De re publica (historia interna, 508 – 287 a.C.)
Le fonti per la storia della Roma repubblicana
Le fonti che ci permettono di ricostruire la storia di Roma repubblicana sono essenzialmente le già note e utili per la fase monarchica: Dionigi di Alicarnasso, nel IV libro della sua opera, trattava della caduta della monarchia etrusca e nel V iniziava la narrazione riguardante l’età della res publica, e la parte per noi integra dell’opera si arresta al IX libro, circa attorno al 444 a.C.; Tito Livio – che è fonte più succinta di Dionigi – terminava negli ultimi capitoli del libro I della Ab urbe condita prima decade, che si arresta al 293 a.C., l’argomento della cacciata di Tarquinio il Superbo e subito il libro II cominciava con la disamina dell’età repubblicana.
Assai importanti possono essere poi le informazioni che desumiamo per questa fase da altre opere minori: la Biblioteca Storica di Diodoro Siculo che, in 40 libri, narrava la storia di Roma dalle origini fino all’età di Cesare – di cui si conservano solo i primi 5 e i libri XI-XX, molto utili per la materia qui trattata; le Vite Parallele di Plutarco che, specie nella Vita di Publicola, ci informano di particolari molto utili per questa prima fase dello Stato romano, concentrandosi su uno dei protagonisti indiscussi stando alla tradizione; utile anche poi la Storia Romana di Cassio Dione, 80 libri, in greco, di senatore originario di Nicea, che partiva dagli albori monarchici dell’Urbe per scendere fino ai suoi tempi, ultimi anni del II sec. – inizi del III, e alla morte di Settimio Severo, 211 d.C.
Abbiamo tratto finora di opere di assai tarda composizione rispetto agli eventi che si prefiggevano di narrare, tutte rifacentesi ad altre, per noi perdute, riferibili alla grande produzione annalistica romana d’età medio e poi tardo-repubblicana. A parte la prima annalistica con autori quali Fabio Pittore, Cincio Alimento e le latine Origini di Catone, importante fu anche poi la seconda annalistica con esponenti quali Cassio Emina e Calpurnio Pisone Frugi, che molto furono ripresi dalla storiografia successiva già citata: il primo scrisse una storia di Roma almeno fino al 146 a.C., mentre il secondo scrisse Annales fino al 120 a.C. Entrambi gli autori operarono tra la metà e la fine del II sec.
Tra i “membri” dell’annalistica recente ricordiamo almeno Claudio Quadrigario, la cui storia dal sacco gallico del 390 a.C. giungeva sino ai suoi tempi, dittatura di Silla, il suo contemporaneo Valerio Anziate, storia dalle origini e fino al 91 a.C., e, in ultimo, Licinio Macro.
Polibio è poi un caso a parte. La sua opera riguarda gli eventi compresi tra lo scoppio della prima guerra punica e la presa definitiva di Corinto, 264-146 a.C., ma di fondamentale importanza appare essere l’excursus che l’autore pone nel libro VI delle sue Storie, dove riflette sulle istituzioni della Roma repubblicana, per quanto la sua ricostruzione fu frutto di pesante idealizzazione e basata su un quadro delle magistrature nell’Urbe assai già strutturato per essere presentato come quello iniziale e costituente i primi momenti del nuovo ordine politico, dunque peccante di anacronismo.
Da non sottovalutare è poi l’apporto che la letteratura antiquaria può fornire per la ricostruzione storica della prima Repubblica romana: autori quali Varrone, Plinio il Vecchio, Macrobio, Aulo Gellio, con le sue Noctes Atticae, Pompeo Festo, che riprendeva l’opera di un liberto d’età augustea, Verrio Flacco, e i Detti e fatti memorabili di Valerio Massimo, sono letteralmente una miniera di informazioni di carattere storico.
Per gli aspetti istituzionali assai utili possono essere opere quali il manuale di diritto di Gaio e le plutarchee Questioni Romane, oltre che l’Enchiridium del giurista Pomponio, un manualetto sullo sviluppo storico del diritto romano, scritto nell’età degli Antonini, che aveva una parte relativa allo sviluppo delle magistrature repubblicane, per noi oggi conservata nel Digesto, la grande raccolta della giurisprudenza romana compilata al tempo di Giustiniano.
