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Introduzione alla storia della radio

Cari amici vicini e lontani, nello studio della storia della radio è possibile concentrarsi sia sulle vicende della radio italiana, sia sul cercare invece di mantenere uno sguardo globale. È, inoltre, altrettanto possibile concentrarsi su molti aspetti del sistema radiofonico, dalla sua struttura economica alle implicazioni politiche di quest’ultimo. L’aspetto sul quale il testo si sofferma è quello linguistico.

A questo tipo di problemi di individualizzazione dello studio, si aggiunge il difficile problema delle fonti primarie: è, infatti, risaputo che per un lungo periodo della sua vita (tutta la prima metà del Novecento) la radio ha mandato in onda tutti i suoi segnali esclusivamente in diretta e tutto ciò si è dunque perduto nel momento della sua stessa emissione.

Se è vero quindi che c’è una parte consistente di programmazione radiofonica che non sarà mai possibile ascoltare, è anche vero che l’ambito delle fonti indirette (testimonianze e documentazioni) è molto ricco. Una piacevole sorpresa su questo versante è costituita dal cinema: sono infatti molti i film ispirati alla radio, lavori capaci di arricchire le conoscenze sui contesti socioculturali in cui la radio si è trovata ad operare.

Titanic

È difficile stabilire quando è nata la radio, considerando che studiosi e culture diverse propongono soluzioni diverse. Questa confusione è colta perfettamente da Franco Monteleone nella sua Storia della radio e della televisione in Italia quando scrive che a nessuno, uomo o paese, si può assegnare la paternità esclusiva dell’invenzione della radio, che fu invece il risultato di uno straordinario concorso di forze intellettuali in tutto il mondo.

La radio è quindi il primo esito di un’evoluzione tecnologica sviluppatasi nella seconda metà dell’Ottocento e basata sulla scoperta dell’energia elettrica. Al contrario dei mezzi tradizionali della belle époque, che si basavano su scienze tipicamente ottocentesche (chimica e meccanica), la radio appartiene dunque a un altro universo scientifico (quello, appunto, dell’energia elettrica).

Il cinema, ad esempio, è un arte tipicamente ottocentesca, prodotta dalla chimica, dalla meccanica e dalla fotografia, mentre la radio appartiene a una realtà diversa, più moderna e novecentesca, fatta di immaterialità, come ricorda anche spesso Marconi nei suoi studi con la parola wireless, “senza fili”.

Nei primi anni del nuovo secolo, il destino della radio, o meglio del wireless telegraph, tecnologia inventata e brevettata da Marconi, era piuttosto incerto. Ciò che caratterizza la radio in questo periodo è infatti l’assenza di identità: difatti, se i mass media generalmente cercano di inviare i loro messaggi in modo che possano essere ricevuti dal maggior numero di destinatari possibili, per un ventennio la comunicazione radiofonica seguì un obiettivo diverso, quella di funzionare come mezzo di “comunicazione da punto a punto”, spesso addirittura afflitta dalla preoccupazione che i suoi messaggi fossero intercettati anche da altri soggetti estranei.

Se proprio si vuole fare un paragone, si potrebbe farlo con Internet, di natura originariamente chiusa e di stampo militare, che venne successivamente trasformato in una dimensione opposta, di totale apertura. Anche la tecnologia radiofonica ebbe nei suoi primi sviluppi non pochi legami con gli apparati militari: lo stesso Marconi ottenne un sostanzioso finanziamento dall’Ammiragliato britannico che gli consentì di sviluppare il suo sistema di stazioni radio senza dover affrontare le incertezze del mercato. Ma fu soprattutto durante la Grande Guerra che la radio fu protagonista.

Mentre nel primo decennio del secolo Marconi ampliava le potenzialità della sua telegrafia wireless, trasmettendo un segnale sonoro da un’isola in Canada alla Cornovaglia, un altro filone di ricerca si dedicava alla trasmissione della voce: è la sperimentazione di Fessenden, che alla vigilia di Natale del 1906 raggiunse molte navi in un’ampia area dell’oceano e riuscì a far sentire loro una voce umana, un canto di donna e un assolo di violino. Fessenden replicherà la trasmissione a Capodanno, raggiungendo questa volta anche delle bananiere della United Fruit. L’azienda diventerà così sua cliente, e utilizzò la sua tecnologia per indicare ai propri cargo il porto verso il quale attraccare.

