Le guerre greco-persiane
1 - Il primo conflitto: Eretria distrutta, Milziade eroe a Maratona
L’abbiamo già ricordato prima, la rivolta ionica non è che l’inizio di eventi che si protrarranno per lunghi decenni e che opporranno i Greci ai Persiani. Infatti già negli anni immediatamente successivi ai conflitti drammatici nella microasiatica Dario I concentra la sua attenzione sul mondo greco: il sovrano achemenide vuole espandere i suoi domini fin in tutto l’Egeo e, in primo luogo, vendicarsi delle due poleis di Atene ed Eretria che si erano intromesse in affari interni al suo impero.
Nel 492 Mardonio guida la prima spedizione persiana in Occidente concentrando la sua attenzione sulla satrapia della Tracia, altra regione che all’epoca della rivolta dei Greci d’Asia si era attivata in cerca della libertà. La spedizione può ritenersi soddisfacente nonostante le difficoltà incontrate, specie con la popolazione indigena dei Birgi.
Ma è dal 491 che viene organizzata la vera offensiva persiana alla Grecia continentale con obiettivi Atene ed Eretria. Come era uso del grande impero d’Oriente, furono inviati ambasciatori alle poleis greche con l’intento di ottenerne la sottomissione spontanea nella simbolica richiesta di “terra e acqua”. Un po’ per il timore della guerra, un po’ per l’oggettiva superiore potenza persiana, molte poleis insulari e non poche tra le continentali risposero positivamente all’invito, schierandosi dunque con il Gran Re.
Una città, invece, così fiera e orgogliosa dei propri mezzi, come Atene non poteva di certo piegare il capo senza almeno lottare per la sua stessa libertà. Gran peso ebbe, probabilmente, in questo contesto la presenza e le idee di Milziade, il nipote di Milziade il Vecchio che aveva, ai tempi di Pisistrato, colonizzato il Chersoneso Tracico, il quale era rientrato in patria da soli due anni. Di orientamento spiccatamente antipersiano, riuscì ad orientare ed influenzare la cittadinanza ateniese a non arrendersi all’oppressore straniero, contrastando peraltro anche i pareri degli Alcmeonidi - che erano per l’alleanza con il colosso persiano -, facendo sì che fossero anche uccisi gli araldi del Gran Re. Ora sarebbe stata solo guerra, sanguinosa per giunta.
L’iniziativa di Dario, per dirla tutta, provoca anche sconvolgimenti tra le varie rivalità, sempre presentissime, che sono sempre esistite tra le poleis del mondo greco. Gli Ateniesi dovettero fronteggiare ad esempio l’antica rivale Egina che invece aveva preferito la sudditanza nei confronti dei persiani.
Comunque sia su Atene ora grava una pesantissima minaccia: nella primavera del 490 la grossa flotta persiana, comandata dal generale Dati e dal nipote del re Artaferne, salpa dalla Cilicia e attraversa le Cicladi senza troppe difficoltà, tranne che per Nasso la quale opponendo resistenza ne trae solo distruzioni e devastazioni, e si dirige in Eubea, principalmente per adempiere allo scopo punitivo della missione. Giunge dunque ad Eretria che dopo un breve assedio è costretta a capitolare. I suoi templi vengono incendiati e gli abitanti sono deportati in Asia, questo per vendicare l’ancora vivo ricordo dell’incendio di Sardi di circa otto anni prima.
Adesso è la volta di Atene. È importante sottolineare che il vecchio tiranno Ippia si era imbarcato con la flotta del Gran Re e ne era diventato un prezioso consigliere per la sua conoscenza della città attica oltre che dei territori greci. È suo infatti il consiglio di sbarcare a Maratona, una località dell’Attica nord-orientale, forse perché in quella piana poteva contare di appoggi familiari ed agevolazioni. Facile immaginare lo sgomento che dovette impadronirsi degli ateniesi in una situazione così cruciale nella quale i propri territori erano già stati occupati e l’avanzata verso le proprie case da parte del nemico era praticamente già iniziata.
