Dalla marcia su Roma alla dittatura
Un filosofo in politica
Roma, giovedì 16 novembre 1922. Dopo oltre tre mesi di chiusura, la Camera riapre in una situazione politica rivoluzionata, con la disfatta degli antifascisti e – a coronamento della Marcia su Roma – Mussolini alla guida del governo, con il supporto di liberali e cattolici del Partito popolare. Il neopresidente del Consiglio pone i deputati dinanzi alla loro irrilevanza. Segue la richiesta (o, meglio, l’imposizione) dei pieni poteri. Che non si tratti di un bluff, lo dimostrano la distruzione delle sedi dei partiti d’opposizione e le violenze generalizzate contro gli antifascisti.
A Torino cessa le pubblicazioni il periodico “L’Ordine Nuovo”, la cui sede è occupata dalla polizia, e i redattori feriti dagli squadristi e/o imprigionati. Il quotidiano del PSI “Avanti!” riporta elenchi di sezioni e di sedi sindacali incendiate, e di militanti percossi. Al termine della seduta, Giovanni Giolitti dichiara ai giornalisti parlamentari il sostegno a Mussolini: “Senza i pieni poteri il governo nulla potrebbe fare per la riforma della burocrazia”. Anche il senatore Benedetto Croce voterà la fiducia al nuovo esecutivo.
Nella lista dei ministri – letta in aula dal presidente del Consiglio – spicca all’“Istruzione pubblica, l’onorevole professor Giovanni Gentile, senatore del Regno”. I pochi oratori d’opposizione vengono insultati e minacciati. A chiusura della discussione, il capo del governo ricatta il Parlamento: “O ti adatti alla coscienza della nazione, o devi scomparire!”, e il 17 novembre ottiene i pieni poteri, con una maggioranza schiacciante: 306 voti contro 116.
L’apprezzamento di Mussolini per il ministro-filosofo gli era valsa la designazione a senatore del Regno e l’onorificenza dell’Ordine della Corona d’Italia. Cosa c’è, dietro l’ingresso clamoroso sulla scena pubblica di un uomo sino ad allora estraneo alla politica attiva?
Giovanni Gentile (Castelvetrano, Trapani 1875) nel primo ventennio del secolo ha pubblicato un eccezionale corpus di studi filosofici, letterari e storiografici, svolto un’intensa attività universitaria, e si è affermato – dopo Benedetto Croce – come il più acuto pensatore di area liberale. Nel 1910 viene nominato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Palermo e nel 1914 ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Pisa.
È caposcuola dell’attualismo, corrente di pensiero imperniata sull’autocoscienza soggettiva, considerata superiore alle differenziazioni tra bene e male, libertà e autorità. Una corrente filosofica tacciata da Benedetto Croce di indifferentismo morale. Nell’autunno del 1914 tiene conferenze interventiste, nelle quali esalta la guerra. Interventista convinto, interpreta il conflitto europeo come coronamento delle campagne d’indipendenza della giovane nazione italiana e aderisce al fronte antigiolittiano capeggiato dal socialista Benito Mussolini: è questo il primo legame tra due uomini, poi destinati a un’intesta collaborazione. Legame che trova una sintonia nella denuncia del nemico interno, identificato con chiunque – dai socialisti ai cattolici – non condivida le ragioni della guerra.
In una sorta di cammino parallelo, Gentile si distacca dal liberalismo e Mussolini dal socialismo. Il filosofo, ancora nel maggio 1915, quando già è interventista, si differenzia dai nazionalisti, da lui considerati avversari dell’idea di nazione propria del Risorgimento. E ancora, nel marzo 1917, rimprovera ai nazionalisti una concezione “grettamente naturalistica” della nazione, che farebbe “dell’uomo una bestia bizzarra, legata a una catena”.
L'impatto politico di Giovanni Gentile
Nell’inverno 1915-16 si propone come collaboratore al “Corriere della Sera” ma la direzione del quotidiano boccia la proposta. Dopo Caporetto, propugna una più intensa mobilitazione degli spiriti, nella costruzione di un’Italia nuova, protesa alla vittoria. Nel 1917 Gentile entra nella giunta del Consiglio superiore della Pubblica istruzione, ottiene la cattedra di Storia della filosofia all’Università di Roma, e viene insignito del cavalierato della Corona d’Italia.