La radio venne poi utilizzata anche per le emergenze in ambito civile. La più nota è ovviamente la vicenda del Titanic, che rappresenta non solo una delle pagine più radicate nella memoria culturale del Novecento, ma anche un momento importantissimo per il processo di affermazione del nuovo mezzo della radio. Protagonista della storia in realtà non fu la radio intesa come tecnologia, ma un giovane marconista alle prime armi, Sarnoff, di famiglia russa e povera, che riuscì a farsi strada nell’American Marconi sino a diventare radiotelegrafista. È così che il 14 aprile 1912, dalla terraferma, diffuse a tutta la nazione il messaggio del Titanic, non solo facendo così mobilitare la Carpathia, che riuscì a mettere in salvo 800 passeggeri, ma anche ponendosi come momento di svolta fondamentale nell’evoluzione della comunicazione radiofonica.

Sarnoff voleva in un certo senso cambiare direzione, passare da una comunicazione da punto a punto ad una su un’area più ampia possibile di riceventi, arrivando alla rivoluzionaria intuizione del broadcasting (lanciare verso un ampio spazio).

Nel 1916 infatti Sarnoff scriveva all’allora presidente dell’American Marconi di un piano per rendere la radio uno strumento domestico, come il grammofono o il pianoforte, attraverso un ricevitore nella forma di una scatola adatto a ricevere diverse lunghezze d’onda che è possibile cambiare a piacimento spingendo un bottone, e attraverso il quale si potrà così ascoltare musica, conferenze e concerti.

Questa lettera di Sarnoff potrebbe sembrare fin troppo preveggente nei confronti del futuro della radio e per questo ha suscitato qualche sospetto sulla sua veridicità da parte degli studiosi, ma c’è da dire che effettivamente sin dal 1913 Sarnoff aveva fondato una rivista, The Wireless Age, sulla quale cominciò proprio il dibattito sulle prospettive della comunicazione via radio e sulle ipotesi di broadcasting.

Lo sviluppo della radio dunque passava per due ipotesi principali: da un lato c’era il radio-telegrafo, utilizzato nelle operazioni marittime, militari e nella gestione delle emergenze (che vive però in limiti molto precisi, come il bisogno di personale specializzato) dall’altro la linea di tutti coloro che invece sognavano un’emissione più “libera” (come appunto il progetto di Sarnoff).

Per comprendere perché ad avere la meglio sia stato proprio uno sviluppo più vicino alle ideologie di Sarnoff, occorre fare un passo indietro e osservare il consumo culturale durante quegli anni. Dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, infatti, comincia a nascere una “comunicazione familiare” che dipende da un più generale mutamento socioculturale di ripiegamento nella vita domestica. In questa dimensione familiare si sviluppano i nuovi mezzi di comunicazione (premessa di questo sviluppo è proprio la musica: pianoforte e grammofono si diffonderanno moltissimo nella case degli americani). La casa acquisisce un ruolo centrale, e si spostano all’interno delle mura domestiche aree importanti della vita che prima le escludevano, legate al tempo libero, al divertimento, all’informazione.

La grandezza di Sarnoff e della sua intuizione (che sia questa datata 1916 o posteriore) sta proprio nell’essersi posta in sintonia con questa tendenza, nell’aver visto nella tecnologia della radio un’appartenenza all’universo del piacere e dell’intrattenimento, e non solo a quello dei commerci, dei viaggi e delle battaglie. Ma nel 1916 mancavano ancora diversi elementi per incamminarsi sulla via che Sarnoff aveva indicato: da una rete di trasmettitori e ripetitori capaci di diffondere il segnale nel territorio a contenuti radiofonici costruiti attorno ai suoni e alle voci.

Se dunque, come detto all’inizio, non esiste una vera e propria data iniziale per questa prima fase d’infanzia della tecnologia radiofonica, esiste di certo una data finale: il 20 novembre 1919, giorno in cui l’American Marconi cedette i suoi beni e le sue attività commerciali alla RCA, Radio Corporation of America, nata poco prima con l’obiettivo di creare una sorta di monopolio nascosto, di eliminare dal mercato americano la più forte concorrente che era, appunto, l’American Marconi. A capo di tutto c’era il presidente della General Electric, industria produttrice di energia elettrica, Owen Young. L’ambizioso progetto di Young portò la sua società ad assumere il controllo della radiotelegrafia su tutto il continente americano. Nel pacchetto acquisito dall’American Marconi era contenuto anche il suo nuovo direttore commerciale, proprio David Sarnoff.

