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Il mondo ellenistico (seconda parte): i regni minori

1 - La rocca attalide di Pergamo

Le origini di Pergamo come regno ellenistico, ovviamente di più modeste dimensioni rispetto ad altri già analizzati, sono parecchio “recenti” nel panorama generale del periodo: Filetero, un semigreco cui Lisimaco aveva affidato la gestione e amministrazione della rocca assieme alla protezione di un ricco patrimonio di ben 9000 talenti, nel 283 si schierò con Seleuco I il quale gli concesse di esercitare autonomamente il proprio potere su Pergamo e di dare il via ad una dinastia, gli Attalidi.

Filetero allora non perse tempo nello stringere buoni rapporti con le poleis greche della costa, oltre che dotare la città di un proprio esercito efficiente e di proprie strutture monumentali civiche e religiose.

Quando Filetero nel 263 morì gli successe Eumene I che ruppe subito con i Seleucidi dichiarando la totale indipendenza del suo regno. Ciò ovviamente causò le ire di Antioco I che mosse battaglia all’attalide venendo duramente sconfitto presso Sardi; questo permise allo stesso Eumene di estendere i propri possedimenti.

Non sembra esserci motivo per dubitare dell’effettiva neutralità dell’attalide nei conflitti ripetuti che, tra il 260 e il 241, sconvolsero seleucidi e tolomei, per quanto sia poi probabile che a questi ultimi Eumene accordasse maggior simpatia.

Nel 241 gli successe il nipote, nonché figlio adottivo, Attalo I che si ritrovò subito nel bel mezzo della “guerra fratricida” che si scatenò tra Seleuco II e il fratello usurpatore Antioco Ierace. Com’è noto, dopo Ancyra, quest’ultimo nella speranza di preservare l’alleanza con i Galati li spinse nell’assediare la rocca di Pergamo che Attalo stesso fu chiamato in causa a difendere: vinse una prima grande battaglia che mise in fuga i barbari e, tanto che fu l’entusiasmo per la vittoria riportata, assunse nel 236 il titolo di basileus e si impose l’epiteto “Soter” (salvatore).

Continuarono per Attalo I le continue vittorie sui Galati che furono dunque ricacciati indietro e di queste continue vittorie contro tribù “barbare”, secondo una propaganda trita e ritrita, nonché ormai davvero desueta, si fece vanto anche agli occhi della Grecia continentale stessa. Lo scontro col Ierace poi riprese nel 229, ma solo nel 227 questi fu allontanato una volta e per tutte, trovando la morte l’anno dopo in Tracia.

Venuta meno, però, la presenza del Ierace, proprio perché questi aveva usurpato il potere centrale siriano, veniva meno anche l’intera presenza seleucidica nell’area e, dunque, non si è troppo lontani dal vero se si sostiene che Attalo I dal 227 controllava buona parte, per non dire tutta, dell’Asia Minore occidentale.

Come è già stato richiamato, l’espansionismo attalide diede non poche preoccupazioni a Seleuco II che, benché impegnato in quel frangente in una campagna anti-partica, abbandonò tutto e si precipitò con forza in Asia Minore. La sua improvvisa morte gli impedì ogni mossa, però; allora ci avrebbe pensato il figlio Seleuco III che, peraltro, aveva già varcato il Taurio per portar guerra ad Attalo: morì anche lui (223), assassinato, e ciò lasciò ad Acheo il merito e l’onore di far rientrare nei ranghi il sovrano attalide, sottraendogli tutti i territori conquistati dal Ierace.

Il passivo sarebbe potuto essere ancora più catastrofico per il sovrano pergameno se non fossero sopraggiunte le divisioni interne nel regno siriano, specie in Asia Minore: al termine della quarta guerra di Siria, dunque, Antioco III diede battaglia all’ormai eversore Acheo che solo nel 212 sarebbe capitolato definitivamente.

