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ESAME LETTERATURA ITALIANA

PRIMA PARTE: autori, generi, movimenti e testi della letteratura italiana dalle Origini fino

allo snodo tra Ottocento e Novecento

LE ORIGINI DELLA LETTERATURA ITALIANA

IL MEDIOEVO: CONTESTO STORICO

Con il termine Medioevo si fa riferimento ad un periodo storico durato quasi mille anni.

Convenzionalmente esso inizia con la deposizione di Romolo Augustolo e la caduta dell’Impero

Romano d’Occidente nel 476 e termina nella seconda metà del Quattrocento, per alcuni con la

caduta di Constantinopoli in mano turca nel 1453 o, per altri, con la scoperta dell’America nel

1492. All’interno di questo lungo periodo si è soliti distinguere l’Alto Medioevo (V – X secolo) e il

Basso Medioevo (XI – XV secolo).

Il termine “Medioevo” significa letteralmente “età di mezzo”. L’espressione è stata coniata dagli

intellettuali umanisti italiani del XV secolo che, mentre cercano di recuperare lo spirito classico

dell’antichità greca e romana, accomunano nel rifiuto e nel disprezzo i secoli nei quali le forme

dell’arte e della cultura classiche sono scomparse. L’idea di un’umanità ridestatasi dopo dieci secoli

di letargo rimane una costante anche nei secoli successivi: è così che i riformatori protestanti del

XVI secolo ritengono quella medioevale l’epoca della corruzione della Chiesa, mentre gli illuministi

del Settecento il periodo del trionfo della superstizione e dell’ignoranza.

Dopo la caduta dell’Impero Romano e fino all’VIII secolo, l’Europa vive un periodo di quasi totale

assenza di comunicazioni e scambi. Il sistema socioeconomico si concentra sulla curtis, luogo

produttivo e sociale che provvede ai bisogni primari secondo un criterio di autosufficienza. Acquista

maggior rilievo il Nord Europa, dove nasce il regno dei franchi e con Carlo Magno viene fondato il

Sacro Romano Impero. Si afferma il feudalesimo, un’organizzazione socioeconomica. I sovrani si

circondano di cavalieri che promettono protezione, lealtà e obbedienza in cambio di terre e castelli,

che costituiscono il “feudo”. Coloro che ricevono questi beni sono chiamati “vassalli”. Il diritto di

successione era regolato solo per i feudi maggiori tramite il Capitolare di Quierzy, varato dal re

franco Carlo il Calvo. Nell’XI secolo viene, invece, riconosciuta l’ereditarietà con la cosiddetta

Costitutio de feudis, emanata dall’imperatore Corrado il Salico nel 1037. La conseguenza

dell’ereditarietà dei feudi è che ogni vassallo può a sua volta diventare signore, assegnando terre e

assicurandosi un proprio esercito. La figura del monarca perde, dunque, quasi ininfluente. Ciò che

determina la gerarchia politico-sociale è esclusivamente il possesso delle armi e delle terre. Secondo

la distinzione operata dal vescovo francese Adalberone di Laon, al vertice della piramide feudale ci

sono i guerrieri (bellatores), poi gli uomini di Chiesa (oratores) e, infine, i semplici contadini

(laboratores).

Dopo l’anno Mille si raggiunge una maggiore stabilità: l’Impero controlla l’area centro settentrionale

raggiungendo anche il Nord Italia e i normanni conquistano l’Italia Meridionale cacciando gli arabi.

Si verifica una ripresa economica accanto ad un aumento demografico e le città, dopo essere state

soppiantate dai castelli, tornano a fiorire. Subentra una visione più dinamica basata sullo scambio,

il denaro e l’attività imprenditoriale di cui si fa promotore un nuovo ceto sociale, la borghesia

mercantile. Nell’Italia centro-settentrionale, soprattutto in Lombardia e Toscana, nascono

autonomie cittadine, i comuni. Nel Meridione, dall’XI secolo sotto la dominazione normanna, rimane

forte la monarchia centralizzata. Nei comuni, i cittadini provenienti dalle diverse categorie produttive

e sociali si uniscono in associazioni regolamentando la vita collettiva. Questa capacità organizzativa

entra in contrasto con l’Impero che vede minacciati alcuni poteri, come la nomina del massimo

magistrato civile, il podestà, o la riscossione delle tasse. Federico I Barbarossa cercò di riaffermare

la propria autorità ma con la pace di Costanza è costretto a riconoscere loro una sostanziale

autonomia cittadina. Anche l’obiettivo della restaurazione imperiale del nipote Federico II svanisce

con la sconfitta a Parma contro la lega di Comuni. Anche i comuni stessi non hanno una realtà

pacifica: all’inizio il potere è affidato ad esponenti della nobiltà, tra cui viene scelto un podestà, nel

corso del Duecento guadagnano forza i membri della borghesia che relegano ai margini sia il popolo

che la piccola nobiltà. Si creano anche diverse fazioni alleate con l’Impero e il Papato. Si distinguono

i guelfi, esponenti filopapali della casata di Baviera dei Welfen, e i ghibellini, sostenitori imperiali, il

cui nome deriva dal castello svevo di Waiblingen. I primi hanno la meglio.

