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La civiltà minoica

Insieme alla civiltà cicladica, sorta nell’Egeo centrale, nell’arcipelago delle Cicladi, sorse a Creta quella che, per abitudine, chiamiamo civiltà minoica, da Minosse. Alla fine del terzo millennio comparvero i primi Palazzi, in particolare ricordiamo Cnosso, Festo e Mallia, dando vita alla fase protopalaziale che durò fino al 1700 a.C quando la civiltà minoica conobbe il suo apogeo in quella che è detta “fase neopalaziale”, proprio a seguito di una curiosa decadenza dei palazzi. Cnosso si dimostra essere il palazzo più importante, nonché quello che fornisce omogeneità culturale a tutto il territorio. I palazzi hanno varie funzioni che spaziano dal politico al religioso, finendo persino a controllare il sistema commerciale tramite l’uso di apparati di contabilità che si avvalgono di due forme di scrittura, la prima detta geroglifica, la seconda, sillabica, detta Lineare A, la quale sopravviverà all’altra fino alla caduta dei palazzi.

Artigianato

Principalmente si occupavano della lavorazione della ceramica, ma si sono rinvenuti anche sigilli di pietra e avorio, con attenzione particolare anche a oreficeria e metallurgia. Rari sono invece i ritrovamenti di armi, soprattutto nei corredi funerari, proprio come per le rappresentazioni grafiche di battaglie.

Religione

Del loro Pantheon non sappiamo praticamente nulla, mentre per quanto riguarda i riti sacrificali che compivano, abbiamo parecchie informazioni provenienti dalle rappresentazioni figurative.

In mare

I minoici godettero di un'incredibile espansione nel mar Egeo e dei rapporti ottimali con gli egiziani, i quali si riferivano a loro come "Keftiu". Eppure non abbiamo molte evidenze archeologiche che lascino intendere una forma imperialistica di dominio navale.

La decadenza

La decadenza avvenne intorno al XV secolo a.C, quando tutto il sistema palaziale iniziò a sgretolarsi, con la caduta di tutti i palazzi, tranne quello di Cnosso. Con ogni probabilità furono i micenei, provenienti dal continente, ad attaccare i minoici.

I micenei

Nel 2000 a.C una popolazione indoeuropea si fuse con la popolazione della Grecia di cui ne abbiamo prova in tombe a fossa del XVI secolo a.C. Fu Schliemann a chiamare questa civiltà “micenei”, nome della città in cui fu rinvenuto un immenso palazzo fortificato, uno tra tanti però, vedasi la loro diffusione anche in Attica, Beozia e in Peloponneso. Anche Creta fu interessata dalla penetrazione di questa popolazione, tanto che il palazzo di Cnosso, unico sopravvissuto dalla caduta minoica, divenne presto sede di un potentato miceneo.

La gerarchia di palazzo

I palazzi erano i centri politici e amministrativi. Al loro interno si svolgevano simposi in grandi sale affrescate sia sulle pareti che sui pavimenti. La popolazione di élite micenea può essere definita come una “civiltà di ricchi guerrier”, come si evince dai corredi funerari di ricche donne seppellite con gioielli o dagli uomini seppelliti con armi rivestite d’oro e maschere in elettro (importante la maschera di Agamennone). Nonostante la suddivisione in classi qui sotto, si deve notare come non vi fosse un sovrano assoluto nella cultura micenea. Il wanax infatti era circondato dai lawagetas che a loro volta lo erano dai telestai. Nei poemi omerici Agamennone deve rendere conto ad altri, i quali possono persino opporsi a lui. Odisseo invece quando torna ad Itaca deve riguadagnare la sua posizione che è messa in discussione dai proci.

  • Al vertice vi era il Wanax, ovvero il sovrano, il cui nome è riconducibile al termine greco di Anax, ovvero “signore”
  • L’aristocrazia locale affiancava il Wanax e fra questi individuiamo i Lawagetas, ovvero i generali dell’esercito
  • Vi erano poi i notai chiamati telestaì
  • I gestori della burocrazia palaziale erano i Korete e Porokorete
  • Loro pari erano anche gli operai specializzati e gli artigiani
  • Infine vi erano gli schiavi cioè i Doero, in greco Douloi. Questi potevano appartenere a persone o anche a Divinità, la cosiddetta “schiavitù sacra”

