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Una nuova realtà: la Macedonia

1 - La Macedonia prima di Filippo II

La casata monarchica che governava nel V secolo le pianure settentrionali circondate da monti che si estendevano attorno al corso di grandi fiumi quali l’Axios e l’Haliacmon, ovvero la Macedonia, era quella degli Argeadi; per un greco della costa, dunque, un macedone doveva apparire come un “montanaro” (makednos), e per questi era da considerarsi assolutamente un “barbaro”, un non-greco, anche se la moderna ricerca storica è concorde nell’accettare i macedoni all’interno della famiglia dei greci in virtù di una serie di vicinanze linguistiche per nomi e glossi.

A monte di tutto, però, è indubbio che questa popolazione entrò ben presto in contatto e si fuse con elementi illirici, traco-frigi ed epirotici.

Gli Argeadi in più si dicevano greci perché originari della città peloponnesiaca di Argo dalla quale erano poi venuti via per stabilire il proprio regno a nord; in particolare i reali macedoni si dicevano appartenenti alla famiglia di Eracle e di Temeno prima di lui, il bisnonno dello stesso eroe e fondatore di Argo stessa.

Il ricorso al mito è tipico per il ricordo genealogico per la mentalità greca e quindi anche questo forse contribuì a far sì che nel V secolo fosse riconosciuta l’appartenenza alla stirpe greca alla Macedonia e dunque la possibilità di partecipare ai giochi olimpici, evento principe di tutta la Grecità d’ogni tempo.

Erodoto è la nostra fonte obbligata per tentare di ricostruire la dinastia argeade sin dalle sue origini (VII secolo): il primo re sarebbe un tale Perdicca, anche se altre tradizioni vogliono altri primi regnanti quali Carano o Archelao.

Comunque sia il primo re di cui possediamo contorni storici parecchio definiti è Aminta I che attorno al 513 a.C. divenne vassallo di Dario I accettando il patto di “terra e acqua”.

Ma è il figlio di Aminta, Alessandro I, a ricoprire per noi il primo ruolo di rilievo significativo. Regnò nella prima metà del V secolo e si trovò in una condizione di subordinazione nei confronti della Persia da doversi schierare con lei al tempo dei conflitti greco-persiani, da un lato, e dall’altro si guadagnò grande rispetto in tutta la Grecia continentale tanto da ottenere il titolo di prosseno e benefattore del popolo ateniese; lo appellarono “filoelleno” e gli concessero, primo fra i Macedoni, il diritto di poter partecipare ai giochi olimpici.

Eppure la figura di Alessandro I non è ricordata per i suoi rapporti piuttosto ambigui spalmati un po’ con la potenza persiana e un po’ con le poleis greche, principalmente Atene, ma è anche artefice di una riforma militare molto importante che affiancava alla tradizionale cavalleria nobiliare macedone anche una fanteria a piedi composta dalla massa del popolo e dei contadini.

Inoltre fu molto attivo, in fatto di politica espansionistica estera, nella zona del Pangeo e dello Strimone (Tracia occidentale per approvvigionamento dell’argento).

Il figlio, Perdicca II, cercò di trovare una posizione di intermezzo tra Sparta e Atene quando scoppiava il conflitto del Peloponneso, ma senza riuscirvi. I rapporti con la potenza attica che, con la fondazione del 437/6 di Anfipoli, aveva preoccupato non poco il sovrano macedone che dunque aveva rotto l’alleanza con la polis egemone della delio-attica, si erano infatti altamente deteriorati se lo stesso argeade sostenne la ribellione delle poleis calcidiche, accentrate nella potenza di Olinto, quando scoppiò contro Atene stessa.

Il regno di Archelao, invece, seppur breve, ebbe notevoli meriti in quanto accrebbe quel passo d’apertura nei confronti della cultura ellenica che già Alessandro I filoelleno aveva provveduto a compiere: in questo periodo, dunque, sono invitati e ospitati alla corte argeade in Macedonia notevoli personaggi di spicco del mondo greco quali il pittore Zeusi, il poeta epico Cherilo, il musico Timoteo e altri; lo stesso Euripide non solo compose le Baccanti interamente alla corte di Archelao, ma contribuì in prima persona a dar lustro alla casata reale narrandone le origini nell’Archelao.

Dopo Archelao solo lutti e conflitti fino a che Aminta III riuscì a prendere il potere; nel suo regno aderì alla seconda lega marittima ateniese e combatté, insieme a Sparta, l’ormai nemica lega calcidica.

