Etica del Novecento
La filosofia anglosassone: il naturalismo
Dewey oltre l’evoluzionismo e l’utilitarismo
1-John Dewey (1859-1952), filosofo, pedagogista, riformatore sociale statunitense riprese per un verso l’eredità del naturalismo ottocentesco e per un altro ne rovesciò gli esiti. Infatti, il primo influsso importante era stato per lui l’evoluzionismo darwiniano che pareva offrire, con la sua concezione che unifica uomo e natura, un’alternativa alla concezione pessimista del protestantesimo tradizionalista per la quale la natura non aveva alcun valore intrinseco e l’uomo era peccatore dalla nascita.
2-Naturalismo nell’accezione in cui aveva acquisito larga diffusione nell’Ottocento designava le dottrine che spiegano gli eventi del mondo senza ricorso ad entità “soprannaturali” e quindi non soltanto l’ateismo o il panteismo, ma anche il deismo in quanto questo affermava che la divinità non interviene nell’ordine del mondo; a fine Ottocento naturalisti per antonomasia erano i sostenitori dell’evoluzionismo darwiniano. Dewey presenta il proprio pensiero come una forma di “naturalismo”, ma inteso come un superamento delle dicotomie tradizionali come quelle fra materia e mente o fra sensibilità e ragione.
Dewey concepisce così un naturalismo opposto a quello antiumanistico dei darwinisti sociali di fine Ottocento che tendevano a interpretare la storia umana come “lotta” per la sopravvivenza del più adatto. Per Dewey l’adattamento richiesto dall’evoluzione era uno sviluppo delle capacità richieste per la cura dei più deboli e per lo sviluppo delle capacità di tutti, e quindi andava nella direzione dell’umanesimo, la democrazia, l’eguaglianza.
3-Il terzo influsso fu quello dell’opera di William James che lo mise in contatto con il pragmatismo, il movimento avviato da Charles Sanders Peirce che proponeva un “nuovo modo di pensare” alternativo alle filosofie tradizionali, più che una filosofia, una tecnica per risolvere i problemi filosofici e scientifici, la cui idea-chiave era un modo di intendere il significato dei concetti a partire dalle loro conseguenze. L’opera di James reimpostava lo studio della psicologia umana alla luce dell’evoluzionismo intendendo la natura e la condotta dell’uomo come quelli di un vivente che partecipa del processo di evoluzione permanente dell’ambiente di cui fa parte.
4-Dewey elaborò una sua versione del pragmatismo detta “strumentalismo”, concezione del pensiero come perenne soluzione di problemi nel corso della quale viene perennemente ridefinita l’opposizione fra fini e mezzi e fra fatti e valori e il cui obiettivo è la conciliazione fra opposti. La filosofia «riscopre se stessa quando cessa di essere uno strumento per trattare i problemi dei filosofi e diviene un metodo, coltivato dai filosofi, per trattare i problemi degli esseri umani» e ha quindi il compito di una «ricostruzione razionale della vita» il cui scopo è «un apprezzamento più intenso e giusto dei significati presenti nell’esperienza» e la cui funzione è quella di chiarire ed espandere i «beni inerenti» all’esperienza.
Pluralismo dell’etica normativa
5-Il platonismo afferma una natura umana immutabile mentre Dewey ritiene che questa risulti dall’interazione fra l’uomo come organismo vivente e l’ambiente sia naturale sia sociale e quindi sia variabile. In etica la tradizione classica stabiliva norme rigide e fini dell’azione fissi e proibisce la sperimentazione, la varietà e la ricerca creativa; Dewey all’opposto insiste sulla ricchezza e varietà dei valori dell’esperienza: pluralismo dell’etica normativa.
6-La natura del bene è quella di “soddisfazione”, cioè quando il contrasto di svariati impulsi ed abitudini incompatibili fra loro finiscono per risolversi in modo unitario e ordinato nell’azione».
7-L’obiettivo polemico principale di Dewey è il platonismo che domina la tradizione filosofica, ivi incluso Cartesio, Kant, le teorie della legge di natura e che afferma l’esistenza di essenze immutabili contrapposte al mondo del divenire di cui nega la realtà autentica, al quale contrappone la tesi della realtà del cambiamento e dell’inesistenza di essenze fisse.
