Bambini e salute - psicologia dello sviluppo
Capitolo 1: Di chi è il merito, di chi la colpa?
Lo sviluppo psicologico umano è il frutto di una mescolanza di natura e cultura, tra innato ed acquisito. Infatti, se nei primi sei mesi di vita non veniamo nutriti o puliti, non sopravviviamo. Allo stesso modo però, se veniamo privati di certi stimoli, non possiamo diventare esseri umani completi: nei pochi casi di bambini cresciuti senza poter parlare con altri esseri umani, non si è sviluppato il linguaggio e non si potrà recuperare in un secondo momento; nei casi in cui il lattante ha ricevuto solo cure materiali ma non affetto, il suo aspetto emotivo e relazionale, a volte anche il suo fisico, subisce danni molto importanti.
Allo stesso tempo veniamo anche al mondo con molte predisposizioni allo sviluppo. Ad esempio, un neonato al quale durante le ultime settimane di gravidanza è stata letta la stessa storia o cantata la stessa canzone, mostrerà di aver già appreso quel suono reagendo in modo differente; rappresentativo è anche il fatto che a poche settimane, i piccoli sanno distinguere le espressioni emotive materne, reagendo di conseguenza.
A studiare la preponderanza di aspetti genetici e ambientali sull’individuo troviamo la genetica del comportamento. Per studiare questi aspetti nel modo più separato possibile, gli studiosi hanno esaminato bambini adottati, cercando di capire se psicologicamente somigliassero più al genitore biologico o al genitore adottivo. Effettivamente, è la persona dalla quale ha tratto esempi, insegnamenti e modi di pensare.
Mara Brendgen, a riguardo, ha sviluppato tre diversi modelli di relazione tra il genotipo e l’ambiente. Nel primo modello suppone che il genotipo del bambino sia frutto della trasmissione genetica diretta del genotipo dei genitori, ma anche dell’influsso ambientale. Siccome l’ambiente è determinato in gran parte dai genitori, l’influenza genitori-figlio si rafforza ancora di più. Nel secondo modello esprime che il bambino seleziona l’ambiente in base alle proprie caratteristiche, quindi ci sarà una relazione gene-ambiente di tipo selettivo. Nel terzo modello invece dice che le caratteristiche del bambino determinano una reazione da parte dell’ambiente, quindi sarà più il bambino a influenzare l’ambiente che viceversa, con un rapporto gene-ambiente di tipo evocativo.
Kurt Lewin elabora una teoria di campo, secondo la quale tra il comportamento, l’individuo e l’ambiente ci sia una relazione interscambiabile pari a C= f (A, P): il comportamento è funzione sia dell’ambiente che della persona, ma anche A=f (C, P); e P=f (A, C). Bronfenbrenner, inoltre, partendo dalla concezione di Lewin di rapporti, elabora la teoria dei sistemi ecologici, ed asserisce che l’ambiente psicologico non è qualcosa al di fuori dell’individuo. Tuttavia ogni evento esterno influisce sull’ambiente il quale influirà sull’individuo, però ognuno di noi percepirà quell’evento in modo diverso, infatti gli effetti variano dipendentemente dalle caratteristiche individuali.
Ha individuato perciò una serie di interrelazioni tra ambienti definiti da diversi livelli, ed ogni livello corrisponde a diversi scenari ambientali racchiusi l’uno nell’altro. Alla figura centrale corrispondono i microsistemi che sono formati da relazioni dirette e osservabili dentro diadi (relazioni a uno a uno) o tra più diadi. Le interazioni tra questi attori costituiscono il microsistema, che è dunque un pattern organizzato di relazioni interpersonali. Il mesosistema invece è un “sistema di microsistemi”, che osserva quindi la relazione tra diversi microsistemi e le loro influenze l’uno sull’altro, ad esempio il microsistema familiare e quello scolastico, dove il bambino partecipa attivamente ad entrambi ma in momenti distinti.
