Il mondo ellenistico (prima parte)
I regni ellenistici: caratteri generali
I nuovi Stati ellenistici già ad una rapida occhiata appaiono profondamente diversi rispetto al modello politico principale nel mondo greco, la vecchia polis; per due caratteristiche fondamentali in più si possono esplicitare tali enormi differenze: in prima battuta i regni ellenistici sono governati da una forma monarchica di stampo orientale che non si era mai affermata, se non nelle zone più periferiche del mondo greco, nell’Ellade; in seconda istanza essi controllano territori estremamente più vasti rispetto a quelli che poterono possedere le poleis, anche le più importanti, in epoca arcaico-classica.
Sicuramente si può concludere che le principali potenze d’epoca ellenistica sono tre e, curiosamente, tutte recuperano tradizioni estranee al mondo greco: l’impero seleucidico, il cui controllo si estende dall’Asia Minore sino alle più profonde terre dell’Asia Centrale, recupera la missione dell’impero achemenide-persiano; l’impero tolemaico, dominante in Egitto, oltre che in Celsiria e in alcune coste dell’Asia Minore che guardano al lato più orientale dell’Egeo (Rodi, Cipro), si pone in linea alle strutture e ai caratteri dell’antico Egitto faraonico; e per finire quello antigonide è il diretto discendente della Macedonia argeade di Filippo II.
Un altro elemento poi accomuna grossomodo i vari regni: la popolazione di origine greco-macedone è solo una minoranza e, nonostante l’esiguo numero, rappresenta ugualmente la casta dirigente di riferimento per il governo e per i sovrani. Appare chiaro, dunque, che sia necessaria una ricca e prosperosa attività di colonizzazione che sia finalizzata al popolamento continuativo di queste terre con lo spostamento di coloni, uomini di cultura, artigiani, opliti e quant’altro, d’origine greco-macedone per garantire il mantenimento e l’egemonia militare nelle varie parti degli imperi.
È da tener presente poi che ci possono essere differenze, anche parecchio significative, in queste linee generali che stiamo dando. Ad esempio, un impero così sconfinato ed eterogeneo per popolazioni come poteva essere quello seleucidico sicuramente richiedeva un più massiccio processo di colonizzazione rispetto ad un impero più coeso e modesto in termini di dimensioni come poteva essere quello tolemaico in Egitto. Inoltre, è chiaro anche che la fascia costiera della micrasiatica era sovrabbondante in termini di popolamento ellenico, da secoli e secoli, mentre una zona centrale dell’Anatolia in genere era dotata di un più esiguo e sparuto numero di nativi greci rispetto agli indigeni preponderanti. E si avanzano questi casi per restituire comunque l’immagine di complessità e di diversificazione di questi Stati.
Continuando, l’abbiamo detto, questi veri e propri micromondi erano retti da una figura di monarca assoluto che si poteva avvalere di un valido apparato burocratico (che però poco limitava il suo potere) e del controllo dell’esercito: infatti i primi sovrani ellenistici non si presentarono come “successori” di Alessandro, quanto piuttosto abili capi militari capaci di compiere grandi imprese belliche, oltre che come abili politicanti capaci di sorreggere con accortezza gli affari pubblici.
Riguardo l’importanza del basileus, fondamentale risulta poi il concetto di “terra del re”, un concetto che insiste su importanti contropartite sia sul punto di vista politico-ideologico che economico-sociale. In primo luogo tale espressione designa la concezione che tutto il regno, tutte le terre dell’impero, siano di proprietà del sovrano e, in quanto tali, soggette al pagamento di un tributo (un riscontro del genere, in Erodoto come in Senofonte, è facilmente definibile se le terre persiane sono viste e descritte come “oikos” del Gran Re); ma, d’altra parte, con “terra del re” ci si aggancia anche all’idea di “patrimonio del principe”, vale a dire la terra realmente posseduta personalmente dal sovrano. Infatti, presso i seleucidi come i tolemaici, il sovrano è anche il più grande proprietario terriero del regno.
Ma per arricchire la nostra conoscenza in merito alla “basilike chora” (terra del re, appunto), devono entrare in causa anche i cosiddetti “laoi”, ovvero le popolazioni indigene che non solo abitavano i territori del sovrano, ma che ne erano anche i primi coltivatori. I suddetti laoi erano, a quanto pare, organizzati in comunità di villaggi che poi andavano anche a costituire le unità fiscali del regno. In altri termini, i tributi al dinasta provenivano dal pagamento di questi servi della terra del re stessa. Sappiamo, peraltro, anche che questi lavoratori erano venduti o donati assieme alla terra che coltivavano che il sovrano decideva di muovere in mano altrui; in pratica non siamo in grado di dirlo con certezza, ma è possibile che avessero davvero poche possibilità di autonomia e movimento. Erano davvero in una forma di dipendenza collettiva di carattere fiscale rispetto all’amministrazione regia.
