De adoptionis imperio (96 – 192 d.C.)
Dopo Domiziano non abbiamo più la serie di biografie di Svetonio, quindi né per Nerva né per Traiano possediamo un ritratto compiuto.
Semmai per Traiano è utilizzabile il Panegirico di Plinio il Giovane, nella cui esaltazione dell’optimus princeps trova compimento anche la teoria e la fondazione ideologica dell’Impero nel II sec., ovvero l’idea della successione come scelta del “migliore” – che caratterizzerà tutto questo periodo, debitamente nominato “Principato d’azione”; Plinio poi è ancora fonte di informazioni con il suo Epistolario, dal quale possiamo trarre notizie riguardanti la mentalità e la condotta dell’aristocrazia imperiale agli inizi del II sec. d.C.
Per quello che riguarda le vite degli imperatori da Adriano a Caro e fino a i suoi figli (117 – 285 d.C.), al di là di alcune lacune che ci hanno fatto perdere lo spezzone di anni dal 244 al 251, siamo informati dalla famosa opera per mano di sei autori (secondo la tradizione) che va sotto il nome, sin dal XVII secolo, di Storia Augusta. Anche se oggi appare improbabile una tale supposizione e la si deve ritenere come un’opera composta da un unico autore, vicino agli ambienti tradizionalisti senatori della fine del IV – inizi del V sec.
Per questo periodo Cassio Dione è assai frammentato e lo conosciamo solo dalle epitomi e dagli estratti bizantini; utili possono essere ancora Eutropio, Vittore, Paolo Orosio ed Eusebio di Cesarea, oltre all’anonimo Epitome de Caesaribus.
La cultura greca e la Seconda Sofistica
Il II sec. d.C. è anche il secolo di una nuova grande fioritura della cultura greca, attestata da filosofi, retori e uomini di cultura attivi in quello che è noto con il nome della “Seconda Sofistica”: di Erode Attico, ateniese illustre che fu maestro degli stessi imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero, nulla ci rimane; abbiamo testimonianze invece delle orazioni di Dione di Prusa, che, rivolte alle città dell’Asia minore e della Grecia, ci consentono di valutare un po’ meglio l’interazione tra questo mondo greco-orientale e il potere imperiale, oltre che analizzare la posizione di questi intellettuali greci nel ruolo di consiglieri del principe.
L’Orazione a Roma di Elio Aristide è poi davvero un manifesto politico e panegirico dell’egemonia; del movimento si può dire facessero parte gli stessi Plutarco di Cheronea, Luciano di Samosata e Flavio Filostrato.
Importanti informazioni possiamo ricavarle ancora da Frontino, Pausania, Aulo Gellio e persino da Lucio Apuleio da Madaura; Marco Cornelio Frontone occupa poi un posto speciale, maestro di retorica di Marco Aurelio e Lucio Vero, senatore africano, ci lascia peraltro una corrispondenza con i due principi.
Marco Aurelio stesso scrive I pensieri o A sé stesso, intesi come meditazione filosofica, e quindi anche in questo caso importante documento della cultura dell’epoca.
Fonti cristiane e documentarie
Ma nel II sec. e a proseguire fioriscono gli scritti cristiani, sia che siano Atti dei martiri che scritti teologico-apologetici, mentre informazioni sul primo cristianesimo delle origini e del suo impatto con la società imperiale sono desumibili anche dai Vangeli, dagli Atti degli Apostoli e dalle Lettere di Paolo, oltre che dalle fonti apocrife non incluse nel Nuovo Testamento.
Possiamo menzionare almeno gli autori più influenti di questi periodi: Giustino, Ireneo, Tertulliano, Clemente di Alessandria, Lattanzio, Sulpicio Severo, e molti altri ancora.
Tra le fonti documentarie, abbiamo gli esempi unici delle due colonne coclidi con rilievi di Traiano e di Marco Aurelio a Roma per celebrare rispettivamente i trionfi sui Daci e sui Marcomanni, oltre che le fonti epigrafiche, davvero abbondanti e spesso costituenti l’unica fonte per molti aspetti della storia economica e sociale di questa fase dell’Impero; possediamo anche per il II sec. una ricca documentazione papiracea, dall’Egitto come dal deserto di Giuda, che ci aiuta a ricostruire la storia economica, sociale, amministrativa e religiosa di questo momento storico.