Radio Days

Radio Days è il titolo di un film di Woody Allen, del 1987, ricco di informazioni utili per ricostruire la storia della radio nei suoi aspetti meno analizzati, come i generi e gli stili di ascolto. Il film ripercorre una vicenda familiare e pubblica che si distende in un arco di cinque anni. I riferimenti cronologici iniziali e finali sono molto chiari e forniti dal personaggio della zia Bea, appassionata ascoltatrice radiofonica. È sullo sfondo di una sua avventura sentimentale che arriva dalla radio la notizia di un’attesa invasione dei marziani. La datazione è quella della messa in onda dalle stazioni della CBS di un adattamento radiofonico de La guerra dei mondi. Il tutto risale al 1938, alle soglie della notte di Halloween. La conclusione della storia ha una data altrettanto precisa, enunciata dalla voce fuori campo del narratore-protagonista: è il 1944.

Dunque, quelli che Woody Allen definisce come i “radio days”, gli anni in cui le parole e i suoni della radio si fondono nella quotidianità delle famiglie americane, corrispondono a un periodo di circa cinque anni. Nella nostra periodizzazione storica, invece, i “radio days” occupano un arco molto più ampio, tutto il periodo che va dal momento in cui la radio si struttura come mass medium e comincia ad esercitare un’influenza notevole sui consumi e sugli stili di vita della popolazione, fino a quando la proposta radiofonica rifluisce entro ambiti più stretti.

Tutto questo periodo va dagli anni venti sino alla stagione del secondo dopoguerra, stagione che può essere gli anni cinquanta in America, ma anche gli anni settanta e ottanta per le nazioni europee: un arco di quasi quarant’anni nei casi di trasformazione più rapida, che diventano cinquanta o addirittura sessanta nelle situazioni segnate da maggiori resistenze al cambiamento.

In realtà, nonostante queste grandi differenze diacroniche, nonostante quelle geopolitiche che contrappongono i modelli pubblici europei a quelli commerciali americani e nonostante anche la differenza d’utilizzo della radio nei paesi democratici e nelle dittature, nonostante tutte queste differenze, c’è un filo che lega fra loro tutte queste molteplici esperienze, ed è quello del linguaggio, dell’identità che la radio si è costruita attraverso il discorso rivolto al pubblico. Per quattro decenni in America e cinque in Europa le emittenti radiofoniche si sono manifestate tutte come istituzioni, e come tali sono state vissute dagli ascoltatori, adeguando dunque a questo ruolo il loro linguaggio in tutte le componenti della costruzione del messaggio. Ed è questo fondo comune che legittima la scelta di riunire in un solo blocco una storia che occupa mezzo secolo, e sarà proprio un profondo cambiamento del linguaggio e l’esaurirsi del ruolo istituzionale, a sancire il passaggio dalla radio classica alla sua modernità.

Sul finire del 1924, le stazioni autorizzate a trasmettere negli Stati Uniti erano più di 1400. Un vero e proprio boom considerando che tre anni prima erano soltanto 88. Questo boom è il risultato del Radio Act del 1912, in base al quale il governo concede una licenza di trasmissione a chiunque ne faccia richiesta purché cittadino americano. E a farne richiesta erano realtà di varia natura, dalle istituzioni educative, ai giornali, alle catene di grandi magazzini, fino a cittadini facoltosi che le utilizzavano in modo esibizionistico o per fini benefici.

Altrettanto esplosiva era la situazione sul fronte delle vendite: nel 1924 era ormai un business colossale, con più di 36 milioni di dollari spesi per l’acquisto di radio. Attorno a questo business si intrecciano conflitti, alleanze, mediazioni, e agiscono diversi attori. Ci sono le società produttrici di tecnologie di emissione dei suoni, società con nomi importanti e capitali milionari (come la stessa General Electric), riunite sotto un cartello un po’ litigioso ma pronto a riorganizzarsi.

Ci sono ancora le stazioni trasmittenti, quelle direttamente legate al Radio Act e quelle “indipendenti”, con trasmettitori di potenza limitata e aree di ascolto locale. E c’è poi il pubblico e gli utenti di apparecchiature radiofoniche, divisi fra chi era ancora legato all’idea di tecnologia come strumento di interazione fra due entità e gli altri che si affidano a contenuti gestiti da altri e capaci di migliorare la loro vita domestica.

