Il cinema dello sguardo
Introduzione (di Federico Pierotti e Federico Vitella)
Il
L'Introduzione firmata da Federico Pierotti e Federico Vitella per il volume
cinema dello sguardo. Dai Lumière a Matrix costituisce la mappa teorica
indispensabile per comprendere l'intero impianto critico del testo.
I due curatori chiariscono immediatamente la genesi dell'opera: il libro
raccoglie 45 analisi filmiche strettamente collegate al modello teorico
proposto dallo storico del cinema Sandro Bernardi nel suo celebre manuale
L'avventura del cinematografo. L'obiettivo fondamentale dell'introduzione è
ridefinire l'intera storia del cinema non come una semplice evoluzione
tecnologica o narrativa, ma come una complessa evoluzione delle forme
dello sguardo e dei regimi di visibilità.
Il saggio teorico delinea cinque direttrici principali (o percorsi teorici) che
attraversano l'intera cronologia del cinema, dal 1895 dell'invenzione dei
Matrix
Lumière fino alla rivoluzione digitale di del 1999. Studiare e assimilare a
fondo queste cinque direttrici permette di comprendere l'analisi di qualsiasi film
presente nel volume senza perdersi nei dettagli:
1. Lo sguardo come interrogazione di un mondo "resistente"
Questa prima direttrice si concentra sul cinema come strumento di
esplorazione della realtà fenomenica. Lo sguardo del cinematografo non è mai
passivo; al contrario, si confronta con la materia del mondo reale, la quale
oppone una propria specifica forma di "resistenza" all'obiettivo. Questo asse
unisce idealmente le origini del cinema alle avanguardie urbane: si pensi alle
vedute
prime dei fratelli Lumière, in cui la cinepresa cattura il movimento
Berlino. Sinfonia
spontaneo della vita, fino ad arrivare a opere complesse come
di una grande città L'uomo con la macchina da presa
o di Vertov, dove la realtà
urbana viene aggredita, frammentata e interrogata dall'occhio meccanico.
2. Lo sguardo voyeuristico, lo specchio e il perturbante
Il secondo percorso indaga la dimensione psicologica, scopica e identitaria del
vedere. Il cinema eredita e amplifica il desiderio umano di guardare senza
essere visti (voyeurismo), dinamica esplorata sistematicamente sia dal
La finestra sul cortile
cinema classico (il cui vertice teorico è di Hitchcock) sia
dalle riflessioni sulla frammentazione dell'identità. In questo ambito si
inseriscono i motivi visivi dello specchio come sdoppiamento del sé e il
(Unheimlich),
concetto freudiano di perturbante dove lo sguardo scopre
qualcosa di spaventoso e familiare al tempo stesso. Questo approccio lega film
Il gabinetto del dottor
di epoche diverse, dal cinema espressionista (come
Caligari) fino ai moderni thriller psicologici e alle derive del desiderio.
3. La specularità e il metacinema (Lo sguardo sul cinema)
La terza linea di ricerca mappa l'evoluzione della consapevolezza del mezzo
cinematografico, ovvero la transizione dal cinema classico a quello moderno e
postmoderno. I curatori evidenziano come molti testi filmici riflettano in modo
esplicito sulla propria natura di dispositivi di visione. Lo sguardo si ripiega su se
stesso: lo schermo diventa una superficie autoreferenziale in cui il film dichiara
la propria finzione. Il passaggio cruciale si avverte nelle Nouvelle Vagues e nel
8½
cinema d'autore degli anni Sessanta (esemplificato da capolavori come di
Fino all'ultimo respiro
Fellini o di Godard), in cui lo sguardo in macchina
rompe la quarta parete e il cinema inizia a parlare apertamente di se stesso e
del proprio spettatore.
4. Lo sguardo politico e l'ideologia della visione
Nessuno sguardo è neutro; ogni atto visivo è intrinsecamente legato a una
forma di potere, di controllo o di propaganda. La quarta direttrice esplora la
dimensione ideologica e politica delle immagini. La disposizione delle
inquadrature, la manipolazione del montaggio e la scelta dei punti di vista
Il
possono servire a edificare il consenso di regime (si vedano le analisi su
trionfo della volontà di Leni Riefenstahl) o, al contrario, a smontare le strutture
dominanti e rivelare le storture della società attraverso uno sguardo etico,
(Paisà, La terra trema)
come avviene nel Neorealismo italiano o nel cinema di
(Accattone, Comizi d'amore).
