Introduzione
Il concetto di Medioevo è un'invenzione moderna. A percepire lo stacco furono gli umanisti italiani del XIV – XV secolo, che etichettarono quel periodo come "età di mezzo", attribuendogli una negativa valenza di decadenza artistica e culturale. Voltaire identificò nelle invasioni barbariche, nel potere della Chiesa e nel feudalesimo le cause della violenza, della superstizione, dell'autoritarismo e dell'oppressione di quel periodo. Con l'avvento del Romanticismo nei secoli XVIII – XIX si ebbe un'interpretazione in chiave nazionalistica. Fu infine Georg Horn a fissare, nel 1966, l'inizio (caduta dell'Impero romano d'Occidente, 476) e il termine (caduta dell'Impero romano d'Oriente, 1453) del Medioevo, inteso come fase di passaggio da un periodo vetus a uno recentior (caratterizzato dalla diffusione delle armi da fuoco e della stampa, dalle scoperte geografiche e dall'Umanesimo). La storiografia italiana tende invece a far partire il Medioevo nel 569 con l'invasione dei longobardi e farlo concludere nel 1492 con lo sbarco nei Caraibi di Cristoforo Colombo.
Tripartizione
- V – IX secolo (depressione, minimo nel VII secolo – dopo il III secolo cominciò un periodo di carestie ed epidemie, come le ondate di peste del 541, che diminuì la popolazione europea da 67 a 27 milioni, con un impoverimento del commercio nel Mediterraneo a causa della fine dell'economia statale europea e la diminuzione degli scambi di moneta con la caduta del fisco)
- X – XII secolo (espansione, massimo a metà XIII secolo – ci fu un'ampia ripresa dovuta anche alla scomparsa delle imposte statali nel VII – VIII secolo che aumentò durante il periodo carolingio con la coniazione di monete d'argento e nuovi mercati portuali nel Mare del Nord con il raggiungimento di circa 73 milioni di abitanti)
- XIII – XV secolo (depressione, minimo a metà XIV secolo – calo demografico che culminò negli anni 1347 – 1348 con la peste bubbonica, la quale rimase a lungo allo stato endemico comportando ulteriori epidemie e facendo calare la popolazione europea fino a 45 milioni di abitanti)
Bipartizione
- V – X secolo (alto medioevo)
- XI – XV secolo (basso medioevo)
Crisi del mondo romano
La pax romana aveva garantito ai popoli che erano entrati a far parte dell'impero il mantenimento delle proprie istituzioni e delle proprie religioni in cambio della fedeltà a Roma, mentre la cittadinanza fu estesa a tutti gli uomini liberi dell'impero nel 212 con la Constitutio Antoniniana, detta anche Editto di Caracalla. L'organismo imperiale era coeso grazie al sistema statale di comunicazioni, allo sviluppo di apparati burocratici e militari e all'unità dei gruppi dirigenti, ma terminate le guerre di espansione l'economia cominciò a ristagnare. Ci fu un calo della manodopera schiavistica e un inasprimento del prelievo fiscale (squilibrio tra risorse e necessità) per il mantenimento degli apparati statali, con conseguente inflazione e aumento del divario tra ricchi e poveri.
Nel corso del III secolo l'elezione degli imperatori dipese sempre di più dall'esercito (composto perlopiù da soldati di mestiere, cioè mercenari e barbari): le legioni finirono con l'acclamare imperatori i propri comandanti e tra 235 e 284 se ne succedettero ventotto.
Diocleziano (284 – 305) associò al trono Massimiano, cui affidò il governo delle regioni del Reno (la capitale si sposta da Roma a Milano nel 286), mentre egli si occupò di quelle danubiane e orientali (posizionando la sua residenza a Nicomedia, in Asia Minore). La tetrarchia nel 293 con Galerio, che ebbe l'Illirico, e Costanzo Cloro, che ebbe la Gallia e la Britannia, servì a sottrarre la nomina dei successori al controllo dell'esercito e per definirne precise competenze territoriali, facilitate nel 297 con la frammentazione delle province, che furono riunite in dodici diocesi divise a loro volta in quattro prefetture.
Fu adottata una più razionale amministrazione del fisco attraverso un più equo sistema di esazione della tassa fondiaria fondata sul catasto (lista dei beni immobili) e furono fissati dei prezzi massimi per i beni di consumo al fine di limitare l'inflazione. L'esercito fu diviso in truppe stanziali presso i confini e legioni di combattimento che seguivano l'imperatore, mentre l'aristocrazia senatoria fu esclusa dai comandi.