Cessati i combattimenti, guarda con nuovi occhi alla politica, considerata indispensabile strumento di riforma degli italiani, in una compenetrazione tra filosofia e vita civile per il potenziamento della coesione nazionale, la rivitalizzazione dell’eredità risorgimentale e il rafforzamento del legame popolo-classe dirigente. E vuol mettere a frutto il suo impegno propagandistico a sostegno della guerra vittoriosa. Nel febbraio 1919 raccoglie in volume i suoi discorsi di propaganda bellica, aperto da un’affermazione: “la guerra, per me, non è finita”.
Nel 1919 aderisce con Gioacchino Volpe, Luigi Einaudi e altri intellettuali liberali al Comitato elettorale romano, confluito nell’Alleanza nazionale. Rinfaccia a Giolitti la corruttela e a Nitti l’arrendevolezza alle sinistre. Nel 1920 diviene consigliere comunale di Roma in una lista dell’Unione liberal-radicale. Assessore all’Antichità e Belle Arti, studioso di problematiche scolastiche, critica le disfunzioni del sistema educativo: stipendi insufficienti, eccessiva frammentazione delle classi, esagerato numero di scuole… e propone una scuola d’élite, con l’abolizione del monopolio statale: poche scuole, ma buone. Posizioni apprezzate in area cattolica.
Croce, divenuto ministro della Pubblica istruzione nel 1920 (nel quinto, e ultimo, governo Giolitti) lo nomina presidente della Commissione per lo studio dell’autonomia universitaria e membro della Commissione per la riforma dei programmi. Ma la debolezza dell’esecutivo (sostituito nel luglio 1921 dall’ancor più tentennante Bonomi) e l’incapacità del ministro di aggregare alla Camera un fronte a suo favore vanificano i progetti di cambiamento. Un anno di vita politico-amministrativa procura a Croce più grattacapi che soddisfazioni, in un quadro politico instabile, segnato ancora dalle tensioni economiche e sociali del dopoguerra.
Così non sarà per Gentile, che intraprenderà a fine ottobre 1922 un assiduo impegno civile, sotto il segno del fascismo. Un anno prima di entrare nel governo Mussolini, era assessore di una grigia amministrazione municipale di Roma e commissario della Scuola superiore di Magistero femminile. Dal matrimonio del 1901 con Erminia Nudi ha avuti sei figli. Legato alla sua regione d’origine, dove ritorna – poco dopo l’investitura ministeriale – da trionfatore, ricevuto nella Natia Castelvetrano con gli onori riservati ai santi protettori.
Il ministro di Mussolini
Nella fase embrionale del primo governo Mussolini, i vertici del Partito fascista designano alla Pubblica istruzione l’avvocato Dario Lupi, eletto alla Camera nel 1921. È una candidatura interna e poco autorevole, data la scarsa caratura del personaggio, distintosi essenzialmente quale organizzatore dello squadrismo. Mussolini, deciso a dare un alto profilo al nascente esecutivo, accoglie i suggerimenti di riservare quel ministero-chiave a Giovanni Gentile. Il duce ne apprezza la visione statalista e conservatrice, favorevole a un governo forte. Lupi deve dunque accontentarsi del sottosegretariato: incarico poco più che onorifico, poiché il ministro lo emarginerà metodicamente, escludendolo dalla preparazione della riforma scolastica.
Il filosofo era rimasto estraneo al fascismo. Compresa la profondità della svolta politica in corso, vi si inserisce con decisione, rispondendo in pieno alle aspettative in lui riposte dal duce. Il filosofo pone due condizioni: l’inserimento nel programma di governo dell’esame di Stato e il ristabilimento delle pubbliche libertà. Non intende insomma far parte di un governo dittatoriale. Mussolini lo rassicura su entrambi i punti. Figura come indipendente in una coalizione di centrodestra ma – affascinato dal duce, nel quale vede l’Uomo in grado di fare la storia e ravvivare i valori della tradizione – si “fascistizza” rapidamente, aderendo dopo pochi mesi al partito. La nomina è apprezzata dai principali quotidiani, inclusi molti tra quelli ostili a Mussolini.
Il Mussolini cattolico è una finzione diplomatica: egli, infatti, è ateo e tendenzialmente anticlericale, ma pur di accattivarsi le simpatie della Chiesa e indebolire il Partito popolare di don Sturzo si atteggia a baciapile (nell’estate 1923 concorderà con Gentile l’accoglimento delle richieste della Santa Sede sull’imposizione ecclesiastica del testo di religione per le elementari, cancellando la possibilità di scelta da parte di provveditori e direttori didattici). Tra le prime direttive del ministro vi sono la centralità della religione nella scuola primaria e l’esposizione del crocifisso nelle aule insieme al ritratto del re (cui si affiancherà presto quello del duce).
