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I Greci e Roma: un passaggio di testimone

1 - Pirro l’Epirota e la Magna Grecia ormai romana

I primi decenni del III secolo sono caratterizzati dall’affermazione di un personaggio parecchio eccezionale, abile condottiero militare – spesso accostato per perizia bellica allo stesso Alessandro – e ambizioso sovrano del regno d’Epiro: Pirro. La sua vita è avventurosa fin dagli inizi: nato in Epiro e destinato a divenirne il re, è costretto ad abbandonare la sua patria allorché Cassandro la conquista nell’ambito delle lotte tra i diadochi; nel 306 vi rientra e può diventare il sovrano del paese, ma già nel 302 ne è allontanato e deve recarsi in Oriente dove combatterà, perdendo, a Ipso assieme ad Antigono Monoftalmo e Demetrio Poliorcete.

È dunque portato come ostaggio ad Alessandria e, entrato qui nelle grazie di Tolomeo I Soter, non solo riesce a sposare la figlia di Agatocle di Siracusa, Lanassa, legandosi così fortemente al regno di Siracusa, ma ottiene anche l’aiuto del monarca egiziano per essere reinsediato come legittimo sovrano in Epiro.

Quindi, ormai di nuovo re dell’Epiro, Pirro allarga le sue mire espansionistiche alla Macedonia partecipando agli scontri tra i diadochi per il suo possesso: affronta prima il Poliorcete assieme a Lisimaco, e poi anche contro quest’ultimo che però ha la meglio. Poi, per finire, quando nel 281 Lisimaco perde a Curupedio la battaglia con Seleuco, della Macedonia riesce ad impadronirsene il Cerauno, figlio del Soter, e quindi Pirro deve necessariamente abbandonare ogni voglia e mira sul regno, una volta argeade.

E tuttavia una nuova occasione allettante per dimostrare la sua forza e il suo ingegno militare non tarda ad arrivare e gli proviene da un mondo occidentale come quello della Magna Grecia. In particolare, è Taranto a chiedere, ancora una volta, aiuto alla madrepatria, stavolta per fronteggiare un nuovo e ben più temibile nemico, Roma.

Infatti la potenza latina dopo la vittoria nelle guerre sannitiche stava incrementando notevolmente la sua egemonia nell’Italia meridionale: proprio nel 282, in soccorso di Turi, ma appare chiaramente come un pretesto, impegnata nella lotta ai Lucani, i romani insediano un presidio a controllo della città, estendendo dunque la propria presenza anche nelle vicinanze di Taranto stessa; dal canto suo, la polis magno-greca già nel 303 aveva concluso un trattato a scopo difensivo con Roma, impedendole di navigare oltre il capo Lacinio, ma i romani, spavaldi, irrompono provocatoriamente con una piccola flotta in quelle acque.

I tarantini allora non possono starsene a guardare e, sequestrate le navi romane, obbligano anche Turi a cacciare la guarnigione precedentemente insediata, poi invocano l’aiuto di Pirro nella lotta antiromana.

Pirro, che aspettava proprio lo schiarirsi di una nuova prospettiva di conquiste, non si lasciò sfuggire l’occasione e la chiamata di aiuto fu presa colta. A quanto pare, giocò un ruolo determinante ai fini della discesa in campo del sovrano epirota anche la sua stessa volontà di restaurare l’impero del suocero Agatocle che un tempo si estendeva anche in Magna Grecia; Pirro voleva donarlo al figlio che Lanassa gli aveva generato e che aveva un nome importante, Alessandro.

Quindi, spalleggiato dal supporto di Tolomeo Cerauno, l’epirota, alla testa di 30.000 soldati e 20 elefanti, nella primavera del 280 attraversa l’Adriatico per muovere guerra a Roma.

E l’avventura non comincia niente male se già ad Eraclea i romani sono gravemente piegati ad Eraclea (lo stesso Pirro deve però fare i conti con ingenti perdite) e se, per effetto di questo trionfo, Bruzi, Lucani, Sanniti e alcune poleis greche fanno fronte comune e si alleano con il sovrano epirota.

A questo punto, Pirro, che aveva cercato una trattativa, rimasta poi inascoltata, con i romani prima di Eraclea, avanza fino alle vicinanze di Roma e, sentendosi tanto potente, vuole intavolare una pace con il nemico se questo promettesse di restituire i territori conquistati nel meridione italico e se si impegnasse a riconoscere la libertà alle poleis magno-greche della zona. Roma rifiuta e ridà battaglia nella Puglia settentrionale nella primavera del 279, ma è sconfitta gravemente una seconda volta di fila.