Pier Paolo Pasolini
5. La transizione tecno-estetica: dal fotografo al digitale
L'ultimo asse teorico analizza lo statuto ontologico dell'immagine in relazione
alle evoluzioni tecnologiche. I curatori tracciano l'arco storico che va
dall'immagine legata all'impronta foto-chimica della realtà (il cinema classico e
moderno) fino alla progressiva dematerializzazione dell'immagine operata dalle
nuove tecnologie. Questa direttrice affronta l'avvento del digitale, in cui
l'immagine non è più necessariamente la traccia di un corpo o di un oggetto
reale davanti all'obiettivo, ma il risultato di una simulazione e di un calcolo
Matrix
matematico. Il punto di arrivo simbolico di questa traiettoria è dei
Wachowski, un film-saggio che tematizza la sparizione della realtà a favore del
simulacro e segna la nascita di un nuovo regime dello sguardo contemporaneo.
Analyser, dit-il (di Sandro Bernardi)
Analyser, dit-il
Il saggio introduttivo di Sandro Bernardi, intitolato (un raffinato
Détruire, dit-elle
omaggio sin dal titolo al romanzo e film di Marguerite Duras),
rappresenta il pilastro metodologico del volume. Se l'introduzione di Pierotti e
Vitella fornisce la mappa tematica del libro, lo scritto di Bernardi offre invece le
istruzioni per l'uso, ovvero gli strumenti pratici e concettuali per smontare e
comprendere un testo filmico attraverso l'analisi dello sguardo.
Il saggio si sviluppa come un discorso fluido, denso e profondamente teorico,
che scardina l'idea dell'analisi cinematografica come freddo esercizio
accademico per trasformarla in un'avventura conoscitiva. Di seguito viene
proposto il riassunto approfondito e dettagliato di tutti i nuclei concettuali
affrontati da Bernardi.
Che cos'è l'analisi filmica? Il superamento della critica tradizionale
Bernardi esordisce ridefinendo lo statuto dell'analisi del film, distinguendola
nettamente dalla classica recensione o dalla critica cinematografica
tradizionale. Mentre la critica esprime un giudizio di valore (stabilisce se un film
è bello o brutto, riuscito o fallito) o si limita a interpretare il contenuto della
trama, l'analisi è un atto di scomposizione e ricomposizione.
Analizzare un film significa trattarlo come un organismo vivente e complesso:
lo si seziona nelle sue parti costitutive (inquadrature, movimenti di macchina,
tagli di montaggio, configurazioni di luce, rapporti sonori) per comprendere non
cosa come
il film dice, ma lo dice. L'analista non deve cercare il significato
nascosto del film dietro le immagini, ma deve far emergere il senso che si
produce attraverso la superficie delle immagini stesse.
Il primato dello sguardo sull'azione
Il cuore teorico del saggio risiede in una tesi radicale: nella storia del cinema,
lo sguardo viene prima dell'azione. Il cinema occidentale classico ci ha
abituati a pensare al film come a una macchina narrativa, dove i personaggi
compiono azioni per far progredire una trama. Bernardi ribalta questa
prospettiva. Il cinema, nella sua essenza più profonda, non è nato per
raccontare storie, ma per organizzare visioni.
L'azione narrativa è spesso solo un pretesto, un'impalcatura che serve a
sorreggere e giustificare una fitta rete di sguardi. Esiste uno sguardo della
macchina da presa (l'istanza narrante), uno sguardo dei personaggi tra di loro
(le linee di sguardo interne all'inquadratura), e infine lo sguardo dello
spettatore. Analizzare un film significa mappare questa complessa geometria
invisibile, scoprendo che la vera drammaturgia di un'opera risiede nelle
tensioni, nei rifiuti, nelle scoperte e nei desideri che passano attraverso gli
occhi dei soggetti sullo schermo.
Il "dettaglio" come soglia del senso
Un altro snodo fondamentale del testo riguarda il metodo di osservazione
dell'analista. Bernardi insiste sul fatto che l'analisi non può essere globale o
generica; deve partire dal frammento, dall'anomalia, dal micro-elemento.
Spesso, il senso profondo di un film di due ore si condensa in un singolo
fotogramma, in un movimento di macchina apparentemente superfluo, in un
riflesso di luce o in un dettaglio a cui lo spettatore distratto non presterebbe
attenzione.
