Iuliorum dominatu (31 a.C. – 68 d.C.)
Il Divo Ottaviano Augusto (31 a.C. – 14 d.C.)
Il principato di Augusto ebbe il merito di impostare una forte politica culturale che si espletò sia sul versante della produzione letteraria contemporanea che nella vasta opera di urbanizzazione e monumentalizzazione delle città italiane e dell’impero.
Le maggiori informazioni sulla politica di Augusto ci provengono da storici successivi quali, su tutti, Svetonio e Cassio Dione, anche se non possiamo dimenticare gli storici contemporanei come il greco Nicola di Damasco oppure lo stesso latino Velleio Patercolo, ammiratore di Tiberio; Livio, che scendeva fino al 9 d.C. nella sua monumentale opera, ci è rimasto solo attraverso le Periochae.
Tantissimi autori poetici poi ci informano sulle vicende dell’età augustea quali Cornelio Gallo, amico del princeps e primo prefetto d’Egitto che, per cause non ben chiare, cadde in un secondo momento in disgrazia agli occhi di Augusto e si suicidò dunque nel 26 a.C.; ma ancora Orazio, Tibullo, Properzio e Ovidio.
Utili ancora Strabone, Vitruvio con il suo trattato Sull’Architettura dedicato ad Augusto, Floro, Sesto Aurelio Vittore, l’Anonimo Epitome de Caesaribus, Eutropio e Paolo Orosio.
Con il primo imperatore si fa sempre più massiccia la documentazione epigrafica, significativa per ricostruire, attraverso monumenti, statue ed edifici, spesso ricchi di iscrizioni, la storia politica e l’ideologia imperiale: emblematico è il caso delle Res Gestae Divi Augusti, l’autobiografia di Augusto fatta incidere per sua disposizione testamentaria su due pilastri di bronzo collocati davanti all’ingresso del suo Mausoleo a Roma e fatta pubblicare per volontà del senato in tutte le province (preziosa la versione rinvenuta, sia in greco che in latino, ad Ankara, sulle pareti del tempio di Roma e Augusto ivi dedicato).
Tra i documenti storici più rilevanti della prima età imperiale si ricordano per esempio i giuramenti di fedeltà all’imperatore, i cinque editti di Augusto, i Fasti Praenestini, redatti dal grammatico coevo Verrio Flacco, gli Elogia del Foro di Augusto, e molto altro ancora, tra cui non si può prescindere dal menzionare la celeberrima Lex de imperio Vespasiani, contenente il conferimento dei poteri imperiali a Vespasiano; ma abbiamo anche numerosissime iscrizioni municipali, oltre che iscrizioni di singole comunità, associazioni, privati cittadini e provinciali, le iscrizioni di opere pubbliche, i cursus honorum dei singoli personaggi, il tutto ci permette di seguire lo sviluppo amministrativo dello Stato romano della prima età imperiale, oltre che comprenderne le strutture portanti.
Abbiamo anche gli scritti dei giuristi, come le Istituzioni di Gaio di età antoniniana, ma possiamo ricordare altri periti di legge quali Paolo e Ulpiano, vissuti alla corte di Settimio Severo, le cui opere non giunteci direttamente possono essere in parte ricostruite dalle citazioni che di queste fa a più riprese il Digesto di Giustiniano.
Per la storia economico-sociale importanti sono papiri e monete: nelle seconde immagini e descrizioni potevano essere veicoli di divulgazione per messaggi e valori cari all’ideologia imperiale; nei secondi resta traccia anche della vita quotidiana del tempo e oltre a contenere lettere, conti e contratti, possono spesso essere custodi di opere letterarie di vario genere, dalla letteratura poetica a quella in prosa, dai testi di carattere tecnico-scientifico ai manuali di magia, ecc.
Riguardanti il periodo Giulio-Claudio e Flavio le narrazioni più importanti e fededegne provengono senza dubbio dalle opere di Tacito, autore-senatore e filo-senatorio nelle cui pagine, intrise di quel taglio, tipico dell’élite dirigente, fortemente critico verso l’istituzione imperiale, si tocca la vetta più alta della storiografia tradizionalista ed aristocratica di Roma: negli Annali tratta degli eventi compresi tra il 14 e il 68 d.C., ovvero dalla morte di Augusto al suicidio di Nerone, e ci sono pervenuti, anche in forma lacunosa, solo i primi VI libri e i libri dal XI al XVI; le Storie riguardavano gli eventi tra il 69 e il 96 d.C., ma di esse ci restano solo i primi V libri, con qualche lacuna, specie per il V libro. Ma altre preziose informazioni le possiamo trarre anche dalle altre opere tacitiane: l’Agricola, la Germania e il Dialogo sugli oratori.
