L'avventura del cinematografo. Storia di un'arte e di
un linguaggio
(S. Bernardi)
PARTE PRIMA: NASCITA DI UNA MACCHINA CHE RACCONTA
STORIE DA SOLA
Capitolo 1: Il cinema prima del cinema. Il mondo come
spettacolo (Il precinema, la lanterna magica e le vedute
Lumière)
Il capitolo si apre con un'analisi storico-sociologica della percezione visiva,
operando una netta distinzione tra l'ecosistema mediale contemporaneo e
quello pre-moderno.
Regime della penuria iconografica: Fino al XVIII secolo, l'esperienza
visiva dell'uomo comune era caratterizzata da una drastica rarefazione delle
immagini artificiali. La fruizione iconica era confinata quasi esclusivamente
allo spazio sacro (affreschi, pale d'altare) o alla circolazione di stampe popolari
e figurine devozionali. L'immagine possedeva un carattere di eccezionalità,
aura e fissità.
La metropoli ottocentesca come dispositivo: Con la seconda
rivoluzione industriale e l'urbanizzazione, la città moderna si configura come
un vero e proprio apparato sinestetico e ottico. L'architettura urbana muta in
passages,
senso spettacolistico: l'introduzione delle vetrine illuminate, dei dei
manifesti pubblicitari e della flânerie trasforma lo spazio pubblico in un flusso
ininterrotto di stimoli visivi. Si assiste alla nascita di un soggetto-spettatore
iperstimolato, immerso in una dinamica in cui l'atto del guardare ed essere
guardati diventa il fulcro delle relazioni sociali. Il cinema non si impone
dunque come un'invenzione isolata, ma come la formalizzazione tecnica e la
risposta capitalistica a questa nuova domanda di shock visivi.
2. Archeologia dei media: Dispositivi e topologie della visione nel
Precinema
Bernardi mappa l'archeologia dei media cinematografici analizzando i
dispositivi ottici che hanno configurato le forme della visione e della narrazione
prima del 1895, individuando due polarità fondamentali:
POLO PROIETTIVO / COLLETTIVO POLO VOYEURISTICO / INDIVIDUALE
Lanterna Magica Mondo Nuovo
Visione condivisa, Spazio buio Visione isolata, Spazio pubblico
La Lanterna Magica (XVII-XIX sec.) – Il polo proiettivo: Dispositivo
basato su una fonte luminosa interna, un sistema di lenti e supporti
trasparenti (vetri dipinti). Essa fonda lo statuto della visione collettiva al
buio, anticipando la sala cinematografica. Tuttavia, l'immagine della lanterna
magica è ontologicamente incompleta: necessita dell'integrazione
performativa dell'imbonitore (il narratore), la cui parola conferisce
temporalità e senso alla successione delle diapositive. Trova il suo culmine
fantasmagorie
nelle di Robertson, spettacoli proto-immersivi che sfruttavano
la retroproiezione per generare apparizioni spettrali.
Il Mondo Nuovo (XVIII-XIX sec.) – Il polo voyeuristico: Struttura
speculare e contraria alla lanterna magica. Si presenta come una grande
cassa illuminata internamente, fruibile nello spazio aperto e diurno delle fiere.
Lo spettatore guarda singolarmente all'interno di un mirino ottico. Questo
dispositivo non proietta l'immagine all'esterno, ma fagocita lo sguardo dello
Kinetoscope
spettatore all'interno, anticipando la logica del di Edison. Le
vedute mostrate (spesso storiche o geografiche) offrivano l'illusione di un
altrove spaziale fruito in isolamento.
3. Matrice ideologica: Il Positivismo e la tassonomia del reale
La nascita del cinematografo non è un mero accidente tecnologico, ma
l'espressione della sovrastruttura ideologica del Positivismo ottocentesco.
La registrazione oggettiva: Il cinema risponde all'istanza
epistemologica di una scienza che esige la quantificazione, la catalogazione e
l'archiviazione del visibile. La macchina fotografica prima, e quella
cinematografica poi, vengono investite di una patente di oggettività assoluta:
in quanto tale,
l'idea che la macchina possa registrare la realtà depurata dalla
soggettività dell'artista.
La vittoria sul tempo e sulla morte: Il cinematografo realizza il mito
prometeico della riproducibilità della vita e del movimento. Per la cultura
positivista, catturare il flusso temporale significa sottrarre il vivente alla
decomposizione e all'oblio. La scomposizione e ricomposizione del movimento
(preparata dagli studi cronofotografici di Marey e Muybridge) assume una
valenza quasi medica e scientifica: il controllo e la dominazione tecnologica
della natura.