Con cautela possono anche essere consultate le opere politiche di Cicerone.
Sebbene per questa fase così arcaica della storia di Roma siano molto rare le evidenze epigrafiche, possiamo ricordare i Fasti consolari, in particolare quelli Capitolini, detti così perché conservati ai Musei Capitolini di Roma, che ci tramandano – e si dibatte sull’attendibilità storica del documento – le lunghe liste dei magistrati eponimi. Ma si può ricordare anche il Lapis Satricanus, celebre dedica a Marte posta dai compagni di un Publio Valerio, identificato suggestivamente con Publio Valerio Publicola, l’eroe dei primi anni di libertà repubblicana.
In ultimo, anche l’archeologia – con i suoi scavi nell’area della Regia, del Foro Romano e nel Tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio – ha un suo posto di rilievo nella storia della ricostruzione del passato romano primo-repubblicano.
La nascita della Repubblica romana
La Repubblica romana nasce da una storia di violenza, stando alle fonti. Sesto Tarquinio, figlio del Superbo, poiché respinto dall’aristocratica Lucrezia finisce per violentarla; questa, prima di suicidarsi a causa del disonore, rivela il misfatto terribile al padre Spurio Lucrezio, al marito Lucio Tarquinio Collatino e ai loro amici Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio Publicola. Questi nobili allora organizzano una rivolta antitirannica contro il Superbo e riescono a detronizzarlo, 510-509 a.C.
Viene così istituito il regime repubblicano e il potere del re passa a due magistrati eletti dal popolo, il console, uno dei quali nel primo anno del nuovo ordine politico fu lo stesso Bruto; in seguito, anche per più volte, lo stesso Publicola pare aver ricoperto il consolato. Non molto tempo dopo, Porsenna, re dell’etrusca Chiusi, cercò di rimettere al potere il Superbo, ma l’eroismo della neonata Repubblica riesce a prevalere.
Esistono naturalmente notevoli incoerenze interne a questo pur dettagliatissimo racconto sulle origini di Roma che la tradizione ci tramanda. In particolare, convincono poco gli studiosi anche le numerose incertezze circa questa fase dimostrate già dagli autori antichi e dal fatto che tali resoconti furono scritti soltanto molti secoli dopo i presunti avvenimenti.
L’attenzione degli studiosi si è concentrata intorno a singole grandi questioni: le ragioni della caduta del regime monarchico, sul passaggio tra monarchia e res publica, sulla datazione dell’evento e anche persino sulla natura dei primi magistrati del nuovo ordine costituzionale.
Questo è un problema politico-istituzionale, dunque la ricerca archeologica può illuminare poco, si è sempre dovuti ripartire dall’analisi e dalla critica interna alle fonti storiografiche.
I Fasti e la cronologia repubblicana
Soffermiamoci in primis sui Fasti, su queste liste dei magistrati eponimi che l’archeologia ci ha rivelato, poiché dalla loro credibilità storica dipendono notevoli aspetti e le migliori risposte sinora date ai molteplici interrogativi su questa fase della storia di Roma.
I Fasti sono per l’appunto quelle liste dei magistrati eponimi della Repubblica, cioè quei magistrati che davano il nome all’anno in corso, secondo il sistema cronologico romano, che non trova significativi punto di contatto con quello presente, poiché partente a contare gli anni dall’anno della fondazione della città.
Ci giungono sia attraverso Livio e Dionigi che attraverso documenti epigrafici. I più famosi, i Capitolini, trovano riflesso in una cronologia elaborata negli ultimi anni della Repubblica, ad opera di Varrone, datazione varroniana, che poneva la nascita dell’Urbe nel 753 a.C. e il primo anno della res publica dal 509 a.C.
Rispetto ad un’altra tradizione cronologica risalente a Polibio, quella varroniana presenta alcune sfasature per certe datazioni di avvenimenti del V e del IV sec., che però non corrompe significativamente il quadro e, anzi, perché la seconda fu impiegata in modo canonico sin dall’antichità, rappresenta anche per gli studi moderni l’ossatura cronologica degli eventi, almeno per il primo periodo repubblicano.