Altre notizie, specie per il principato di Caligola e sui rapporti che questi ebbe con gli Ebrei di Alessandria e di Palestina, le si ricavano dalle opere greche del filosofo alessandrino Filone, che trovano conferma anche nelle opere di Flavio Giuseppe (Guerra giudaica, Antichità giudaiche).
Tra i principali intellettuali di età giulio-claudia e poi flavia vanno ricordati Seneca, Plinio il Vecchio, Stazio, Marziale e Giovenale, oltre che Quintiliano e Frontino.
Se con il 31 a.C., o con il 30 o ancora con il 27, si suole far iniziare il principato di Augusto, com’è stato ben evidenziato Roma ebbe un impero molto prima di questa data e quindi assolutamente la “Storia dell’impero romano” e la “Storia dell’età imperiale” non sono affatto sinonimi.
Dopo Azio Ottaviano si trovò ad essere padrone assoluto dello Stato Romano, ma oramai non si poteva più tornare alla normalità, non dopo una simile guerra civile con Antonio e tutti quegli sconvolgimenti che aveva comportato. E infatti subito emersero i problemi e le difficoltà, del resto né l’opposizione tutta era stata vinta né l’insistenza e la violenza stessa delle polemiche contro le attitudini “monarchiche” di Antonio e di Cleopatra potevano permettere una deriva di segno analogo. Ottaviano non poteva farsi Re.
Difficoltà soprattutto dopo la vittoria finale contro Antonio e la sua successiva morte (30 a.C.) provenivano per Ottaviano da ogni dove, specie dal ramo militare, del resto le sue truppe oltre ad essere sovrabbondanti in termini numerici, avevano accolto anche ex antoniane, le quali il princeps pensò di liquidare subito per paura di rivolte, eppure neanche attraverso questi congedi e dispersioni la situazione parve migliorare, tanto che Agrippa dovette essere rimandato a Roma, con pieni poteri, per affiancare Mecenate che non poteva sperare di riuscire a gestire le cose da solo. Anche Ottaviano si affrettò a rientrare nell’Urbe, in pieno inverno, da Samo ove era.
Nel frattempo era pure stata scoperta e repressa da Mecenate una congiura tentata da Marco Emilio Lepido, figlio del triumviro, che pagò con la vita, e ancora Ottaviano continuava ad indebitare fortemente sé stesso e i suoi più stretti collaboratori per cercare in qualche modo di venire a capo nella distribuzione delle terre promesse ai veterani, la quale subiva per motivi logistici pesanti ritardi che non facevano altro se non fomentare possibili spiriti di ribellione.
E Ottaviano non si fidava nemmeno dei senatori che avevano patteggiato per lui anche prima della vittoria ultima; ancora nel 29 temeva una rivolta, riscontrando atteggiamenti nei suoi confronti giudicati ostili, non essendo del resto ancora venuto a capo della questione di quale veste legale si sarebbe dovuto dare, che avrebbe anzi dovuto dare al proprio potere personale, per governare. Abbiamo già detto di come il sovvertimento monarchico dello Stato non fosse una strada percorribile.
Tutte le soluzioni sposate da Ottaviano si rivelarono complessivamente restauratrici nella forma, ma innovative nella sostanza, venendo a costituire l’atto di cesura fondamentale nella storia romana tra Repubblica e Impero.
Si badi però a non considerare il disegno politico di Ottaviano come un freddissimo piano calcolato e attuato, perfettamente designato in un momento iniziale, sistematicamente; piuttosto si dovranno considerare le scelte del primo princeps come pur il frutto di continui aggiustamenti e ripensamenti certamente però connessi a una logica di fondo. In pratica, quello che noi definiamo “Impero” non è stato concepito unitariamente in un singolo momento, ma è il risultato di continue tappe successive.
Comunque vi trovò compimento quel processo di personalizzazione del potere politico e militare che aveva invaso tutta la tarda Repubblica, come anche si attuò una generale risistemazione dei rapporti tra Roma, l’Italia e il Mediterraneo intero, che pur avevano caratterizzato grandemente la fase dell’ultimo periodo repubblicano; la razionalizzazione dell’amministrazione operata da Augusto e la graduale integrazione nel senato delle élite delle diverse regioni dell’Impero e il ruolo politico e sociale degli eserciti dislocati nelle province, fanno sì che la “storia romana”, da Augusto in poi, sia divenuta sempre più “storia dell’Impero”, ovvero la storia dei rapporti e dell’interazione di territori e popolazioni rispetto al centro del potere.