La scrittura

Furono rinvenute numerose tavole di argilla, più di 4.600 che furono tradotte nel 1952 da un architetto, il quale durante la Seconda Guerra Mondiale si era specializzato in decriptazione di messaggi. Queste tavolette erano scritte in Lineare B, ovvero un’altra scrittura sillabica. Dalle scritture rinvenute possiamo notare similitudini tra il linguaggio antico e quello classico. I micenei usavano il termine “Damo” per indicare un distretto territoriale e la comunità che lo abita. Da questo termine deriverà demos, ovvero popolo. Vi è poi su un documento di Pilo la parola Kerosija, che diverrà poi Gerusia, cioè il consiglio degli anziani. Troviamo tra le varie tavolette anche degli inventari di carri da guerra, il che ci fa dedurre che fossero una popolazione sicuramente più bellicosa di quella a loro antecedente. Queste tavolette erano conservate negli archivi a palazzo ed originariamente erano in argilla cruda, successivamente solidificatasi a causa degli incendi che colpirono i palazzi micenei. Sulle tavole vi erano segnati i catasti, sia per le persone che per gli dei. Vi erano inoltre le razioni di cibo, i riti, gli elenchi del personale di palazzo, terminando poi con tributi e imposte. La scrittura però era limitata al solo palazzo, infatti fuori da esso non si utilizzava. Il confronto si può fare con la successiva età classica, dove troviamo la scrittura anche in ambito privato, dai vasi alle opere teatrali. Con la caduta dell’impero miceneo nel 1200 a.C la scrittura andò perduta per diverso tempo.

Economia e commercio

I palazzi erano anche la sede di grandi magazzini in cui venivano raccolte le derrate alimentari, dalle coltivazioni alle produzioni animali. Troviamo in agricoltura quella che è definita la "triade mediterranea” ovvero cereali (orzo e frumento), vite e olivo. Importante è la pastorizia in particolar modo la produzione laniera. L’attività artigianale non era dunque sottovalutata, specialmente l’industria tessile dove troviamo lana e lino. Anche la metallurgia era importante, dal bronzo all’elettro. Persino oli profumati erano prodotti a palazzo. Vi sono poi importanti resoconti di commerci nel mediterraneo e non solo. La ceramica micenea era rinomata, tanto che ne abbiamo trovato traccia in Sicilia, Sardegna, Italia centrale e nella Penisola Iberica. Avevano stretti rapporti commerciali con l’Egitto, con Rodi, Cipro e l’area Siro-Palestinese. Ma il più importante popolo con cui i micenei ebbero forti legami di interdipendenza furono gli ittiti, i quali coniarono il termine “Achei” per indicare i greci. La produzione e commercializzazione dei prodotti era un monopolio del palazzo che diede vita ad una economia redistributiva.

La religione

Alcune similitudini intercorrono tra la religione antica e quella classica. Le divinità del Pantheon Classico sono infatti le stesse, troviamo Zeus, Hera, Poseidon, Dioniso e altri. Quello che però non sappiamo è se queste divinità svolgessero lo stesso ruolo, basti vedere la diversificazione che avranno contemporaneamente in tempi successivi a questo. Una differenza radicale la riscontriamo nei riti, giacché i micenei svolgevano veri e propri sacrifici umani.

La caduta

I micenei parrebbero essere gli effettivi colpevoli della caduta di Troia, inizialmente crollata a causa di un terremoto, ma successivamente capitolata per opera dell’intervento umano. Nonostante ciò non poterono beneficiare a lungo delle ricchezze ottenute giacché, al ritorno dalla guerra, la situazione in tutto il regno peggiorò drasticamente. Si nota alla fine del XIII secolo la rovinosa caduta di grandi palazzi tra cui quello di Micene, Tirinto, Pilo e Tebe. Alcuni furono parzialmente rioccupati, mentre altri furono completamente abbandonati.

  • La prima vede protagoniste una serie di catastrofi naturali, come terremoti, che provocarono rovinose carestie che impattarono l’economia palaziale.
  • La seconda, meno accreditata, vede una grave siccità che devastò la produzione agricola.
  • La terza ipotizza un declino provocato da guerre intestine fra rivali dinastici o sollevazioni di classe subalterne.
  • La quarta vede protagonisti i popoli del mare, documentati sia da fonti scritte di Pilo, che dagli attacchi subiti in Egitto nello stesso periodo (a cui il faraone Ramesse III riuscì a tener testa) i quali avrebbero colpito l’impero ittita facendolo crollare, mandando così in crisi i micenei che erano in stretto rapporto economico con loro.
  • La quinta, attestata solo da miti ma da nessuna evidenza archeologica, trova nei Dori, provenienti da nord e stanziatisi nel Peloponneso sotto il nome di Eraclidi, i colpevoli principali. Ma sappiamo che i Dori erano in realtà già presenti durante il regno miceneo in condizione subalterna.