Milziade, che era uno dei dieci strateghi, fece votare in assemblea l’andare incontro all’esercito nemico piuttosto che aspettare la possibile devastazione della città di Atene. 9.000 opliti ateniesi e circa 1.000 platesi si riunirono dunque per partire in direzione della piana di Maratona dove li aspettava almeno un esercito dal doppio di forze numeriche. Si chiede l’aiuto spartano che però non può essere inviato con prontezza perché sono in corso le festività delle Carnee, durante le quali per legge non si può non solo ingaggiare battaglia, ma nemmeno permettere l’allontanamento delle truppe militari dalla città laconica.
Ateniesi e Plateesi sono in definitiva soli contro la temibile armata del Gran Re.
La battaglia di Maratona ha luogo nel mese di settembre del 490 e dopo alcuni giorni iniziali, in cui gli eserciti si fronteggiano timidamente studiandosi e non esponendosi particolarmente, viene fuori l’intelligenza in fatto di tattica militare e la brillantezza in quanto ad abilità d’esecuzione di Milziade. Costui aveva conosciuto le tattiche militari persiane quando era nel Chersoneso Tracico ed era convinto della superiorità degli opliti greci per armamento e compattezza nella tecnica bellica: decide di attaccare all’improvviso, una mattina, creando così le premesse di quella che sarebbe poi diventata a dovere una memorabile battaglia.
L’esercito persiano guidato da Dati ha vita facile a sbaragliare il reparto centrale dell’esercito greco ma non fa i conti con la vera trappola che Milziade ha preparato. Le ali dello schieramento ellenico si staccano dal corpo centrale e accerchiano con rapidità le truppe persiane che si trovano così strette in una morsa infernale che non lascia loro altra arma se non quella del ripiegamento all’indietro, di fatto chiamando la ritirata ed imbarcandosi frettolosamente sulle navi ancora ormeggiate alle loro spalle.
Erodoto, che è sempre la nostra principale fonte, conta almeno 6.400 caduti tra le file del Gran Re; gli Ateniesi piangono solo 192 prodi guerrieri caduti che decidono di seppellire sul campo tumulandoli in una costruzione terrosa che tutt’oggi nella piana di Maratona è visibile, incastonata nel verde di un rigoglioso prato e con le spalle rivolte verso il mare blu della costa attica.
A questo punto arrivano gli Spartani che possono solo complimentarsi con l’incredibile vittoria riportata dagli attici che, de facto, avevano sbaragliato l’esercito persiano da soli.
Ma i pericoli per Atene non sono ancora finiti. Dati, vilmente, ha la geniale intuizione che la città di Atene è verosimilmente scoperta e indifesa per la presenza dell’esercito a Maratona, e allora, nel ripiegare marittimamente verso il porto del Falero, cerca di porre l’assedio alla polis. Milziade ha ancora la lucidità per elaborare una contromossa e con incredibile velocità ricompone l’esercito e lo fa marciare in difesa della città; il piano del generale persiano è così sventato e a Dati non resta che riportare la flotta in Asia.
Ora, la vittoria per Atene è sicuramente foriera di grossi vantaggi ed orgogli e contribuirà ad accrescerne il prestigio nell’intero mondo greco. Gli stessi combattenti di Maratona, i Maratonomachi, saranno insigniti di importanti riconoscimenti e a loro si guarderà sempre come modelli di soldati ideali, dediti non solo all’amor patrio ma anche dotati di coraggio inestimabile.
Ma se il mondo greco guardò così alla conclusione della prima guerra greco-persiana, come interpretarono questa campagna militare gli stessi “sconfitti”? Chiaramente non considerandosi come tali.
Nel senso che questo primo conflitto aveva comunque giovato loro in maniera non del tutto trascurabile perché, se si eccettua la disfatta a Maratona, i persiani ci avevano comunque guadagnato da questa esperienza non solo la sottomissione di molte delle Cicladi ma anche l’incendio e distruzione di Eretria, vendicando così Sardi.
La differente acquisizione del punto di vista può, quindi, rivalutare
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