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Il linguaggio della morale – Hare

Prefazione

Con questo libro mi sono proposto di scrivere una chiara, breve e scorrevole introduzione all'etica. L'etica, così come la concepisco, è lo studio logico del linguaggio della morale. Dedico questo studio del linguaggio morale a quelle donne e a quegli uomini buoni senza le cui vite il moralista sprecherebbe il proprio fiato. Ma oltre a indagare più a fondo sulle basi teoriche dell'etica, è necessario anche mettere alla prova le teorie etiche applicandole a problemi pratici. Se una tesi circa la logica dei termini morali può generare una teoria del ragionamento morale che ci aiuta nella prassi della nostra riflessione morale, essa verrà preferita ad un'altra che non si rivela di alcuna utilità pratica. C'è quindi da augurarsi che entrambe le posizioni usino le loro teorie, se vi riescono, per far luce su questioni come la moralità della guerra, del sesso e del ricorso alla droga. L'elucidazione di problemi morali di tipo pratico come questi conferisce all'etica - lo studio logico del linguaggio della morale - la sua principale giustificazione.

Il linguaggio prescrittivo

1.1 Comprendere i principi morali

Se dovessimo chiederci quali sono i principi morali di una persona, per essere più sicuri di ottenere una risposta esatta dovremmo studiare ciò che essa fa. Certo, quella persona potrebbe professare a parole ogni sorta di principi di cui nelle sue azioni non tiene affatto conto; ma quando, conoscendo tutti i dati riguardanti una situazione, essa si trovasse a dover scegliere o decidere fra comportamenti diversi, fra modi diversi di rispondere alla domanda ‘Che fare?’, sarebbe allora che la persona rivelerebbe in quali principi di condotta realmente crede. Sono le azioni a rivelare in modo particolare i principi morali, perché la funzione di tali principi è proprio quella di guidare la condotta.

Il linguaggio della morale è una sorta di linguaggio prescrittivo. È appunto questo che rende l’etica una materia degna di studio: poiché la domanda ‘Che fare?’ è una domanda che non possiamo a lungo eludere; c’è un gran bisogno di comprendere il linguaggio in cui si pongono e si risolvono questi problemi: giacché la confusione riguardo al nostro linguaggio morale provoca non solo difficoltà teoretiche, ma anche superflue perplessità pratiche.

Così, la classificazione che si propone del linguaggio prescrittivo può essere rappresentata come segue:

  • Linguaggio Prescrittivo
  • Imperativi
  • Giudizi Valutativi
    • Singolari, Universali
    • Non-morali, Morali

1.2 Classificazione degli enunciati

Gli autori di testi di grammatica elementare talvolta classificano gli enunciati a seconda che questi esprimano asserzioni, ordini o domande. Tale classificazione non è abbastanza esauriente o rigorosa per il logico. Ad esempio, i logici si sono dati gran pena di mostrare come gli enunciati all’indicativo possono avere caratteristiche logiche assai diverse, e come la classificazione di tutti quegli enunciati sotto l’unico titolo di ‘asserzioni’ può portare a seri errori se ci fa ignorare le importanti differenze sussistenti fra di loro. Nell’ultima parte di questo libro vedremo come una specie di enunciato indicativo, quello esprimente giudizi valutativi, si comporti dal punto di vista logico in modo del tutto diverso dal normale enunciato indicativo.

Gli imperativi, del pari, costituiscono un insieme eterogeneo, abbiamo fra gli enunciati di modo imperativo propriamente detto, molte specie diverse di espressione. Abbiamo ordini militari (da piazza d’arme ed altre occasioni), indicazioni di architetti, istruzioni per cuocere frittate o per manovrare aspirapolvere, consigli, richieste, suppliche e innumerevoli altri tipi di enunciato, molte delle cui funzioni sfumano l’una nell’altra. Seguiremo pertanto i grammatici e useremo il solo termine ‘comando’ per includervi tutte queste varie cose espresse da enunciati all’imperativo. Ci sono caratteristiche che sono comuni a tutti, o quasi tutti, questi tipi di enunciato. Usiamo la parola ‘asserzione’ per includervi tutto ciò che è espresso dai tipici enunciati indicativi. Vale a dire, metteremo in luce il contrasto fra enunciati come ‘Chiudi la porta’ ed enunciati come ‘Tu stai per chiudere la porta’.

