G.B. Conte e A. Barchiesi: imitazione e arte allusiva
E' per passione che si cita
L’allusione letteraria, cioè uno scrittore che cita un suo predecessore, è un fatto di passione e sentimento. Generalmente i poeti sono amanti di quelle poesie che hanno letto o che ricordano ed il citarle sta a voler riprodurre nella propria scrittura la stessa passione che essi hanno provato nella lettura. L’arte allusiva nasconde in sé una certa convenienza: non solo il poeta si presenta nel segno rassicurante di una tradizione, ma vuole con il suo testo affezionare i suoi lettori. Diciamo che il testo che cita vuole diventare a sua volta citabile. È come se il poeta che cita i suoi predecessori vuole essere amato dai suoi lettori come lo furono i predecessori stessi. Questo è quello che ha fatto lo stesso Ovidio: “Utque ego maiores, sic me coluere minores” (come io i miei maggiori, così mi onorano i minori).
Non fa lo stesso un genitore che, desiderando di essere amato, indica ai figli il proprio rapporto d’affetto con i suoi genitori? Il sistema letterario di Roma antica ha il suo nucleo vitale nell’idea di tradizione che, a sua volta, non può fare a meno dell’imitazione, che non è solo un modo di costruire testi attraverso la cultura, ma è anche un modo per istruire i lettori. Per i Romani, l’imitazione è una delle attività educative più importanti, infatti molta parte della loro formazione culturale più elevata aveva a che fare con l’intertestualità (confronto delle varie stesure di una stessa opera letteraria): leggere, studiare e scrivere significava anche maneggiare testi, trattare il corpo dei testi con interventi diversi.
Parlare di intertestualità non presuppone necessariamente una civiltà dominata dalla letteratura scritta. Ad esempio, la poesia simposiale greca offre l’esempio della “metapoiesis”, cioè quella poesia orale e occasionale fondata sulla trasformazione di modelli poetici già noti.
Il citare fa parte anche dell’antica tradizione ludica. Nei “Deipnosofisti” di Atene viene presentato una specie di gioco di società in cui, se uno diceva un verso, l’altro doveva dirne il seguito; oppure si citava una massima e bisognava replicare con lo stesso pensiero tratto da un altro poeta.
Il campo dell'intertestualità si apre ad almeno due modi di studio. Il primo può essere visto come una pratica sociale, se non altro in quanto la cultura romana le dava riconoscimento; il secondo la porta a mettere a fuoco le istanze soggettive (rapporto con i modelli e mode culturali, legami interpersonali, pratiche di circolo, ideologia).
Tuttavia, non esiste uno studio fine a se stesso delle funzioni allusive che si manifestano nei testi, così come non ha senso proporre una sorta di disciplina che prenda come suo oggetto l’intertestualità. Quello che si può proporre è una sorta di ricognizione descrittiva (raccolta di dati descrittiva) o di inventario morfologico.
Possiamo ad esempio immaginare il lavoro del filologo all’analisi del testo, avendo di mira gli effetti di lettura e i procedimenti che governano la significazione. L’interesse del filologo per gli studi di poetica è solo una prosecuzione del lavoro interpretativo, una riflessione che non porta a fissare improbabili classificazioni. Tale esigenza è avvertita anche dagli storici dell’arte che tendono a riflettere in modo sistematico su “deduzioni iconografiche” e riusi figurativi. Anche per loro, dopo un periodo di analisi puntuale, nasce il problema di una “poetica del riuso”, che non può né essere una teoria dell’arte né coincidere con le poetiche dichiarate e praticate dai singoli artisti.
La prospettiva che scegliamo è quindi quella tipica del filologo, che lavora all’analisi del testo, avendo di mira gli effetti della lettura e i procedimenti che governano la significazione (interpretazione dei segni, relazione tra significante, ovvero la parte grafica e percepibile del segno linguistico e il significato, es. traccio la lettera “C” su un foglio di carta: il segno è il semicerchio nero, il significante sarà “c”, il significato sarà “la terza lettera dell’alfabeto”).