Ma per far cadere Acheo il sovrano seleucide aveva stipulato un patto di alleanza con Pergamo e con il suo re che dunque poté, con il successo del potente alleato, mantenere, oltre che riacquisire alcuni territori (parte della Frigia, terre comprese tra l’Ermo e il Caico, presumibilmente), il regno.

Gli anni subito successivi segnano un progressivo avvicinamento della potenza romana da parte di Attalo I, rinnegando, in un certo senso, l’alleanza con Antioco III. Per dirne un paio: con la “pace di Fenice” - che terminava la prima guerra macedonica, nella quale Attalo scese in campo con l’Urbe - stipulata tra Filippo V e Roma (205), i romani stessi vollero che nel trattato fossero inclusi gli stessi pergamesi; invece al termine della guerra con Antioco III (189-188), Eumene II riuscirà ad ottenere, con la pace di Apamea, grazie all’intercessione del senato latino, territori dell’Asia centrale e meridionale che erano stati sottratti a Pergamo dai Seleucidi.

E anche negli anni successivi con il regno di Eumene II Pergamo continua ad essere il principale punto di riferimento per Roma nei giochi politici dell’Asia Minore, tant’è che al tempo della guerra tra Roma e Perseo, ultimo re macedone, il sovrano attalide si seppe mantenere sempre fedele alla causa romana.

Solo nella fase finale del regno, durante l’insurrezione galata (168-166), si registrò un certo raffreddamento nei rapporti tra le due potenze. Eumene fu persino rifiutato dal Senato quando cercava udienza, e fu costretto a vincere i Galati da solo e subire, per di più, un senatoconsulto che gli sottrasse poi i frutti della vittoria, rivolto al ripristino dell’autonomia della Galazia.

Un tale atteggiamento romano potrebbe spiegarsi nell’ottica di contenimento della potenza pergamena che Roma aveva cominciato a condurre, concedendo favori ad un altro regno autonomo della zona, la Bitinia al tempo governata da Prusia II. Quest’ultimo, peraltro, aveva nel 159 attaccato la rocca senza provocare nessun problema nella tolleranza romana, almeno inizialmente.

Quando poi Attalo II ascese al potere (156), Roma tornò sui suoi passi e nella sua vecchia alleanza, obbligando Prusia stesso a ritirarsi e a pagare un forte indennizzo di guerra al regno attalide.

Attalo II sarebbe poi morto in età anziana nel 139 essendo riuscito, nel corso del suo governato, a restaurare l’antica alleanza Roma-Pergamo. Ma Roma era veramente totalmente immersa e padrona in questi lontani giochi diplomatici e quando nel 133 il nuovo, e ultimo sovrano attalide, Attalo III morì prematuramente e senza un erede, per testamento l’intero regno ellenistico della rocca di Pergamo fu lasciato all’Urbe immortale e senza tempo.

Roma possiede dunque ora Pergamo.

2 - Il regno di Bitinia

La Bitinia era una realtà piccola, una minuta regione che, abitata da una popolazione d’origine tracica, si estendeva dal Mar Nero al basso corso del fiume Sangario; il suo territorio era montuoso e boschivo e già in età achemenide, nonostante fosse posta in una condizione di vassallaggio nei confronti del Gran Re, aveva saputo mantenere una propria dinastia e autonomia.

Caratteristiche del genere sono proprie della Bitinia anche con Alessandro.

I primi problemi sorsero all’epoca dei diadochi quando, secondo la tradizione, fu Zipoites I ad assumere nel 297/296 il titolo di basileus entrando in contrasto con Lisimaco. Ma sicuramente i maggiori grattacapi provennero per questo regnante solo a seguito delle intenzioni di Antioco I che mirava ad espandersi nella zona degli Stretti; in questo frangente (277), e per la prima volta nella storia dell’Asia Minore, il successore di Zipoites, Nicomede I chiamò in causa la popolazione barbarica dei Galati in suo soccorso.

In relazione a questi nuovi sviluppi, il maggior successo per il sovrano bitinio fu la conquista nel 260 di uno sbocco sul mare che gli permettesse di fondare una nuova città e renderla capitale del regno, Nicomedia.

