Morfologia
Morfologia dal greco morphé “forma” + logia “studio”: l’ambito d’azione della morfologia è la forma o meglio la struttura della parola. Ma cos’è la parola? La parola è la minima combinazione di elementi minori dotati di significato, i morfemi, costituita spesso (ma non sempre) attorno a una base lessicale (cioè a un morfema recante significato referenziale), che funzioni come entità autonoma della lingua e possa quindi rappresentare isolatamente, da sola, un segno linguistico compiuto, o comparire come unità separabile costitutiva di un messaggio.
Criteri di definizione della parola
Fra i criteri che ne permettono una definizione e individuazione più precisa, possiamo menzionare:
- Il fatto che all’interno della parola l’ordine dei morfemi che la costituiscono è rigido e fisso, inscindibile – ovvero i morfemi non possono essere invertiti o cambiati di posizione, pena la distruzione della parola (es. gatto – gatt-o, non *ogatt – o-gatt);
- Il fatto che i confini di parola sono punti di pausa potenziale nel discorso;
- Il fatto che la parola è di solito separata/separabile nella scrittura (almeno nella scrittura moderna: fino ancora al Settecento era normale trovare scritture continue, senza spazi di separazione fra parole);
- Il fatto che foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario.
Sintesi sulla parola
- Minima combinazione di elementi minori dotati di significato, i morfemi;
- Costruita attorno a una base lessicale;
- Entità che possa rappresentare autonomamente un segno linguistico compiuto.
Definizione multifattoriale
Criterio grafico > parola quale entità contenuta tra due separatori (per es., spazi bianchi). Valido solo per la lingua scritta.
- Non contemplato da tutti i sistemi di scrittura (per es., latino o cinese);
- Non valido per le unità lessicali polilessematiche (per es., sacco a pelo);
- Parole grafiche che compaiono solo in unità lessicali polilessematiche (per es., repentaglio).
Parole complesse
- Costruzioni formate da più parole che operano come un’unità (per es., mettere in moto > messa in moto, messa in moto rapida);
- Il significato della costruzione non è desumibile dalla somma dei significati delle parole che compongono la costruzione (per es., casse delle nevi vs cassapanca);
- In alcuni casi sussiste l’univerbazione fra le parti componenti, nonostante una di esse possa flettersi (per es., inglese altogether, latino res publica > respublica, pater familias > patris familias).
In alcuni casi l’intera costruzione può essere sostituita dall’elemento principale a livello sintattico (per es., il ferro da stiro si è rotto vs il ferro si è rotto).
Criterio fonologico
Identificazione dei confini di una parola all’interno della catena parlata. Valido per le lingue ad accento fisso (per es., francese) ma non valido per l’accento di gruppo > elle est petite [ɛlɛpˈtit].
Criterio morfologico
- Coesione interna tra i morfemi di una parola;
- Non interrompibilità della combinazione > arabo “domandare” ṭ-l-b > ṭālib “colui che domanda” vs italiano gatt+o;
- Ordine fisso dei morfemi > italiano *o+gatt vs arabo: ṣadīq “amico” vs ‘asdiqā’ “amici”;
- Mobilità della combinazione, nei limiti della tipologia sintattica di una data lingua;
- Enunciabilità in isolamento > *repentaglio (esclusi enunciati con funzione metalinguistica).
Analisi morfemica
Se proviamo a scomporre parole, che ovviamente appartengono alla prima articolazione della lingua, in pezzi più piccoli di prima articolazione, cioè tali che vi sia ancora associato un significato proprio isolabile, troviamo allora dei morfemi.
Procedura di scomposizione dei morfemi
- Data la parola (nel nostro caso, dentale), la si confronta via via con parole simili, dalla forma molto vicina, che contengano presumibilmente uno per uno i morfemi che vogliamo individuare. (es. dentali);
- Conviene cominciare dunque con la forma più vicina che ci sia: il confronto ci permette di identificare, per sottrazione della parte uguale, il -e morfema col valore di “singolare” (e allo stesso tempo il morfema -i col valore di “plurale”);
- Confrontando poi dentale con stradale, abbiamo che dent- e al- sono presumibilmente due altri morfemi;
- La nostra analisi viene confermata confrontando dentale con dente.
