Narratività e convenzione nelle Heroides
Si tratta di un’opera formata da 21 lettere in distici elegiaci che Ovidio immagina scritte da donne famose ai loro amanti. Tre lettere, in particolare, hanno una risposta da parte dell’uomo amato. Si tratta di una tipologia completamente nuova per la letteratura latina: il filone erotico-mitologico viene per la prima volta svolto in forma epistolare (alcuni studiosi hanno trovato per questo analogie con le Suasoriae, discorsi fittizi rivolti a personaggi mitici o storici per persuaderli o dissuaderli in circostanze). Vi sono numerosi parallelismi con l’epica e con la determinata tragedia (in particolare i monologhi delle eroine euripidee) e non mancano addirittura rivisitazioni e riscritture di alcuni miti (come nel caso della lettera di Fedra a Ippolito, nella quale la matrigna veste i panni di una scaltra seduttrice piuttosto che quelli di una donna disperata).
La legge compositiva delle Heroides
La legge compositiva che Ovidio si è dato nelle Heroides prevede l’autonomia di ogni singola lettera, che significa che ciascuna di esse deve essere in grado di fornire da sé tutte le informazioni sufficienti e, soprattutto, non chiedere risposta o integrazione. Anche per questo motivo non è casuale che al primo posto della raccolta troviamo l’epistola di Penelope.
Nella sua lettera, Penelope dice esplicitamente di non volere una risposta da Ulisse (nil mihi rescribas tu tamen…). Quello che lei maggiormente desidera è che suo marito torni subito a casa (ipse veni) e conclude amaramente: “anche se torni fra un momento, ti sembrerò una vecchia” (1,116). La richiesta di tornare in breve fa sì che la lettera non presupponga una risposta, a causa di un fatto eminentemente pratico e cioè che la stessa è rivolta ad indirizzo sconosciuto. Penelope, infatti, spera di affidarla a qualche straniero di passaggio ad Itaca con la speranza che incontri il suo Ulisse. Ma c’è un altro importante motivo per cui la lettera non riceverà mai risposta ed è perché, quando essa viene scritta, Ulisse si trova già ad Itaca. Ovidio, infatti, inserisce questa lettera in un momento particolare, “datata” al giorno in cui Telemaco è rientrato ad Itaca da Sparta e racconta alla madre qualche incerta notizia del padre, ma è anche il giorno in cui Ulisse torna in patria sotto mentite spoglie di mendicante. La casa di Penelope ospita un viaggiatore straniero, un Cretese, che se per i lettori di Omero si sa essere Ulisse, per la Penelope ovidiana potrebbe essere invece un ottimo corriere al quale affidare la sua lettera.
Da questa lettera ricaviamo le delicate regole di un nuovo gioco letterario. Si tratta di lettere scritte in una determinata occasione, con destinatario ed intento precisi, ma allo stesso tempo sono lettere strane, perché il lettore non si aspetta da esse alcuna conseguenza.
La terza lettera: Briseide e Achille
La terza lettera è quella che Briseide scrive per Achille. Ella è nelle mani di Agamennone e l’ambasceria ad Achille è già fallita. Briseide sente Achille dire di voler prendere il mare l’indomani e, per questo, si pensa che la lettera sia stata scritta nella notte che separa il giorno dell’ambasceria dal giorno campale delle battaglia navale. La lettera inizia con l’accenno di Briseide ai pericoli dell’avventurarsi di notte, quella stessa notte che Omero ricorda essere un pericoloso andirivieni di spie ed agguati. E proprio il giorno seguente Omero ci ricorda che si avvererà la soluzione cercata da Briseide: in una lunga battaglia Patroclo cadrà, Ettore avrà le armi di Achille e Briseide potrà tornare alla tenda del suo amato. Pur avendo ottenuto il risultato sperato, Briseide perde però il suo unico e fidato amico Patroclo.
Il tempo della lettera, quindi, è un taglio che viene praticato nella sequenza che compone l’intreccio dell’Iliade. L’autonomia narrativa della lettera, di conseguenza, è talmente ben intrecciata alla trama da far sì che si crei uno spazio di illusione realistico. Il lettore quindi si pone in uno stato di superiorità rispetto alla visuale limitata del personaggio protagonista. Le Heroides non sono dei derivati intertestuali ma anche dei veri intertesti: formazioni sviluppate in sezione di altri testi. Ovidio però non ha come obiettivo quello di completare il proprio modello: queste operazioni letterarie presuppongono che si colga nei modelli come un vuoto da colmare (nell’antefatto o nel seguito della storia).
La poetica delle Heroides vuole semplicemente aprire nuove finestre su storie già compiute, mantenendo quindi sempre la storia tradizionale. Tutto ciò è favorito anche dalla distanza fra il testimone, autore della lettera, e i tradizionali punti di vista della storia. Questo scarto è garantito in Ovidio da una scelta fondamentale: quello che per il lettore è un testimone risulta un persuasore; la soggettività del punto di vista è garantita dall’obiettivo stesso del testo.
Intenzione delle Heroides
L’intenzione delle Heroides è quella di conquistare, riconquistare o perpetuare l’amore. È proprio ciò che le fa così simili tra loro così somiglianti al già consolidato genere dell’elegia romana, il genere monologico per eccellenza. Si tratta sia di una restrizione tematica (in questo caso l’amore) sia di una costante voce individuale, che attirasse ogni tema. L’elegia potrebbe trattare anche di mitologia, morale, paesaggio, leggi, politica, ma si distingue per la riduzione di ogni interesse esterno al focus centrale: il poeta innamorato che agisce per la conquista e la difesa dell’amore. L’elegia quindi è lo spazio di una sola voce.
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