8-Il platonismo faceva propria l’idea di una mente che intuisce le essenze; lo strumentalismo deweyano riprende da Peirce e James l’idea centrale di conoscenza come comprensione del modo in cui qualcosa funziona in relazione ad altri eventi, e quindi l’idea che la conoscenza non verta su essenze ma sulla correlazione fra processi di cambiamento. La conoscenza morale è conoscenza non di principi morali generali ma di relazioni oggettive suscettibili di venire usate per la produzione di beni. Un corollario è che la via maestra della conoscenza non è la contemplazione ma la manipolazione pratica della realtà; un altro è che le idee sono strumenti che servono per la ricostruzione della situazione per progettarne il cambiamento; un terzo è che la conoscenza non è un attributo dell’individuo ma è invece il prodotto di un processo sociale.
Scienza morale e metodo del sapere
9-Lo strumentalismo di Dewey negava l'esistenza di una differenza logica tra scienze naturali, cioè i modi per controllare la natura, da un lato, e scienze sociali, politica ed etica, cioè i modi per controllare gli eventi della vita individuale o associata, dall’altro. La “scienza morale” non verte su oggetti diversi da quelli delle scienze naturali o sociali: «è conoscenza fisica, biologica, storica, collocata in un contesto umano in cui si deve dirigere e illuminare le attività degli uomini». Il metodo del sapere è unico, perché in entrambi i casi ciò che conta è la descrizione dell’esperienza come strumento per la soluzione delle situazioni dubbie.
L’oggettività delle conoscenze scientifiche è, per il suo carattere sociale, anch’essa un valore morale (informarsi sulle componenti dei problemi, liberarsi dai pregiudizi, essere disposti a porre in questione qualsiasi presupposto).
L’etica ha un carattere “scientifico” in quanto anche qui va esercitata l’intelligenza creativa per predire e controllare gli eventi portatori di valori, che sono eventi collocati in una rete di relazioni oggettive; infatti i valori o i beni sono non solo constatati ma costruiti attivamente, secondo la teoria deweyana della valutazione, e ciò avviene formulando ipotesi di ricostruzione di situazioni che, se hanno successo, trasformano la situazione da «problematica» a «soddisfacente»; infine, come la scienza, anche il discorso morale è pubblico e democratico.
10-La teoria “sperimentale” dei giudizi etici che fa dipendere il criterio del moralmente «buono» o «giusto» dal contesto concreto è parallela alla ricostruzione strumentalista della scienza. Come le ipotesi scientifiche, i giudizi morali hanno come criterio di validità la possibilità di promuovere la ricchezza della nostra esistenza. Non esiste quindi un significato di «buono» specificamente morale, ovvero ciò che è buono è ciò che conduce al maggiore sviluppo umano e non esistono valori specificamente morali ma soltanto una molteplicità di valori oggettivi che si risolve nel carattere “soddisfacente” dell’esperienza, nell’appagamento di bisogni e interessi.
La valutazione e la costruzione dei valori
11-La “valutazione” è l’attività che sta alle radici dell’esperienza morale. Esistono due generi di giudizi di valore: quelli che semplicemente riferiscono, descrivono, elencano e classificano e quelli che si propongono di stimare i valori non in esistenza e di portarli ad essere. A questo secondo genere appartiene la “valutazione” per la quale i valori sono oggetto di costruzione o produzione. La distinzione fra beni strumentali e beni finali non è una disgiunzione logica perché un bene può essere finale ma strumento per altri beni futuri e i beni “contributivi” possono esistere anche come beni finali o immediati.
12-Negli anni Trenta, in Teoria della valutazione e nella Logica, Dewey sviluppò la trattazione delle procedure della valutazione affermando che il vero problema non è l’esistenza di regole usate come criterio, che non può essere negata, ma «la questione se esse esprimano soltanto costumi, convenzioni, tradizioni, o siano capaci di stabilire relazioni tra certe cose in quanto mezzi ed altre cose in quanto conseguenze, relazioni a loro volta fondate su relazioni esistenziali sperimentalmente accertate e provate, quali quelle abitualmente chiamate di causa ed effetto». Il fine «è determinato dalla valutazione delle condizioni esistenti come mezzi». Il pragmatismo non fa coincidere il vero con l’utile ma al contrario afferma che è bene riflettere su un atto in termini delle sue conseguenze ed agire in base alla riflessione. Infatti, le conseguenze rivelate renderanno possibile un migliore giudizio del bene.