1- L’equilibrato Nerva (96 – 98 d.C.)
Il II secolo è considerato da sempre l’età più prospera dell’Impero romano, il quale relativamente al sicuro all’interno dei suoi confini e ritrovata una quale stabilità, poté godere di un notevole sviluppo economico e culturale.
Si è molto insistito, specie nelle fonti e quindi in particolare Tacito e lo stesso Panegirico di Plinio, che tale situazione ottimale fu resa possibile dal cambio del criterio applicato per la successione dei principi che, in effetti, caratterizzò larga parte del secolo: da un principio dinastico si passava ad uno per adozione del migliore, cioè per scelta di chi, anche senza legami di sangue con il princeps uscente, da questi fosse giudicato come quello che potesse fornire maggiori garanzie di sapere meglio governare.
Il discorso però va specificato: in primis Nerva procedette per primo all’adozione di Traiano per la sua successione nel 97, ossia in un momento in cui la comprovata lealtà dei pretoriani alla memoria di Domiziano pareva star per far precipitare nel baratro delle guerre civili nuovamente la città di Roma e il suo Impero; in più, non può essere una circostanza da niente che quattro imperatori di questo periodo (Nerva, Traiano, Adriano e Antonino Pio) non ebbero davvero eredi diretti, e che il primo che lo ebbe (Marco Aurelio con Commodo) lo designò come successore.
Si potrebbe quindi concludere che praticamente tutte le adozioni si spieghino meglio con motivi o di famiglia o di interesse personale o puramente occasionali, piuttosto che teorizzate e messe in pratica con la sollecitudine di porre al vertice dello Stato l’uomo migliore possibile.
Comunque sia, tutti gli imperatori della serie adottiva furono uomini di primissimo rango e ordine, e il merito non può essere certo ascritto al solo sistema dell’adozione, tanto meno in maniera esclusiva.
Il principato di Marco Cocceio Nerva fu molto breve, durò solo due anni, e vide il ripristinarsi di buoni rapporti tra imperatore e senato.
Egli non era mai stato governatore provinciale né aveva ricoperto alcun posto importante nella gestione degli affari pubblici, ma era stato amico di Nerone, nel 71 aveva ricoperto il consolato insieme con Vespasiano e poi ancora nel 90 in compagnia di Domiziano. Fu scelto dal senato come nuovo imperatore forse per una serie di motivi d’occasione e utili: non aveva mai rivestito incarichi militari, dunque non gli era legato un esercito; la sua età (aveva più di sessant’anni) relativamente avanzata, il suo stato di salute non buono e la mancanza di figli (quindi l’idea di dar vita ad un principato di transizione?); la sua mitezza di carattere e la sua sostanziale estraneità ai gruppi di potere precedenti.
Tutto ciò sembrava offrire buone garanzie per lo sviluppo di un governo migliore e che non generasse ritorsioni nei confronti di chi fosse stato coinvolto in precedenza, non solo nell’eliminazione traumatica di Domiziano, ma in generale in una delle tante vicende di sangue che avevano caratterizzato l’impero di questo sovrano.
Se le fonti scritte riguardo Nerva non ci permettono di seguirne le gesta da imperatore in modo sufficientemente esaustivo, altre fonti, quali le monete, ad esempio, ci forniscono una serie di dati supplementari che ci fanno conoscere alcuni provvedimenti del princeps che, altrimenti sarebbero per noi stati del tutto ignoti.
In primis Nerva ebbe la preoccupazione di tenere a bada le reazioni all’uccisione di Domiziano, poiché se il popolo era rimasto per lo più indifferente, i pretoriani erano sull’orlo della rivolta, ma i loro capi (entrambi partecipanti alla congiura peraltro) li tennero a freno grazie a donativi; si preoccupò di ottenere giuramenti di fedeltà dalle truppe provinciali e di abolire i provvedimenti più impopolari di Domiziano, richiamando gli esiliati e acconsentendo alla procedura di damnatio memoriae proposta dal senato nei confronti dell’imperatore ucciso.