Infine c’è la politica, combattuta fra i principi liberisti della tradizione americana e le tentazioni monopolistiche: tra tutti questi conflitti di poteri si arriva a un nuovo Radio Act nel 1927, che sostituiva quello ormai obsoleto del 1912. La legge affermava il carattere pubblico dei canali, concessi in uso a privati per un periodo di tre anni (concessione rinnovabile), istituiva poi una commissione di cinque membri che provvedeva ad attribuire le licenze azzerando tutte le concessioni precedenti.

Questo nuovo Radio Act, nonostante fu un grande passo avanti, era in parte già superato dalle più recenti evoluzioni del sistema radiofonico: dedicava infatti poche righe al problema delle catene (il chains broadcasting, collegare due o più stazioni per trasmettere lo stesso programma allo stesso tempo) e non prestava attenzione al fattore ormai decisivo per gli sviluppi futuri della radio: la pubblicità.

In generale, le agenzie pubblicitarie non avevano preso in considerazione la radio come mezzo di diffusione dei loro messaggi, ma nel 1922, a New York, una stazione di proprietà della AT&T mandò in onda una comunicazione di una decina di minuti per illustrare le qualità delle abitazioni di un nuovo quartiere residenziale da poco costruito. La società immobiliare aveva pagato, per quei dieci minuti, cinquanta dollari. Ben spesi, visto il successo commerciale dell’operazione che generò seguito e imitazione.

E fu proprio il successo di questa campagna che portò AT&T a un grave conflitto economico-politico con RCA, terminato con la mediazione di Sarnoff che riconduceva AT&T al suo ruolo originario di gestore di rete telefonica delle radio senza proprietà di stazioni, cedute proprio alla RCA.

Di questo evento non ci interessano gli aspetti economico-finanziari, ma il modello di organizzazione della radio che alla fine esce fuori: il modello di chain company, che si struttura fra 1926 e 1927, con la nascita dalla NBC e dei suoi blue e red networks. Il network è il collegamento fra i punti di emissioni e le stazioni locali: a livello locale le stazioni gestiscono automaticamente programmi e pubblicità, a livello nazionale non sono che ripetitori di una sola unità centrale.

Grazie ai network, il sistema radiofonico americano è compiuto. È un sistema molto articolato, composto da enti che non posseggono nulla di ciò che utilizzano, e che si muovono con difficoltà anche per via delle politiche fortemente antimonopolistiche di quegli anni.

Nel resto del mondo le cose vanno diversamente: in Gran Bretagna, altra grande potenza radiofonica, il paese dove la Marconi Company (che aveva istituito la prima stazione con una regolare emissione quotidiana) agiva, la crescita degli emittenti spinse il Post Office a promuovere la costituzione di una compagnia che riunisse tutte le società interessate alla produzione di tecnologie radiofoniche e che avesse il monopolio delle radiotrasmissioni. L’accordo, che favoriva la Marconi Company, diede vita alla British Broadcasting Company, che nel ‘22 iniziava la sua programmazione.

Alla direzione della compagnia, un ingegnere scozzese, John Reith, la cui personalità si rivelò decisiva per gli sviluppi della radio in Inghilterra e si potrebbe dire anche in Europa. È a lui che si deve il progetto editoriale molto chiaro che portò la British Broadcasting Company a trasformarsi nel giro di cinque anni in British Broadcasting Corporation, cioè in una società dotata di una carta emanazione della Corona, e quindi sottratta sia al controllo del mercato che a quello delle istituzioni politiche. Questa conversione in senso pubblico del sistema radiofonico inglese fu seguita da molte nazioni europee: in Germania nel 1925, in Francia attraverso un processo più lento che si conclude alla fine del decennio, in Italia nel 1924, sulla base di un regio decreto che formal’URI, società a capitale pubblico e privato che inglobava la Radiofono del gruppo Marconi e la SIRAC di Western Electric, coinvolgendo anche la Fiat.

Per comprendere le differenze fra i due modelli, fra Europa e America, è necessario partire dagli elementi più concreti. Il primo di questi è il “canone”, o come veniva chiamato in Italia “licenza”. La formula dell’abbonamento risale al periodo in cui la BBC era ancora una company, una società privata, che riscuoteva 10 scellini l’anno da ogni ascoltatore e una royalty sugli apparecchi da parte delle aziende produttrici.

Un’altra differenza stava anche nella natura del servizio che si rende al pubblico: la WEAF (stazione trasmittente dell’AT&T che aveva mandato in onda la pubblicità di una società immobiliare, definendola “di pubblica utilità”) offriva un bene materiale, una merce destinata a un consumatore, mentre in Europa i servizi che noi definiamo “pubblici” erano...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher acr.f di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della radio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Natale Anna.
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