L'età buia

Viene detta anche “arcaismo” o “periodo arcaico” quel periodo in cui, a seguito della caduta dei palazzi micenei, la scrittura scomparve quasi completamente nel periodo che va dal XII al VIII secolo a.C. A Cipro troviamo però una scrittura detta ciprominoica cui fa seguito il sillabario cipriota, ovvero un nuovo sistema sillabico che avrà vita sino al III secolo a.C.. Gli insediamenti si fanno più modesti e l’agricoltura viene quasi completamente abbandonata, lasciando ampio spazio alla pastorizia, attestata da figurine di animali. Il comando ora spetta al basileus che è assai diverso dai wanax micenei. La ceramica si fa più semplice e i contatti commerciali diminuiscono, specialmente con l’oriente. Non tutte le città subiscono questo destino. Infatti Atene, Argo e Cnosso resistono commerciando ancora con l’oriente. In Eubea troviamo invece Lefkandi, dove da una ricca necropoli si evince la presenza di grandi élite che commerciavano con l’oriente, basti vedere i prodotti di straordinaria qualità dei corredi funerari. Il crollo dell’impero ittita permise, o spinse, le popolazioni della Grecia a migrare dando inizio alla migrazione ionica o prima colonizzazione dal XI secolo, che terminò nel VIII secolo lasciando il posto ad un’espansione dei domini greci ben più ampi. La costa asiatica fu colonizzata da nord a sud, la Ionia divenne la sede della Dodecapoli, tanto che le popolazioni vicine iniziarono a chiamare i greci Ioni. Da questo momento vediamo un incremento delle ricchezze e del benessere, infatti ad Atene troviamo numerosi modellini di granai o vere e proprie strutture.

La polis

Il senso di identità propria

A seguito del periodo buio ci fu un vero e proprio rinascimento nel mondo ellenico. La fase che a noi risulta più offuscata fu infatti la culla di quella società che sorgerà nel VIII secolo. Una società oltremodo frammentata in quelle che sono le diverse poleis greche, ognuna fiera di avere una propria identità. Non ci fu praticamente mai una Grecia effettivamente unita nella sua forma, se non quando i romani la conquistarono formando la Provincia di Macedonia. Ma anche in questo caso alcune città riuscirono ad essere più distaccate e autonome, come Atene. Il senso di identità è fondamentale per capire il mondo greco. Ogni città la rivendica con forza. Un esempio è la città di Platea, alleata di Atene in funzione antitebana. Una volta occupata, la città fu rasa al suolo e i suoi abitanti massacrati. I superstiti fuggirono ad Atene dove gli fu persino offerta la cittadinanza. Eppure i Plateesi non si integrarono mai con gli Ateniesi, tanto che si racconta di incontri mensili organizzati dagli esuli. Tentarono persino di ricostruire la città, ma fallirono, fino a quando Filippo il Macedone non la fece ricostruire. A sottolineare questa forte divisione vi è la “Politica” di Aristotele in cui ci racconta dell’influenza del clima sui caratteri degli abitanti di un territorio. Gli europei sono considerati liberi, ma manchevoli di intelligenza, e perciò incapaci di costituire uno stato politicamente retto. Gli asiatici vengono invece considerati saggi ma non liberi, in quanto assoggettati al potere di un sovrano, e deboli per questo motivo, tanto da obbligarli a ricorrere a mercenari per ottenere i loro obiettivi. Aristotele considera invece i greci posseditori di entrambe le qualità positive, tanto da ritenerli capaci di assoggettare tutti (motivato anche dalle guerre persiane), ma purtroppo la loro forte divisione gli impedisce di sfruttare al massimo questa forza.