È difficile negare che fra asserzioni e comandi esista una differenza; ma è ben più difficile dire quale esattamente essa sia. Non è solo una differenza di forma grammaticale. La distinzione si trova piuttosto fra i significati che le diverse forme grammaticali comunicano. Entrambe sono usate per parlare di un certo argomento, ma sono usate per parlarne in modi diversi. I due enunciati ‘Tu stai per chiudere la porta’ e ‘Chiudi la porta' vertono entrambi sul tuo chiudere la porta nell’immediato futuro; ma ciò che essi dicono di questo fatto è del tutto diverso. Un enunciato indicativo è usato per dire a qualcuno che accade qualcosa; non così un imperativo, che è usato per dire a qualcuno di far sì che qualcosa accada.

1.3 Teorie naturalistiche

Consideriamo prima due teorie, simili a quel tipo di teoria etica cui più avanti (5. 3) si darà il nome di ‘naturalistica’. Entrambe sono tentativi di ‘ridurre’ gli imperativi a indicativi. (1.5.) La sensazione che soltanto gli ‘indicativi in senso stretto’ siano al di là di ogni sospetto può (stranamente) sopravvivere alla scoperta che esistono enunciati pienamente significanti del nostro linguaggio ordinario, i quali non sono riducibili a indicativi. Sopravvive l’assunto che il significato di questi enunciati, qualunque esso sia, debba essere logicamente inferiore a quello degli indicativi.

  • La prima effettua la riduzione sostenendo che gli imperativi esprimono asserzioni circa il pensiero di colui che parla. Come si è sostenuto che ‘A è giusto’ significa ‘Io approvo A’, così si potrebbe sostenere che ‘Chiudi la porta’ significhi ‘Io desidero che tu chiuda la porta’. Tale tesi, se è innocua sul piano del discorso comune, filosoficamente può essere invece assai fuorviante.
  • Ha come conseguenza che se io dico ‘Chiudi la porta’ e tu dici (alla stessa persona) ‘Non chiudere la porta’, noi due non ci contraddiciamo l’un altro; il che è strano. Il sostenitore della teoria può rispondere che, nonostante non vi sia contraddizione, c’è pur sempre una discordanza di desideri, e che ciò è sufficiente a spiegare la nostra sensazione che i due enunciati siano in qualche modo reciprocamente incompatibili (che ‘non’ abbia la stessa funzione che ha nell’enunciato ‘Tu non stai per chiudere la porta’).
  • Ma resta la difficoltà che l’enunciato ‘Chiudi la porta’ sembra riguardare il chiudere la porta, non la disposizione d’animo di colui che parla, così come le istruzioni per cuocere frittate (‘Si prendano quattro uova, ecc.’) sono istruzioni relative a uova, non analisi introspettive della psiche della signora Rossi.
  • Dire che ‘Chiudi la porta’ ha lo stesso significato di ‘Io desidero che tu chiuda la porta’ è come dire che ‘Tu stai per chiudere la porta’ significa lo stesso di ‘Io credo che tu stia per chiudere la porta’. In entrambi i casi sembra strano presentare quella che è un’osservazione sul chiudere la porta come un’osservazione su ciò che mi passa per la mente.
  • Ma di fatto né la parola ‘credo’ né la parola ‘desidero’ consentiranno questa interpretazione. ‘Io credo che tu stia per chiudere la porta’ non è (tranne che in un senso molto figurato) un’asserzione intorno al mio pensiero; è una cauta asserzione intorno al tuo chiudere la porta, una versione meno decisa di ‘Tu stai per chiudere la porta’; e analogamente, ‘Io desidero che tu chiuda la porta’ non è un’asserzione intorno al mio pensiero, ma una maniera più educata di esprimere l’imperativo ‘Chiudi la porta’. A meno di non comprendere la logica di ‘Tu stai per chiudere la porta’, non possiamo capire la logica di ‘Io credo che tu stia per chiudere la porta’; ugualmente, a meno di non comprendere ‘Chiudi la porta’, è improbabile che si comprenda ‘Io desidero che tu chiuda la porta’.
  • A. J. Ayer ha sostenuto che i giudizi morali non hanno di solito la stessa funzione della classe di enunciati indicativi definita dal suo criterio di verificazione. A tutto ciò si potrebbe far corrispondere strettamente un analogo trattamento degli imperativi. Ayer sosteneva che ‘Gli imperativi non asseriscono nulla, esprimono soltanto desideri’.
  • Una tale interpretazione non è plausibile, quando viene applicata a enunciati come ‘Si inserisca e si adatti alla serratura ad incastro della porta una chiusura di sicurezza e un pomo in plastica’. È perfettamente ineccepibile, sul piano del discorso comune, dire che l’enunciato ‘A è buono’ è usato per esprimere un’approvazione di A (il dizionario dice: ‘Approvare: riconoscere per buono’); ma è fuorviarne dal punto di vista filosofico se pensiamo che l’approvazione espressa consista in una particolare, calda sensazione interiore.
  • Se il responsabile dell’amministrazione locale esprime approvazione del piano regolatore cittadino da me elaborato, non cercherò in nessun caso di ottenere conferma della lettera mandando un detective privato a osservare nel presidente segni di emozione.
  • La teoria, pertanto, non spiega nulla; e lo stesso vale per la parallela teoria etica; poiché ‘Io approvo A’ è soltanto un modo più complicato e circonlocutorio di dire ‘A è giusto’. Non è un’asserzione, verificabile per osservazione, circa una mia riconoscibile sensazione o ricorrente disposizione d’animo; è un giudizio valutativo; se chiedo ‘Approvo io A?’, la mia risposta è una decisione morale, non la descrizione di un fatto colto introspettivamente. ‘Io approvo A’ sarebbe inintelligibile per chi non comprendesse ‘A è giusto’, e la spiegazione è un caso di obscurum per obscurius.
  • Non si potrebbe estendere al caso degli imperativi singolari la teoria per cui i giudizi valutativi esprimono un atteggiamento di approvazione; ma è possibile elaborare una tale teoria intorno agli enunciati imperativi universali. Se qualcuno dicesse ‘Non colpire mai un uomo quando è a terra’, verrebbe naturale dire che egli ha espresso un certo atteggiamento verso tale condotta. L’atteggiamento espresso da un imperativo universale è ‘L’atteggiamento per cui non si dovrebbe (o si dovrebbe) fare una certa cosa’; e l’unica maniera sicura di designare l’atteggiamento espresso da un giudizio morale è di dire ‘L’atteggiamento per cui è male (o è bene) fare una certa cosa’.
  • Tenere un atteggiamento di approvazione morale verso un certo modo d’agire significa essere disposti a pensare, nelle circostanze adatte, che quel modo d’agire è giusto e il nostro pensare che è giusto può venir rivelato o mostrato dal nostro agire in certi modi.
  • Ma in tutto ciò non v’è nulla che spieghi che cosa esattamente si pensa quando si pensa che un certo tipo di azione è giusto.

