Pedagogia speciale come pedagogia inclusiva
Capitolo I
Una scienza a sé stante, oppure...?
Lo studioso Zavalloni, da un lato cerca di tracciare una linea di continuità con il passato legando la nascente pedagogia speciale alla sua storia (pedagogia emendativa e ortopedagogia) e, dall'altro, tenta di delineare gli elementi caratterizzanti (la prospettiva educativa e didattica) che la rendono scienza nuova e ben definita. La pedagogia speciale sarebbe da definirsi scienza per il fatto di occuparsi delle disabilità o delle diversità in ragione della sola esistenza di questi soggetti di studio o di indagine e del campo d'azione che ne deriverebbe, che sarebbe poi quello di promuovere l'individuo in questione.
Pure emancipandosi dalla pedagogia, definendosi scienza delle difficoltà psichiche ecc., la pedagogia speciale non potrebbe non essere soggiogata da scienze più autonome quali la medicina e la psicologia, le sole in grado di definire sul piano clinico quali siano le difficoltà e le turbe (diagnosi) e di certificare (diagnosticare) chi siano coloro i quali differiscono dalla norma. Zavalloni ritaglia alla pedagogia speciale il compito di considerare i soggetti in difficoltà in prospettiva educativa e didattica. La pedagogia speciale si troverebbe nella posizione configurata alla stregua di una scienza pratica, ossia di un ambito scientifico che deriva gli assunti teorici dall'esterno, ossia da scienze più solide.
Vale la pena di dichiarare che la pedagogia speciale:
- È parte integrante della pedagogia, ossia della scienza dell'educazione, e ne rappresenta un suo modo di essere originale e per questo ineludibile.
- Non è solo un ambito scientifico meramente applicativo, bensì è in grado di accrescere, attraverso riflessioni e sperimentazioni, la conoscenza dell'oggetto dell'educazione.
- Intrattiene rapporti di scambio interdisciplinare con altre scienze limitrofe alla pedagogia, quali la medicina, la psicologia, l'antropologia, la sociologia e la filosofia.
La pedagogia speciale, un modo di essere della scienza dell'educazione
Bonetta afferma la descrizione di un reciproco riconoscimento da parte della pedagogia generale e della pedagogia speciale in un'appartenenza unica. Montuschi riflette sul fatto che la finalità ultima della pedagogia speciale sia quella di rendere sempre più speciale ogni forma di intervento educativo, facendo in modo tale che diventino patrimonio comune le capacità di cogliere i problemi e la competenza nell'affrontarli, la padronanza nell'ipotizzare opzioni nelle risposte educative.
Caldin sostiene che la pedagogia speciale si colloca all'interno della pedagogia generale rendendo palese la complessità dei problemi dei quali si occupa e la poliedricità degli interventi metodologici e tecnici. Questo comporta un altissimo livello di vigilanza nell'osservazione dei problemi educativi, una particolare e profonda attenzione nella eterogeneità delle risposte formative, un impegno scientifico teso a valorizzare la persona anche quando le condizioni esistenti consegnate a ciascuno, costituite da fattori genetici, bio psicologici, socio culturali e razziali, appaiono critiche e problematiche: limiti e vincoli possono divenire possibilità che arginano il pericolo di una prospettiva deterministica che precluderebbe a ogni intervento educativo.
La pedagogia speciale è parte integrante della pedagogia ed è legittimata all'interno della scienza dell'educazione sia perché ne condivide l'oggetto (l'educazione) sia per la propria specificità, ossia per il fatto stesso di aver puntato i riflettori ermeneutici, divulgativi su alcuni problemi e condizioni particolari: quelli intitolati alla diversità, alla disabilità, al deficit, allo svantaggio, alla situazione di handicap. Pertanto, quando facciamo riferimento alla pedagogia speciale e quando la definiamo dobbiamo rimarcare due aspetti significativi:
- La pedagogia speciale non è una diramazione, una ramificazione o un derivato aggiuntivo della pedagogia, semmai, il rapporto che le lega indissolubilmente può essere definito di identità/alterità.
- La pedagogia speciale può essere immaginata e rappresentata come una sorta di cartina del valore e del significato autentico della scienza dell'educazione.