Nel frattempo, anche la Chiesa inizia un processo di crisi a causa della sua corruzione. Le tappe

della politicizzazione della Chiesa partono dalla metà dell’VIII secolo, quando il re dei franchi Pipino

il Breve dona al patrimonio di San Pietro i territori bizantini occupati dai longobardi. Lo Stato della

Chiesa trova un fondamento dei propri possedimenti nella “Donazione di Costantino”, documento,

rivelato falso nel Quattrocento grazie agli studi filologici di Lorenzo Valla, con il quale nel IV secolo

a.C. l’imperatore avrebbe concesso vasti possedimenti al papa. La Chiesa assume un potere che

va ben oltre la cura delle anime: l’immagine di papa Leone III che pone sul capo di Carlo Magno la

corona di imperatore, nella notte di Natale dell’800, esprime il suo prestigio. Non a caso l’impero è

chiamato “Sacro”.

Nell’XI secolo inizia un confronto tra Chiesa e Imperatore su chi abbia il diritto di nominare i vescovi,

attraverso la “lotta per le investiture”, che si conclude con la vittoria del papato nel 1122 con il

concordato di Worms. Molti cercano di riformare, invece, la Chiesa, auspicando il ritorno alle origini.

Alcuni sfociano nell’eresia e vengono soffocati, altri scelgono l’ortodossia, attenti a non mettersi in

urto con il potere ecclesiastico, di cui denunciano la corruzione: pensiamo all’ordine domenicano e

francescano.

A partire dall’XI secolo fino al XIII, si susseguono le crociate, le guerre in cui la Chiesa chiama i

popoli d’Europa a liberare il santo Sepolcro di Gerusalemme dai musulmani: la prima è indetta nel

1095 da papa Urbano II e l’ottava, l’ultima, da Clemente IV nel 1270. In realtà sono guerre che hanno

un carattere di conquista territoriale ed economica. La chiesa, comunque, nel Duecento riesce ad

esercitare la propria influenza.

Alla base della mentalità medievale si pone, senza dubbio, la religiosità cristiana, la quale influisce

sulla vita individuale e collettiva. Tutta l’esistenza umana è concepita come un pellegrinaggio verso

una meta e luogo ideali, l’aldilà. L’ordine del mondo, voluto da Dio, è inesplicabile, non raggiungibile

alla coscienza umana. Tutte le vicende terrene sono inserite all’interno di un disegno

provvidenziale che conduce la storia in direzioni e con finalità che non possono essere spiegate

dalla mente umana.

Si giunge, dunque, ad una mentalità dogmatica che porta all’indifferenza nei confronti del mondo

terreno e i suoi beni e piaceri. Il corpo umano è visto come una prigione dell’anima. Ciò spiega il

diffondersi di atteggiamenti ascetici. Per molti la scelta della castità, della povertà e il rifiuto dei

piaceri si traduce in una contestazione sociale. La predicazione di Francesco d’Assisi nasce da

questa volontà di ritorno alla purezza delle origini.

Comprendiamo che, nella mentalità medievale, l’esistenza umana non ha alcun senso se non in

proiezione dell’aldilà. Essa è una convinzione che si sviluppa insieme alla apocalittica attesa della

fine del mondo, il millenarismo (= definizione attinta da un passo dell’Apocalisse in cui si parla di

una prima sconfitta di Satana e del successivo regno terreno dei giusti, risorti con Cristo, di mille

anni, al termine del quale avrebbe luogo la resurrezione universale, il giudizio e la Gerusalemme

celeste).

Un altro aspetto fondamentale è il simbolismo, secondo cui ogni frammento del creato rimanda

sempre a qualcos’altro, che può essere colto al di là delle apparenze. La natura è un “libro” in cui

leggere simboli da decifrare.

Un prodotto della cultura medievale sono le enciclopedie, opere che racchiudono tutti gli ambiti del

sapere e che rispondono a fini educativi della formazione del clero. Nascono le summae, esposizioni

sistematiche, speculae, trattazioni generali, insitutiones, insieme di principi basilari e trésors,

raccolte di informazioni preziose. L’eredità greco-romana si fonde, così, con i precetti teologici

cristiani.