4. L'estetica della "Veduta" Lumière e il Cinema delle Origini
Il 28 dicembre 1895 segna la prima proiezione pubblica a pagamento dei
fratelli Lumière al Grand Café di Parigi. Bernardi decostruisce l'estetica della
veduta Lumière per dimostrare come, lungi dall'essere "ingenuo", questo
cinema possedesse già una rigorosa specificità formale, definita all'interno del
cosiddetto Modo di Rappresentazione Primitivo (MRP):
Monocularità e Fissità dell'Inquadratura: La veduta è costituita da
un unico piano-sequenza fisso, privo di montaggio interno e di movimenti di
macchina (panoramiche o carrellate). La durata del film coincide
matematicamente con la lunghezza della pellicola impressionata (circa 50
secondi per 15-17 metri di rullo).
Profondità di campo e composizione diagonale: Gli operatori
Lumière (come Promio o Mesguich) non posizionavano la cinepresa
perpendicolarmente all'azione, bensì secondo linee diagonali. Questa
angolazione strategica valorizzava le linee di fuga prospettiche (i binari in
L'arrivée d'un train à la gare de La Ciotat, il corso dell'acqua, le strade). I
soggetti si muovevano dallo sfondo verso il primissimo piano, accentuando
l'illusione di tridimensionalità e massimizzando la profondità di campo
consentita dagli obiettivi dell'epoca.
La contingenza e il movimento "aspecifico": Nel cinema delle origini,
l'attrazione principale non è la narrazione di un evento strutturato, ma la
riproduzione del movimento in sé, specialmente quello non intenzionale o
accidentale. Lo spettatore dell'epoca restava folgorato dal "movimento
aspecifico": il fumo che esce dalla locomotiva, la polvere che si solleva dal
(Démolition d'un mur),
muro che crolla le foglie mosse dal vento sullo sfondo
Le repas de bébé.
di È il trionfo della contingenza sulla composizione.
Carattere centrifugo dell'immagine: Lo spazio dell'inquadratura
primitiva è aperto e poroso. I soggetti entrano ed escono continuamente dai
bordi del quadro (spazio fuori campo), a dimostrazione del fatto che la veduta
non isola un mondo autonomo e finzionale (spazio centripeto del cinema
classico), ma ritaglia una porzione del continuum della realtà.
Capitolo 2: L'immagine-attrazione e il montaggio re
(L'illusionismo di Georges Méliès e il cinema delle origini)
Il secondo capitolo analizza la transizione e la coesistenza tra la registrazione
documentaria dei Lumière e la fondazione del cinema di finzione operata da
Georges Méliès. Il focus teorico risiede nella ridefinizione del montaggio
primigenio, inteso non come strumento sintattico-narrativo, ma come
attrazione spettacolare e manipolazione magica del reale.
1. La dialettica Lumière-Méliès: Realismo ontologico vs. Illusionismo
artificiale
La storiografia tradizionale ha spesso contrapposto rigidamente i fratelli
Lumière (realismo/documentario) a Georges Méliès (finzione/fantastico).
Bernardi supera questo dualismo dimostrando che entrambi operano all'interno
del medesimo macro-orizzonte: il Cinema delle Origini o Modo di
Rappresentazione Primitivo (MRP). Robert-
L'estetica del trucco: Méliès, direttore del teatro illusionista
Houdin, intuisce che la cinepresa può falsificare la contingenza. Il cinema non
è più solo uno strumento di archiviazione positivista, ma un generatore di
mondi impossibili.
Il principio di attrazione: Sia nelle vedute Lumière che nei film a
trucchi di Méliès, l'obiettivo non è l'immedesimazione psicologica dello
spettatore in una storia complessa. Lo scopo è lo shock visivo, la
stimolazione sensoriale del pubblico attraverso la visione di qualcosa di
straordinario (una locomotiva che avanza o una testa che si gonfia).
2. L'archeologia del montaggio: Il trucco per arresto e sostituzione
Méliès è convenzionalmente considerato lo scopritore del montaggio, sebbene
la sua declinazione tecnica differisca radicalmente dal montaggio narrativo
classico. (stop-trick):
Il montaggio-trucco Secondo l'aneddotica storiografica
(l'incidente di Place de l'Opéra in cui la cinepresa si inceppò, trasformando un
omnibus in un carro funebre), Méliès scopre il trucco per arresto e
sostituzione. Si interrompe la ripresa, si modifica l'assetto degli elementi in
scena (si fa entrare un attore o si toglie un oggetto) e si riprende a girare nello
stesso esatto punto.
