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Sviluppo tipico e atipico

Il percorso di crescita di ogni essere umano è delineato dall'intreccio di fattori molteplici. Se ripensiamo alla nostra storia, alle persone significative con le quali siamo cresciuti, agli eventi che abbiamo vissuto, possiamo ritrovare un senso e un significato sottostante al succedersi degli accadimenti della nostra esistenza. L'obiettivo è di descrivere l'intreccio complesso dei fattori che concorrono a delineare un percorso di sviluppo sano o all'opposto atipico, contraddistinto da forme di disagio che possono insorgere dalla nascita fino all'adolescenza. Riuscire a determinare l'esordio di difficoltà che trovano la loro espressione sul piano emotivo, comportamentale e cognitivo, sulla base di fattori su base innata o da ricondursi al contesto socio-relazionale.

Psicopatologia dello sviluppo

A partire dagli anni 90 si è assistito ad un'affermazione di una nuova disciplina. Essa sottolinea l'importanza della stretta interdipendenza tra comportamento normale e forme di disagio psicologico, tanto che la comprensione dell'uno non può prescindere dallo studio dell'altro nello stesso contesto. Ciò ha indotto ad analizzare quei fattori, sia individuali (genetici, temperamentali, prenatali, perinatali, struttura della personalità) e ambientali (famiglia, scuola, rapporti amicali, contesto sociale e culturale) che possono favorire o al contrario pregiudicare uno sviluppo sano. L'intreccio di essi influenza la capacità dell'individuo di far fronte a eventuali difficoltà.

Normalità e patologia

De Ajuraguerra e Marcelli sottolineano come non sia possibile tracciare una linea netta di demarcazione tra normalità e patologia in età infantile, quale conseguenza della notevole dinamicità che caratterizza la struttura psichica degli individui nel corso dei primi anni di vita. Il processo maturativo infatti si connota per la presentazione simultanea di movimenti progressivi e regressivi, momenti critici che permettono di accedere ad una nuova struttura di funzionamento psichico e per una notevole sensibilità alle influenze dell'ambiente esterno. Un comportamento manifesto sia esso mentale (fobie, pensieri ossessivi) o agito (condotte aggressive), può rappresentare un potenziale patogeno o un sintomo transitorio che accompagna una fase della crescita.

Ci sono inoltre bambini che crescono senza mai aver presentato sintomi, almeno in apparenza e altri ancora per i quali la mancanza di qualunque forma di disagio, propria dell'infanzia, rappresenta una sorta di conformismo eccessivo, una sottomissione alle pressioni e alle esigenze dell'ambiente. Questi bambini vengono descritti come gentili, saggi, docili e privi di difficoltà. In realtà, all'adattamento apparente si associa un'incapacità a costruire un'organizzazione psichica interna coerente ed elaborare gli inevitabili conflitti di sviluppo. È al momento dell'adolescenza che le difficoltà si palesano attraverso forme sintomatiche importanti, come ad esempio gravi forme depressive o disturbi del comportamento alimentare.

Quattro punti di vista sulla normalità

  • Normalità in quanto salute (assenza di sintomi) opposta a malattia: è molto statistica e tende a ridurre la salute a assenza di sintomi e la malattia ai suoi sintomi.
  • Normalità in quanto media statistica: (normalità = media) fa riferimento alla curva gaussiana (a forma di campana dove la media è rappresentata dalla parte più ampia al centro), ma in questo caso si dovrebbero considerare patologici gli individui molto alti o molto bassi (che stanno agli estremi della curva) o chi appartiene a partiti politici a cui poche persone aderiscono.
  • Normalità in quanto ideale da realizzare o a cui avvicinarsi: (normalità = modello ideale da raggiungere) è sottilmente diffusa nella nostra cultura, specie in quella psicologica (dove spesso agiamo perché pensiamo che le cose "debbano andare così", facendo riferimento a un ideale di sviluppo, piuttosto che sulla base della persona che abbiamo di fronte). Ad esempio, è un modello ideale quello di pensare che la mamma debba salutare il bambino gioiosamente, altrimenti viene etichettata come una mamma "non sufficientemente buona" o "depressa". Chi lo dice che una mamma deve comportarsi così?
  • Normalità in quanto processo dinamico, capacità di tornare a un certo equilibrio: (normalità come processo adattivo, finalizzato a ritrovare un equilibrio precedentemente perso) ma si tratta di sottolineare l’aspetto adattivo, quasi passivo, dell’essere umano. Spesso i pazienti (piccoli e grandi) mi chiedono: "mi faccia tornare come ero prima". Non si tratta però di farli tornare al punto precedente, la vita è un continuo processo, in ogni momento che passa noi siamo diversi dal momento precedente: è impossibile tornare al prima. E, ancora, non c’è un punto "vero" di normalità ed equilibrio a cui dobbiamo riferirci, per cui non ci sono scollamenti o avvicinamenti a questo punto. La definizione migliore intende la normalità come una sorta di plasticità nei termini di possibilità di adattarsi agli eventi e ai cambiamenti dell’ambiente e propri della crescita.