Ci si è chiesti in età medievale se fosse possibile un connubio tra fede e ragione. Tommaso

d’Aquino, massimo interprete della filosofia cristiana medievale, la Scolastica, ha tentato di adattare

il pensiero del filosofo greco Aristotele ai dogmi religiosi, conciliando fede e ragione, e arriva a

concepire un ordine gerarchico dell’universo. Filosofi di ordine francescano, come Bonaventura da

Bagnoregio, invece, sono dell’idea che il rapporto con Dio possa essere coltivato solo tramite fede

e non con la ragione.

Altrettanto ambiguo è il rapporto con la classicità. In quanto espressione di una cultura pagana, i

primi intellettuali cristiani leggono i classici in ottica negativa. Possiamo citare San Girolamo, il Padre

della Chiesa che ha tradotto in latino la Bibbia, il quale condanna l’opera di poeti e retori greci e latini

come <<cibo del diavolo>>. Più aperto è Sant’Agostino che rintraccia nelle opere classiche anche

<<utilissimi precetti morali>>. Inizia a scorgersi, dunque, l’idea che il materiale dell’antichità possa

essere rielaborato alla ricerca di insegnamenti validi per il presente. Nei testi si cerca “altro”, un

significato allegorico, dal greco àllon agoréuo, “dico altro”. Gli autori classici iniziano ad essere

considerati spiriti profetici. Si da avvio ad un processo di cristianizzazione di poeti e filosofi

dell’antichità. Si pensa al peculiare esempio di Virgilio, poeta latino più amato nel Medioevo,

celebrato come annunciatore della venuta del Redentore solo perché nella quarta delle sue

Bucoliche ha annunciato l’avvento di una nuova epoca di pace dopo la nascita di un puer non meglio

identificato.

La scrittura è dunque “polisemica”, esprime significati diversi a seconda della prospettiva e della

profondità con cui viene esplorata. Dante, nel Convivio, propone quattro livelli di lettura dei testi:

- letterale: più superficiale, analizza ciò che il testo esprime direttamente

- allegorico: affida alla scrittura un significato allusivo

- morale: ha lo scopo di ricavare un insegnamento dal testo

- anagogico: dal greco anagoghé, “innalzamento”, tende a considerare le vicende narrate nei

testi sacri prefigurazione di verità divine o più oscure. Es. il contenuto dell’Antico testamento

è “figura” del Nuovo (es. la fuga degli ebrei dall’Egitto non è solo fatto storico, ma preannuncia

la liberazione dal peccato originale, avvenuta grazie a Cristo).

Con il declino politico dell’Impero Romano il sistema scolastico istituito da Vespasiano entra in crisi

fino a scomparire del tutto. L’unico punto di riferimento è la Chiesa, che promuove lo sviluppo di

scuole parrocchiali e vescovili con il fine di educare ecclesiastici. Si rivela fondamentale il ruolo

delle scuole monastiche, sorte prima per istruire i monaci e poi divenute centro culturale del

Medioevo. Si diffondono in tutta Europa sul modello dell’abbazia di Montecassino e ospitano

biblioteche ricche di volumi e scriptoria, laboratori dove i monaci amanuensi copiano i manoscritti

antichi. Marziano Capella, grammatico del V secolo, distingue le sette “arti liberali”, chiamate così

perché appannaggio dell’uomo libero, non assoggettato ai vincoli del lavoro e in grado di dedicarsi

alla conoscenza. Le discipline si dividono in:

- Trivio: grammatica, retorica e dialettica = discipline riguardanti la parola

- Quadrivio: aritmetica, geometria, musica e astronomia = materie scientifiche

Le attività liberali sono ritenute attività dell’anima, base di un sapere spirituale. Al contrario, le “arti

meccaniche” sono finalizzate a scopi pratici.

Nonostante l’impegno dei monasteri, il basso livello culturale riguarda non solo i laici ma anche gli

ecclesiastici. Tra l’VIII e il IX secolo Carlo Magno, dunque, si fa promotore di un progetto di

riorganizzazione culturale, riformando il sistema scolastico, riprendendo lo studio dei classici e

l’uso della lingua latina. Nasce ad Aquisgrana, centro del sacro Romano Impero, la Schola Palatina

dove si riunisce il fior fiore degli intellettuali di tutta Europa.

A partire dall’XI secolo sorgono anche scuole laiche, soprattutto in Francia e in Spagna dove si

approfondisce lo studio della cultura classica, mentre in Italia nascono prestigiose scuole giuridiche

e mediche.