Il "Montaggio Re": In questa fase, il montaggio è "re" perché possiede
un potere sovrano e demiurgico di metamorfosi. Tuttavia, è un montaggio
invisibile e interno allo spazio della singola inquadratura. Non serve a
unire due spazi o due tempi diversi (come avverrà con il montaggio narrativo),
ma a produrre una magia all'interno dello stesso quadro scenico. La pellicola
viene tagliata e incollata manualmente solo per eliminare i fotogrammi di
sovraesposizione dovuti all'arresto della manovella.
Tableau
3. La teatralità del quadro e la logica del
Nonostante l'innovazione tecnica, il linguaggio di Méliès rimane strutturalmente
ancorato a una concezione teatrale dello spazio, definita dalla critica come
fissità bidimensionale: tableau
L'inquadratura-tableau: Ogni scena corrisponde a un (quadro
scenico), caratterizzato da una cinepresa fissa, frontale, posta rigorosamente
in asse rispetto alla scenografia, simulando lo sguardo dello spettatore seduto
in platea.
Profondità fittizia e velleità centripeta: A differenza della diagonale
profonda dei Lumière, Méliès utilizza fondali dipinti piatti, tipici del teatro di
varietà. Lo spazio è centripeto: tutto deve accadere al centro del quadro. Gli
attori si muovono lateralmente (da destra a sinistra) e si rivolgono
direttamente alla cinepresa, inchinandosi alla fine del trucco, rompendo
sistematicamente la "quarta parete".
Il montaggio paratattico: Quando Méliès unisce più inquadrature —
Le Voyage dans la Lune
come nel celebre (1902) — non crea un flusso
narrativo continuo. Le inquadrature sono giustapposte in modo paratattico
tableau
(piane e autonome): ogni si esaurisce in sé stesso, e il passaggio al
quadro successivo avviene spesso per dissolvenza, come un cambio di
scenografia teatrale.
4. Il ruolo dell'Imbonitore e la frammentazione testuale
A causa della natura puramente visiva e discontinua del cinema a trucchi, il
testo filmico delle origini non è autosufficiente:
La mediazione verbale: Nelle sale o nei baracconi delle fiere, la
proiezione dei film di Méliès era costantemente accompagnata dalla figura
dell'imbonitore, un commentatore in carne e ossa che spiegava al pubblico
le metamorfosi e i passaggi logici tra un quadro e l'altro. Senza la parola viva,
il succedersi delle attrazioni visive rischiava di rimanere indecifrabile o
puramente astratto.
Capitolo 3: Griffith e la nascita del linguaggio
cinematografico (Il montaggio narrativo, alternato e
analitico)
Il terzo capitolo rappresenta lo snodo cruciale del manuale: il passaggio
definitivo dal Modo di Rappresentazione Primitivo (MRP) al Modo di
Rappresentazione Istituzionale (MRI), codificato principalmente attraverso
l'opera di David Wark Griffith tra il 1908 e il 1916. Il nucleo teorico risiede
nella metamorfosi della macchina cinematografica: da strumento che illustra
attrazioni a struttura linguistica autosufficiente capace di raccontare
storie da sola.
1. La transizione sistemica: Il trauma del 1906 e l'autosufficienza del
testo
Intorno al 1906, il cinema attraversa una profonda crisi di saturazione
commerciale: lo spettatore delle origini, stanco della pura esibizione di trucchi
e vedute fisse, abbandona i baracconi ambulanti. Per sopravvivere e
intercettare la nuova classe operaia e la borghesia urbana, il cinema deve
trasformarsi in una struttura narrativa complessa.
La scomparsa dell'imbonitore: La grande rivoluzione linguistica
coincide con l'eliminazione della presenza fisica del narratore in sala. Il testo
filmico deve subire un processo di interiorizzazione della voce narrante:
le immagini devono farsi carico, da sole, della logica causale, temporale e
psicologica del racconto.
La solitudine dello spettatore: Con la perdita della dimensione
relazionale e performativa del cinema delle origini, lo spettatore viene isolato
dentro
nel buio della sala, proiettato psichicamente lo schermo attraverso
dinamiche di identificazione emotiva.
2. D.W. Griffith e la scomposizione analitica dello spazio
Biograph
Griffith (operante presso la casa di produzione dal 1908 al 1913) non
"inventa" i singoli procedimenti tecnici (già abbozzati dalla Scuola di Brighton e
da Edwin S. Porter), ma ha il merito storico di sistematizzarli e organizzarli
in un sistema sintattico globale.