Gli anni 30-27 a.C. e il nuovo assetto dello Stato
Gli anni 30-27 a.C. furono del tutto determinanti per l’impostazione del progetto ottavianeo di ritorno alla normalità senza rinunciare all’acquisita posizione di preminenza.
Le interpretazioni dei fatti che furono che le fonti antiche ne danno sono varie: Cassio Dione, ricorrendo all’espediente di porre in bocca ad Agrippa e a Mecenate due lunghi discorsi sulla forma di governo da adottare, fa del primo un fautore del regimo democratico da doversi reistituire, sottolineando le insidie di un regime monocratico ed esaltando i valori di libertà per i quali lo stesso Ottaviano si era battuto, mentre rende il secondo un consigliere della monarchia, se non nella forma almeno nei fatti, come sola condizione necessaria per garantire un corretto funzionamento dello Stato, e per lo storico vinse, con tutte le attenuanti del caso e con il dispiego di simili provvedimenti solo nel corso di lunghi anni, questa seconda teoria; Tacito per motivare le modalità di ascesa al potere di Ottaviano insiste sull’importanza rappresentata in successione dal consolato e dalla tribunicia potestas; Velleio Patercolo insiste invece sul ripristino degli ordinamenti aviti, dilaniati dai conflitti intestini; Strabone ribadisce come fosse impossibile tenere a bada un Impero sì vasto se non lo si fosse affidato a un sol uomo, come a un padre; nelle Res Gestae è Augusto stesso a sottolineare la deposizione dei suoi stessi poteri, riponendoli alla libera determinazione del senato e del popolo romano, per questo fu chiamato Augusto e contestualmente divenne superiore a tutti per auctoritas, non possedendo di fatto nessuna carica maggiore rispetto a quelle cui pur avevano accesso i suoi colleghi.
Comunque sia, il primo atto compiuto da Ottaviano nel 30 fu quello di predisporre le linee dell’assetto del nuovo territorio romano della neocostituita provincia d’Egitto, al cui comando venne designato un governatore di rango equestre, col titolo di prefetto e con poteri assimilabili a quelli dei proconsoli delle altre province, ovvero Caio Cornelio Gallo, che era stato parte integrante del processo di conquista; per garantirsi un controllo esclusivo sul paese ai senatori e ai cavalieri di più alto rango venne interdetto l’ingresso nella regione senza esplicita autorizzazione del princeps.
Poi nel 29 ai senatori venne anche proibito in generale di uscire dall’Italia senza permesso, eccetto per quanti si dovessero recare in Sicilia o in Gallia Narbonese e perché vi fossero proprietari terrieri.
Motivo di imbarazzo restava l’esercito, poiché considerando anche l’incorporazione di tutte le armate degli avversari si era giunti ad una consistenza di quasi settanta legioni. Augusto subito ridusse la cifra ad un massimo di ventisei, il rimanente fu disciolto e disperso in Italia e nelle province.
Ottaviano dal 31 al 23 a.C. ricoprì ininterrottamente il consolato, in posizione di preminenza fino al 28, e condividendo sempre la carica con membri della sua fazione. Essere console significa comunque ancora essere dotati del potere massimo d’imperium.
Il collega al consolato di Ottaviano per l’anno 30 ovvero il nipote dell’omonimo triumviro, Marco Licinio Crasso si era distinto poi come proconsole in Macedonia nel 29 e 28, vincendo le popolazioni che minacciavano i confini nord-orientali della provincia (Geti, Traci, ecc.), e rivendicò non solo il trionfo ma anche il diritto di deporre le spolia opima nel tempio di Giove Feretrio a Roma. Il prestigio militare di Ottaviano ne avrebbe risentito parecchio e alla fine in senato si decise per conferire il solo trionfo nel 27 a Crasso, del quale, dopo questo episodio, non si hanno più notizie di lui.
Nel 29 intanto Ottaviano era nuovamente in Oriente per sistemare lo Stato in quelle zone difficili: le “donazioni” antoniane furono abrogate, mentre i principali principi vassalli furono confermati e quindi quattro re ebbero il controllo su ampi reami che potevano così aiutare nella protezione delle frontiere (Ponto, Galazia, Cappadocia e Giudea, con rispettivi sovrani); la questione del vendicare Carre fu solo momentaneamente accantonata e dunque in Asia rimasero tre province romane, quella d’Asia, appunto, la Bitinia-Ponto e la Siria.