L'analista è un osservatore ravvicinato, un detective dei segni visivi. Il saggio
invita a praticare una forma di "rallentamento" dello sguardo critico: isolare
una sequenza, smontarla fotogramma per fotogramma, interrogare i margini
dell'inquadratura (il fuori campo) e gli elementi apparentemente secondari (lo
sfondo, gli oggetti) per rivelare la struttura formale profonda che governa
l'intera opera.
Il legame tra estetica e storicità
Bernardi mette in guardia da un rischio comune: quello di considerare l'analisi
formale come un esercizio puramente astratto o sganciato dalla realtà. Al
contrario, lo studioso evidenzia come la forma sia sempre storica. Il modo in
cui un regista inquadra un volto o taglia una scena non risponde solo a criteri
estetici personali, ma riflette l'orizzonte culturale, filosofico, politico e
tecnologico della sua epoca.
Modificare lo sguardo significa modificare l'idea stessa di mondo e di essere
umano. Quando il Neorealismo scende nelle strade con la macchina a mano, o
quando il cinema moderno degli anni Sessanta dilata i tempi dell'inquadratura
lasciando i personaggi nel vuoto e nel silenzio, non sta compiendo solo una
scelta di stile, ma sta traducendo visivamente una crisi storica, un trauma
collettivo o una nuova percezione filosofica dell'esistenza. L'analisi dello
sguardo diventa così lo strumento più affilato per fare una vera storia delle idee
attraverso le immagini.
La postura dell'analista: tra rigore e passione
Nelle battute conclusive del saggio, Bernardi riflette sull'attitudine etica e
intellettuale di chi si appresta ad analizzare il cinema. L'atto del sezionare un
film non deve congelarne la bellezza o distruggerne l'incanto. L'espressione
"Analyser, dit-il" evoca proprio questo paradosso: l'analisi è un atto d'amore e
di profonda dedizione verso l'opera d'arte.
Non si tratta di applicare formule matematiche o griglie teoriche rigide e
predeterminate in modo meccanico. Ogni film possiede una propria lingua
segreta e l'analista deve essere abbastanza plastico e sensibile da farsi dettare
le regole del gioco dal film stesso. L'obiettivo finale non è possedere o
dominare il testo filmico, ma stabilire con esso un dialogo infinito, dove ogni
nuova visione sposta in avanti il confine di ciò che è visibile e comprensibile.
Il cuore del libro si articola attraverso i seguenti saggi, ciascuno
dedicato all'analisi dello sguardo in una specifica pellicola.
Le vedute del Cinématographe Lumière
1. (Louis e
Auguste Lumière, 1895)
Vedute del Cinématographe Lumière
Il saggio monografico dedicato alle
(1895) applica concretamente gli strumenti metodologici di Bernardi e le
direttrici teoriche di Pierotti e Vitella, sradicando il mito ingenuo del cinema
delle origini come semplice "registrazione passiva" della realtà.
La nascita dello sguardo cinematografico: oltre il mito del realismo
passivo
La storiografia tradizionale ha spesso liquidato le prime vedute dei fratelli Louis
L'uscita dalle officine Lumière L'arrivo di un treno
e Auguste Lumière (come o
alla stazione di La Ciotat) come semplici esperimenti tecnici, catture
documentarie e prive di una reale intenzione estetica. Il saggio smonta questa
visione superficiale, dimostrando che i Lumière non si limitano a registrare il
mondo, ma inventano una vera e propria forma dello sguardo.
La realtà fenomenica non viene semplicemente "subita" dall'obiettivo, ma
viene racchiusa all'interno di un dispositivo che ne seleziona porzioni, tempi e
geometrie. La prima grande rivoluzione tecno-estetica risiede nel passaggio dal
Kinetoscopio di Edison — un dispositivo monoculare fruibile da un solo
Cinématographe
spettatore alla volta attraverso un mirino — al dei Lumière,
che proietta l'immagine su uno schermo bianco, trasformando l'atto del vedere
in un'esperienza collettiva, pubblica e condivisa.
L'inquadratura come soglia e la "resistenza" del mondo
Il capitolo analizza approfonditamente la composizione formale delle vedute,
evidenziando come i Lumière applichino precise regole compositive derivate
dalla fotografia ottocentesca e dalla pittura en plein air. La cinepresa è
rigorosamente fissa, ma la scelta del punto di vista non è mai casuale. I
Lumière posizionano la macchina da presa spesso in diagonale rispetto al
L'arrivo di un treno,
movimento dei soggetti. In la locomotiva non avanza
frontalmente verso l'obiettivo, ma taglia lo spazio obliquamente, amplificando
la percezione della profondità di campo e della prospettiva.