Economicità dell’arte allusiva
La cosa che più ci incuriosisce nell’arte allusiva è la sua economicità, ovvero la sua capacità di produrre molto con poco; e questo è tanto più notevole in un sistema (la letteratura) che per sua natura lavora in modo dispersivo e dispendioso, giacché spende tante più risorse rispetto ad un normale modo di comunicare. Chi legge un testo nuovo viene guidato verso l’agnizione (riconoscimento) di frammenti più antichi mediati dalla memoria che accomuna autore e destinatario. Questo riconoscimento può suggerire nuovi aspetti, contrasti, conferme, sfumature, tensioni. Il testo diminuisce anche la sua prevedibilità e l’effetto sul lettore è quello di scoperta.
Ma sappiamo che la letteratura e l’arte non si producono nel modo in cui vengono recepite: il fatto è che si produce e si rappresenta mantenendo un proprio stile, o attraverso idioletti e schemi sedimentati, che non necessariamente corrispondono al vero. Ad esempio un illustratore tedesco del Cinquecento produsse immagini di importanti città dell’epoca (Damasco, Mantova, Milano Roma) che erano tutte identiche proprio perché lui le rappresentava con l’unico stile che conosceva. Così il poeta passa attraverso la dimensione della memoria per arrivare a produrre il testo nuovo, procedendo così da una dimensione “vecchia” e familiare verso la formazione del nuovo.
L’economia del gesto allusivo è la sua capacità di sommare il riconoscimento del modello (ad esempio, l’Enea virgiliano, messo in relazione con l’Ulisse omerico) al ricordo della produzione del testo (Enea è stato formato su Ulisse). Aiuto e riconoscimento alla ricezione del testo. Ogni ricordo, ogni citazione, non dovrebbero essere intesi come elementi inerti che prendono senso soltanto una volta immersi nel testo. Si tratta di elementi che sono in qualche modo già alla ricerca del contesto in cui inserirsi, e fanno parte di una struttura potenziale.
Abbiamo detto dell’economicità, che genera un corto circuito fra vecchio e nuovo, grazie al quale le relazioni che intercorrono tra essi si fondono e le allusioni (interpretazioni) vengono esposte e contemporaneamente assunte in nuovo ordine di senso, come una costellazione: il vecchio elemento è assunto per realizzare una diversa figura. Ogni elemento (in particolare l’elemento vecchio) non vale di per sé, ma acquista il significato che gli impone il contesto.
La definizione di “arte allusiva” è prevalentemente centrata sull’altro verso del fenomeno e cioè insiste molto sulla cooperazione interpretativa del lettore. Giorgio Pasquali, importante filologo classico dei primi del Novecento, affermava: «Le reminiscenze possono anche essere inconsapevoli; le imitazioni, il poeta può desiderare che sfuggano al pubblico; le allusioni non producono l’effetto voluto se non su un lettore che si ricordi chiaramente del testo a cui si riferiscono».
Questo concetto trova conferma nell’affermazione di Seneca Retore: «non per sottrarre, ma per prendere apertamente a prestito, volendo che questo fosse riconosciuto». Ecco che si è andato formando il termine onnicomprensivo “intertestualità” che ha il vantaggio di cogliere oggettivamente il fenomeno della “compresenza” di uno o più testi in un altro. Non a caso il concetto nasce quasi come implicita risposta a “intersoggettività”, come a dire che in letteratura non ci si può affidare solo a un dialogo fra soggetti, ma bisogna ammettere l’esistenza di un sistema formato da rapporti fra testi.
Se «intenzionalità» sia il miglior metro di giudizio, o una possibilità migliore non esista piuttosto
L’idea della letteratura come pratica intersoggettiva (comune a più soggetti) viene utilmente affiancata da quella di letteratura come intertestualità. Ogni testo letterario si configura come assimilazione di altri testi, quindi un’opera può essere letta solo in connessione con altri testi o contro di loro. Il destinatario che s’avvicina al testo – lettore, o imitatore – è già lui stesso una pluralità di altri testi (è quella che chiamiamo la cultura di un autore o di un lettore). L’intertestualità, allora, è la dimensione in cui si passa dalla produzione del testo alla ricezione orientata e definisce quindi la condizione stessa della leggibilità letteraria.
Fuori di questo sistema l’opera letteraria è innaturale; la sua percezione presuppone una competenza nella decifrazione del linguaggio letterario. Quando un’opera letteraria è intertestuale, diventa distorta, difficile da comprendere ed è qui che per i filologi diventano utili i commenti, intesi come strumenti che spiegano il testo e permettono di percepirlo come il prodotto intertestuale di molti sviluppi precedenti. Così la letteratura diventa un...
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