Nicomedia fu poi incentivata e sollecitata ad accrescere sempre più la sua ingerenza nelle rotte commerciali marittime, a testimonianza della nuova proiezione sul mare che Nicomede I voleva per il suo dominio bitinio. Proprio in quest’ottica si può ben esplicitare la nuova alleanza che il dinasta asiatico ora cerca e trova con il ben più importante e potente regno egiziano-tolemaico, anche per difendersi da possibili attacchi da parte dei seleucidi che comunque rimanevano molto interessati alla regione degli Stretti.

Una simile politica fu condotta anche dal figlio Ziaelas che continuò a coltivare i buoni rapporti con l’Egitto, oltre che favorire i mercanti greci che transitavano e portavano ricchezze nelle sue zone. Invece il figlio Prusia I nel 220 scelse di scendere in campo in sostegno di Bisanzio nella guerra che la oppose alla potenza marittima, la maggiore oramai del Mediterraneo senza dubbio, di Rodi.

In più nel 216 egli riuscì a sconfiggere la tribù galata degli Egosagi che, dopo aver goduto dell’alleanza di Attalo I, si era abbandonata a scorrerie e razzie nella Troade (per di più, un’impresa del genere gli diede grossa rinomanza anche nel lontano mondo greco del continente). Forse fu in relazione a questo prestigio che nell’Ellade l’impresa galata gli fece derivare se Prusia I poté poi stringere legami con gli Antigonidi tanto da avere la mano di Apame, sorellastra del dinasta macedone Filippo V.

Queste “collaborazioni” con gli Antigonidi poi si espletarono anche in altre forme, in alleanze e sostegni militari in varie circostanze: ad esempio Prusia I partecipò al fianco di Filippo V alla prima guerra macedonica - il primo dei tre conflitti che opposero il regno macedone alla potenza repubblicana romana - oltre che appoggiarlo in alcune campagne da lui portate avanti in Tracia e negli Stretti (202-200).

Invece, in questo quadro, appare saggia e prudente la scelta di restare neutrale da parte del sovrano bitinio all’epoca del secondo conflitto macedonico (200-197), vista poi la disfatta della dinastia antigonide; come altrettanto oculata fu la dichiarata neutralità prusiana nel conflitto che oppose Roma ad Antioco III.

Eppure la pace di Apamea lo obbligò a cedere parte della Frigia “Epiktetos” al re di Pergamo Eumene II e ciò non poté non scaturire le ire del re bitinio che nel 186 mosse guerra ad Eumene, contando anche sull’appoggio dei Galati e di Filippo V. Si combatté per tre anni e, allorché non si giungeva ad un esito conclusivo, nel 183 ambo le parti decisero di riporre la questione nelle mani di un arbitrato romano che lasciò nelle mani di Eumene il territorio conteso.

A parte alla possibilità di riconoscere la straordinaria ingerenza che Roma ormai ha già nel decidere le sorti dei regni orientali, possiamo anche notare come la sua scelta denoti molto bene come sia la rocca di Pergamo il perno strategico di tutta la strategia romana in Asia Minore.

E questo, Prusia II, asceso al trono nel 182, l’aveva capito molto bene, perciò aiutò Eumene II nella guerra che lo oppose al re del Ponto Farnace fino al 179. Eppure già nel 177 il matrimonio del re bitinio con Apame, sorella dell’ultimo re macedone Perseo, stette a significare che le sue posizioni filopergamene erano irrimediabilmente cambiate.

In occasione della terza guerra macedonica (171-167) poi quando la sua iniziale neutralità si tramutò in un attivo sostegno della causa romana poteva solo significare che Prusia II ben sapeva che era davvero controproducente non avere i romani dalla propria parte, con i quali era meglio avere rapporti amichevoli e da alleati. Ma, scaltro com’era, Prusia aveva compreso un’altra cosa: era questo il periodo in cui Roma cominciava a mal vedere l’eccessiva potenza pergamena e, forse, bramava in un altro regno capace di farle da

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

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