Questo espediente formale attiva la prima direttrice teorica del libro: lo
sguardo come interrogazione di un mondo resistente. La pellicola
cattura la contingenza della vita: il fumo della locomotiva che si dissolve
nell'aria, la polvere sollevata dai cavalli, il movimento casuale delle foglie sullo
La colazione del bimbo.
sfondo di Questi elementi microscopici non erano
controllabili dai registi; rappresentano la materia densa della realtà che oppone
resistenza all'ordine dell'inquadratura. Lo sguardo dei Lumière è affascinato
proprio da questa imprevedibilità del visibile.
La tensione tra artificio e documentazione
Un altro snodo cruciale del saggio riguarda la natura ambigua del "documento"
Lumière. Sebbene le vedute si presentino come frammenti di vita colta sul
fatto, l'analisi rivela una latente ma chiarissima componente di messa in
scena e di controllo.
L'uscita dalle officine,
In gli operai sono chiaramente istruiti su come muoversi:
non devono guardare in macchina, devono defluire rapidamente ai lati
dell'inquadratura per non ostruire la visuale e permettere la chiusura perfetta
della veduta prima dell'esaurimento della pellicola (circa 50 secondi). Esiste
quindi un'invisibile coreografia che regola i corpi nello spazio. I Lumière
intuiscono che per far apparire la realtà "naturale" sullo schermo, è necessario
organizzarla e metterla in forma. Lo sguardo del cinematografo si rivela, fin dal
primo fotogramma, come un sofisticato compromesso tra l'autenticità del
mondo e l'artificio del mezzo meccanico.
Lo shock dello spettatore e il germe del metacinema
Il saggio conclude riflettendo sull'impatto antropologico e psicologico che
queste prime proiezioni ebbero sul pubblico della fine dell'Ottocento. Il celebre
aneddoto degli spettatori che fuggono dalla sala terrorizzati dall'arrivo del treno
sullo schermo, sebbene storicamente enfatizzato, descrive perfettamente una
mutazione dello statuto dello sguardo. L'immagine in movimento possiede
un'efficacia simbolica e una forza traumatica sconosciute alla pittura e alla
fotografia statica.
Mostrando il movimento e il flusso del tempo in avanti, i Lumière gettano
inconsapevolmente le basi per lo sguardo metacinematografico: lo
spettatore, immerso nel buio, si scopre per la prima volta come un soggetto
voyeuristico che spia la vita degli altri da una soglia protetta, inaugurando quel
regime di visibilità che dominerà l'intero Novecento.
Le Voyage dans la Lune
2. (Georges Méliès, 1902)
Le Voyage dans la Lune
Il saggio monografico dedicato a (1902) di Georges
Méliès esamina il momento esatto in cui il cinema si distacca dalla pura
riproduzione del reale per farsi costruttore di mondi, trasformando
radicalmente la natura dello sguardo. Se con i fratelli Lumière l'obiettivo
interroga la realtà fisica, con Méliès lo schermo diventa la tela di un
prestigiatore, un portale verso l'immaginario e la fantasmagoria.
L'invenzione dello sguardo fantastico e l'artificio assoluto
Méliès, uomo di teatro e illusionista di professione, intuisce immediatamente
Cinématographe
che il non deve limitarsi a documentare il mondo, ma può
Le Voyage dans la Lune
essere utilizzato per ingannare l'occhio. rappresenta il
culmine di questa intuizione. Il saggio evidenzia come l'autore sostituisca lo
spazio aperto e imprevedibile della strada con lo spazio chiuso e interamente
controllato del teatro di posa (lo studio di Montreuil).
Qui, ogni elemento visivo è frutto di un disegno prestabilito: scenografie
dipinte, costumi teatrali, attori e acrobati che si muovono secondo coreografie
rigidissime. Lo sguardo non si confronta più con la "resistenza" della materia
fenomenica, ma domina in modo assoluto una realtà interamente
artificiale. La meraviglia non scaturisce dalla vita colta sul fatto, ma dalla
precisione matematica dell'illusione.
Il trucco cinematografico come mutazione del visibile
Il nucleo dell'analisi formale del saggio si concentra sul funzionamento dei
trucchi di Méliès, in particolare sull'arresto e sostituzione della ripresa.
Interrompendo la manovella della cinepresa, modificando la scena (facendo
sparire un oggetto o apparire un personaggio) e riprendendo a girare, Méliès
crea una fluidità magica che scardina le leggi della fisica.
Questo espediente tecnico attiva un
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