Ad un livello di astrazione sempre maggiore troviamo l’esosistema, dove il bambino non partecipa attivamente ma ne risente le conseguenze. Ad esempio, se il papà viene licenziato, anche se il bambino non partecipa attivamente alla vita lavorativa del padre, ne risentirà a livello, ad esempio, umorale o economico, direttamente. L’ultimo livello di astrazione è il macrosistema, che rappresenta le istituzioni politiche ed economiche, i valori della società e la sua cultura, che ovviamente influenzano ogni sistema per ovvie ragioni di legalità.
Ricapitolando:
- Non si deve attribuire al genitore il merito o il demerito di un comportamento del suo bambino: potrebbero aver inciso delle caratteristiche genotipiche del bambino.
- Non si può dire che un bambino “è fatto così!” e non c’è nulla da fare per cambiarlo.
- Si deve tenere presente che l’ambiente di un bambino non è solo quello domestico, ma bambino e famiglia fanno parte di diversi sistemi interconnessi che influenzano la vita del bambino.
Capitolo 2: Nascere
Per i bambini pretermine, ormai abbastanza frequenti, si stanno sviluppando delle nuove terapie che aiutano la crescita del bimbo: il neonato in incubatrice trae vantaggio da alcune forme di stimolazioni, come della musica dolce, la voce della madre, un massaggio, e altre forme, le quali hanno fatto sì che aumentassero di peso più rapidamente e alternando con maggiore regolarità il sonno e la veglia. Un approccio al prematuro che viene proprio da questi studi è quello della kangaroo care, dove il bambino viene messo come nel marsupio, pelle a pelle con uno dei due genitori, ed ha gli stessi, se non maggiori, effetti benefici dell’incubatrice con la musica e via dicendo.
I lattanti sorridono, ed il loro sorriso è fondamentale per la relazione madre-figlio. Perché? Nonostante il suo sorriso sia strettamente endogeno, scaturendo da un benessere esclusivamente interno e non relazionale, fa molto bene soprattutto alla mamma. Ricevere questa specie di feedback dal figlio, che non ha molti altri metodi comunicativi, fa sì che la madre si senta amata e stimolata a continuare con le sue cure. Inoltre, per far sì che il bambino si consideri in un ambiente accogliente e affidabile, deve avere delle persone responsive che lo accudiscono.
L’intimità dell’allattamento e la sua frequenza portano la madre ad avere un rapporto simbiotico, da che il bambino viveva dentro di lei, a che gli dà da vivere. Gradualmente, tramite la nascita psicologica, si tramuta invece il rapporto, da simbiotico a duale (l’attaccamento). Inoltre, il neonato, a differenza di come si pensava il secolo scorso, è un organismo attivo, e come tale è in grado di vedere anche se meno nitidamente di un adulto, udire anche se in modo ovattato, gradire dei sapori e disprezzarne altri. Inoltre, il suo olfatto è molto fine, serve appunto per riconoscere l’odore della madre e del suo latte.
Capitolo 3: Sentire
Le emozioni orientano il nostro comportamento ancor prima del ragionamento, e questa caratteristica è chiamata precedenza del controllo, e ci permette di reagire alle situazioni in modo rapido e adattativo. Le emozioni però hanno anche effetti a lungo termine e possono addirittura incidere sullo sviluppo del bambino. Queste non sono solo fenomeni interiori ma anche potenti mezzi di comunicazione. A 10 settimane infatti il lattante è già in grado di reagire positivamente ad un’espressione gioiosa della madre, ed essere turbato quando mostra collera o tristezza. A 12 mesi iniziano ad utilizzare le emozioni come informazioni sul mondo, cercando l’approvazione o il dissenso del loro partner sociale davanti a situazioni dove sono incerti, questo fenomeno è detto riferimento sociale e si basa sulla precoce comprensione del carattere referenziale delle emozioni.