Soltanto nella bella stagione Ottaviano rientrò a Roma ove celebrò nel mese di agosto del 29 a.C. ben tre trionfi, uno per le campagne dalmatiche del 35-33, uno per la vittoria di Azio del 31 e un altro ancora per la vittoria sull’Egitto del 30. Negli anni 28-27 ricoprì ancora il consolato con il fedele Agrippa e nel medesimo 28, avendo anche poteri eccezionali censori, procedettero alla lectio senatus, epurandolo da membri indegni e indicendo un censimento della popolazione.
Allo stesso 28 si data una emissione monetale aurea che ritrae al dritto la testa di Ottaviano coronata d’alloro e al rovescio il princeps togato, assiso su uno scranno curule, con un volumen nella destra e ai suoi piedi uno scrigno che doveva contenere altri rotoli con una legenda facente riferimento all’abolizione delle norme emanate al di fuori di ogni legalità nell’età triumvirale e nel corso delle guerre civili.
All’inizio del 27 Ottaviano entrò nel suo settimo consolato, assieme al fedele Agrippa, e in una famosa seduta del senato il 13 gennaio rinunciò formalmente a tutti i suoi poteri straordinari, accettando solo un comando sulle province “non pacificate” (quelle che poi sarebbero state denominate “province di Cesare”) e sulle rispettive guarnigioni legionarie: avrebbe comandato così sulla parte della Spagna non ancora completamente soggiogata, sulle Gallie, su Siria, Cipro e Egitto, Cilicia, oltre che sui regni vassalli; al potere decisionale del popolo furono relegate le province “pacificate”, in cui cioè non c’era bisogno di forti contingenti militari (“province del popolo”), quali Africa, Asia, Acaia ed Epiro, Macedonia, Illirico, Sicilia, Sardegna e Corsica, Creta e Cirenaica, Bitinia-Ponto e la Betica.
Ottaviano con tale ripartizione avrebbe avuto competenza sulla maggior parte delle forze legionarie, evitando che altri generali avessero potuto conquistare militarmente importanti vittorie su fronti rilevanti. C’è poi da immaginarsi che inizialmente tale ripartizione non fu così netta e, poi, nel corso del principato, le decisioni del 27 subirono alcuni aggiustamenti.
A seguito di tale decisione, il senato pochi giorni dopo gli conferì il titolo di Augusto (termine che deriva da augere, “innalzare”) che lo sottrae dalla dimensione più propriamente politica per proiettarlo in quella sacro-religiosa, gli fu donata la corona civica fatta di foglie di quercia e l’onore di uno scudo d’oro che fu appeso nell’aula del senato, sul quale erano elencate le virtù di Augusto (“virtù, clemenza, giustizia, pietà verso gli dei e la patria”).
Come Augusto stesso ha a sottolineare nelle Res Gestae riguardo ai fondamenti del suo potere, a parte quelli consolari fino al 23, è evidente come questi si fondino sull’alone carismatico che oramai circondava la sua persona e che ne faceva davvero il “principe”, ovvero il primo uomo dello Stato.
Dunque la sua e nuova architettura istituzionale si rivelava ispirata alla prudenza e al compromesso con la tradizione repubblico-senatoria, certo resa possibile dal momento contingente di pace scaturita a seguito di lunghi e duri anni di conflitti intestini, e pertanto nessuno poteva escludere a priori ormai l’opportunità che il potere venisse detenuto da un solo individuo. E allora furono superate di fatto le antiche istituzioni paradossalmente ridando loro linfa e sostegno, tant’è che gli organi repubblicani in età augustea funzionarono assai più regolarmente che non in età cesariana o triumvirale; ciò valse tanto per le magistrature ordinarie che per il senato che per gli stessi comizi, che non persero di colpo la loro funzione elettorale e legislativa.
Ma in questo sistema si era insinuata una figura nuova, quella del principe che comandava quasi tutto l’esercito e che, a mano a mano, rafforzava nella sua stessa persona poteri e titoli sempre più prestigiosi.
Ottaviano Augusto era divenuto davvero il punto di riferimento e di equilibrio fra le diverse componenti della nuova realtà, oramai, “imperiale”.
Dal 26 al 23 Augusto continuò ininterrottamente a ricoprire il consolato assieme a suoi fedeli collaboratori o comunque appartenuti alle parti cesariane.
Tra il 27 e il 25, contando su colleghi fidati nel consolato, si assentò da Roma per recarsi in Spagna settentrionale per combattere Asturi e Cantabri, che non erano stati sottomessi al dominio romano; così dimostrava non solo di provvedere con solerzia alla pacificazione dei territori provinciali sotto il suo governo, ma allo stesso tempo rassodava il suo contatto e legame con le truppe e con i veterani insediati nelle province, indispensabili ambedue per il suo potere.
Alternò circa trienni fuori dall’Italia a bienni di residenza nell’Urbe, in modo
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