Gli enunciati contenenti la parola ‘approvare’ sono talmente difficili da analizzare che sembra irragionevole servirsi di questa nozione per spiegare il significato di giudizi morali dal momento che si impara a rispondere ai comandi e a farne uso molto prima di imparare le nozioni relativamente complesse di ‘desiderio’, ‘approvazione’.

1.4 Riduzione degli imperativi

Il secondo tentativo, che desidero considerare, di ridurre gli imperativi a indicativi è quello di H. G. Bohnert. Questa interessante idea può riassumersi (spero senza ingiustizia) nella tesi che ‘Chiudi la porta’ significa lo stesso di ‘O tu chiuderai la porta, o succederà X’, dove per X s’intende qualcosa di dannoso per la persona cui ci si rivolge. Una teoria analoga sarebbe quella per cui ‘Chiudi la porta’ significa lo stesso di ‘Se non chiudi la porta, succederà X’. Questa teoria è parallela a quelle teorie etiche per le quali ‘A è giusto’ è equivalente a ‘A ha come conseguenza Y’, dove Y è qualcosa che la grande maggioranza considera un bene, per esempio il piacere o l’evitare il dolore.

Vedremo più oltre che le espressioni valutative acquistano una certa forza descrittiva, per la costanza dei criteri di valore in base ai quali esse vengono formulate; così se diciamo, in una società dai criteri di valore spiccatamente utilitaristici, ‘L’organizzazione mutualistica dei servizi sanitari ha fatto un gran bene’, ognuno sa che vogliamo dire che tale organizzazione ha evitato una quantità di dolori, ansie, ecc. Analogamente, nel caso di imperativi che sono fortemente ‘ipotetici’ (3. 2) per il fatto che si capisce subito quale fine essi sono diretti a conseguire o quale risultato sfavorevole sono diretti ad impedire, l’analisi di Bohnert è plausibile.