Quindi in molte situazioni, la capacità dei genitori di mostrare un volto tranquillo e sorridente può essere fonte di un concreto incoraggiamento per il bambino, per contro, genitori angosciati o in preda all’ira possono indurre il bambino a reazioni negative di difficile controllo. Qual è la natura delle emozioni? Esiste un punto di vista innatista che le ritiene appunto innate, geneticamente trasmesse, ed un altro funzionale che tiene conto solo dello sviluppo emotivo nel corso della vita, gli insegnamenti trasmessi e le influenze ambientali.
Sroufe (1995) tiene conto di entrambi e li unisce. La presenza di una vita emotiva neonatale la dimostriamo con i prototipi fisiologici, che attraverso il sorriso endogeno un neonato dimostra il suo benessere fisiologico. Verso i 3 mesi si sviluppano i precursori dal loro percepire e riproporre le emozioni della mamma, emozioni fondamentali primarie. Nel corso dello sviluppo, dalle emozioni fondamentali primarie, iniziano a sperimentare sempre più emozioni, le emozioni secondarie complesse come l’invidia, la vergogna, l’orgoglio (…). Questo sviluppo è strettamente collegato con lo sviluppo del Sé e della socialità, che sono i presupposti di determinate emozioni secondarie.
Un altro aspetto importante è la regolazione emotiva, inizialmente rappresentata dalla capacità di affrontare le emozioni negative. Già un lattante applica questa regolazione, utilizzando inizialmente la suzione non nutritiva come sua unica risorsa autonoma. A 4 mesi i piccoli sono già in grado di distogliere l’attenzione dagli stimoli che considerano sgradevoli, ma è con l’avvento del linguaggio verbale che iniziano a esprimere le loro emozioni, e questo li aiuta molto dal punto di vista di controllo, ma anche lo sviluppo delle loro abilità motorie che gli consente di coprirsi gli occhi, o di allontanarsi, permettendo di escludere dal campo percettivo per lo meno visivo gli stimoli spiacevoli. La regolazione emotiva però comprende anche quella capacità secondo la quale mostrano i loro sentimenti nelle circostanze appropriate, e non li mostrano in circostanze non appropriate e questa capacità è detta regole di esibizione, e per dimostrarlo è stato condotto un esperimento, il regalo deludente: ai bambini era stato promesso un regalo dopo che se lo erano scelti da soli, ma quando poi lo andavano a scartare, ci trovavano tutt’altra cosa.
Già a 3 o 4 anni i bambini, soprattutto le femminucce, cercavano di sorridere e mostrare gratitudine, nascondendo la delusione. Un altro metodo utile per lo sviluppo della regolazione emotiva è il gioco simbolico, grazie al quale hanno la possibilità di modificare esperienze spiacevoli o replicare quelle gioiose. Infine, la socializzazione emotiva è quel contributo fornito dalla famiglia allo sviluppo delle emozioni, sia dall’esempio indiretto, che dal dialogo diretto sul tema.
La paura è un’emozione molto importante da saper elaborare, suddivisibile in varie “fasi”: fino a circa i 7/8 mesi il bimbo non prova una vera e propria paura, ma inizia a sperimentare progressivamente la circospezione. Verso gli 8, appunto, questa specie di controllo si tramuta in angoscia/paura per l’estraneo e le situazioni ignote, che va diminuendo fino verso i 2 anni, dove si presentano le prime paure per gli animali, per il buio o i temporali. Queste aumentano progressivamente fino al loro picco ai 5 anni. Intorno ai 5 anni (anche 4) iniziano a comparire le paure per i mostri e per i personaggi/animali fantastici. Tra i 7 ed i 9 anni aumenta la paura all’addormentamento notturno, e diventa più frequente la paura legata al ruolo sociale, di andare male a scuola, di deludere i genitori; si iniziano a sviluppare anche le paure legate all’integrità fisica, sia propria che dei familiari più stretti.