Canevaro afferma che una buona pedagogia speciale è parte di una buona pedagogia generale e i problemi posti dall'educazione di bambini handicappati mettono alla prova e verificano la validità o meno dell'educazione generale. Possiamo concepire la pedagogia speciale come un modo di essere della scienza dell'educazione, la cui vocazione è di rendere l'atto educativo un potente agente di emancipazione, di autodeterminazione e di autorealizzazione a servizio di e per una società inclusiva.
Oltre la dimensione fattuale: la pedagogia speciale tra teoria e prassi
Una delle ragioni addotte da coloro ai quali la considerano nella sola dimensione pratica è la convinzione che sia una scienza operativa, chiamata soprattutto a risolvere i problemi che la vita pone loro davanti. Si tratta di una visione riduttivistica, gli studiosi della pedagogia speciale odierna hanno una elevata consapevolezza del fatto che la pedagogia speciale non potrebbe vivere senza una ricerca capace di alimentare la sua azione.
Montuschi indica come la caratteristica più significativa della pedagogia speciale, la quale sembra consistere nel cogliere il problema laddove può sfuggire all'attenzione comune, nell'interpretarlo nei suoi termini corretti e nell'elaborare ipotesi di intervento con offerte di aiuto significative per consentire alla persona di riprendere, nel modo più umanamente ricco, la propria esperienza di esistenza, il proprio fare significativo e il proprio essere motivato.
Pavone ribadisce che la pedagogia speciale, superati gli interessi unidirezionali per le classificazioni e le categorizzazioni, attualmente concentra la sua ricerca sulla realtà educativa nella sua globalità, per verificare come questa possa arricchirsi in modo da rendersi capace di formulare risposte educative valide per tutti. La pedagogia speciale ha bisogno della riflessione e dell'azione, della ricerca e dell'operatività, e non può permettersi il lusso di chiudersi nella ricerca pura, né perdere l'aspetto concettuale, le due dimensioni si devono intrecciare.
La pedagogia speciale e la sua dimensione interdisciplinare
D’Alonzo afferma che la pedagogia speciale non può permettersi di rinchiudersi in isolamento disciplinare ed è chiamata a interagire e a collaborare in modo interdisciplinare con le diverse scienze. Pertanto, l'apporto del dialogo con le scienze mediche, psicologiche, sociologiche è fondamentale per poter agire con competenza in campo educativo speciale. Gli studiosi che si sono occupati della presa in carico dell'educazione dei disabili appartengono al campo medico. Come evidenzia Pavone, fin dalle sue origini la pedagogia speciale si è proposta come un modello a vocazione interdisciplinare, disponibile per natura alla collaborazione con altri campi del sapere.
Se l'abbiamo finora immaginata collocarsi nel cuore della pedagogia generale, la dobbiamo pensare contemporaneamente ai confini della stessa, per la sua propensione al dialogo progettuale con altre discipline con cui deve garantire un contatto permanente. Il proporsi come modello a vocazione interdisciplinare della pedagogia speciale non equivale automaticamente a essere una disciplina scientifica interdisciplinare. Semmai, la peculiarità della pedagogia speciale è quella di saper abitare con competenza l'interdisciplinarietà: la pedagogia speciale assume su di sé la funzione di frontiera della pedagogia nei confronti delle problematiche complesse e delicate la cui presa in carico chiama in causa diversi ambiti scientifici.
Essere frontiera pone lo studioso che la abita a un bivio: da un lato darsi il compito di mettere paletti, dall'altro collocarsi nell'opportunità di attivare membrane. Paletti e membrane svolgono la funzione di segnalare le esigenze di un controllo, ma i primi agiscono in modo rigido sotto l'ossessione identitaria, mentre le seconde consentono una fluida viabilità tra interno ed esterno, producono innovazione e quindi offrono maggiori probabilità di cambiamento, di evoluzione, di miglioramento.
La pedagogia speciale e la sfida della complessità: l'abitare familiare e insolito
La pedagogia speciale è un modo di essere della scienza dell'educazione, ciò significa che si può e si deve individuare un'identità disciplinare della pedagogia speciale ma non si può prevedere una sua separazione dalla pedagogia generale. Il collocarsi della pedagogia speciale contestualmente nel cuore e alla frontiera della scienza dell'educazione si configura come un fattore di protezione contro il rischio di divenire ed essere percepita come una pedagogia piena di tecnicismi. Il saper abitare l'interdisciplinarietà con competenza consente alla pedagogia speciale di attivare forme di dialogo con le altre scienze umane, un dialogo intenso e costruttivo, ma anche dialettico e critico, fino a divenire decostruttivo di idee e fatti che si nutrono di stereotipi e pregiudizi.
