De Tardo Imperio (192 – 395 d.C.)
Una situazione di frustrante confusione caratterizzò la fase che va dalla fine del II sec. e per gran parte del III, e le fonti sembrano rispecchiare in qualche modo questa situazione. Se per i primi decenni del III sec. siamo ben informati degli accadimenti grazie alle opere del bitinico Cassio Dione e del funzionario imperiale Erodiano, per il periodo successivo la qualità delle fonti a nostra disposizione si rivela in tutta la sua modestia.
Abbiamo, in effetti, essenzialmente una serie di operette scritte in latino nella seconda metà del IV secolo che hanno il carattere di sintesi rapide: i Caesares di Aurelio Vittore. Il Breviario di Eutropio e quello di Festo, l’anonimo Epitome de Caesaribus. A tutte queste si aggiunge la cosiddetta raccolta di biografie da Adriano a Caro dal carattere disomogeneo, probabilmente di fine IV, sebbene i suoi fittizi sei autori (in realtà, sotto di questi si cela un'unica mano) sostengano di stare a scrivere in età costantiniana.
Si può segnalare Dexippo, ateniese di cui ci giungono numerosi frammenti di opere storiche riguardanti accadimenti di questo periodo; oltre che alla fioritura della letteratura cristiana di questo periodo (Tertulliano e Cipriano, su tutti). Circa le persecuzioni anticristiane di Diocleziano siamo informati da un’opera, chiaramente condizionata dall’intento polemico con cui fu scritta, ossia il De Mortibus Persecutorum di Lattanzio.
Ci sono poi molte iscrizioni che ci possono fornire informazioni utili e, infine, i libelli, ovverosia attestati rilasciati ai cittadini romani che avessero compiuto i prescritti sacrifici, dando così prova della propria lealtà nei confronti delle autorità imperiali. L’umiliante sconfitta di Valeriano, che morì in Persia in cattività, ha, in ultimo, un clamoroso riscontro in un’iscrizione monumentale, nota come Le gesta del divo Sapore, fatta incidere in medio persiano, partico e greco nei pressi di Persepoli, e sulla roccia era addirittura immortalata la scena della sottomissione di Valeriano.
Da quando morì Commodo a quando ebbe accesso al trono Diocleziano Roma attraversò uno dei momenti più difficili della sua storia, dal quale seppe uscirne bene, ma notevolmente trasformata.
In questo periodo gli attacchi delle genti barbariche, spesso anche su più fronti contemporaneamente, si acutizzarono e l’integrità dell’Impero sembrò venir meno; in più, al potere centrale non vi era un rigido sistema di successione e, dunque, in questo contesto, appare comprensibile come anche un qualsiasi generale militare che si fosse messo in evidenza ottenendo una vittoria bellica importante avrebbe potuto, in effetti, aspirare al trono.
E in questo clima parecchio complesso, le religioni tradizionali cominciarono a perdere presa sui cittadini, nei cuori dei quali cominciava a svilupparsi la fiducia nei confronti di nuovi culti orientali, principe dei quali, per azione duratura e futuro, il cristianesimo stesso: è proprio il III secolo l’epoca decisiva per il definitivo costituirsi delle strutture primitive della Chiesa cristiana.
Spesso quest’epoca è stata appellata come “un’epoca di angoscia”, nella quale anche la rapida svalutazione della moneta non fece che determinare la decadenza delle città, impoverendo i ceti medi, e aprendo anche ad una profonda crisi morale, dovuta alla sfiducia nei valori tradizionali (e anche per questo se i nuovi culti ebbero terreno fertile sul quale attecchire).
Ma proprio mentre la nuova fede acquisiva sempre più consensi, specie presso la gente bisognosa di nuovi punti di riferimento, si fece sempre più dura ed evidente l’avversione da parte dell’autorità politica, ad esempio quando verso il 250, nel momento in cui la pressione barbarica si manifestò in tutta la sua gravità, il potere imperiale decise di scatenare, per reazione e per paura, la prima grande persecuzione sistematica dei cristiani.
Il potere imperiale in questa fase prese ad incanalarsi verso tendenze sempre più assolutistiche, fatto dovuto al crescente ruolo dell’esercito, cambiando di fatto allo stesso tempo il rapporto tradizionale tra il princeps e il senato.
La lezione augustea dell’imperatore come rispettoso dell’aristocrazia tradizionale di cui cercava la collaborazione non poteva più reggere, e per i nuovi sovrani del periodo il senato, il cui prestigio non è comunque mai intaccato, è visto come solo organo preposto al disbrigo delle funzioni burocratiche, soggetto chiaramente alla loro autorità.
