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Il “giovin” conquistator di mondi

1 - L’ascesa al trono di Alessandro III di Macedonia

Nessun altro personaggio della storia greca può dirsi tanto popolare e fortunato per le successive epoche come può professarsi Alessandro Magno. Le sue conquiste, la sua vita, il suo carattere sono sempre stati oggetto di notevoli trattazioni storiografiche che, anche molto distanti nel tempo, hanno finito per distorcere spesso le sue azioni, la veridicità storica delle sue imprese; non è difficile ritrovare in biografie dedicategli particolari fantastici o mitici che non sono assolutamente accettabili per un buono storico. Questo sottolinea l’importanza e il fascino che la figura del sovrano macedone ha saputo esercitare presso i suoi contemporanei, ma soprattutto presso i futuri, condottieri militari e non solo.

Nato nel 356 dalla quinta moglie di Filippo II, Olimpiade, principessa epirota, Alessandro cresce e viene educato per diventare re. Aristotele cura la sua istruzione e il padre sin dalla tenera età lo associa agli affari di governo del regno. E tuttavia nel 337 Filippo, per stringere ancor più a sé la nobiltà macedone, indispensabile per ottenere sempre maggior consenso, contrae nuove nozze con una nobile della regione, Cleopatra. Questo causa un notevole deterioramento nei rapporti non solo per quello che riguarda Olimpiade, ma specie con Alessandro stesso, il quale ora teme di poter essere scalzato dalla linea di successione al trono qualora Cleopatra avesse dato alla luce un maschio figlio di Filippo e dal sangue “puro” macedone.

Ma, come sappiamo, nel 336 a Ege il sovrano viene ucciso dall’aristocratico Pausania e, ripetiamolo, non si può escludere un coinvolgimento nell’accadimento né in primo luogo di Olimpiade, ma nemmeno in realtà del figlio stesso. Fatto sta che così viene a risolversi la situazione e Alessandro, non senza poche problematiche, grazie all’aiuto dell’autorevole esponente dell’aristocrazia macedone Antipatro, si sbarazza degli altri pretendenti al trono e, fattosi proclamare sovrano dall’assemblea dell’esercito, si insedia come nuovo re.

E la gestione del suo potere non è della più tranquille sin dall’inizio del suo regno. Subito accorre in Tessaglia, per farsi riconoscere “tagos” dei Tessali, e alle Termopili, dove si riuniva la Lega di Corinto, perché gli sia attribuito il ruolo di “heghemon”: sostanzialmente rimette le cose in chiaro in Grecia in merito alla sua sovranità. In più deve concentrarsi nella difesa del regno macedone dagli attacchi delle popolazioni confinanti: combatte i Triballi invadendo la Tracia e spingendosi fino al Danubio; poi ripiega in Illiria per difendere il confine ovest macedone. Ma il problema, ora, nonostante tutto, è proprio l’Ellade.

Ingannati da una falsa notizia che voleva la morte del giovane sovrano in Illiria e istigati dagli emissari del Gran Re Dario III, i tebani decidono la rivolta alla mano macedone, assediando la guarnigione che Filippo aveva insediato sulla Cadmea, ma anche ad Atene corrono voci di ribellione e fermenti di rivoluzione. Ma Alessandro non molla un centimetro e in soli quattordici giorni di marcia forzata porta il suo esercito alle porte della polis beotica la cui resistenza è parecchio vana: 6000 tebani cadono in battaglia e il Magno si impadronisce della città, delle cui sorti fa decidere alla Lega di Corinto che vota, verosimilmente dello stesso dinasta, per la totale distruzione di Tebe, oltre che per la riduzione in schiavitù degli abitanti superstiti.

È chiaramente un atto dimostrativo la cui brutalità deve valere come monito per tutta la Grecia e a tutti i greci a non ribellarsi al volere del macedone. Per finire, più moderato appare l’approccio e i provvedimenti da Alessandro intrapresi nei confronti delle altre poleis ribelli, specie Atene, con la quale si limita soltanto nel chiedere la consegna dei capi eversivi, tra cui figurava lo stesso Demostene, e ad imporre l’esilio a taluni di essi.

