Sparta vs. Atene: è guerra
1 - I perché dello scoppio
Cominciamo col dire che davvero pochissime vicende della storia greca conosciamo così bene come conosciamo la celebre “Guerra del Peloponneso”, ovvero il conflitto estenuante ed interminabile che per ben 27 anni (l’ultimo trentennio del V secolo) oppose le due superpotenze del mondo ellenico.
Abbiamo una vastità di notizie poiché alla sua narrazione è interamente dedicata una pietra miliare della letteratura storiografica greca che poi sarà alla base di un modello di intendere e raccontare gli eventi storici che tutt’oggi è in uso, la Guerra del Peloponneso di Tucidide.
Purtroppo questa preziosissima fonte diretta di cui disponiamo (dato che lo stesso storico era stato comandante della flotta ateniese in stanza in Tracia) si interrompe bruscamente al 411, cioè circa 5/6 anni prima della conclusione del conflitto.
Ma perché scoppia la guerra? Ci aiuta subito Tucidide distinguendo quelle che sono le cause dichiarate, spesso solo pretesti e dunque non sufficientemente convincenti, e quelle che sono le reali motivazioni, tenute in ombra all’opinione pubblica.
Il “casus belli” principale sta nel timore avvertito da Sparta nei confronti del crescente espansionismo ateniese la cui potenza, derivata dall’impero che oramai la polis controlla attraverso la symmachia delio-attica, sembra sempre più devastante ed incontrollabile; ciò che invece viene professato come motivazione del conflitto è il risultato di alcuni contrasti occasionali che hanno il solo effetto di scatenare le tensioni già esistenti.
Nel 433 si verifica la prima occasione di crisi che non riguarda nemmeno direttamente gli spartani, bensì potenti alleati dei lacedemoni, i Corinzi.
L’origine della contesa sta in un problema legato alla comune colonia di Epidamno che scaturisce tra corinzi e corciresi: questi ultimi pensano bene di risolvere la questione interpellando la potenza di Atene, nei confronti della quale chiedono l’alleanza.
L’importanza dell’isola per i commerci con l’Occidente convince gli ateniesi a farsi avanti e a stipulare un accordo puramente difensivo, cosicché quando, presso le isole Sibota, i corciresi sono sconfitti dai corinzi, in virtù della presenza di una piccola flotta ateniese, questi ultimi non possono assediare l’isola e prenderla definitivamente.
Questo ovviamente non fa che peggiorare i rapporti irrimediabilmente tra Atene e Corinto in vista di sviluppi futuri.
Una seconda opportunità d’ulteriore frattura tra le due poleis gira intorno alla questione di Potidea, colonia corinzia della Calcidica.
La città, che fa parte, come altre della regione, della lega delio-attica, nel 433 viene bersagliata da una serie richieste che le muove Atene per paura di una sua possibile defezione: le viene chiesto di consegnare ostaggi, di abbattere parte della cinta muraria e, richiesta totalmente provocatoria, di non accogliere più i magistrati corinzi (“epidemiurghi”) che annualmente le vengono inviati per governarla.
Chiaramente Atene in questo modo vuole recidere ogni possibile contatto tra la colonia calcidica e la sua stessa madrepatria.
I potidesi rifiutano e quindi si aprono le ostilità nel 432 quando Atene invia una flotta di quaranta navi per asserragliare la città. L’assedio durerà due anni e graverà sulle spese della polis attica in maniera consistente.
Eppure l’ultimo passo che fa schiudere definitivamente le porte della guerra consiste in un’altra sconsiderata mossa ateniese che ben sottolinea il crescente dispotismo con il quale pur alimenta la sua symmachia.
Lo stesso Pericle infatti, sempre nel 432, fa approvare un decreto che esclude i megaresi non solo dal mercato ateniese, ma anche da tutti i porti della lega.
La motivazione ufficiale sta nell’intento di voler punire gli abitanti della polis di Megara che avrebbero coltivato terre sacre ai confini dell’Attica.
Inutile dire che la mossa periclea mette in ginocchio l’economia megarese, basata esclusivamente sul commercio, e crea notevoli difficoltà anche all’intera lega peloponnesiaca della quale la polis megarese fa parte: Atene non viola le condizioni di pace con Sparta del 446/445 formalmente, ma istiga così una reazione parecchio comprensibile.
A questo punto appare davvero difficile evitare il conflitto e, in un celebre dibattito che Tucidide dipinge ad arte svoltosi a Sparta nel 432 (attraverso il discorso preoccupato del re Archidamo e l’orazione dell’eforo Stenelaida che invece professava l’entrata in guerra), l’apella spartana ratifica l’apertura delle ostilità, come poi farà anche l’assemblea della lega peloponnesiaca.
Vani appaiono i tentativi di trattative che possano scongiurare la guerra: Pericle rifiuta le proposte spartane perché fermamente convinto nella possibilità di vittoria per i suoi concittadini e piuttosto propone di sottoporre la controversia ad un arbitrato; gli spartani non ci stanno e, dunque, si assumono le responsabilità dell’apertura del conflitto.