La frantumazione del Tableau Primitivo: Griffith distrugge l'autarchia
del quadro fisso e teatrale di Méliès. Lo spazio scenico viene frantumato in più
inquadrature attraverso la variazione dei piani. Il regista avvicina la cinepresa
agli attori, introducendo sistematicamente il primo piano non più come
attrazione mostruosa (il "finto piano" del precinema), ma come vettore di
interiorità psicologica e strumento di drammatizzazione.
Il montaggio analitico: Consiste nello scomporre un unico spazio (es.
una stanza) in diversi dettagli (es. lo sguardo di un personaggio, un oggetto,
una mano che stringe una pistola). Questa scomposizione guida l'attenzione
dello spettatore, gerarchizzando il visibile secondo le necessità della trama.
La codifica della temporalità: Montaggio Alternato e Parallelo
La grande sfida del MRI è la restituzione della simultaneità temporale in una
forma lineare e comprensibile allo spettatore. Griffith risolve questo problema
attraverso due specifiche declinazioni del montaggio:
(Cross-cutting):
Il Montaggio Alternato Sincronizza due azioni che si
svolgono contemporaneamente in due spazi diversi, ma destinati a
confluire nello stesso luogo (Relazione di simultaneità temporale e contiguità
spaziale). Trova la sua massima espressione nel celebre espediente del "last
minute rescue" (il salvataggio all'ultimo minuto): l'alternanza sempre
più rapida tra le inquadrature della vittima in pericolo e quelle dei soccorritori
(suspense).
in viaggio genera nello spettatore una forte tensione emotiva
MONTAGGIO ALTERNATO -> Spazio A (Inseguitori) <---> Spazio B (Inseguiti) ->
Convergenza (Tempo Simultaneo)
Il Montaggio Parallelo: Accosta due o più storie che si svolgono in
tempi e spazi completamente differenti, prive di nessi causali immediati,
con l'obiettivo di far emergere un'idea, un concetto o una riflessione morale
(Relazione metaforica/concettuale).
MONTAGGIO PARALLELO -> Storia A (Babilonia) <---> Storia B (Modernità) ->
Concetto Astratto (Tempo Discontinuo)
3. Le grandi opere e la nascita del lungometraggio
L'evoluzione sintattica griffithiana si compie nei suoi due capolavori
monumentali, che sanciscono la nascita del lungometraggio inteso come
spettacolo legittimo ad alto budget:
The Birth of a Nation (La nascita di una nazione, 1915): Opera
fondamentale per la fluidità del montaggio e la gestione delle masse nelle
scene di battaglia. Il film dimostra l'efficacia del linguaggio classico, ma
evidenzia anche la sua natura ideologica: la tecnica narrativa è messa al
servizio di una visione fortemente razzista e celebrativa del Ku Klux Klan,
scatenando enormi polemiche sociali.
Intolerance (1916): Risposta monumentale alle accuse di razzismo.
Griffith intreccia quattro storie diverse attraverso i secoli (la caduta di
Babilonia, la passione di Cristo, la strage di San Bartolomeo e una storia
contemporanea) unite dal filo conduttore dell'intolleranza umana. Qui il
montaggio parallelo raggiunge un livello di astrazione mai visto prima: il
ritmo accelera nel finale fino a fondere le epoche storiche in un unico,
gigantesco climax concettuale. Il film fu però un colossale flop commerciale,
poiché la complessità della struttura a incastro disorientò il pubblico
dell'epoca, non ancora pronto a un'astrazione intellettuale così spinta.
PARTE SECONDA: LE AVANGUARDIE EUROPEE E IL GRANDE
CINEMA MUTO
Capitolo 4: Il cinema d'avanguardia e la nascita della teoria
(Il Futurismo italiano e le prime riflessioni teoriche)
Il quarto capitolo segna l'ingresso del cinema nella modernità estetica
attraverso la nascita delle Avanguardie storiche del primo Novecento. Il
nucleo teorico risiede nel ribaltamento del paradigma griffithiano: mentre
Hollywood codifica il Modo di Rappresentazione Istituzionale (MRI) per asservire
il cinema al racconto realistico-borghese, le avanguardie europee rifiutano la
sottomissione alla letteratura e al teatro, rivendicando l'autonomia formale
del cinema come arte visiva, ritmica e astratta.
1. La nascita della teoria cinematografica: La ricerca della "Specificità
Filmica"
Prima degli anni Dieci, il cinema
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