Durante l’adolescenza si intensificano le paure per l’aspetto fisico e per il rifiuto sociale, soprattutto nelle ragazze. Infine, alcune paure accompagneranno l’individuo per sempre e sono soggettive, tendenzialmente quella del dolore e della morte, che addirittura si acutizzano in vecchiaia. Quando una persona non riesce ad affrontare le proprie paure in modo costruttivo, queste possono diventare fobie, diventando di intensità eccessiva ed incontrollabili. Tuttavia, ci sono circostanze che possono amplificare o aumentare le paure di un bimbo, come lo stato di malattia: alcuni hanno paura di non tornare più a casa, altri di essere dimenticati dagli amici ed dai parenti, altri del dolore legato alle procedure mediche e altri ancora di morire o non risvegliarsi dopo un’anestesia operatoria.
Condizioni di difficoltà inoltre possono anche causare delle regressioni anche se per lo più temporanee, riacutizzando paure che aveva già superato. Un ricovero ospedaliero, ad esempio, soprattutto se inatteso, è una condizione estremamente favorevole alla regressione del bimbo, quindi ci si deve aspettare che, oltre alle paure legate direttamente alle procedure mediche, possano riemergere altre paure superate, come quella del buio, dei mostri, etc. È necessario saper valutare le emozioni dei bambini, il che può essere semplicissimo in alcuni casi, ma in altri ambiguo e complesso da decodificare. In ambito sanitario è ancor più importante saper leggere queste emozioni, come ad esempio l’ansia, che può essere espressa in modo paralizzante o attivante. Oltre all’ambiguità, con il crescere del bambino cresce anche l’abilità di dissimulare volontariamente le emozioni che si provano.
I genitori possono sia essere di grande aiuto nella codifica, conoscendo il bambino a fondo, che d’intralcio, quando sono scossi dalle loro emozioni, come all’annuncio di uno stato di malessere del bambino, dove saranno influenzati dalle loro emozioni, essendo forti. Per questi problemi sono stati creati degli strumenti di valutazione delle emozioni, sia generici, che nello specifico per l’ambito sanitario. L’Emotional Reaction Instrument, quest’ultimo è sottoforma di un questionario somministrabile tra i 7 ed i 12 anni, di durata 5-10 minuti, che permette di rilevare i quattro fattori cardine delle reazioni emotive di fronte ad un’ospedalizzazione: la paura, l’ansia, il danno fisico e la solitudine.
Capitolo 4: Dal campo base all’esplorazione del mondo
Jhon Bowlby è stato il primo ad elaborare una teoria sull’attaccamento, e secondo lui questo, insieme all’esplorazione, è alla base del processo del bambino dalla condizione neonatale a quella di essere sociale. Ogni bambino nella crescita diventa sempre più indipendente e la madre tenta di uscire dalla fase di simbiosi, ma c’è sempre una forza che li tiene uniti, ed è la tendenza all’attaccamento. Questa tendenza consente di giungere alla formazione di uno o più legami di attaccamento, con la madre, con il caregiver, o un’educatrice del nido.
La disponibilità continua del caregiver sembra essere essenziale soprattutto in ambienti dove è difficile trovare qualcuno che riesca ad aiutare il caregiver nell’accudimento, ed in questo tipo di situazioni un allontanamento volontario del CG anche per brevi periodi (già da una settimana), può avere effetti negativi a lungo termine sul bambino, il quale verso i 3/5 anni, dopo una separazione prima dei 24 mesi in queste circostanze, hanno dimostrato comportamenti aggressivi e maggiore negatività nei confronti del CG rispetto a coetanei nel medesimo ambiente che non avevano subito questa interruzione del rapporto.
Tappe dell’attaccamento:
- 0-3 mesi, pur non riconoscendo le persone, osserva a lungo i volti e ne è attratto, riconosce però la madre dall’odore e dalla voce.
- 3-8 mesi, mostra segni di familiarità verso chi si prende cura di lui, non protesta o piange se la madre si allontana.
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