Tale procedimento viene tecnicamente chiamato, come abbiamo visto, prova di commutazione.
Definizione di morfema
- Unità minima di prima articolazione, il più piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di un significato proprio, di un valore e una funzione precisi e individuabili, e riusabile come tale.
- Possiamo anche dire che il morfema è la minima associazione di un significante e un significato.
Il significato di una parola, in linea di principio, è dato dalla somma e combinazione dei significati dei singoli morfemi che la compongono.
Sinonimi di "morfema"
Un termine sinonimo di “morfema” a volte usato nella linguistica europea è ‘monema’. Gli autori che usano ‘monema’ come termine generale per le unità minime di prima articolazione distinguono di solito due grandi classi di monemi, che chiamano ‘semantemi’ quando sono elementi lessicali, e ‘morfemi’ quando sono elementi grammaticali.
Un altro sinonimo di ‘morfema’ a volte usato, e molto generico, è ‘formativo’.
Differenza tra morfema, morfo e allomorfo
Morfo: il morfo è un morfema inteso come forma, dal punto di vista del significante, prima e indipendentemente dalla sua analisi funzionale e strutturale. A rigore, potremmo (e forse dovremmo) dire per esempio non “il -e, morfema del singolare è” ma piuttosto “il morfema del singolare è realizzato dal morfo -e.”
Morfi liberi e morfi legati
- Distinzione tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali non sempre applicabile;
- Parole funzionali o parole vuote > parole con significato grammaticale: ma, e, tu, perché;
- Morfo libero > può comparire da solo e quindi costituire una parola > io, ieri, no;
- Morfo legato > può occorrere solo in combinazione con almeno un altro morfo > alber+o, suon+a, in-fall-ibil-e;
- Morfi liberi = morfemi lessicali? Morfi legati = morfemi grammaticali?
Morfemi e morfi > langue e parole
- Morfema > unità pertinente a livello di sistema, costituito da significati > punto di vista del significato;
- Morfo > morfema inteso come forma, costituito da elementi fonologici > punto di vista del significante.
Pacchetto morfemico
| Morfema 1 | Morfema 2 | Morfema 3 |
| Pacchetto | morfemico | {essere} {Presente Indicativo} {3sin.} |
| Morfo | /ɛ/ | MORFO cortes- -e |
| MORFEMA | {essere cortesi} | {maschile/femminile}{singolare} |
Difficoltà
- Ritenere? vs ri-fare, ri-provare > ri “nuovamente” > “tenere di nuovo” “considerare” vs in-durre, con-durre, ad-durre > durre? -igian-? cort-igian-o (cfr., per esempio, artigiano) cortigian-o >
- Morfi cranberry > huckleberry “mirtillo”, cranberry “mirtillo rosso”: berry “bacca” + huckle, cran?
Allomorfo
L’allomorfo è la variante formale di un morfema, è, inoltre, ciascuna delle forme diverse in cui si può presentare uno stesso morfema, che sia suscettibile di comparire sotto forme parzialmente diverse. Il criterio in base a cui possiamo dire che si tratti dello stesso morfema (e quindi stabilirne gli allomorfi) è che l’elemento individuato abbia sempre lo stesso significato e si trovi nella medesima posizione nella struttura della parola.
Allomorfi > morfi diversi che rappresentano uno stesso morfema
Perché si possa parlare di allomorfia occorre comunque che ci sia sempre una certa affinità fonetica tra i diversi morfi che realizzano lo stesso morfema. Tale vicinanza fonica è normalmente dovuta alla stessa origine, da un punto di vista diacronico o anche, in sincronia, a modificazioni fonetiche derivanti dall’incontro di determinati foni, o più tecnicamente da ‘fenomeni fonosintattici’.
Esempio di allomorfia: in- inutile, il- illecito - in e il sono allomorfi dello stesso morfema, il prefisso con valore di negazione. Davanti a una vocale, la [n] finale del prefisso rimane invariata, mentre davanti a consonanti laterali, vibranti e nasali la [n] si assimila alla consonante iniziale della parola a cui il prefisso si applica; più d’eccezione si hanno forme allomorfiche dello stesso prefisso come in irregolare, immobile, impuro, ecc.