Furono messi a morte i delatori che tanto avevano agito sotto Domiziano e l’accusa di lesa maestà fu sospesa.
Poi Nerva si volse a un’opera costruttiva di politica finanziaria e sociale a favore di Roma e dell’Italia, cercando con la mossa delle “istituzioni alimentari” (poi portata avanti da Traiano) di incentivare la produttività dei fondi a sostegno delle famiglie meno abbienti per contrastare la tendenza al calo demografico in atto nel periodo. Trasferì anche alla cassa imperiale il costo dei mantenimenti delle strade e delle stazioni di cambio per i messaggeri imperiali. A Frontino fu affidata l’opera di riorganizzazione del sistema di approvvigionamento idrico di Roma.
Tuttavia il principato di Nerva, pur non registrando una grave opposizione, già nel 97 arrivò ad un momento di fondamentale importanza, dettato dalla difficoltà della situazione: a causa di problemi sia economici che politico-militari, lo scontento dei pretoriani si accrebbe oltremodo (complice anche l’azione del nuovo prefetto del pretorio Casperio Eliano), i quali pretesero la punizione per gli assassini di Domiziano. Nerva cercò invano di resistere, ma venne messo a tacere e i responsabili della congiura patirono la morte.
Morivano così in pratica tutti quelli che l’avevano messo al potere, la sua immagine ne veniva compromessa in modo irreparabile.
Nerva aveva bisogno di un successore che potesse tenere il controllo anche militarmente contro i pretoriani e, allora, bruciando le tappe e sorprendendo tutti, associò al soglio imperiale il senatore di origini spagnole Marco Ulpio Traiano, in quel momento governatore della Germania Superiore, uomo di grande esperienza politica e militare.
Nerva sopravvisse solo per i tre mesi successivi e nel gennaio del 98, alla sua morte, gli successe senza scossoni Traiano, la cui ascesa al potere fu ratificata dal senato e prontamente gli eserciti gli giurarono fedeltà. Casperio Eliano fu rimosso e giustiziato per insubordinazione verso Nerva, assieme con gli altri pretoriani ribelli.
2- Traiano, l’optimus princeps pliniano e dantesco (98 – 117 d.C.)
Marco Ulpio Traiano era nato nel municipio spagnolo di Italica, nella provincia della Betica, e aveva preso parte alla reazione domizianea contro Saturnino (89) essendo stato inviato, quale legato di legione in Spagna, dopo aver ricoperto la pretura nell’87, sul Reno; nel 91 era divenuto console ordinario e dal 96-97 era divenuto legato della Germania Superiore; qui aveva ricevuto notizia dell’adozione di Nerva.
Con questi iniziò il 98 essendo di nuovo console e alla morte dopo poco del princeps (la notizia gli fu portata da Publio Elio Adriano, cugino di secondo grado e futuro imperatore) ascese lui stesso alla guida dello Stato.
Eppure Traiano giunse in Roma solo l’anno dopo, nel 99, poiché per tutto il 98 e per parte del 99 stesso fu impegnato a riorganizzare i confini e consolidare le frontiere lungo il Danubio (nelle zone delle province della Mesia e della Pannonia, lasciando poi ai loro governi persone fidatissime).
Secondo la tradizione e le fonti (a lui molto favorevoli), Traiano riuniva in sé le caratteristiche di esperienza militare e di un senso di appartenenza allo Stato che davvero lo resero agli occhi dell’opinione pubblica del tempo l’optimus princeps, il reggitore ideale dell’Impero, sottoposto alle leggi, ma eminente per proprie virtù e graditissimo all’esercito.
Le fonti su cui ci dobbiamo basare per la ricostruzione della sua figura sono Cassio Dione (seppur frammentato) e soprattutto Plinio che, sia nel Panegirico che nell’Epistolario, lo loda in ogni maniera, lo definisce “uno di noi”, sottolineando l’attaccamento di Traiano al senato e il sentimento di fiducia sincera che la classe dirigente romana dovette sviluppare per questo imperatore, e che impersona bene le aspettative dell’élite romana per questo nuovo principato, dopo gli anni bui della dominatio autocratica domizianea.