Un altro termine che puoi sentire nell'ambito dello sviluppo psicologico è "immaturità", che si riferisce a comportamenti che si situano tra la normalità e la patologia (dove la normalità è intesa in senso statistico o ideale). Ad esempio, bambini con impaccio motorio vengono definiti con un’immaturità psicomotoria, oppure bambini che hanno difficoltà a tollerare le frustrazioni possono essere etichettati con il termine "immaturità affettiva".

Fattori biologici nello sviluppo patologico

I fattori biologici che possono concorrere alla strutturazione di un processo morboso rientrano in due ampie categorie eziologiche:

  • Progenetica: include i fattori intervenienti prima della fecondazione. Rientrano: le alterazioni del patrimonio ereditario, rappresentato da geni e cromosomi; le aberrazioni cromosomiche, che possono essere di tipo strutturale oppure numerico. Tali aberrazioni cromosomiche possono causare patologie quali, ad esempio, la sindrome di Down o trisomia 21, la sindrome di Edwards o trisomia 18.
  • Metagenetica: concerne i fattori che si verificano dopo la fecondazione. Include quei fattori che intervengono durante la gestazione, al momento del parto oppure nei primi anni di vita.
    • Fattori prenatali: possono intervenire nella fase embrionale (dal concepimento fino all'ottava settimana di gestazione) oppure durante la fase fetale (dal terzo mese fino alla nascita). In fase embrionale gli agenti patogeni colpiscono principalmente i tessuti e gli organi, intervenendo nel momento di massimo accrescimento e differenziazione. Durante la fase fetale gli agenti patogeni possono rallentare l'accrescimento del feto in generale e colpire selettivamente il cervello. Gli agenti patogeni che possono intervenire in gravidanza sono: malattie materne infettive (ad esempio rosolia, influenza, morbillo, epatite) e non infettive (patologie endocrino-metaboliche come il diabete); malattie nutrizionali (carenze alimentari e vitaminiche), intossicazioni da agenti chimici (assunzione di farmaci, alcol, nicotina, droghe), lesioni da agenti fisici (esposizione a raggi X, traumi).
    • Fattori perinatali: (tra la 27esima settimana di gestazione fino alla prima settimana di vita extrauterina) costituiscono le cause più frequenti di lesioni a carico del sistema nervoso centrale. Tra i fattori perinatali vi sono: prematurità (nascita prima della 38a settimana), basso peso alla nascita, post-maturità (nascita dopo la 42a settimana), ittero (incompatibilità materno-fetale legata al fattore RH e più raramente a quello A.BO), ipossia o anossia cerebrali (da ricondursi ad alterazioni placentari, attorcigliamenti del cordone ombelicale, mancata espansione polmonare), traumi cranio-vertebrali verificatisi durante il parto, turbe metaboliche.
    • Fattori post-natali: infine, che possono causare lesioni a carico del sistema nervoso rientrano nelle seguenti tipologie: encefaliti, meningite (di natura virale o batterica), traumi cranici, vasculopatie cerebrali, intossicazioni, ipoalimentazione.

Fattori ambientali alla base dei percorsi di sviluppo

Quando si prendono in considerazione i fattori ambientali si fa riferimento per lo più al tipo di relazione che si è instaurata con i genitori, i membri della famiglia allargata, il contesto scolastico. È oramai indubbio che la qualità delle cure che si ricevono fin dalla nascita dalle figure genitoriali siano alla base dello sviluppo complessivo della personalità dell'individuo; a tal proposito è possibile fare un riferimento diretto a quanto sostenuto dalla teoria dell'attaccamento. Per comprendere il ruolo giocato dal complesso intreccio di tutte queste relazioni è utile distinguere le esperienze condivise da quelle non condivise tra i figli di una medesima famiglia.