Alla sua morte si apre un’altra stagione piena di contese all’interno della casata reale che poi coincide anche nell’intromissione nei fatti macedoni della potenza tebana e di Pelopida stesso. Ad ogni modo prima fu al trono Alessandro II che poi fu ucciso da Tolomeo di Aloro che divenne il reggente del futuro Perdicca III, un altro figlio di Aminta III.

Proprio Perdicca III nel 365 prese il potere, complice un aiuto ateniese, e lo mantenne fino al 359, anno in cui morì in Illiria per una questione legata sempre alla solita Anfipoli.

Dunque ascese al potere il figlio più giovane di Aminta III, Filippo II di Macedonia.

2 - La prima gestione di Filippo II e la crisi di Atene

In realtà Filippo acquisì il titolo in qualità di tutore-reggente del giovane nipote di Aminta, vero erede designato al trono. Comunque sia, salito al potere, si trovò in una situazione particolarmente difficile: sul fronte interno era insidiato dalla presenza di altri ostili pretendenti; sul fronte esterno popolazioni quali gli Illiri, i Peoni e gli stessi Traci premevano lungo i confini.

Eppure seppe reagire vigorosamente e con mano ferma e decisa.

In primo luogo si scontrò con il re illirico Bardylis occupando la Lincestide, regione della Macedonia, annettendola al regno; dunque si impadronì di Anfipoli facendo uno scacco ad Atene con la quale aveva preso accordi poi non mantenuti.

Quindi le sue prime mosse rivelano parecchio bene la volontà di Filippo di non solo difendere il confine, ma piuttosto annettere, nell’ottica di un marcato espansionismo, l’area traco-macedone sulla quale Atene da decenni continuativamente aveva messo l’occhio.

E tuttavia perché Filippo ha buon gioco su Atene? Negli anni 357-355 la potenza attica stava, in realtà, conoscendo un lento declino relazionato al disfacimento anche di questa seconda symmachia navale: una ribellione partita dalle tre isole più influenti dell’Egeo, Chio, Rodi e Cos, si era poi estesa alla città di Bisanzio, posta in una posizione nevralgica per i commerci con l’Ellesponto e il mar Nero stesso; gli insorti non volevano versare le contribuzioni ad Atene (syntaxeis) e miravano a formare un proprio koinon a parte.

Per dirla tutta poi, questa sommossa s’interfacciava in un luogo geografico, la costa dell’odierna Anatolia, che stava conoscendo anche nell’entroterra un tentativo eversivo di alcuni satrapi del Gran Re che sognavano un distaccamento dal potere centrale persiano: era un momento davvero delicato per tutta l’area.

Comunque sia Atene aveva ovviamente portato la guerra in quelle zone per ridurre alla regione le ex-alleate, ma sarà una campagna a dir il vero disastrosa per via di una serie di insuccessi.

In prima battuta un attacco portato dal generale Carete al porto di Chio fallì miseramente e portò anche alla morte del generale Cabria; vano fu il tentativo di impossessarsi di Bisanzio, anche se gli ateniesi riuscirono a liberare Samo da un assedio.

Per di più una disfatta incappata ad Embata, in Asia Minore, coinvolse le truppe attiche in una rapida ritirata e ciò spinse Carete ad intentare un processo contro altri due comandanti (Ificrate e Timoteo) per scarsa collaborazione, un po’ come accadde dopo le Arginuse nella Guerra del Peloponneso.

Carete poi si trovò anche coinvolto in questioni che forse non gli competevano essendosi schierato con il satrapo della Frigia ellespontica Artabazo contro Titrauste, rimasto invece fedele al Gran Re. L’attacco non sortì nessun effetto perché vide il trionfo di Titrauste e Atene, che non voleva immischiarsi in affari privati di Artaserse III, richiamò indietro il proprio generale.

La campagna militare portata avanti da Carete obiettivamente rivelava che il potere persiano non era poi così inattaccabile, ma, comunque sia, alla fine del biennio bellico (355) Atene si ritrovava alla guida di un koinon visibilmente indebolito nonché privato delle sue isole maggiori.

La polis attica governava ora solo l’Egeo settentrionale, l’Eubea e le Cicladi.

3 - Si combatte per Delfi: la terza guerra sacra (356-346)

Mentre Filippo si ritrovava ad assediare la città di Metone, città della Macedonia centrale, in Grecia centrale scoppia la cosiddetta terza guerra sacra per il possesso e controllo dell’anfizionia delfica.

Inizialmente era una coalizione di Focesi e Spartani a contendersi il conflitto contro Beoti e Tessali alleati, ma successivamente, come spesso è capitato nel mondo greco, altre poleis sono scese in campo da una parte e

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

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