Altro aspetto concernente questi basilikoi laoi è quello correlato al processo di urbanizzazione. A lungo si è pensato che con la fondazione di poleis nei territori da essi coltivati si potesse anche assistere ad incredibili agevolazioni della loro condizione, ma entrare in una chora cittadina non significa per nulla essere liberi, quindi l’intera teoria appare un po’ troppo semplicista. Peraltro sappiamo che gli stessi coloni greci erano soliti nel ridurre in condizione di schiavitù spesso gli indigeni che incontravano sul luogo dove volevano far nascere una nuova apoikia. Pertanto si può forse concludere che l’approccio teorico può essere più aleatorio e sfumato: in corrispondenza di una nuova colonia, la condizione dei laoi poteva migliorare come peggiorare, come rimanere, persino, invariata.
Allo stesso modo, anche una vecchia teoria che voleva il processo di urbanizzazione come altamente responsabile della riduzione delle proprietà terriere templari, appare davvero inadeguata se si analizzano recenti scoperte epigrafiche che attestano donativi da parte di sovrani ai templi cittadini ed extraurbani, dunque accrescendone l’estensione e non certo diminuendone le proprietà.
In ultimo, forse, la questione più dolente: il rapporto che intercorse tra il nuovo potere centrale monarchico e le poleis già consolidate. Per troppo tempo nella storiografia moderna si è creduto, anche notevoli e autorevoli studiosi, che l’età ellenistica abbia significato la morte del modello istituzionale della polis, generalizzando il problema e “lavandosene le mani”. E tuttavia la situazione appare davvero assai più sfaccettata e complessa di così.
Le poleis non morirono, non scomparvero, ma si vennero a ritrovare in una condizione di assoluta difficoltà e differenza rispetto ad ogni loro passato, e dovettero sicuramente battersi moltissimo per mantenere le proprie libertà e autonomie. In questa chiave di lettura, l’approccio nei loro confronti già adottato da Alessandro appare paradigmatico per tutti quelli che poi saranno i successivi eredi e monarchi. Se, infatti, da un lato, il Magno ufficialmente si dichiarava rispetto dei principi di autonomia e libertà di ogni città, dall’altro tentò svariatamente di porre la propria ingerenza ed influenza negli affari privati di ogni poleis del mondo greco, attraverso l’utilizzo della forza o il ricorso alle blandizie.
In più può essere davvero importante sottolineare che, nonostante le formule diplomatiche tra poleis e sovrano spesso potevano occultare la dura realtà di forza e sottomissione delle seconde al cospetto del primo, non bisogna nemmeno però esagerare l’ingerenza e l’influenza che il sovrano ellenistico poteva poi mettere in campo su ogni polis del suo regno. Quello che noi chiamiamo “Stato ellenistico” non è di certo uno Stato alla maniera moderna, uno Stato-nazione ottocentesco coeso e compatto, bensì uno Stato alla maniera antica nel quale non sempre, attraverso i suoi apparati burocratici locali, il sovrano riusciva ad imporre il proprio volere ed autorità (per quanto sia questo un discorso applicabile molto efficacemente su un impero sterminato come il seleucidico, ma molto meno su un impero coeso e omogeneo come quello egizio-tolemaico).
In altri termini e per chiudere, un dinasta ellenistico non poteva sperare di governare attraverso la sola forza bruta militare della quale disponeva, ma doveva anche cercare di instaurare rapporti con le elites dirigenti locali di ogni poleis per garantirsi un proprio spazio di influenza, senza, però, correre nel rischio, come spesso accadde, di lasciar andare troppo la mano, favorire particolarmente uno Stato che poi poteva sentirsi in diritto di cercare più del dovuto una propria totale indipendenza nei confronti del potere centrale. Peraltro “fenomeni di osmosi” di Stati minori e piccoli dal protettorato di uno Stato ellenistico a un altro non erano poi così poco frequenti.
E, in chiusura, basterebbe stare ad osservare attentamente le storie cittadine di Atene o Sparta, o Efeso stessa, dall’epoca dei diadochi fino ai romani, per comprendere come ogni polis nel mondo ellenistico poté in vario modo ritagliarsi un proprio spazio di protagonismo e di libertà neanche troppo illusoria, contrariamente a quanto si è creduto, e a torto, per troppo tempo.