Per adottare il suo esempio, ‘Corri’, detto in una casa in fiamme, è in qualche modo simile nell’intenzione a ‘O corri o bruci’. Ma nei casi in cui il fine al quale si mira non viene individuato così facilmente (essendo l’imperativo solo in lieve misura ‘ipotetico’ o non essendolo affatto), chi ascolta può trovarsi nel più completo imbarazzo nel capire che cosa, secondo questa analisi, si debba mettere dopo la parola ‘o’. È molto difficile dire in che modo verrebbe analizzato sulla base della teoria del Bohnert un enunciato come ‘Per favore, dica a suo padre che mi son fatto vivo’. Naturalmente, è sempre possibile terminare l’analisi con ‘O succederà qualcosa di male’; ma tale espediente riesce solo reintroducendo nell’analisi una parola prescrittiva, dato che ‘male’ è una parola valutativa e pertanto prescrittiva.

E analogamente, quelle teorie teleologiche dell’etica che interpretano ‘giusto’ come avente come conseguenza ‘Z’, dove ‘Z’ è una parola valutativa come ‘soddisfazione’ o ‘felicità’, non fanno che rimandare il problema di analizzare tali parole. La tentazione di ridurre gli imperativi a indicativi è molto forte, ed ha la stessa origine della tentazione di analizzare parole valutative ‘naturalisticamente’. Si ha la sensazione che l’‘autentico’ enunciato indicativo, di cui si crede vi sia soltanto una specie, sia in un certo senso al di là di ogni sospetto, a differenza di altri tipi di enunciato; pertanto, per rendere anche questi tipi di enunciato altrettanto insospettabili, si sente la necessità di mostrare che essi sono in realtà degli indicativi. Tale sensazione si accentuò quando divenne popolare la cosiddetta teoria ‘verificazionistica’ del significato. Questa teoria, che per molti aspetti è assai efficace nell’ambito che le è proprio, sostiene, per dirla in termini approssimativi, che un enunciato non ha significato a meno che, qualora sia vero, le cose non stiano in un certo modo; ora, questo è un interessante modo di spiegare come una certa classe di enunciati (gli indicativi tipici) abbia significato.

Ovviamente, se pretendiamo che un enunciato esprima un’asserzione di fatto, e tuttavia non abbiamo idea di che cosa accadrebbe se fosse vero, allora quell’enunciato è (per noi) privo di significato. Gli enunciati imperativi non soddisfano questo criterio: essi non esprimono asserzioni nel senso definito dal criterio. Ciò non vuol dire che quegli enunciati siano privi di significato, e neppure che il loro significato abbia un carattere tale che per il loro uso non si possa fornire alcuna regola logica.

1.7 Funzione dei giudizi morali

Dobbiamo adesso considerare un altro gruppo di teorie che sono state spesso sostenute in concomitanza con quelle or ora esaminate. Queste altre teorie sostengono che i giudizi morali o gli imperativi (che per tali teorie spesso si equivalgono) hanno nel linguaggio la funzione di incidere causalmente sul comportamento o sulle emozioni di chi ascolta. Nel parlare comune non c’è niente di male a dire che nel far uso di un comando la nostra intenzione è di far fare qualcosa a qualcuno; ma in sede filosofica bisogna operare un’importante distinzione. Il dire a qualcuno di fare qualcosa e il fargliela fare sono, dal punto di vista logico, cose ben distinte l’una dall’altra. E la distinzione può venir chiarita considerandone una parallela nel caso delle asserzioni.

Dire a qualcuno che le cose stanno in un certo modo è logicamente diverso da farglielo (o tentare di farglielo) credere. Nessuno, cercando di spiegare la funzione degli enunciati indicativi, direbbe che essi sono tentativi di persuadere qualcuno che le cose stiano in un certo modo. Prima diciamo a qualcuno di far qualcosa, e poi, se non è disposto a fare quello che diciamo, possiamo, con un processo completamente diverso, tentare di farglielo fare. Questa distinzione è importante per la filosofia morale perché, di fatto, l’idea che la funzione dei giudizi morali sia quella di persuadere ha reso difficile distinguere la loro funzione da quella della propaganda. Dire a qualcuno di fare qualcosa, o che qualcosa sta in un certo modo, è rispondere alla domanda ‘Che fare?’ o ‘Quali sono i fatti?’. Quando abbiamo risposto a queste domande, chi ascolta sa che cosa fare o quali sono i fatti, se quanto gli abbiamo detto è esatto. Non per questo egli è necessariamente influenzato in un senso o in un altro.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GBeltritti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia classica tedesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bonino Guido.
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