Dopo lunghi conflitti perpetuati dal 306 al 324, Costantino (306 – 337), figlio di Costanzo Cloro, rimase l'unico imperatore e trasformò l'antica città di Bisanzio, che dava sul Bosforo, in una "nuova Roma", che da lui prese il nome di Costantinopoli nel 330, evidenziando la divaricazione tra pars Orientis, ove i vasti latifondi furono contrastati dalla piccola proprietà fondiaria, e pars Occidentis, ove le città decaddero mentre le ricchezze tesero a confluire verso Oriente.
Egli rafforzò gli uffici ministeriali separando la carriera militare da quella civile e rilanciò il sistema monetario coniando una nuova moneta d'oro, il solidus, che avrebbe costituito la base del monometallismo dell'oro.
Agli inizi del IV secolo il cristianesimo era una religione minoritaria e perseguitata a causa del rifiuto di tributare atti di culto alla figura dell'imperatore. Le persecuzioni di massa disposte da Decio nel 249, da Valeriano nel 258 e da Diocleziano nel 303 riguardarono coloro che si rifiutarono di negare la propria fede. Con l'Editto di Milano (313) Costantino concesse la libertà di culto, anche se egli continuò ad agire come il capo della religione di stato romana, mentre nel concilio di Nicea (325) da lui convocato (fu il primo concilio ecumenico, cioè un'assemblea dei vescovi di tutta la cristianità), perché preoccupato che le divisioni teologiche tra le chiese potessero minare l'unità dell'impero, riaffermò il cattolicesimo (dimensione universale della Chiesa) contrapposto ai gruppi eretici.
Teodosio (379 – 395) rese il cristianesimo religione di stato mediante l'Editto di Tessalonica (380), nel quale rese illegali gli altri culti, mentre nel concilio di Costantinopoli (381) riaffermò il credo, la natura dello Spirito Santo e le caratteristiche della Chiesa (una, santa, cattolica e apostolica). Tra il 391 e il 392 emanò diverse leggi che proibivano i sacrifici e che revocavano i sussidi per i sacerdoti pagani e iniziò una vera e propria persecuzione del paganesimo, con la distruzione del Serapeo (392) di Alessandria, e dell'ebraismo, col divieto agli ebrei di prestare servizio nella burocrazia imperiale e di investire qualsiasi carica pubblica.
Alla sua morte il figlio Arcadio ereditò la pars Orientis e Onorio la pars Occidentis, la cui capitale fu spostata a Ravenna nel 402.
Gli imperatori del tardo impero individuarono nelle strutture organizzative delle chiese cristiane uno strumento di legittimazione del potere imperiale. Il culto cristiano, nato in Palestina verso l'inizio del I secolo d.C., si diffuse tra i ceti più umili delle città (paganus, cioè abitante del pagus, il villaggio rurale). I collegi di vescovi, concili e sinodi servirono per definire i dogmi e le norme cristiane mediante l'interpretazione ortodossa delle Sacre Scritture e la condanna delle eresie (l'arianesimo, che sosteneva l'inferiorità di Cristo figlio rispetto a Dio padre, nel concilio di Nicea del 325; il monofisismo, che sosteneva la sola natura divina di Cristo, nel concilio di Calcedonia del 451, come anche il duofisismo o nestorianesimo, che sosteneva la separazione della natura umana di Cristo da quella divina).
Il clero si evolse come una categoria sociale a sé stante con la funzione di esercizio del culto; il laicato fu escluso dall'amministrazione della Chiesa nel concilio di Roma (502); ordo clericorum: vescovo o episcopo, prelato che governava la comunità di fedeli detta diocesi o suffraganea; prete o presbitero, che si occupava della cura delle anime e dell'amministrazione dei sacramenti (i coloni e gli schiavi non potevano diventare preti); cardinale, ecclesiastico di una chiesa della diocesi di Roma (cioè di una chiesa "cardine"); arcivescovo o metropolita, capo di gruppi di diocesi; patriarca, a guida di intere regioni dette patriarcati (come quello di Roma, di Gerusalemme, di Antiochia, di Costantinopoli ecc...).
Il clero secolare o diocesano era composto dai vescovi, presbiteri e diaconi che non erano vincolati alla regola religiosa e che quindi vivevano "nel secolo", cioè nel mondo civile (da saeculum, "mondo"); si distinguevano dal clero regolare, che seguiva la regola dei loro fondatori.