Può, così, finalmente, dedicarsi al suo più grande progetto, peraltro già vagheggiato dal padre: la spedizione in Persia.

2 - Comincia la grande avventura: la spedizione in Asia

Era oramai dal 336 che un contingente macedone, nemmeno poi così poco numeroso, guidato dal vecchio generale di Filippo Parmenione, era stanziato stabilmente in Asia Minore e, forse, anche la poca convinzione nella difesa dei propri territori per adesso offerta dai persiani, alla cui testa era da poco un giovane ed inesperto re come Dario III Codomano, stimolò il giovane Alessandro al continuare l’antica volontà paterna di portar battaglia in quelle zone, in difesa e vendetta di una presunta volontà panellenica. Infatti, come il padre prima di lui, Alessandro giustificava questa spedizione come una spedizione punitiva: voleva vendicare la distruzione dei templi greci, specie quelli dell’Acropoli di Atene, da parte persiana del 480/479, cioè più di un secolo e mezzo prima e ancora, quindi, al tempo dei conflitti greco-persiani.

Fu così che nella primavera del 334 Alessandro lascia la Macedonia, nella quale non tornerà mai più, e si lancia alla testa di un esercito che conta all’incirca 37.000 unità, tra le quali spiccano i 13.800 macedoni, gli 8000 greci (numero particolarmente basso che pertanto esplicita bene quanto non sia in realtà una spedizione panellenica); il resto sono cavalieri tessali, mercenari e contingenti delle popolazioni balcaniche. La flotta, che peraltro ha solo il compito di assicurargli il controllo dell’Egeo contrastando quella persiana, è costituita invece in larga parte da navi greche con ben 182 triremi totali, per la maggior parte ateniesi. Ciò che però poi stupisce è la particolare presenza di indovini, naturalisti, artisti e storici (tra cui Callistene, parente di Aristotele, il quale redigerà una delle opere storiografiche più importanti sulla spedizione di Alessandro che, però, purtroppo è andata perduta) nelle file della cancelleria regia.

Tuttavia nemmeno arriva davvero sul suolo asiatico che già si preoccupa degli aspetti propagandistici se è vero che scaglia, durante l’attracco, una lancia sulla terra nemica per segnarne ritualmente la conquista futura, e se si reca nel sito dell’antica Troia per portare gli omaggi alla presunta tomba dell’eroe omerico Achille Pelide (del quale si riproponeva di imitarne le gesta e, semmai, ingrandirle ancor di più; si professava, peraltro anche discendente dell’eroe). Tutte queste azioni includono nel contesto secolare dei conflitti tra Greci e barbari d’Asia la sua stessa spedizione, che, in tal modo, giustificava dal primo momento.

Ad ogni modo Dario III sottovaluta gravemente l’avversario e lascia che siano i satrapi delle province dell’Asia Minore settentrionale ad occuparsi dell’invasore per conto suo. Questi ultimi, dal canto loro, nemmeno sembrano prendere poi troppo sul serio il pericolo imminente e, invece che ascoltare un condottiero greco che militava nell’esercito del Gran Re, Memnone di Rodi, il quale proponeva di fare terra bruciata nei territori prima che potesse giungere l’invasore e servirsene per approvvigionarsene, schierano tutte le proprie forze militari presso il fiume Granico, nella Troade orientale: è la prima grande battaglia della spedizione che si data al maggio del 334.

Alessandro affronta dunque il nemico e mette in campo una tattica bellica sconsiderata e ardita quanto vincente. Forte e fiero della sua cavalleria e della sua capacità di sfondamento, effettua una manovra offensiva rapida quanto efferata che sortisce l’effetto di scompaginare il centro dello schieramento avversario e ciò gli consente di riportare un’incredibile vittoria (la prima), ovviando per giunta anche all’inferiorità numerica. Infine, per connettersi a quel “respiro panellenico” che sarebbe alla base della spedizione, invia un ricco corredo al santuario ateniese della dea Atena, al Partenone, che è baluardo di Grecità nella lotta al barbaro.