I nazionalisti esultano per “il fatto che il filosofo critico del materialismo filosofico segga ministro accanto al duce debellatore del materialismo politico”. Lo storico antichista Gaetano De Sanctis, pur esprimendo fiducia nelle sue capacità di rinnovamento della scuola, non nasconde la tristezza per il contesto. De Sanctis nel 1931 perderà l’insegnamento universitario perché contrario al giuramento di fedeltà al regime ideato da Gentile. La commistione con gli avversari della democrazia preoccupa il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice; le loro strade si separano dopo il delitto Matteotti.
Persino il fratello Giuseppe Gentile diffida della compagine governativa; Giuseppe Gentile si fascistizzerà sulla scia di Giovanni, lieto degli incarichi ottenuti grazie alla sua autorevole protezione. Anche in area antifascista vi sono uomini di scuola rallegrati da quella nomina. Si è insomma aggregato dietro al neoministro un ampio fronte di intellettuali, uniti dalla stima personale e dalla fiducia nella sua capacità di rinnovamento del sistema educativo. Convinto che la scuola sia una priorità della nazione, vuole contribuire alla riedificazione morale e culturale del Paese attraverso nuovi programmi e modelli pedagogici. Ma vi è chi pure diffida di Gentile, ad esempio l’antifascista Novello Papafava.
Al mattino del 31 ottobre 1922 giura con gli altri ministri al palazzo del Quirinale, dinanzi al re. Poi prende possesso dei suoi uffici e dirama una circolare telegrafica ai funzionari della Pubblica istruzione: “Salgo al governo dell’Istruzione sorretto dalla mia antica fede nei destini della nostra civiltà e nell’anima della nostra scuola. Con questa fede chiamo intorno a me tutti gli insegnanti italiani a lavorare con nuova fede per l’avvenire della Patria”.
Nel pomeriggio si svolge la Marcia su Roma, la parata fascista per strade e piazze della capitale: circa sessantamila camicie nere (seguite da camicie azzurre nazionaliste) sfilano per la città, suddivise in squadre per provincia d’appartenenza, dirette all’Altare della Patria e al palazzo del Quirinale, per omaggiare il Milite Ignoto e il sovrano. A margine dell’evento si registrano diffuse violenze contro avversari politici (alcuni dei quali vengono uccisi) e spedizioni punitive nelle abitazioni di vari parlamentari, come Nitti, Bombacci e Labriola. Ciò dimostra la labilità dei confini tra idealismo e delinquenza politica.
Giorgio Levi Della Vida (docente di Ebraico all’Università di Roma, e dunque collega di Gentile), viene sottoposto alla tortura dell’olio di ricino. Umiliato e offeso, chiede tutela della libertà d’espressione al suo superiore. Il neoministro chiude gli occhi e orecchie, anche perché lui stesso è inviso agli squadristi, ostili a chi, estraneo al loro movimento durante la lotta per il potere, è lestamente salito sul carro dopo la vittoria. E ha declassato il capo squadrista Lupi a sottosegretario. Il silenzio complice del ministro della Pubblica istruzione è l’accettazione della sopraffazione sugli insegnanti non allineati al partito dominante.
Gentile coniuga libertà con autorità, e subordina la morale all’esigenza politica. In breve tempo, si convince dell’opportunità di ricostruire con Mussolini un nuovo Stato, ben diverso da quello liberale, debole e irresoluto. Nonostante ciò che afferma e scrive, il neoministro non ha l’ingenuità di credere in un fascismo idillico, e giustifica ogni atteggiamento di Mussolini e dei suoi seguaci: “[…] attività volta al futuro, processo di attuazione di un’idealità universale”.
La credibilità del Gentile politico sta nel progetto di riforma scolastica cui lavora da anni, e che può finalmente attuare, contribuendo al rafforzamento dell’esecutivo; il Partito popolare – alleato dei fascisti – lo apprezza soprattutto per l’introduzione della dottrina cattolica nella scuola pubblica. Gentile imposta un robusto accentramento gerarchico sia nell’organizzazione interna al ministero sia nel mondo scolastico, a rispecchiamento dell’impostazione mussoliniana. Quale primo atto, nomica capogabinetto Leonardo Severi, membro del Consiglio superiore del ministero dell’Istruzione (gli rimarrà a fianco per oltre un ventennio, tradendolo alla caduta del regime).