13-Inoltre, la sua teoria della valutazione, intesa come questione di logica ed epistemologia, era separata dalla dottrina del valore, intesa come questione di metafisica, da collocare in un campo separato da quello dell’etica.
Attività, fine e obbligazione
14-Che l’attività sia fine è la novità dell’etica normativa pragmatista: riconosce una moltiplicazione dei beni, e l’unicità di ogni situazione morale. Questo modo di pensare fa sì che invece che di una legge suprema o di un sommo bene si richieda invece «intelligenza», e l’azione condotta con intelligenza scopre dentro se stessa dei fini immanenti, fini che pongono le basi dell’obbligazione.
In primo luogo, va riconosciuto che la legge è l’armonia fra desideri necessaria per renderli strumenti della realizzazione dello speciale compito dell’agente, e che «il fine dell’azione o il bene è la volontà realizzata, l’io sviluppato o soddisfatto. Questo non sta né nella soddisfazione di desideri così come capita che sorgano, né nell’obbedienza alla legge semplicemente perché è legge. Sta nella soddisfazione di desideri in accordo con la 30 legge. Questa legge però non è qualcosa di esterno ai desideri ma è una legge loro propria».
15-L’etica kantiana era l’esempio tipico di etica formale, cioè di un’etica che tenta di individuare il bene «nella 27 volontà a prescindere da qualsiasi fine che debba venire raggiunto dalla volontà stessa». L’elemento, o l’errore, che accomuna il kantismo all’edonismo è una tesi psicologica, ovvero «la supposizione che i desideri 28 sorgano soltanto in vista del piacere». I meriti di Kant erano tuttavia quelli di avere sottolineato che il bene si trova soltanto nell’attività, che la volontà stessa è il fine, che va differita la soddisfazione di ogni desiderio come di fatto si presenta subordinandolo a una legge che non sta nel desiderio particolare. Il movente non è uno 29 stato emozionale al momento dell’azione ma una disposizione stabile verso fini che è incorporata nell’azione.
16-Questo fine o bene riesce a realizzare i due obiettivi di un criterio morale: a) unificare la condotta individuale, b) individuare un bene comune.
L’individuazione di questo fine morale, condizione di possibilità dell’etica normativa, dipende da un «postulato etico fondamentale» simile al postulato dell’uniformità della natura della scienza naturale. Questo è la fede nell’esistenza di una comunità fra l’io e gli altri, la fede che la soddisfazione morale (cioè in accordo con l’espletamento della propria funzione) implichi la soddisfazione sociale (empatia). Il postulato afferma che nella realizzazione dell’individualità si trova anche la realizzazione richiesta di una comunità di persone di cui l’individuo è membro; e viceversa l’agente che soddisfa in modo debito la comunità di cui fa parte, con quella stessa condotta soddisfa se stesso.
17-In secondo luogo, il dovere sorge dai fatti riguardanti la natura nostra e del nostro ambiente. La condotta, cioè la forma tipicamente umana dell’agire, che non è esecuzione di movimenti inconsapevoli e involontari ma azione che risponde a scopi previsti e scelti, è sempre espletamento di una «funzione», che «consiste in 33 un’attività che realizza bisogni e potenzialità in riferimento al loro ambiente particolare».
Ma questo espletamento è ciò che porta ad esistenza la società come un tutto organico, ed è per via dell’esistenza di queste funzioni che il singolo è «soggetto alle condizioni che l’esistenza e la crescita dell’unità sociale impongono. In una parola, è sottoposto a obblighi; l’espletamento della sua funzione è un dovere dovuto alla 34 comunità di cui è membro»; e il giusto, la legge, il dovere traggono origine dalle relazioni che gli esseri umani intrattengono intimamente l’uno con l’altro, e la loro autorevolezza trae origine dalla stessa natura della 35 relazione che lega le persone le une alle altre. Le aspettative permanenti della “società” distinte da quelle degli individui nella loro isolata pluralità, costituiscono il Giusto distinto dal Bene. Ma la loro ultima funzione ed effetto è di condurre l’individuo ad ampliare l’area di conseguenze da prendere in considerazione nel formare 36 fini e nel decidere che cosa è Bene.