In quanto successori di Pietro, i papi pretendevano il primato apostolico sin dai tempi di Callisto I (217 – 222) e Stefano I (254 – 257); accanto ai doveri pastorali relativi alla propria diocesi, il papa sovraintendeva sui vescovi delle diocesi occidentali, godeva del ruolo di principatus della Chiesa universale e governava una provincia estesa; papa Gelsasio I propose all'imperatore romano Anastasio l'incontro dell'auctoritas sacrata pontificium e della regalis potestas; dopo le invasioni barbariche si formò una rete di funzionari, detti rectores, e una cancelleria pontificia, detta scrinium, per la documentazione scritta.
I regni romano-barbarici
Il termine "barbaro" indica un individuo dai costumi non greci o romani stanziato al di là del limes, il confine imperiale tra il Reno e il Danubio, da non confondere con "germanico": il concetto di barbarità è ibrido e frutto dell'intersezione eterogenea di più popolazioni. La migrazione dei popoli barbarici (IV – VI secolo), dovute al peggioramento delle condizioni climatiche e alla pressione di altre popolazioni seminomadi provenienti dalle steppe euroasiatiche (quali gli unni, stanziatisi nella Pannonia – l'attuale Ungheria), causò un riassesto delle popolazioni sedentarie dell'Impero romano. L'equilibrio dell'Impero viene inizialmente disturbato dallo spostamento dei visigoti in Tracia (375), coi quali si scontra l'imperatore Valente perdendo la vita in battaglia, che attuarono scorrerie in Grecia, Macedonia, Illirico e Aquileia (401) guidate dal generale visigoto Stilicone, fino al sacco di Roma (410) guidato da Alarico; i visigoti costituirono il primo regno barbarico all'interno dell'Impero con la conquista dell'Aquitania, in Gallia (418).
L'impatto fu gestito in Oriente con l'estromissione degli ufficiali di origine tedesca (400) e con crescente ostilità, mentre in Occidente fu adottata l'alternanza tra chiusura e integrazione (attuata con la foederatio, cioè l'inquadramento militare in veste di alleati con ricompensa, e l'hospitalitas, cioè la concessione di un terzo delle tasse sui terreni di una regione ai gruppi etnici che giuravano fedeltà e fornivano servizio militare rimanendo indipendenti). A causa dell'invasione dei visigoti nel 406 l'esercito abbandonò la Britannia, invasa immediatamente dai pitti e dagli scoti che divennero federati romani, mentre nel 407 il confine del Reno fu attraversato da alani, burgundi, suebi e vandali, che si stanziarono presso i Pirenei nel 409 dopo essere entrati in contrasto coi federati franchi. Nel 429 i vandali si spostarono nell'Africa settentrionale, occuparono Cartagine (439) e la Sicilia (440) e saccheggiarono Roma (455) a seguito di Genserico.
Nel 451 il generale Ezio (fatto uccidere nel 454 dall'imperatore Valentiniano III per degli intrighi di palazzo) bloccò l'incursione degli unni guidati da Attila, i quali si ritirarono dalla penisola italica l'anno seguente; nel 476 il generale sciro Odoacre depose l'imperatore Romolo Augustolo dopo aver ucciso il padre di quest'ultimo, Oreste, organizzando un dominio personale non riconosciuto dall'imperatore d'Oriente, Zenone, il quale affidò il controllo della penisola italica al re ostrogota Teodorico (493 – 553) che sconfisse Odoacre nel 493.
I regni romano-barbarici
- Vandali e alani: sorto nell'Africa del nord, fu uno dei regni più fragili: a causa dell'intolleranza religiosa e della crisi economica l'integrazione tra romani e barbari fu praticamente nulla, quest'ultimi rifiutarono il sistema dell'hospitalitas e confiscarono i beni ecclesiastici per trasferirli ai vescovi ariani. Il re Genserico (428 – 477), fondatore del regno, tentò di legittimare il potere vandalo con le nozze tra suo figlio Unnerico (477 – 484) ed Eudocia, figlia di Valentiniano III. Nel 533 – 534 Giustiniano (527 – 565) riconquistò le coste africane schiavizzando i vandali e gli alani e immettendoli nel proprio esercito.