Ci sono alcune incongruenze nei Fasti, momenti di anarchia, sospensioni lunghe qualche anno in cui non vi è nessun magistrato eponimo eletto, presenze anticipate – secondo quanto sappiamo dalla tradizione – di consoli appartenenti a gentes apparentemente plebee, che quasi mettono in dubbio l’attendibilità storica del documento; ma tutte queste motivazioni non sono sufficienti a farci rigettare in blocco la credibilità dei Fasti.
Anche perché, in primis, nella Roma di V sec. il confine tra patriziato e plebe non doveva essere così marcato come in altre epoche successive e perché, soprattutto, erano documentate famiglie omonime a Roma, talvolta l’una patrizia e l’altra plebea.
La caduta della monarchia
La storia della violenza subita da Lucrezia che è alla base della cacciata dei re e della proclamazione della Repubblica in Roma appare poco credibile anche perché ricalca elementi di drammatizzazione derivabili da cadute dispaiate di tirannidi greca, e comunque non spiega i motivi reali e profondi del fenomeno.
Quello che si può cercare di leggere tra le righe è che, alla base della cacciata dei re da Roma, sta una sincera rivolta del patriziato romano che, consolidatosi fortemente nel corso del VI sec., divenne sempre più intollerante ad un regime monarchico che disvelava sempre più i suoi tratti autocratici.
L’odio che poi dimostrarono i nobili aristocratici romani per tutta l’età repubblicana e anche la prudenza ai tempi del Principato di non chiamare mai quest’istituto col nome di un’aperta monarchia, nei confronti della figura dinastica, lascia pensare che l’evento di rottura con i re non fu per nulla graduale e mitigato, ma solo incredibilmente traumatico.
E risulta anche difficile immaginare una Roma repubblicana già perfettamente strutturata, nei suoi apparati magistratuali ed istituzionali, appena dopo la cacciata dei Tarquini. Piuttosto, come anche testimoniano Plinio il Vecchio e Tacito, in un primo momento di trapasso, l’Urbe fu dominata da figure di re e condottieri vari, quali lo stesso Porsenna di Chiusi, e fu solo la sconfitta presso la città latina di Aricia che Latini e Aristodemo di Cuma inflissero ad Arrunte, figlio di Porsenna, che fu stoppata la politica espansionistica degli Etruschi nel Lazio, concedendo, così, alla città di Roma di avere l’occasione per dare sviluppo alle sue nuove istituzioni repubblicane.
Già gli antichi avevano istituito una curiosa coincidenza tra la storia di Roma e quella di Atene, fissando al 510 a.C. l’anno della cacciata del Superbo, che è però anche l’anno della cacciata del tiranno Ippia, della famiglia dei Pisistratidi, dalla più importante attica. Non appare illegittimo ritenere, allora, che già in antico si tentò di privilegiare l’evento che di fatto chiudeva una fase costituzionale, per aprirne una nuova, con una improbabile contemporaneità con un altro importante evento politico fondamentale della più nota polis greca.
C’è chi tra gli studiosi, affidandosi al dato archeologico in Roma, osservando che per il 470-450 a.C. i contatti con l’Etruria sembrino del tutto cessati, da ricondursi quindi alla cacciata dei re etruschi, cerca di tardare l’istituzione repubblicana fino a questo punto.
Ma in realtà, grazie a Livio e ad una sua cerimonia particolare ricordata, possiamo più o meno confermare comunque una datazione circa al 508 a.C. Lo storico ricorda infatti il rito apotropaico del massimo magistrato romano che ogni anni, alle idi di settembre, era chiamato a infiggere un chiodo nel tempio di Giove Capitolino, in pratica, alla consacrazione del tempio che, iniziato a costruire sotto i Tarquini, fu inaugurato solo il primissimo anno della Repubblica; così il numero di chiodi infissi potrebbe diventare per noi un bizzarro sistema di datazione assoluta degli eventi.