  • Esperienze condivise: sono quelle vissute da tutti i figli, ad esempio condizioni di povertà, sovraffollamento, separazione e/o divorzio dei genitori, lutti, patologie croniche o disabilità di un componente della famiglia.
  • Esperienze non condivise: sono quelle che riguardano singolarmente ciascun figlio; queste ultime sembrano svolgere un ruolo più rilevante nel dar conto del perché alcuni figli sviluppano un disagio in un certo momento della crescita. Tra le esperienze non condivise vi sono i trattamenti differenti dei genitori nei confronti dei figli; questi possono essere percepiti come forme di discriminazione tanto da far scattare confronti e rivalità tra fratelli e/o sorelle. Rientrano nelle esperienze non condivise il rapporto con gli insegnanti, che tanta parte svolgono nella riuscita scolastica, oppure con i pari, i quali influenzano l'emergere delle competenze relazionali e il successo nell'inserimento sociale.

Temperamento

Allport definisce il temperamento come "natura emotiva dell’individuo e include la sua suscettibilità alle stimolazioni emotive, alla sua abituale resistenza e velocità di risposta, alla qualità del suo umore prevalente, nonché alle peculiarità alle fluttuazioni e all’intensità dell’umore; questo fenomeno è costituzionale e pertanto ampiamente ereditato". Thomas e Chess pongono l'enfasi soprattutto su "come" il comportamento viene espresso, piuttosto che sul "cosa", ovvero sul tipo di azione. Gli autori individuano tre costellazioni:

  • Bambini facili: presentano ritmi regolari per ciò che concerne le funzioni biologiche, mostrano reazioni positive nei confronti di stimoli nuovi, per lo più si adattano ai cambiamenti e per la maggior parte del tempo sono di umore positivo moderatamente intenso.
  • Bambini lenti: hanno una certa irregolarità nelle funzioni biologiche, si adattano meno rapidamente ai cambiamenti, mostrano una combinazione di reazioni positive e negative.
  • Bambini difficili: hanno ritmi biologici irregolari, per lo più non si adattano ai cambiamenti, hanno reazioni negative e/o verso le situazioni nuove e la loro espressione emotiva nella maggior parte dei casi è intensa e negativa. Un ruolo fondamentale è svolto dall'ambiente sociale, con particolare riferimento alle figure genitoriali, le quali rispondono ai piccoli in modo differenziato in funzione del loro temperamento. È importante la compatibilità nelle caratteristiche temperamentali tra bambino e genitori, e/o la capacità della madre e del padre di rispondere in maniera contingente ai comportamenti che esprimono il temperamento del piccolo in modo da assecondarne le caratteristiche di base.

Secondo il modello interpretativo proposto da Thomas e Chess esiste un interscambio reciproco tra temperamento e ambiente: da un lato l'ambiente esercita un'influenza sul temperamento del bambino, dall'altro, il temperamento del bambino influenza le valutazioni, gli atteggiamenti e il comportamento di coloro che interagiscono con il piccolo. Nove dimensioni per descrivere le caratteristiche temperamentali, ciascuna associata ad una valutazione alta o bassa:

