Letteratura italiana nel Seicento
La società di antico regime (1559-1690)
L’epoca delimitata dalle date 1559 e 1690 è caratterizzata, in tutta Europa, da quella che gli storici chiamano società di antico regime: l’intero orizzonte sociale è dominato dalle grandi monarchie assolute e da durissimi meccanismi di repressione verso ogni dissenso e devianza sociale. Rigidissime sono le strutture economiche e sociali, controllate dalla nobiltà e dall’aristocrazia, che comprimono fortemente le classi borghesi e mantengono in condizioni di estrema miseria i contadini e le plebi delle città.
Questa situazione porta a una diminuzione della produzione agricola e si approfondisce con una contrazione della produzione industriale, più o meno a partire dal 1620. Si accentua drammaticamente un processo di rifeudalizzazione, cioè un ritorno a quelle strutture di tipo feudale che non erano del resto mai crollate totalmente, ma trovavano continuità nei valori ideologici e nei nuovi modelli culturali della società di corte, che ora si stabilizza e si rafforza.
L’ordine rigidamente gerarchico della società si definisce attraverso la distinzione delle forze sociali in categorie nettamente delimitate: così si elabora la classificazione dei tre "stati" della nobiltà, del clero, della borghesia. Le scoperte geografiche che hanno aperto all’Europa nuove vie di comunicazione per i commerci; le nuove invenzioni e tecniche hanno modificato gli scambi e i rapporti tra gli uomini e tra l’uomo e la natura.
La Riforma protestante ha spezzato l’unità religiosa del mondo cristiano e ha mostrato che la fede può essere vissuta in modi diversi; le conquiste della nuova scienza impongono un’immagine aperta e dinamica dell’universo. Con il Concilio di Trento la Chiesa fissa il programma di risposta alla Riforma Protestante. Tale riforma prende il nome di Controriforma e si fonda su una dura repressione di ogni attività religiosa all'infuori di quella Cattolica, una dura lotta contro le eresie.
Si tratta di una vera e propria monarchia religiosa istituita da Dio per costringere gli uomini ad adeguarsi alla Verità divina. Nasce un nuovo ordine ecclesiastico, l'ordine dei Gesuiti. Torna in vigore il Tribunale dell'Inquisizione e l'Indice dei libri proibiti. L'intolleranza non c'è solo da parte dei cattolici verso i protestanti ma anche l'inverso. Un ruolo centrale assume in questo periodo la città di Roma dove ha luogo il potere temporale della Chiesa. Ma anche nell'ambito del Cattolicesimo nascono tendenze che sfuggono al controllo della Chiesa, Giansenismo e Molinismo, le quali sfiorano senza mai toccare la vera e propria eresia.
Il Barocco
All’inizio del Seicento, sono le tendenze che esaltano la libertà dalle norme che chiedono alla cultura una più diretta e libera comunicazione con la realtà naturale, e in molti autori si intrecciano e sovrappongono in modo contraddittorio il culto delle regole e l’esigenza di libertà. Ossessione delle regole e ricerca di libertà fanno comunque avvertire sempre di più la distanza dal mondo classico.
Lo spazio mondiale, dilatato dalle scoperte geografiche e insieme diviso dai contrasti religiosi, conosce possibilità e prospettive prima del tutto ignorate e numerosi sono gli autori che esplicitamente sostengono la superiorità del mondo moderno su quello antico, dando avvio a quella querelle des anciens et des modernes, che esploderà in Francia nel tardo Seicento. Dal predominio della rigida normativa classicistica si passa, in questo senso, al rifiuto delle regole, all’esaltazione dell’ingegno nella sua più totale libertà.
Per definire gran parte dell’arte e della letteratura del Seicento si usa il termine barocco, la cui origine è relativamente incerta, ma che già nel secolo XVIII veniva impiegato per designare negativamente le forme bizzarre, distorte, irregolari, non rispettose delle regole di armonia e di proporzione che caratterizzavano la produzione artistica del secolo precedente. Nella seconda metà dell’Ottocento si cominciò a usare il termine non più in senso negativo, ma per indicare in positivo i caratteri dell’architettura e dell’arte figurativa del Seicento (anzitutto l’opera di artisti come Bernini e Borromini); in seguito esso è stato esteso anche alla lettura e alla musica.
Da un punto di vista cronologico, occorrerà precisare che il Manierismo è un fenomeno soprattutto cinquecentesco, che in Italia si svolge a partire dagli anni Venti e Trenta fino alla fine del secolo e che fuori d’Italia è vitale ancora all’inizio del Seicento. Il Barocco è invece un fenomeno che dagli ultimi decenni del Cinquecento si prolunga variamente fino al Settecento: nell’ambito della letteratura esso entra in crisi già intorno al 1660, lasciando il passo a forme stilistiche più classiche e razionali.