La sovranità assoluta del princeps è dipesa adesso dall’esercito: esempio ne sono gli stessi imperatori illirici, di cui dopo vedremo meglio nel dettaglio, i quali cercarono pure di riconciliarsi con la tradizione senatoria ma, poiché essi erano totalmente estranei ad essa essendo stati acclamati dai loro eserciti lontani dall’Urbe, non vi riuscirono e, anzi, adottando loro la predilezione per il culto sovrano, il quale era molto popolare tra le fila dei commilitoni, questo aspetto ci fa capire come in effetti cercarono in primis di rafforzare il proprio rapporto con essi, vera base per il nuovo potere su base assolutistica.
La crisi del III secolo
Si può parlare di crisi per il III secolo? Molti studiosi moderni e contemporanei se lo sono chiesto, almeno per la fase andante dal 235 al 284, arrivando a contrastanti opinioni e non risolvendo di fatto una questione storiografica assai complessa da analizzare e leggere secondo una visione unitaria.
Quello che si può, però, mettere in evidenza per suggerire comunque valutazioni più articolate è che sia esistita una varietà non poi così poco articolata nelle varie situazioni regionali dell’Impero in questo periodo.
Cioè, se globalmente si deve riconoscere in questo periodo una fase per tutto l’Impero di netto declino demografico e produttivo oltre che nella circolazione monetaria, non si può nemmeno, d’altro canto, disconoscere come alcune regioni, tra cui la stessa Africa settentrionale, abbiano conosciuto un momento di estremo splendore economico e di generale prosperità.
Diversificare queste questioni può significare leggere più articolatamente questo interessantissimo e densissimo periodo di “crisi”.
Commodo fu dunque ucciso il 31 dicembre del 192 in quello che sembrerebbe essere stato non un attentato dettato da un piano preciso, ma più che altro come una semplice ed estrema reazione al precipitare della sua follia.
Nell’incertezza generale fu scelto alla successione un anziano senatore, Elvio Pertinace, che aveva alle spalle una prestigiosa carriera politico-militare: si ripeteva, quasi, la situazione che, all’indomani della morte di Domiziano, aveva portato al potere l’anziano Nerva.
Tuttavia, sebbene Pertinace avesse tentato di rinvigorire l’economia dell’Impero e tenesse conto delle aspettative del senato, del popolo romano e dell’esercito, la soluzione non ebbe successo e fu eliminato alla fine del marzo del 193 dai pretoriani, dai quali aveva provato invano a guadagnarsene il favore con un ricco donativo.
A questo punto Flavio Sulpiciano aveva cercato di prendere il potere con l’aiuto dei pretoriani ma non vi riuscì, e così provò ad approfittare della situazione Didio Giuliano, che era il console dell’anno insieme allo stesso Pertinace, che si presentò come colui che avrebbe punito gli assassini di Commodo, garantendo il ristabilimento della sua memoria e garantendo benefici ai pretoriani grazie alle sue ingenti ricchezze.
Ma alla fine anche lui fu assassinato nel giugno dello stesso anno e dunque, come in occasione della crisi del 68-69, la parola passò agli eserciti provinciali.
1 - Settimio Severo (193 – 211 d.C.) e Caracalla (211 – 218 d.C.)
Già in aprile erano scesi in campo il governatore della Pannonia Settimio Severo, quello della Britannia Clodio Albino e quello di Siria Pescennio Nigro; i primi due si allearono e Severo marciò su Roma, punendo i pretoriani per quanto perpetrato alla persona di Pertinace. Qui, poi, nel mese che si trattenne prima di ripartire per faccende militari, cercò di instaurare un certo legame con il senato.
Tra il 193 e 194 ebbe a che fare sul versante orientale contro Nigro, che vinse definitivamente solo nel 194 a Isso; poi diede il via ai preparativi per una campagna contro il regno partico che però si concluse con un sostanziale nulla di fatto.
A questo punto Severo ruppe l’alleanza con Albino e nominò il figlio Bassiano (poi meglio conosciuto con il nome di Caracalla) come suo successore all’Impero; provvide a ricondurre direttamente la sua dinastia (severiana) a quella degli Antonini, facendo riconoscere l’adozione sua e della propria famiglia da parte di Marco Aurelio e facendo divinizzare lo stesso Commodo; nel 197 sconfisse definitivamente a Lione Albino e nel 198 elevò al rango di Cesare l’altro suo figlio, Geta; rientrò a Roma nel 202 e poi si recò in Africa per sovrintendere ai lavori da lui promossi a Leptis Magna, la sua città natale.