Gli Antigonidi dominano la Macedonia
Fu dunque il figlio del Poliorcete e nipote del Monoftalmo e di Antipatro, Antigono Gonata, ad ascendere al trono di Macedonia nel 276 a.C. e, per quanto fosse figlio e nipote di uomini che avevano sempre continuato a credere nella ricomposizione dell’impero universale di Alessandro, ovvero che sapesse unire Europa e Asia, non poteva di certo più ragionare in termini di dominio unitario: per prima cosa il Gonata dovette pensare alla stabilizzazione del proprio potere e territorio, rinforzando i confini e la propria sfera d’influenza. Uomo dalla dotta educazione filosofica (era stato allievo ad Atene del filosofo stoico Zenone di Cizio), il nuovo sovrano - a differenza dei regnanti in Siria o in Egitto - non poteva sorreggere il regno da solo data l’ingombrante presenza dell’aristocrazia/nobiltà macedone, che restava comunque un elemento di grande potere. D’altronde già all’epoca di Filippo prima e Alessandro poi, per quanto non si possa sopravvalutare troppo il potere delle elites macedoni come spesso è stato fatto, la nobiltà godeva di parecchia importanza ai fini delle attività di governo.
È pertanto ad essa che si rivolgevano i sovrani per accogliere consenso oltre che selezionare i propri “consiglieri” personali che avrebbero costituito la ristretta cerchia privilegiata degli “eteri” del re. Questi potevano essere macedoni o stranieri, non faceva alcuna differenza agli occhi del dinasta, anche se l’elemento locale era preponderante. A testimonianza di questo potere non propriamente assoluto, carattere invece endemico in una monarchia tolemaica o selucidica, è il fatto che in Macedonia non si sviluppò mai il culto divino del sovrano, di un antigonide per intenderci, documentabile invece negli altri regni ellenistici.
In un primo momento il nuovo re si dedicò allo sconfiggere i Celti (277) che premevano ai confini del regno; successivamente sventò l’ultimo tentativo di Pirro, re d’Epiro, per assoggettare Macedonia e Peloponneso (272), poi si mosse per rinforzare la propria egemonia nel continente greco: nominò tiranni al suo soldo, specie nel Peloponneso; installò a Corinto, Calcide d’Eubea e a Demetriade, sue tre guarnigioni per fini strategici e di controllo militare; in più si attivò per sottrarre nell’Egeo quella particolare influenza che i Tolomei d’Egitto si erano creati per fini difensivi. Infatti, a partire dagli anni Ottanta del III secolo, il Gonata assecondò sempre di più quella politica di protezione accordata alla lega degli isolani, che lo stesso nonno aveva fondato nel 315.
Questo nuovo agire di Antigono Gonata difficilmente non poteva preoccupare Tolomeo Filadelfo, dinasta in Egitto coevo all’antigonide, che dunque cercò di aizzare gli animi dei greci fra quanti non vedevano bene un “ritorno” consistente dell’egemonia macedone sull’Ellade tutta. La coalizione anti-Gonata che si venne quindi a creare comprendeva, oltre all’Egitto, Atene, dominata dalla figura politica di Cremonide che spinse alla guerra che trasse la sua denominazione dal nome del politico (“guerra cremonidea”, 267), e la Sparta del re Areo I. Ad ogni modo era una conflitto disperato che nasceva su dubbie premesse e con ben poche speranze di riuscita: nonostante alcuni successi della flotta tolemaica, Areo fu sconfitto e ucciso dall’esercito antigonide a Corinto (265) e Atene fu assediata e, infine, presa nel 262, facendo così iniziare un periodo di dura sottomissione per la polis attica che si sarebbe concluso solo nel lontano 229.
Eppure Antigono non aveva finito di voler mettere in difficoltà il Filadelfo e, in quest’ottica, si spiega bene il matrimonio che promosse del figlio erede, Demetrio, con la sorella di Antioco II, dinasta in Siria. Poi, però, quest’atto non è sufficiente a spiegare, laddove le fonti non sono troppo chiare, se davvero tra i due regni si fosse instaurata una politica d’alleanza, e se dunque il Gonata sia o meno sceso in campo con Antioco nel corso della guerra navale che questi condusse, e vinse, contro Tolomeo tra il 258 e il 256, costringendolo ad un trattato di pace frettoloso (255).
Però all’orizzonte le cose non erano troppo promettenti per l’antigonide: non solo il viceré macedone, Alessandro, ammutinò e sottrasse ad Antigono due basi militari strategiche per il suo controllo sulla Grecia, Calcide e Corinto, ma il Gonata doveva ora stare attento all’avanza di due leghe elleniche che, proprio in quegli anni, stavano acquistando sempre più potere. Gli Etoli, e dunque la lega etolica, si erano espansi in Grecia centrale fino alle Termopili, invece gli Achei, con la loro lega achea, si erano allargati molto nel Peloponneso riuscendo a scalzare dal potere alcuni dei tiranni filoantigonidi.
E tuttavia il tentativo di regno autonomo in Grecia attuato da Alessandro non ebbe vita lunga. Dopo un decennio, ma anche meno forse, era già morto (245) per avvelenamento e, così, Antigono poté rioccupare i territori che gli spettavano, imponendo le stesse precedenti dure condizioni, rimpossessandosi anche di Corinto e Calcide. Una manovra di allargamento nella faccenda generale costituì per&o
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