Quando si parla delle qualità peculiari della pedagogia speciale odierna, dei compiti e gli impegni che è chiamata ad assolvere, si fa riferimento al fatto che essa debba contribuire a modificare, in senso migliorativo, la realtà. Vi sono tre direttrici basilari:
- La capacità della pedagogia speciale di anticipare i tempi e di porsi come propulsore del cambiamento.
- Il suo porsi come ambito aperto alle innovazioni del proprio tempo.
- Il suo essere pedagogia capace di accogliere le sfide della complessità ma soprattutto, di affrontarle ed abitarle.
La pedagogia speciale come propulsore del cambiamento
Stiamo attraversando un momento sociale e culturale, quindi politico ed economico, di grande trasformazione. La parola crisi sembra attraversare tutti i campi d'azione dell'uomo contemporaneo e non è immaginabile, pertanto, ipotizzare che ne resti fuori l'ambito educativo. In tempi di crisi come questo vi è una tensione a generare marginalizzazione se non vere e proprie forme di esclusione. Quando è tempo di crisi, i primi a pagare pegno sono gli ultimi ad aver riconosciuto un diritto quello di avere un'identità sociale attiva, di avere un'istruzione stabile, di avere un accesso sicuro al lavoro e così via.
La pedagogia speciale assume un ruolo anticipatorio e orientante, offrendo una rinnovata lettura alla diversità intesa come valore, conoscenza, ricchezza, da includere nella comune appartenenza nei micro e macro contesti sociali e culturali. Mura afferma che la pedagogia speciale è chiamata a promuovere e organizzare il cambiamento, vigilando sul suo compiersi, con la responsabilità di comprenderlo e di indirizzarlo senza farsi spiazzare dal segno dei tempi che regressivamente incoraggia tendenze sempre più individualistiche. Se da un lato la crisi sociale e il quadro politico economico del nostro tempo suggeriscono il ritorno ad un modello di società e di scuola sempre più indirizzato a rispondere a logiche produttivistiche, occorre uno sforzo scientifico e culturale, supportato da dati di ricerca e riflessioni di tipo teorico, in grado di segnalare senza indugio quelle derive fataliste e tecniciste.
Dove sono i disabili? Quale ruolo e, soprattutto, quale funzione sociale potrebbero ricoprire in un sistema simile? Se si fa riferimento a un disabile fisico, dotato di una intelligenza nella norma, egli può sedere anche ai piani alti di questa struttura piramidale, ma la disabilità non è racchiusa solo nel deficit fisico. L'interpretazione della disabilità che porta a questa risposta denuncia il punto di vista dal quale prende le mosse: quello abilista e normativo tipico delle società che fondano i loro statuti sulla normodotazione, sull'omologazione e sulla conformità. Quella dei Disability Studies è una prospettiva estremamente interessante sia sul piano della stimolazione intellettuale sia in riferimento alle implicazioni che introduce nell'ambito della riflessione e della ricerca sul campo. Una prospettiva alla quale la pedagogia speciale può fare oggi riferimento per interrogarsi sui paradigmi che le società attuali assumono come riferimento per la loro strutturazione.
Paradigmi per mezzo dei quali le società costruiscono i discorsi con cui rappresentano i più vulnerabili, i disabili, i diversi. Si tratta di un compito e di un impegno che coincidono con il fine ultimo che la pedagogia speciale si prefigge, ovvero contribuire a realizzare una società civile, in cui viene sostenuta una cultura della differenza e dell'inclusione sociale, che agisce contro una cultura dell'esclusione sociale, riconoscendo le differenti identità e offrendo alla persona in situazione problematica una partecipazione attiva ai processi della vita. La costruzione di una società civile inclusiva implica non solo la denuncia dei meccanismi di esclusione ma anche la proposta di cambiamento. E il primo tassello di questo cambiamento risiede proprio nell'individuare come e in che misura siano proprio i meccanismi e i dispositivi escludenti a generare problematiche che invece si attribuiscono solo alla persona e questo non vale solo per la categoria dei disabili. Il benessere, la qualità della vita, la possibilità di essere riconosciuti ed essere parte attiva della comunità di appartenenza nelle diverse reti e interrelazioni con cui questa si costruisce e definisce, non possono essere infatti pensate come questioni che concernono categorie specifiche. Di certo, alcune persone non sono messe (a causa di vincoli e ostacoli sociali di tipo ideologico, strutturale) nella condizione di poterle sperimentare ed esercitare, ma questa limitazione o riduzione della soggettività non deve portare mai a risposte che tendono a rimarcare la distanza dal resto della comunità. A questo è riconducibile il pensiero di Maria Montessori: l'educazione o è per tutti o non è educazione.