Ora l’Asia Minore settentrionale è sua, pertanto sceglie di scendere la costa per “liberare” le poleis greche della micrasiatica e privare al contempo stesso la flotta persiana delle sue basi d’appoggio sul continente. A parte Mileto e Alicarnasso, che devono essere conquistate con la forza, le altre città spontaneamente si aprono al salvatore. Comunque sia, è importante sottolineare che quella di Alessandro non è per nulla una liberazione quanto in realtà un vero e proprio “passaggio di padrone”: il sovrano macedone impone una guarnigione macedone in ogni città e ognuna gli dovrà versare un tributo per le spese di guerra; come si rileva dai documenti epigrafici, lo stato di effettivo vassallaggio nel quale ora versano le poleis della micrasiatica nei confronti di Alessandro non è assolutamente in dubbio.

L’avanzata ora prosegue verso le regioni interne dell’Asia Minore che davvero poche possibilità hanno da offrire alla resistenza. Alessandro Magno conquista in sequenza la Caria, la Lidia, la Pisidia e la Frigia, e già matura, a quanto pare, l’ambizione di voler conquistare l’intero impero persiano. Ciò lo si evince anche da un celebre aneddoto, narrato dalle fonti, del quale è protagonista lo stesso sovrano macedone durante la sua tappa a Gordio, in Frigia: sprezzante con la spada, Alessandro recide un antico nodo su un carro da guerra nel locale tempio di Zeus perché, secondo un’antica profezia, chi vi fosse riuscito avrebbe poi dominato sull’Asia.

A questo punto, Memnone cerca di tagliare i rapporti tra Alessandro e l’Europa intraprendendo una serie di azioni nell’Egeo, ma, per fortuna del conquistatore, la morte improvvisa per malattia di costui fa andare in rotta il piano. Pertanto anche Dario III deve cambiare strategia e, approntato un grosso esercito comprendente la stessa guardia regia, si muove da Babilonia e si dirige verso la Siria settentrionale quando Alessandro, oramai impadronitosi anche della Cilicia, sta marciando verso sud.

È questo lo sviluppo che porta alla seconda grande battaglia campale tra le forze alessandrine e achemenidi. Tra l’ottobre e il novembre del 333, nella piana costiera di Isso, nella Siria settentrionale, Alessandro III di Macedonia, con un numero drasticamente inferiore di truppe, rispetto alla grande potenza persiana, riporta un’altra e ben più maestosa vittoria. Ancora una volta sfonda letteralmente le difese avversarie con la sua cavalleria fidatissima: attacca sulla sinistra per aprirsi un varco al centro dello schieramento avversario dov’era, ben difeso dalla sua guardia, Dario III che, vista la malaparata e compresa l’imminente sconfitta, chiama il ritiro e si dà alla fuga.

Non potrebbe esserci trionfo maggiore per il sovrano macedone che si impossessa non solo della cassa militare di Dario III, ma persino della sua stessa famiglia che, però, tratterà con i massimi riservi.

La fine dell’ultimo sovrano Achemenide è quindi molto vicina.

3 - Alessandro vuole l’Egitto e l’epilogo achemenide presso Gaugamela

Dopo Isso, il sovrano macedone non si lancia all’inseguimento, come si potrebbe pensare, di Dario III che ripiega in Mesopotamia; piuttosto preferisce scendere la costa fenicio-palestrina per togliere ulteriori basi d’appoggio alla flotta persiana, oltre che spingersi in Egitto, terra misteriosa e ricca di storia passata, ora solo soggetta agli Achemenidi.

Per giungervi Alessandro deve passare obbligatoriamente per Tiro, potente capitale fenicia, che per nulla al mondo gli riconosce la sovranità. Grazie alle sue imponenti

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

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