Condusse, dunque, a partire dal 208 e proseguita per tre anni, una infruttuosa campagna in Britannia senza riuscire a sottomettere le tribù della Scozia.
Ma per Severo, le notizie preoccupanti giungevano dalla capitale: a Roma il suo amico di infanzia, originario come lui di Leptis Magna, nominato prima capo della guardia pretoriana nel 195 e dunque prefetto del pretorio nel 197, Fulvio Plauziano cominciava a suscitare gelosie per la sua posizione sempre più rilevante a corte, specie proprio nel cuore di Caracalla, il quale peraltro ne aveva sposato nel 202 la figlia Fulvia.
La situazione non andò concludendosi benissimo, poiché Plauziano fu fatto assassinare da Caracalla stesso con l’accusa di star a cospirare contro l’imperatore, e adesso il torbido dinastico che si portava avanti era tra i due figli di Severo, i quali avrebbe voluto alla sua morte vedere governare insieme, congiuntamente.
Severo morì poi a York nel 211 e, dopo un brevissimo periodo di coreggenza, Caracalla fece assassinare Geta, assumendo per sé il potere assoluto.
Settimio Severo ha lasciato un’eredità complessa e contraddittoria all’Impero di Roma perché se da un lato ne aveva saputo preservare l’integrità territoriale, dall’altro lo lasciava in mano di eredi indegni quanto inetti; in più Severo iniziò ad attuare una politica di favore per gli eserciti molto pericolosa per il futuro, accrescendone di fatto il peso politico, aumentando la paga ai commilitoni e abolendo il divieto per i legionari di contrarre matrimonio sino a quando si trovassero in servizio. Tutto ciò, condito anche dalla sua gestione del potere sempre più assolutistica, creò le basi per le vicissitudini dei decenni successivi.
Invece, il breve regno di Caracalla fu caratterizzato da una serie di atti di crudeltà, da abusi di vario genere e da grave dissesto finanziario.
Inizialmente si preoccupò di eliminare anche tutti i sostenitori di Geta e anche chiunque altro a corte potesse vantare un legame di parentela, seppur lontana, con un precedente imperatore.
Il nome di Caracalla è poi collegato indissolubilmente all’atto legislativo della Costitutio Antoniniana, le cui origini e finalità sono tutt’altro che chiare, anche perché di fatto dalle fonti antiche assai ignorato, o comunque trattato con molta rapidità. Questa legge prevedeva il conferimento, nel 212, della cittadinanza romana a tutti i liberi cittadini dell’Impero, tranne forse ai cosiddetti dediticii, ossia i barbari all’interno dello Stato romano ancora non perfettamente assimilati.
Probabilmente alla base di quest’atto vi furono intenzioni in primis di natura economica e fiscale: con tale provvedimento aumentava infatti il numero di contribuenti delle tasse di Stato; e si giunse peraltro, de facto, al superamento della distinzione tra italici e provinciali.
Caracalla del resto aveva seguito la politica paterna delle forti concessioni ai legionari e ai pretoriani, e aveva perciò sempre più bisogno di risorse; ciò lo dimostra persino l’altro provvedimento da lui avviato per ridurre l’inflazione, coniando l’“antoniniano”, ossia una moneta dal valore nominale di due denari pur avendo il valore effettivo di un denario e mezzo.
Quanto alle campagne militari, Caracalla fu nel 213 in Germania, nel 215 – 216 in Egitto e poi in Siria e ad Antiochia, ove si apprestava a preparare una campagna contro la Parthia.
Fu infine assassinato da un soldato in forza alla guardia pretoriana nell’aprile del 218 mentre da Edessa si dirigeva verso Carre.
2 - Macrino (218), Elagabalo (218 – 222) e Severo Alessandro (222 – 235 d.C.)
Ucciso Caracalla l’Impero romano si ritrovò senza una guida per qualche giorno, poi fu Opellio Macrino, un funzionario senza particolare distinzione, a cercare di ascendere al potere, dovendo parlamentare col senato perché ne accettasse la successione e anche dovendo concludere la campagna partica, la quale nel 218 fu risolta non proprio ad onorevolissime condizioni.