Il liberalismo gentiliano propugna lo Stato forte; siccome la restaurazione dell’autorità parte dalla scuola, esige dai docenti piena consapevolezza della loro missione educativa. Il 3 dicembre, il governo conferisce al ministro i pieni poteri in materia di legislazione scolastica, consentendogli di dinamizzare i tempi della riforma. Il liberalismo da cui si sente guidato attribuisce allo Stato spiccati tratti etici, col cittadino sottoposto a rigida disciplina. Un liberalismo illiberale, il cui naturale orizzonte è costituito dal mussolinismo, in una visione militante tendente alla guerra quale valorizzazione dello Stato nazionalista, che sacrifichi i cittadini in un olocausto glorioso. Così cominciò la vita del fascista Gentile, che al fascismo dava il significato e la realtà del proprio pensiero.
L'introduzione della riforma scolastica
Tra le decisioni rivelatrici dall’inizio del 1923 vi è l’introduzione, in tutte le scuole elementari, dell’obbligo di chiudere la settimana scolastica salutando il tricolore col braccio teso al canto di inni patriottici (il saluto fascista verrà esteso da inizio 1926 alla scuola pubblica di ogni ordine e grado, sia per gli studenti sia per gli insegnanti). Più che fascista, Gentile è mussoliniano: “L’onorevole Mussolini a’ miei occhi incarna il liberalismo come io l’avevo sempre inteso” scrive.
Nella visione gentiliana il Risorgimento è una realtà incompiuta e in costante cammino; individua nelle camicie nere gli eredi delle energie patriottiche dell’Ottocento; nobilita il fascismo, negando l’interpretazione di alcuni liberali (Croce incluso) di essere un fenomeno di superficie, legato alle contingenze della lotta politica postbellica e all’antisocialismo. Mussolini si serve del suo ministro per supportare iniziative propagandistiche di matrice aggressiva ed espansionista. A inizio 1923 lo prega “di promuovere studi sulle relazioni fra la Toscana e la Corsica e sulla storia della Corsica”.
L’italianità della Corsica è un dogma del duce, che oltre alla presidenza del Consiglio guida il ministero degli Esteri. Gentile si muove immediatamente nel senso indicatogli, attivando lo storico nazionalista Gioacchino Volpe, che pubblica un saggio che sia dal titolo – Italiani vicini e lontani. I Corsi – afferma il primato culturale italiano. Volpe prepara altri due scritti sul “complicato processo politico-diplomatico per mezzo di cui la Francia si impadronì dell’isola”.
La militanza politica di Gentile deriva sia da analisi storiche sulle vicende del Paese, sia da ragioni personali. Queste ultime risiedono nella volontà di inserirsi ai vertici delle istituzioni per dare sbocco pratico alle proprie idee, con tutto quello che ne consegue anche in termini di status sociale e di tenore di vita. Giuseppe Rensi, docente all’Università di Genova, incalza Gentile nell’articolo Il manganello e lo spirito, per denunciare la falsità per cui l’attualismo, filosofia della libertà, possa legittimare lo strumento oppressivo eretto dai fascisti a simbolo del loro movimento: “A ognuno, mentre ha il manganello per il manico, pare che il manganello sia lo spirito di vera libertà. Ognuno, mentre lo tengono gli altri levato su di lui, avverte che è mera costrizione.”
Rensi pagherà queste e analoghe prese di posizione con la perdita della cattedra e con l’incarcerazione. Il 6 maggio 1923 viene varata la riforma scolastica, che segna una svolta decisiva nella storia italiana. Essa raccoglie ampi consensi, incluso quello di Benedetto Croce: “Noi avevamo in Italia non già un ordinamento, ma un groviglio di scuole e di ordinamenti scolastici, sorti in modo occasionale e contradditorio. Mercé l’opera del Gentile, si ha ora un ordinamento saldo, razionale e coerente, indirizzato al rinvigorimento del pensiero, del carattere e della cultura italiana”.
Il 31 maggio, il ministro s’iscrive al Partito nazionale fascista (PNF). La cerimonia avviene al Palazzo della Minerva, sede del ministero della Pubblica istruzione. La lettera aperta al capo del governo: “Caro Presidente, […] Liberale per profonda convinzione, in questi mesi mi sono dovuto persuadere che il liberalismo, come io lo intendevo e come lo intendevano gli uomini della gloriosa Destra che guidò l’Italia al Risorgimento, il liberalismo della libertà nella legge e perciò nello Stato forte, non è oggi rappresentato in”.
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