  1. Livello di attività: si riferisce all'attività motoria valutata secondo il rapporto tra periodi attivi e inattivi. Ad esempio nella prima infanzia bambini, valutati con attività alta, quando fanno il bagnetto scalciano e schizzano, mentre bambini con attività bassa quando dormono si rigirano non di frequente nel lettino. In età scolare bambini con attività alta quando tornano da scuola vanno subito a giocare a pallone, mentre quelli con attività bassa si mettono tranquillamente a fare un puzzle.
  2. Ritmicità (regolarità): riguarda la prevedibilità o imprevedibilità degli orari delle funzioni biologiche, come fame, sonno, defecazione. Ad esempio nella prima infanzia è indicativo di regolarità il fatto che i movimenti intestinali arrivano sempre dopo la prima colazione, mentre è indicativo di irregolarità il fatto che è difficile abituarlo al vasino poiché fa i bisogni a qualunque ora. In età scolare è indicativo di regolarità il fatto che il bambino si sveglia sempre alla stessa ora per andare a scuola. È indicativo di irregolarità il fatto che i pasti principali o l'andare a letto non avvengono mai alla stessa ora.
  3. Approccio o evitamento: riguarda la risposta iniziale ad una nuova situazione o stimolo, come un nuovo gioco, cibo, persona, luogo. Le risposte di approccio sono positive e si manifestano con l'espressione di stati d'animo segnalati con sorriso, linguaggio, mimica, oppure con l'attività motoria come inghiottire il cibo nuovo, allungare la mani verso il giocattolo. Le reazioni di evitamento, al contrario, sono negative e si manifestano attraverso l'espressione di stati d'animo caratterizzati per lo più da pianto, oppure da attività motorie come allontanarsi, sputare il cibo, spingere via il giocattolo nuovo. Comportamenti di approccio si osservano quando durante il primo giorno di asilo il bambino si mette subito a giocare con i coetanei, mentre è indicativo di ritiro il mettersi in disparte e attendere alcuni giorni prima di iniziare a partecipare alle attività di gruppo.
  4. Adattabilità: questa caratteristica non si riferisce alla risposta iniziale, ma alla facilità o difficoltà nel modificare la risposta nel tempo. Un esempio di adattabilità alta si osserva quando viene dato un cibo nuovo: il bambino all'inizio può sputarlo, ma poi lo mangia. Al contrario, un esempio di adattabilità bassa si riscontra quando il bambino, ogni volta che indossa la tutina nuova si divincola finché non si esce da casa.
  5. Soglia sensoriale: concerne la stimolazione necessaria per evocare una risposta riconoscibile, indipendentemente dal tipo di risposta. Ad esempio nella prima infanzia si rileva una soglia bassa se ogni volta che si chiude la porta, anche piano, il bambino sobbalza. Si rileva una soglia alta se il bambino non prova dolore e non lo esprime anche quando si dovrebbe far male.
  6. Qualità dell'umore: concerne la proporzione tra comportamenti ed espressioni di stati d'animo piacevoli, allegri e/o amichevoli, rispetto a quelli spiacevoli di pianto e ostilità. Ad esempio nella prima infanzia sono indicativi di umore positivo le risposte di sorriso e i vocalizzi quando al bambino vengono presentati un cibo o un gioco. È indicativo di prevalenza di umore negativo se il bambino piange la maggior parte delle volte che la sera viene messo a letto.
  7. Intensità delle reazioni: riguarda il livello di energia delle risposte positive o negative. Ad esempio nella prima infanzia l'intensità è bassa quando a fronte di uno stimolo che dà noia il bambino piagnucola, ma non strilla mai, mentre l'intensità è alta quando, di fronte ad uno stimolo che piace, il bambino fa vocalizzi e scoppia a ridere forte. In età prescolare l'intensità è bassa quando, pur avendo ricevuto un giocattolo nuovo che piace il bambino sorride appena, mentre è alta se, ad esempio, non riuscendo a fare un puzzle il bambino strilla e fa volare i pezzi.
  8. Distraibilità: questa dimensione si riferisce all'efficacia di uno stimolo esterno nell'ostacolare o deviare un comportamento in corso. Nella prima infanzia si può rilevare una distraibilità bassa quando il bambino, nel momento in cui ha fame e deve attendere, non si riesce ad interessarlo ad un gioco e continua a piangere finché non riceve il cibo. La distraibilità alta si osserva nei bambini, i quali mentre prendono il latte, mettono di succhiare se si avvicina una persona nuova.
  9. Perseveranza e durata dell'attenzione: la perseveranza concerne la capacità di continuare un'attività nonostante ostacoli e problemi, mentre la durata dell'attenzione si riferisce al periodo di tempo consecutivo dedicato ad una particolare attività senza interruzioni. Queste due dimensioni per lo più sono correlate. In età prescolare si ha una perseveranza bassa se, ad esempio, quando viene richiesto di fare un disegno, dopo il primo tentativo il bambino perde interesse e smette. La durata dell'attenzione è bassa se dopo aver ricevuto un gioco nuovo il bambino lo utilizza solo un po', concentrandosi per pochi minuti. La perseveranza è alta, invece, se, ad esempio, un bambino si sforza pur di riuscire quando svolge un esercizio in cui trova difficoltà. La durata dell'attenzione è alta quando un bambino può continuare a svolgere uno stesso compito per un tempo lungo come un'ora.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Marti17__ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo tipico e atipico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Camisasca Elena.
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