2 - Pericle imposta la guerra…
La scintilla finale per dare il via alle danze belliche è l’aggressione che, nel marzo del 431, deve subire Platea, alleata di vecchia data di Atene, ad opera dei tebani.
La polis di Tebe da tempo aveva intenzione di ammettere al suo koinon beotico la potenza plateese che sempre era invece rimasta alleata con gli attici e, complice l’aiuto di alcuni oligarchici locali, penetra con un esiguo numero di soldati nella città nemica, la quale però ha buon gioco data la superiorità numerica; i responsabili vengono così giustiziati.
Per Atene e Sparta è la goccia che fa traboccare il vaso: ha inizio la prima fase della guerra che durerà ben dieci anni e verrà convenzionalmente designata come “guerra archidamica”, in relazione alle continue invasioni, che sortiranno per la verità poco successo, che il re spartano Archidamo condurrà in Attica.
Gli schieramenti che si fronteggiano, per il coinvolgimento degli alleati così massiccio, spaccano il mondo greco, non solo continentale, in due: con i lacedemoni combatte il grosso della Grecia meridionale e centrale (ad eccezione degli Argivi e degli Achei), e poi i Beoti, i Megaresi, i Locresi, i Focidesi e così via; dalla parte di Atene si schierano, oltre alle numerose poleis della propria symmachia, anche i Tessali e gli Acarnani, nonché le isole di Corcira e Zacinto.
Pericle, che è il principale sostenitore del conflitto, è eletto stratego per il 431 e anche per l’anno successivo ed ha una ben precisa strategia militare da adottare.
Egli è perfettamente consapevole della netta superiorità degli spartani in fatto di potenza bellica sulla terraferma, quindi decide di giocarsi tutte le sue carte nei combattimenti navali evitando gli scontri terrestri.
L’idea madre della sua tattica è quella di affidare alla sua flotta il compito di logorare il nemico attraverso una serie di inserimenti sulle coste del Peloponneso oltre che con il blocco delle sue rotte commerciali.
Il punto è che per far funzionare tale piano la città di Atene non sarà mai chiamata ad accettare uno scontro terrestre in una grande battaglia campale e, quindi, anche quando gli spartani più volte penetreranno nel suolo attico, gli ateniesi, rifugiati tutti all’interno del centro urbano e nelle zone delimitate dalle Lunghe Mura (che collegano Atene ai porti del Pireo e del Falero), non dovranno mai farsi prendere dall’istinto naturale di difendere i propri territori, ma piuttosto assistere alla devastazione degli stessi.
In misura certo diversa, Pericle sta chiedendo ai suoi concittadini di osservare nuovamente impotenti alla distruzione della propria patria (almeno nei possedimenti della chora) come già era accaduto tempo addietro all’epoca della seconda guerra persiana.
Soltanto così Atene godrà dei privilegi di un’isola, potendo essere attaccata solo dal mare, dove è nettamente più forte.
Non considerando i gravi disagi causati alla popolazione che si viene a concentrare in uno spazio cittadino difeso quanto limitato, la strategia periclea sembra funzionare: infatti, quando nell’estate del 431, Archidamo, alla testa di un grosso esercito peloponnesiaco, invade l’Attica devastandola, non trova opposizione e, finiti i viveri, deve tornarsene in patria con un nulla di fatto.
Il grande statista risponde con incursioni in Megaride e nel Peloponneso che, per dir la verità, non risultano molto fruttuose, però si preoccupa anche di espellere gli Egineti dalla propria isola per ottenere il controllo totale sul golfo Saronico.
Nel 430 si ripete lo stesso canovaccio con Archidamo che ripenetra in Attica, devastandola, ma non concludendo niente di rilevante, e che Pericle controbatte intensificando l’assedio di Potidea e attaccando Epidauro, nel Peloponneso, senza troppa fortuna: è sicuramente una fase di stallo della guerra.
E tuttavia sarebbe dovuto accadere, di lì a poco, qualcosa internamente ad Atene che avrebbe sconvolto la situazione.
La polis attica è sconvolta, infatti, da un’epidemia che, partita dall’Etiopia per estendersi in Egitto e Asia Minore, giunge a bordo di una nave mercantile nel porto del Pireo; complice, le scarse condizioni igieniche nelle quali versava Atene, a causa dell’affollamento derivato dalla tattica periclea per condurre la guerra, il morbo della pesta si espanse a macchia d’olio piegando la popolazione.
Nel giro di quattro anni, si calcola che sia stata colpita, e per questo venuta meno, almeno un terzo della popolazione, ovvero un effetto assai più catastrofico di una qualsivoglia campagna militare.
Il malcontento popolare si aizza soprattutto contro Pericle che è destituito dalla carica di stratego e multato per presunta sottrazione di denaro pubblico.
Eppure nel frattempo per Atene arrivano rincuoranti successi su più fronti: l’assedio di Potidea, tra il 430/429, viene portato a termine e la città è rasa al suolo mentre lo stratego
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