Tra il XII e il XIII secolo i cambiamenti sociali e l’avvento di una nuova realtà cittadina portano alla

nascita delle università, centro di studi dove gli insegnanti sono stipendiati dai Comuni e dagli

studenti stessi. i frequentati sono per lo più i figli dei borghesi che non mirano ad una carriera

ecclesiastica ma all’assunzione delle basi per esercitare una determinata professione, soprattutto

giuridica e medica. Il diritto è il fiore all’occhiello, infatti, della più antica università d’Europa, quella

di Bologna, sorta nel 1088.

Sin dalla seconda metà dell’XI secolo, le corti, soprattutto provenzali e francesi, diventano i principali

luoghi di trasmissione culturale. L’ideologia promossa è quella cavalleresca, alimentata da una

nuova classe militare formatasi nella società feudale. I cavalieri erano nobili (spesso cadetti di

aristocratici) oppure appartenenti alla cerchia di funzionari di un signore. Questo nuovo ceto diffonde

virtù che non hanno nulla a che fare con quelle trasmesse dalla predicazione religiosa. Si tratta di

valori eroici alla base dell’etica feudale: coraggio, lealtà, forza, senso dell’onore e nobiltà d’animo.

La concezione bellicosa della vita è comunque sacralizzata dal suo scopo principale: difendere la

cristianità minacciata dagli infedeli. Nascono in lingua d’'oïl, nella Francia settentrionale, le

“canzoni di gesta” (la più nota è la “Chanson de Roland”), la prima forma epica in lingua volgare

che, attraverso il racconto delle imprese leggendarie di Carlo Magno, traduce le aspirazioni

dell’aristocrazia feudale impegnata nelle crociate contro i musulmani.

Con il passare degli anni, l’aristocrazia feudale inizia ad assumere una visione più laica. Mentre si

assiste alla crescita delle attività mercantili, l’èlite cavalleresca inizia a sottolineare la diversità

antropologica e civile del nobile “cortese” rispetto alla grettezza dell’uomo comune. Nasce un nuovo

modello di vita in cui al centro ci sono i valori di generosità, finezza dei comportamenti, disinteresse

per il denaro e l’amore per una donna. Non è un amore materiale: il cavaliere ama una donna

irraggiungibile. Per la sua bellezza, l’uomo è disposto ad ogni impresa e relazionarsi come un

vassallo nel proprio “servizio d’amore” pur di ricevere un beneficio, ovvero un saluto, uno sguardo

o, addirittura, una corrispondenza amorosa. Il tema dell’amore è il filo rosso della produzione cortese

in lingua d’oc, sviluppatasi nella Francia meridionale, dei trovatori (dal verbo occitano trobar,

“comporre”). Non mancano trattati che espongono i precetti della materia, come il De amore del

chierico Andrea Cappellano.

LA LINGUA

Fino al XII secolo, la lingua del mondo intellettuale e delle relazioni scritte nell'Occidente europeo è

unicamente il latino. Sopravvissuto come lingua scritta alla caduta dell’Impero Romano, il latino ha

assunto il carattere elitario di una lingua usata solo da dotti e chierici e non dalla gente comune.

La comunicazione quotidiana viene invece affidata alle diverse parlate locali, che si formano nelle

regioni della cosiddetta Romania e perciò sono dette "romanze":

- la penisola iberica: si sviluppano il portoghese, lo spagnolo e il catalano

- la Francia: si sviluppa il francese propriamente detto, erede della lingua d'oïl, e il provenzale,

altrimenti definito lingua d'oc

- la penisola italiana: si sviluppano il toscano, il sardo e il ladino (in uso nelle zone

dolomitiche),

- la Dalmazia: si sviluppa il dalmatico, oggi estinto

- la Romania: si sviluppa il rumeno.

Queste lingue vengono definite "volgari", cioè popolari, e quindi implicitamente inferiori rispetto al

latino, lingua della scienza e della cultura, a cui rimane il monopolio della scrittura. Tale bilinguismo

è riconosciuto anche dalle istituzioni. Nel Concilio di Tours, patrocinato nell'813 da Carlo Magno,

si delibera che i sacerdoti hanno l'obbligo di tradurre le prediche in volgare: un segno inequivocabile

del fatto che il popolo non è più in grado di capire il latino. Poco dopo, nell'842, i Giuramenti di

Strasburgo, che sanciscono alla morte di Carlo Magno la spartizione dell'impero tra Ludovico il

Germanico e Carlo il Calvo, sono stipulati e redatti nelle lingue nazionali delle due controparti, il<

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Beatrice_Difino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Sorella Antonio.
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