Morale riflessiva, edonismo e utilitarismo
18-Dewey credeva come gli utilitaristi e i positivisti in un’etica “riflessiva” che avrebbe dovuto sostituire l’etica 20 “consuetudinaria”; diversamente da questi non credeva però nella “nuova morale” come insieme di precetti razionali e dichiarava che la morale non è «un catalogo di azioni, né un insieme di istruzioni come una ricetta 21 medica o culinaria» ma soltanto un insieme di specifici metodi di indagine e di progettazione sistematica e imparziale sulle questioni sociali che non può prendere il posto della decisione personale. Crede quindi in un compito del filosofo morale soltanto propedeutico all’esercizio dell’attività creativa dell’agente morale. La differenza fra la morale consuetudinaria e quella riflessiva sta proprio nel fatto che precetti e norme definitivi e ingiunzioni definitive derivano dalla prima ma non possono procedere dalla seconda. L’irrilevanza delle teorie morali tradizionali dipendeva fra l’altro dal vizio della tradizione filosofica classica di ricercare l’unità ad ogni costo, vizio che le ha portate a semplificare eccessivamente la vita morale. Il risultato è un abisso fra le realtà pratiche implicate e le forme astratte del sistema.
19-La critica dell’edonismo era un punto di partenza per l’etica di Dewey in quanto questo era l’ontologia morale dell’etica normativa che si proponeva di “superare”: l’utilitarismo. La critica partiva dalla tesi che il desiderio non aggiunge nulla all’impulso biologico se non la consapevolezza dell’impulso stesso, e l’azione volontaria non differisce da quella impulsiva «se non nel fatto di portare a consapevolezza la natura del bisogno 13 e dell’attività necessaria a soddisfarlo»; ma portare l’impulso a coscienza significa ampliare la sua portata e «idealizzarlo, spiritualizzarlo».
L’utilitarismo rappresentava un tentativo di andare nella direzione auspicata da Dewey liberandosi dalle etiche moniste della filosofia classica, verso un’etica come strumento per la promozione dei molteplici valori dell’esperienza ma non sapeva vedere che l’attività è una componente della felicità e ricadeva quindi nel vecchio modo di pensare monista.
L’obiezione principale contro l’edonismo è che il piacere è una concretizzazione indebita di qualcosa che in 14 realtà non esiste: «il piacere è piacevolezza, un nome astratto che designa oggetti che sono piacevoli»; la felicità è cosa ben diversa dal piacere: è «una condizione stabile, perché dipende non dal ciò che avviene transitoriamente ma dipende da una disposizione che portiamo attivamente con noi nell’affrontare le 15 situazioni, e non è direttamente un fine del desiderio e dello sforzo». Quindi il «vero obiettivo del desiderio è 16 l’attività stessa» e il piacere deriva dall’attività stessa; ciò comporta il paradosso dell’edonismo: che, per ottenere il piacere, dobbiamo mirare a qualcos’altro. Il piacere non può svolgere la funzione di movente dell’azione perché in sé è vuoto, come la volontà buona in sé: il piacere è qualificato dal genere di azione cui si accompagna. Invece la felicità è fatta da interessi attivi e ben definiti e non dal piacere in sé e quindi ha un fine definito e non generale.
20-Dewey voleva differenziarsi anche dal naturalismo di “realisti” come Perry: per Dewey anche se i metodi dell’etica sono gli stessi della scienza naturale e il bene morale non è un bene diverso dagli altri beni tuttavia il valore non è una proprietà “immediata” perché non si riduce all’essere preferito qui ed ora o al piacere “sensibile”. Proprio in quanto è un valore, implica un rinvio a dimensioni dell’esperienza “ulteriori”, non dimensioni ultramondane ma dimensioni che rimandano alla totalità dell’esperienza individuale e sociale.
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