La pedagogia speciale come ambito disciplinare euristico
Il pensiero speciale è un'altra delle proprietà della pedagogia speciale: non si può vivere di vantaggi di posizione acquisiti una volta per sempre, la risposta educativa speciale va inventata in ogni momento e sembra richiedere una speciale capacità di pensare che inizia dalla percezione globale, unitaria e contestuale del problema da elaborare in ogni situazione. Questa modalità euristica di rapportarsi alle diverse questioni concernenti l'educazione è presente fin dagli albori della pedagogia speciale, ricordiamo i seguenti studiosi: Itard, Séguin, Montessori. Il riferimento di Itard è quello la vicenda educativa legata a Victor, il cosiddetto ragazzo selvaggio. Genovesi sottolinea come l'intervento architettato da Itard sul sauvage non sia dettato solo dalla condizione di disabilità del giovane, quanto dal quesito scientifico sottostante che ha per oggetto l'educazione, Itard crea il rapporto educativo immaginandolo come un costrutto teorico costituito dall'intreccio sensi-idee-linguaggio.
L'atto costitutivo della pedagogia speciale coincide con la nascita di un determinato modo di intendere la pedagogia in quanto scienza e ciò si rende possibile proprio grazie alla capacità della pedagogia speciale di indirizzare l'attenzione verso fatti educativi inconsueti, inusuali, imprevisti. Canevaro, in relazione alla vicenda educativa di Itard, descrive che la pedagogia sociale non è una sola persona, una sola azione, un solo progetto, un solo punto di vista ma è una continua composizione di rapporti, di azioni, di progetti, di punti di vista. E soprattutto il suo compito è di convivere con domande aperte e quindi reali, autentiche; il suo compito è di cercare le risposte senza la sicurezza di trovarle.
Per quanto riguarda Séguin, egli ha cercato di scardinare alcune incrostazioni scientifiche del suo tempo proprio convivendo con le domande aperte. Così facendo ha scoperto aspetti mai prima indagati come possibili ambiti di intervento educativo. Un esempio è il trattato sugli idioti: “se tutti i metodi che ho passato in rassegna mi son sembrati adatti per i bambini normali, o meglio, se lo sviluppo intellettuale dei bambini normali li rende eccellenti, con gli idioti essi perdono il loro prestigio, nessuno teneva sufficiente conto delle anomalie psicologiche e fisiologiche delle quali l'individuo umano è suscettibile. Man mano che andavo avanti nell'esame critico dei metodi, mi sono ritrovato non soltanto isolato nel mio tentativo di cura degli idioti, ma anche nel lavoro di pedagogia generale che ero costretto a formulare ogni giorno con maggior precisione.” Séguin intuisce come sia inopportuno, e quanto mai rischioso, prendere come punto di riferimento i metodi che hanno successo con gli allievi normodotati.
In riferimento a Maria Montessori, l'educazione dei deficienti, il lavoro con i frenastenici, ha costruito la base per l'elaborazione e lo sviluppo del suo metodo applicato a tutti i bambini. Montessori afferma: “io, a differenza dei miei colleghi, ebbi l'intuizione che la questione dei deficienti fosse prevalentemente pedagogica, anziché prevalentemente medica. Io, usando soltanto ciò che è chiamato studio dell'individuo, avevo trasformato i deficienti espulsi dalle nostre scuole perché inetti a essere educati, in individui che potevano sostenere nelle scuole il confronto con gli alunni normali, cioè essi erano diventati persone socialmente utili e educate come esseri intelligenti.”
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