A questo punto, e pertanto si comprende come il suo obiettivo sia la Sicilia inequivocabilmente, Pirro abbandona momentaneamente la campagna in soccorso di Taranto per recarsi nell’isola ove Siracusa soffre l’ennesima avanzata punica e gli chiede aiuto. Allora Pirro sbarca in Sicilia nell’ottobre del 278 e riesce a difendere con successo la polis di madrepatria corinzia e a ricevere anche dai siracusani, ma anche da altri sicelioti, il ruolo di heghemon e basileus.

Tra il 278 e il 277, quindi, Pirro si impegna di “ripulire” completamente l’isola dalla presenza cartaginese, cosa che gli riesce ad eccezione della fortezza di Lilibeo (l’attuale Marsala) che non riesce a prendere nonostante un lungo assedio. Proprio durante le manovre di asserragliamento alla roccaforte punica i Cartaginesi chiedono la pace e l’armistizio e Pirro è costretto ad accettare perché incalzato dalle pressioni dei suoi alleati sull’isola.

Il sovrano epirota, proprio come aveva tentato e fallito il suocero Agatocle, voleva portare la guerra in Africa per colpire da vicino i cartaginesi, ma i sicelioti malvedevano questo suo piano perché stanchi di anni di guerra davvero duri: ecco che, quindi, l’idillio tra Pirro e la Sicilia frana rovinosamente data l’incongruenza di volontà e pensieri; solo nell’autunno del 276, però, deciderà di rientrare finalmente in Magna Grecia perché il pericolo romano è tutt’altro che estinto.

Il punto è che in Magna Grecia, passati quasi due anni dai suoi successi, i romani, al comando del console Manio Curio Dentato, hanno ormai sviluppato una strategia per rendere inconsistente il genio militare del loro nemico. Ad ogni modo, Pirro sbarca a Locri, prova a prendere Reggio ma non vi riesce, dunque risale la penisola e nell’estate del 275, in Campania, presso Maleventum subisce la sua più grave sconfitta (tra l’altro, per commemorare la vittoria, i romani ribattezzeranno il sito come “Beneventum”, che poi resterà come nominativo dell’odierna città campana) e sarà così costretto, venute a mancargli le risorse necessarie per continuare la guerra, a far rientro nell’Epiro, non senza aver provveduto a lasciare alcune truppe, al comando del figlio Elleno, in Magna Grecia. Questo ci fa capire che Pirro non considerava chiusa l’avventura tarantina.

Rientrato in patria, Pirro subito rilotta per il possesso della Macedonia con il nuovo sovrano, Antigono Gonata, riuscendo persino a strappagli gran parte del paese; poi assiste la chiamata d’aiuto dell’esule spartano Cleonimo e, con lui, nel Peloponneso continua la guerra all’antigonide. E tuttavia la sua fortuna può ora considerarsi giunta al capolinea: tenta prima un assalto invano a Sparta e poi, nel 272, muore combattendo alle porte di Argo che voleva ad ogni costo conquistare.

Nello stesso anno, il 272, Taranto dovrà arrendersi e accettare un’alleanza oppressiva con i romani, come anche le altre poleis magno-greche, le cui autonomie saranno gravemente guastate. Pirro fu l’ultimo che poteva dar loro vigore e forza nella campagna antiromana e, morto lui, l’assoggettamento romano era la cosa più altamente prevedibile che potesse accadere.

2 - Ierone II di Siracusa e la fine dell’autonomia siceliota

Se la Magna Grecia è già caduta nel 272 circa sotto il dominio e controllo romano, almeno fino al 201, ovvero ben settant’anni dopo, non può dirsi lo stesso per la Grecità siceliota che, egemonizzata da Siracusa, mantiene la sua autonomia politica grazie alla guida illuminata del suo ultimo grande tiranno-sovrano, Ierone II.

Non è un caso che proprio alla morte di costui, nel 215 all’età di 92, dopo un primo breve periodo di monarchia da parte del nipote Geronimo, che voleva condurre una politica in opposizione a Roma, e la sua uccisione con conseguente fugace restaurazione del regime democratico, già nel 212, come si è già ricordato, la Sicilia sarebbe poi caduta definitivamente in mano romana.

Ciò denuncia l’intelligenza e la lucidità che ebbe questo monarca nella lettura politica dei suoi tempi, tempi nei quali non ci si poteva più sottrarre all’egemonia romana anche per quello che riguardasse gli schemi diplomatici della stessa isola di Sicilia.

Distintosi come capo militare sotto Pirro e la sua lotta al Cartaginese, nel 275/274, Ierone II si fece riconoscere dal popolo il titolo di stratego autocratore con l’obiettivo di combattere i Mamertini, mercenari campani che avevano occupato Messina dopo aver servito Agatocle e che pr

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

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