Il fenomeno del suppletivismo
- Si danno anche, sia pure raramente, casi in cui un morfema lessicale in certe parole derivate viene sostituito da un morfema (e quindi rappresentato da un morfo) dalla forma totalmente diversa (e spesso di differente origine etimologica) ma ovviamente con lo stesso significato: per es., nel nome acqua e nell’aggettivo idrico troviamo che il morfema lessicale per “acqua” si manifesta in due forme completamente diverse, acqu- e idr-, e l’una proveniente dal latino e l’altra dal greco (hýdōr “acqua”). Così, cavallo e equino, fegato e epatico ecc.;
- Casi di questo genere si hanno anche nei paradigmi verbali: il verbo andare (and-are) al presente indicativo presenta forme come vado, vai (vad-o, va-i), di diversa provenienza.
A tale fenomeno si dà il nome di ‘suppletivismo’. Nella stessa categoria di suppletivismo si fanno rientrare anche i casi in cui l’origine della base lessicale è in diacronia la stessa, ma per stratificazione storica si hanno due morfi diversi, l’uno che mantiene intatta la forma originaria e l’altro che ha subito le modificazioni della normale trafila di sviluppo fonetico: per es., il nome di una città del Piemonte Ivrea, ma il nome dei suoi abitanti eporediesi, entrambi dal latino Eporedia (stesso caso per es., avorio e eburneo, ebūrin, entrambi dal latino “avorio”).
Tipi di morfemi
Suppletivismo > nella flessione o nella derivazione di una parola a un morfo di base si collega un altro morfo che non ha nulla in comune col primo da un punto di vista fonologico, ma in cui possiamo riscontrare motivazioni storiche.
Classificazione dei morfemi
Esistono due punti di vista principali per individuare differenti tipi di morfemi: la prima e fondamentale è una classificazione funzionale, in base alla funzione svolta, al tipo di valore che i morfemi recano nel contribuire al significato delle parole; la seconda è una classificazione posizionale, basata sulla posizione che i morfemi assumono all’interno della parola e sul modo in cui essi contribuiscono alla sua struttura.
Tipi funzionali di morfemi
- Dal primo punto di vista, in dentale abbiamo che dent- è un morfema che reca significato referenziale, concettuale, denotativo, fa cioè riferimento alla realtà esterna rappresentata nella lingua: è un ‘morfema lessicale’, sulla cui base è costruita una ‘parola-piena’.
- Invece al- e -e recano un significato o valore interno al sistema e alla struttura della lingua, previsto dalla grammatica (hanno dunque significato funzionale/grammaticale): -al serve a formare (costruire) parole derivandole da altre parole già esistenti, attaccandosi cioè a un morfema lessicale o base di cui modifica il significato: è un ‘morfema derivazionale’;
- Infine, -e serve ad attualizzare una delle varie forme in cui una parola può comparire, recando il significato previsto obbligatoriamente dal sistema grammaticale di una lingua (ha cioè il valore di marcare flessionalmente la parola, indicando che si tratta di una forma al singolare, ma non modifica il significato della base): è un ‘morfema flessionale’.
Classificazione funzionale
Nella classificazione funzionale, dunque, la prima distinzione da fare è tra morfemi ‘lessicali’ e morfemi ‘grammaticali’; i morfemi grammaticali a loro volta si suddividono in morfemi ‘derivazionali’ (o ‘derivativi’) e morfemi ‘flessionali’ (o ‘flessivi’).
- I morfemi lessicali stanno nel lessico, nel vocabolario, di una lingua, e costituiscono una classe aperta, continuamente arricchibile di nuovi elementi in maniera non predicibile;
- I morfemi grammaticali stanno nella grammatica e costituiscono una classe chiusa, non suscettibile di accogliere nuove entità, i cui elementi in un dato momento sono tutti predicibili e si possono enumerare ad uno ad uno.
La differenza tra i valori dei morfemi lessicali e dei morfemi grammaticali si vede bene, per es., se badiamo che, pur ignorando il significato di un morfema lessicale, sappiamo sempre qual è il contributo di significato che portano i morfemi grammaticali ad esso aggiunti. Poniamo, per esempio, che esista la parola *breco, parola inesistente in italiano e di cui quindi ovviamente non sappiamo il significato: ma in ogni caso sappiamo che *brechi ne sarebbe il plurale (se è un nome o un aggettivo).
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