In più, sappiamo che nel 304 a.C. l’edile Cneo Flavio inaugurò il Tempio della Concordia 204 anni dopo la consacrazione del tempio di Giove Capitolino, stando alle fonti, riportandoci dunque al 508.
E ancora, l’archeologia ci attesta che verso la fine del VI l’edificio della Regia, cioè il luogo di residenza dei sovrani in Roma, cambiò la sua pianta in una di un tipo che ricorda più da vicino quella di un edificio templare: è ora, in poche parole, che l’edificio passa nelle mani del rex sacrorum, quel sacerdote che ereditò in età repubblicana funzioni nell’ala del religioso che un tempo erano state proprie del monarca.
I consoli e le magistrature
Ai due nuovi massimi magistrati dello Stato, i consules – anche se, forse, almeno in tempi iniziali, si chiamarono praetores – passarono gran parte dei poteri che un tempo spettavano al monarca. Eletti dai comizi centuriati, essi comandavano l’esercito, erano incaricati di mantenere l’ordine all’interno della città, esercitavano i propri poteri negli ambiti della giurisdizione civile e criminale, avevano il potere di convocare il senato e le assemblee popolari, curavano il censimento della popolazione, compilavano le liste senatorie e ricoprivano anche la funzione eponima.
Alcune funzioni religiose prima del re passarono al rex sacrorum, che non poteva ricoprire alcuna carica di natura politica e che nel tempo fu affiancato da potenti sacerdozi, quali il collegio dei pontefici e degli auguri; prerogativa del console restava la facoltà di prendere gli auspici e quindi di poter interpretare la volontà degli dei riguardo le decisioni più importanti della vita pubblica.
I consoli restavano in carica un solo anno, principio dell’annualità, e ognuno dei due possedeva uguali poteri rispetto all’altro, e dunque, qualora uno dei due giudicasse l’azione del collega non benevola nei confronti dello Stato, poteva opporsi, di fatto limitando i poteri dell’altro, principio della collegialità. Queste erano due importanti limitazioni ai poteri del consolato.
Inoltre, in base ad una legge Valeria del 300 a.C. ca. – sebbene la tradizione la voglia già ricondurre all’azione di P. Valerio Publicola nel primo anno della res publica – un singolo cittadino per controbattere ad una decisione di un console nei suoi confronti godeva dell’importante arma della provocatio ad popolum, considerata davvero il fondamento della libertas repubblicana, anche se contro una magistratura straordinaria, come la dittatura, tale possibilità non era contemplata.
C’è stato poi chi non abbia creduto nel tempo ad una subitanea creazione di un doppio consolato considerando l’esistenza di un unico magistrato, affiancato da assistenti, al quale sarebbero stati passati i poteri del re, almeno per i primi momenti repubblicani; solo dopo il decemvirato del 451-450 o, addirittura, le leggi Licinie-Sestie del 367 a.C. sarebbe stata creata la magistratura consolare dotata di collegialità.
Sebbene le fonti menzionino un solo praetor maximus incaricato di infiggere il chiodo nel tempio di Giove, per quanto attiene alla pratica menzionata in precedenza, è possibile che, come attestato in altri luoghi e usi della lingua giuridica romana, il singolare sia stato usato invece del plurale, d’altronde i consoli erano dotati del medesimo potere. In più, se in principio non fu collegiale la magistratura consolare, non avrebbe senso nemmeno la carica dittatoriale, come vedremo a breve.
Con il proliferare dello stato, poi, si sentì il bisogno di creare nuove magistrature, sempre create secondo i principi dell’annualità e della collegialità.
Già al periodo regio, ma più probabilmente al primo anno repubblicano, q
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia romana, Prof. Tantillo Ignazio, libro consigliato Storia romana, Geraci, Marcone
-
Riassunto esame Storia romana, Prof. Tantillo Ignazio, libro consigliato Storia romana, Gerace, Marcone
-
Riassunto esame Storia romana, Prof. Tantillo Ignazio, libro consigliato Storia romana, Gerace, Marcone
-
Riassunto esame Storia romana, Prof. Tantillo Ignazio, libro consigliato Storia romana, Gerace, Marcone