Attraverso la figura di Traiano Plinio delinea le caratteristiche che secondo lui, e un po’ tutto il ceto senatorio di cui era esponente illustre, avrebbero fatto di un imperatore un buon princeps, il quale avrebbe dovuto stabilire un clima di concordia con l’aristocrazia e il ceto equestre, e soprattutto dimostrare qualità civili e militari che giustificassero la sua posizione di preminenza nel contesto dell’organizzazione statale; non mettendo mai in discussione, va sottolineato molto bene, né il carattere autocratico della figura né tanto meno il ruolo dell’imperatore.
Il principato di Traiano fa registrare un netto cambio di marcia inerente alla politica estera della Roma imperiale, specie nel settore orientale: al di là del Danubio e dell’Eufrate vengono ridotte a provincia romana terre che prima non erano state mai governate nemmeno da re soci e alleati del popolo romano. Per questo aspetto Traiano è stato spesso accostato ad un generale della Repubblica.
Celeberrime sono le due guerre daciche (101-102 e 105-106, che hanno persino il loro riscontro artistico-visivo nella Colonna Traiana, eretta nel 112 nel nuovo foro voluto in Roma dal princeps, sulla quale corre un bassorilievo a spirale con la rappresentazione degli eventi salienti di queste campagne di conquista), le quali sembrano aver goduto peraltro in particolare del sostegno del senato.
Decebalo, sovrano che aveva riunito le tribù della Dacia e contro il quale già aveva avuto a che fare Domiziano non concludendo definitivamente la partita, continuava sul fronte danubiano a rinforzare le proprie fila e a minacciare grandemente la Mesia. Traiano aveva ben compreso che urgeva un suo intervento deciso nella zona e allora dopo le prime ispezioni e riorganizzazioni logistiche compiute lungo la frontiera danubiana nel 98-99, nella primavera del 101 concentrò un forte esercito in Mesia Superiore e attraversò il Danubio, avanzando spedito. La prima, cruenta battaglia si ebbe a Tapae e aprì ai Romani vittoriosi la strada verso la capitale del regno dacico Sarmizegetusa.
L’esito della guerra arrideva dunque a Traiano, che però per necessità aveva sguarnito le zone del basso Danubio e così i Daci con i loro alleati reagirono sferrando una violenta offensiva contro la Mesia Inferiore alla fine dello stesso anno.
Lasciato il controllo delle operazioni in Dacia ai suoi generali, l’imperatore dovette accorrere per difendere i territori insidiati e vi riuscì, poi nella primavera del 102 riprese l’offensiva contro la capitale dacica che fu sottoposta ad un attacco concentrico di truppe, in seguito al quale Decebalo fu costretto a chiedere la pace e ad accettare condizioni durissime: manteneva sì il suo regno, ma sotto stretto controllo romano, truppe militari di Traiano rimasero in Dacia e fu avviata la costruzione di un ponte in pietra sul Danubio a Drobeta, per consentire un passaggio rapido tra la Dacia e la Mesia Superiore (opera di un notissimo architetto al soldo del princeps, Apollodoro di Damasco, che fu a Roma anche autore del progetto del foro di Traiano, con i Mercati e la Colonna Traiana).
Nel 105 le ostilità ripresero, per le violenze e gli attacchi dei Daci contro le guarnigioni romane, e allora nel giugno Traiano partì da Roma per raggiungere il fronte Danubiano e, attraverso il ponte di nuova edificazione, puntare direttamente a Sarmizegetusa: la città fu stretta d’assedio, conquistata e distrutta nel 106; in seguito Traiano vi dedusse una colonia romana; Decebalo si uccise, mentre la Dacia (corrispondente all’odierna Romania) fu annessa e ridotta a provincia romana, la popolazione fu in parte deportata o costretta a lasciare i propri territori, in parte uccisa, in parte resa prigioniera; nel territorio di nuova conquista vi fu una forte immigrazione (del resto l’area, oltre ad offrire nuove terre coltivabili, era anche ricca di risorse minerarie, in particolare di metalli preziosi quali l’oro) e con il bottino ricavato il princeps poté finanziare le splendide opere pubbliche che commissionò sia a Roma che i
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