Il senso di identità comune

Persino Omero non chiamò i greci con un nome comune, infatti nelle sue opere vengono sempre chiamati Argivi o Achei ecc… Uno dei nomi utilizzati per definire i greci antichi è Elleni, da Hellas, ovvero il nome con cui era chiamata anticamente la Ftiotide sempre da Omero. Fu in seguito adottato anche per definire quei territori della magna Grecia che presero la denominazione di Megale Hellas. Il termine "greci" nacque con molta probabilità dalla parola che veniva usata per indicare quelle popolazioni che entrarono in contatto con gli etruschi e le popolazioni italiche. Infatti le popolazioni dell’antica Graia, oggi Grea, comprendenti Beozia e Eubea, furono le prime ad imbattersi in quelle popolazioni quando, dopo essersi insediate a Pithecusa, eressero Cuma nel continente. "Graikoi” era il termine che veniva usato per riferirsi a loro e successivamente fu esteso a tutti gli abitanti. Ma non furono solo gli stranieri ad accorgersi di una certa somiglianza fra gli abitanti della Grecia. Persino loro non potevano negare di appartenere ad uno stesso popolo. Erodoto nel libro VIII ci narra di quando, nel 479, Serse tentò di corrompere Atene attraverso diverse concessioni per fare in modo che si rivoltasse contro gli spartani. Questi inviarono una delegazione per interrogare Atene sulla loro decisione. Gli ateniesi risposero che mai avrebbero lasciato qualcosa ai Medi perché mai avrebbero tradito il "TUO HELLENIKON" ovvero la “grecità”.

Ma in cosa consiste questa grecità?

  • Sangue: I greci non erano particolarmente consapevoli di non essere un ceppo “puro”. Erano infatti il frutto di una popolazione detta “Pelasgi” che si era incrociata con i popoli indoeuropei a seguito di massicce migrazioni di soli uomini. Era loro credenza di essere dunque etnicamente compatti.
  • La Lingua: In Grecia erano presenti 4 dialetti: Eolico, Ionico-Attico, dorico (nord occidentale) e Arcado-Cipriota (nel Peloponneso). I greci parlavano dunque una moltitudine di dialetti diversi, ma grazie ai commerci riuscirono a condividerli fra di loro riuscendo in qualche modo a creare un linguaggio universale. Inutile dire che questo rafforzò di molto l’identità greca che si oppose a quella dei barbari, cioè di coloro che balbettano. Già Omero li cita quando, nell’elenco degli alleati di Agamennone e di Priamo, parla dei Cari, ovvero una popolazione non greca Barbaro Fonica. Anche il filosofo Eraclito in 2 frammenti definisce coloro che non si avvalgono del Logos “barbari”. Non da sottovalutare lo slittamento semantico del termine, che verrà poi utilizzato in senso dispregiativo per indicare tutte quelle popolazioni non greche.
  • La Religione: Non esiste un vero e proprio termine che indica “religione” in greco come la intendiamo noi oggi. Il culto infatti non era esercitato attraverso delle preghiere, ma attraverso veri e propri atti per gli dei. Il sacerdozio non era affidato ad un singolo individuo, non vi era una guida spirituale. Durante il periodo dei governi aristocratici era una famiglia in particolare ad avere il compito di organizzare quelle che sarebbero state le varie celebrazioni, dai sacrifici ai teatri. Era infatti in special modo durante le Dionisiache che i tragediografi si sfidavano in veri e propri combattimenti teatrali che si svolgevano quotidianamente durante tutto il corso della celebrazione. Le tragedie, specialmente quelle che vedevano le divinità come protagoniste, erano utili ad accostare i temi mitologici a quelli che erano gli accadimenti quotidiani, o anche quelli d’eccezione, del popolo. Con l’avvento della democrazia questo costume non mutò, ma erano sorteggiati fra il popolo coloro che avrebbero dovuto organizzare gli eventi, in particolar modo sappiamo che ad Atene erano le donne ad organizzarli. Veniva infatti nominata l’Arcusa (femminile di arconte) in una assemblea di donne. I greci sapevano bene che vi era un limite, che potrebbe coincidere con il nostro odierno “peccato” che era imposto dagli dei. Questa era la Hybris, ovvero la tracotanza, che era una caratteristica che ti avrebbe avvicinato alle divinità, il che era intollerabile.

Il Pantheon era composto da 12 dei principali, ma ciò non toglie che, essendo “aperto” potessero essere integrate nuove personalità. Un esempio può essere Asclepio, importato dal Peloponneso ad Atene nel 418 a.C a seguito dell’epidemia che sconvolse la Polis. Le divinità erano dette poliadi, cioè “protettrici della polis” come si vede ad Atene con Atena e ad Argo con Apollo. Proprio perché non erano rigide le caratterizzazioni delle divinità troviamo diverse disuguaglianze fra i vari culti, che sono unici per ogni polis. Artemide era considerata in Grecia come la dea della caccia e del selvatico, ma in Asia Minore era la dea della fertilità dei campi agricoli. Zeus per esempio era raffigurato come un giovinetto a Creta, contro le rappresentazioni comuni che lo vedevano come un uomo adulto e barbuto. Ma le similitudini comunque non sono così rare e di minore importanza.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Luca.Fox19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Faraguna Michele.
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