- Ostrogoti: dalla penisola italiana (compresa la Sicilia, presa ai vandali da Odoacre) alla Pannonia alla Provenza. Il re Teodorico (493 – 526), barbaro vissuto a Bisanzio, mantenne la capitale del regno a Ravenna e attuò una politica di convivenza e tolleranza rispettando le istituzioni romane e i cristiani di fede nicena (contrapposti ai goti ariani) ma mantenendo le due popolazioni, quella romana e quella ostrogota, separate, ognuna con le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione (mancata assimilazione reciproca ma hospitalitas). Egli rese appannaggio della popolazione latina l'amministrazione civile e dei goti il comando militare delle guarnigioni, inaugurando un periodo di pace rotto quando l'impero bizantino promosse una politica di unità religiosa perseguitando gli ariani e causando così la reazione antiromana e antinicena del re ostrogoto. Le lotte per la successione di Teodorico e la politica mediterranea giustinianea portarono alla caduta del regno nel 553, con la sconfitta dell'ultimo re gota Teia (552 – 553) e l'estensione legislativa dell'Impero bizantino nella penisola italica con la Prammatica sanzione (554).
- Visigoti: tra Spagna e Gallia. Re Leovigildo (568 – 586) adattò le strutture statali a quelle romane rinnovando l'apparato legislativo, mentre il successore re Recaredo (586 – 601) si convertì al cattolicesimo vincendo le resistenze del clero ariano e dell'aristocrazia visigota. La fusione del popolo visigota con quello romano, facilitata dall'hospitalitas, fu suggellata nel 633 da dei concili generali atti a segnalare la cooperazione tra le varie componenti del regno e sotto re Rescevindo (649 – 672) con la pubblicazione del corpo di leggi Liber iudiciorum, valido per entrambe le popolazioni, in cui si promuovevano matrimoni misti. Durò fino all'avanzata dei barbari del 711 – 716, resistendo all'offensiva giustinianea.
- Franchi: completa integrazione mediata dalla foederatio, già dal 406 combatterono per difendere il confine imperiale sul Reno. Re Clodoveo (481 – 511), discendente del leggendario Meroveo (da cui i Merovingi, dinastia di Carlo Magno), sconfisse il regno di Siagrio (486), ultima resistenza gallo-romana, e i visigoti a Vouillé (507) esautorandoli dall'Aquitania, e si convertì dal politeismo pagano alla fede cristiana (senza passare per l'arianesimo) nel 496 per presentarsi come protettore delle chiese, promuovendo il culto di San Martino, patrono dei franchi, e ricevendo dall'imperatore bizantino il titolo di patrizio (508). Nel 510 firmò il Pactus legis salicae, col quale fissò le norme di convivenza della popolazione, e alla sua morte il regno fu diviso tra due eredi. Tra il 531 e il 536 i franchi annetterono la Provenza e divisero il proprio regno in Austrasia (est, fortemente germanizzato), Neustria (ovest), Burgundia (l'attuale Borgogna, antica terra dei burgundi) e Aquitania. Sotto i re Clotario II (613 – 629) e Dagoberto (629 – 639) si raggiunse una certa stabilità e unità dei quattro regni grazie al compromesso con l'aristocrazia (da cui erano reclutati gli ufficiali pubblici: i conti, o comites, per le città, e i duchi per le circoscrizioni territoriali) e alla mescolanza di culture (quella gallo-romana puntava sul militare, quella germanica sull'ecclesiastico). I Pipinidi, famiglia aristocratica austrasiana, approfittarono della debolezza della figura regia nel corso del VII secolo rendendo ereditario il controllo della corte (ottenuto con delle clientele militari basate sulla distribuzione delle terre e con l'appoggio della Chiesa di Roma): il primo fu il maggiordomo (cioè maestro, il massimo funzionario) di palazzo di Austrasia, Neustria e Burgundia Pipino II di Herstal (687 – 714), al quale succedette il figlio Carlo Martello (737 – 741), maggiordomo di Austrasia, Burgundia e Neustria che avviò una forte espansione contro alamanni, bavari, turingi e sassoni e che condusse l'esercito franco alla vittoria di Poitiers (732) contro una spedizione islamica arrestandone l'avanzata dalla Spagna. A lui succedette a sua volta il figlio Pipino III detto il Breve (751, ma ufficialmente dal 754 – 768), battezzato dal papa Stefano II (il quale converte anche i suoi figli Carlomanno e Carlo) ed eletto illegalmente re dei franchi dalla legittimazione del papa (che temeva l'avanzata dei longobardi – illegalmente perché i re dovevano ricevere lo status giuridico a regnare dal sovrano bizantino, mentre il papato aveva solo il compito di benedirli) dopo essere stato maggiordomo di Neustria e Austrasia e dopo aver deposto il re Childerico III.
- Longobardi: giunti dalla Pannonia nella penisola italica nel 569 guidati dal re Alboino, passando dal Friuli e insediandosi disomogeneamente nella pianura padana, tra Spoleto e Benevento e in Toscana (anche se Bisanzio mantenne il controllo su gran parte della penisola).
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