Macrino perse però molto presto il controllo della situazione quando da Emesa, in Siria, ove si trovava la sorella di moglie di Settimio Severo, Giulia Domna, Giulia Mesa con le sue due figlie, madri a loro volta di due figli, i futuri imperatori Elagabalo e Severo Alessandro, cominciarono a circolare voci relative a questi due ragazzi, che qualcuno spacciava come i figli naturali di Caracalla.
Ora, poiché i soldati erano preoccupati dalla promessa di Macrino che voleva reimpartire un regime di austerità dell’esercito, accolsero con molto favore queste indiscrezioni e, col nome di Antonino, Elagabalo fu acclamato princeps; Macrino rispose innalzando al rango di Augusto il proprio figlio di dieci anni, e poi si sfociò nella guerra finale nei pressi di Antiochia, al seguito della quale fu giustiziato lo stesso Macrino, mentre già fuggiva.
Il regno di Elagabalo fu uno dei più negativi per la storia imperiale: solo quattordicenne e pieno di stranezze comportamentali, questo imperatore fu ricordato in primis per il suo misticismo e per il suo tentativo di imporre come religione di Stato il culto esotico e stravagante del dio Sole di Emesa, portandone a Roma il simulacro, una pietra nera di forma conica, e facendogli erigere un tempio sul Palatino.
La stessa Giulia Mesa, per fronteggiare a questa gravissima situazione che andava indispettendo tutti in Roma, impose al nipote di associare a sé al governo il cugino Bassiano (ossia Severo Alessandro); nonostante ciò, nel 222 Elagabalo fu tolto di mezzo da una congiura di pretoriani e Severo Alessandro ascese al trono.
Al momento della sua accessione al potere, Severo Alessandro aveva soli tredici anni e la buona fama che di solito la storiografia gli rende si spiega, forse, facilmente con la disponibilità di cui diede prova nel lasciarsi manipolare e con le aspettative che si nutrivano dopo gli anni difficili precedenti.
Molti dei suoi provvedimenti furono intensi come in rottura con quegli dei suoi predecessori (peraltro assunse anche il nome di Marco Aurelio Severo Alessandro, per riconnettersi all’ultimo imperatore degno della carica che l’Urbe aveva avuto negli ultimi sessant’anni) e il suo regno trasse profitto dall’essere stato governato, almeno in un primo momento, da un giurista di notevole livello, Ulpiano, che era prefetto del pretorio e che poi venne quasi subito assassinato a seguito del deteriorarsi dei suoi rapporti con la guardia pretoriana, il quale, dopo un lungo periodo di conflittualità, seppe riallacciare i rapporti tra imperatore e senato, basandoli su uno spirito di collaborazione.
La seconda parte del regno di Severo Alessandro fu gravemente condizionata dal riaprirsi e dall’inasprirsi dei problemi provenienti dall’Oriente.
Infatti alla testa del regno partico, il quale aveva nel complesso ottenuto alcuni significativi successi contro Roma – in primis nella battaglia di Carre, del 53 a.C., su Crasso – ma che da tempo, a causa di torbidi dinastici e dell’emancipazione di alcune regioni periferiche del regno, non riusciva più ad opporre una decisa resistenza all’Urbe, alla dinastica degli Arsacidi succedette quella dei Sasanidi, estremamente più dinamica.
Era scoppiata una ribellione che si concluse con la presa del potere da parte di Ardashir I (224-240 d.C.), che nel 226 si fece incoronare a Persepoli Re dei Re, e che fu promotore sin da subito di una grande campagna interventista atta alla riconquista di tutti i territori persi in favore di Roma.
Severo Alessandro reagì prontamente muovendosi in direzione dell’Oriente alla testa di ben tre eserciti, ma il contrattacco romano servì a ben poco, e poi nell’autunno del 234 il princeps dovette recarsi in Germania, per fronteggiare un’invasione.
Ma non godeva della fiducia dei suoi stessi soldati e all’inizio del 235 un soldato di modeste ed umili origini, noto con il nome di Massimino il Trace, fu proclamato imperatore dalle reclute che gli erano state affidate da addestrare. Severo Alessandro e sua madre furono infine strangolati nella loro tenda a Magonza.
L’offensiva lanciata da Ardashir nel 230 fu solo l’inizio di una situazione drammatica. La minaccia persiana richiedeva la presenza costante dell’imperatore sulla frontiera persiano-orientale, cosa che determinava la mancanza di protezione su quella germanico-renana, che non era per nulla priva di minacce. E i soldati e i loro uffic
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