di due mandati consecutivi riprese e ampliò l’opera riformatrice del fratello: propose l’istituzione di nuove colonie, dato che la maggior parte delle terre era stata già distribuita; una legge frumentaria assicurò ad ogni cittadino residente in Roma una quota mensile di grano a prezzo accessibile – facendo approvare una tale disposizione, Caio Gracco aveva implicitamente anche creato i presupposti del compito dello Stato di garantire la presenza continua e regolare di grano nel mercato cittadino, oltre ai granai pubblici che dovevano contenere sempre adeguate quantità di cereali utili alle distribuzioni – e quindi di trovarsi direttamente coinvolto nel servizio dell’annona, cioè l’intera serie di operazioni indispensabili per rifornire i mercati dell’Urbe di derrate di prima necessità sufficienti a soddisfare le esigenze alimentari della sua popolazione, compito prima spettante parzialmente agli edili, più che altro relativo alla sorveglianza dei mercati e non proprio riguardante i loro approvvigionamenti, che solo con Caio Gracco assume caratteri di sistematicità; con una legge giudiziaria Caio volle limitare il potere del senato nel campo giuridico, integrando un cospicuo numero di cavalieri nel corpo senatorio da cui attingere per la formazione degli albi dei giudici e riservare in generale ai cavalieri il controllo dei tribunali permanenti cui erano affidati i processi di concussione e che perseguivano le malversazioni e le malefatte dei magistrati ai danni dei provinciali, così non più i senatori-governatori sarebbero stati giudicati da giudici-senatori, ma anche da quegli stessi cavalieri che prendevano in appalto le imposte e gestivano le grandi operazioni commerciali nelle province; un provvedimento poi prevedeva che il senato dovesse decidere prima delle elezioni consolari quali tra le province dovessero essere classificate consolari, e dunque da assegnare a futuri consoli; e propose di dare ai Latini la cittadinanza romana e la cittadinanza di diritto latino.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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