Il barocco tende a far esplodere i modelli equilibrati del Classicismo, proiettandole all’esterno, variandole e moltiplicandole in una ricerca ossessiva del “nuovo”; esso tende alla metamorfosi, alla trasformazione incessante. Il Manierismo tende a scomporre i particolari, a separarli tra loro; il Barocco tende a moltiplicarli, a immetterli in una sorte di vortice senza confini: esso comporta nuovi rapporti tra le diverse arti e uno scambio continuo fra le varie tecniche: in ciò svolgono un ruolo-guida l’architettura e il teatro, che per loro natura coordinano materiali e procedimenti eterogenei.
L’arte barocca fa emergere nuovi contenuti e modi artistici: in primo piano è la natura, sontuosa e inesauribile, in cui i mondi minerale, vegetale e animale proliferano, generando un intreccio infinito di spazi e di punti di vista. Forte è l’attenzione alla fisicità dei corpi, che si lasciano avvolgere dalla natura circostante, che vivono e pulsano in intensa unione con la luce, con gli oggetti, con gli spazi.
Il Barocco rifiuta il linguaggio normale: fa in genere riferimento a nozioni teoriche piuttosto generiche, al cui fondo c’è sempre l’idea che la poesia debba procurare piacere e meraviglia, sfruttando gli effetti sensuali del linguaggio: la retorica viene così svuotata dei suoi caratteri filosofici e ridotta a metodo per elaborare figure, attento agli aspetti formali del dire.
Tale atteggiamento è alla base del concettismo, un metodo fondamentale della letteratura barocca che attraverso l’uso di concetti, impreziosisce ossessivamente il linguaggio, ne esaspera l’artificiosità, vi crea effetti sorprendenti, destinati a “pungere” il lettore: in Inghilterra si ha l’eufuismo, in Francia il preziosismo. La cultura del Novecento ha rivendicato l’interesse e la modernità del Barocco, rivalutando tutta la grandezza di alcuni poeti “concettisti”, soprattutto inglesi (Richard Crashaw, John Donne) e gli spagnoli (Luís de Góngora).
Ma questo interesse non è mai riuscito a ribaltare del tutto la valutazione negativa che, a partire dal Settecento, ci si è abituati a dare della letteratura barocca italiana. In realtà l’attenzione contemporanea per i sontuosi effetti retorici e stilistici, per la sorprendente novità dei temi e dei procedimenti barocchi, deve fare i conti col fatto che la produzione letteraria italiana, a differenza di quella di altri paesi, non annovera nessun autentico capolavoro, nessun testo che abbia dimostrato di resistere all’usura del tempo. Ciò vale soprattutto per la poesia, in cui quasi sempre si avverte una mancanza di concentrazione, qualcosa di frettoloso e provvisorio.
Giovan Battista Marino
Nato a Napoli nel 1569 da un’agiata famiglia borghese, Marino si inserì fin da giovane negli ambienti dei nobili letterati che guardavano al Tasso come al massimo modello della poesia contemporanea. Finì due volte in prigione e ne uscì grazie alla protezione di potenti signori; fuggì a Roma nel 1600, entrò a servizio di monsignor Melchiorre Crescenzi e poi del cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, partecipando alla vita culturale romana. Nel 1602 pubblicò a Venezia le Rime, in due parti.
Nel 1608, in occasione di un viaggio a Torino al seguito del cardinale, fu attratto dalla corte del duca Carlo Emanuele I, per cui compose un poemetto in sestine Il Ritratto del serenissimo don Carlo Emanuele duca di Savoglia, che gli valse la nomina a cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro (per questo egli venne designato “il cavalier Marino”). L’onore attribuitogli dal Savoia provocò la rivalità del poeta di corte Gaspare Murtola, che tentò di ucciderlo: scampato all’aggressione, il Marino preferì vendicarsi con la poesia, scaricando contro l’avversario i violenti e pittoreschi sonetti della Murtoleide, stampati solo nel 1619.
Nel 1615 il Marino passò alla corte di Francia, chiamato da Maria de’ Medici: grazie allo stipendio di cortigiano, visse a Parigi una vita ricca e fastosa, impegnandosi nella stampa delle sue opere. Già negli anni precedenti aveva pubblicato La Lira (prima e seconda parte, 1608; terza parte, 1614), nuova e più ampia raccolta delle sue liriche, e le Dicerie sacre (1614), tre orazioni religiose con le quali si inseriva nel genere dell’oratoria sacra. Durante il soggiorno parigino pubblicò: La Sampogna (1620), raccolta di componimenti mitologici e pastorali di vario tipo, La Galeria (1619), raccolta di liriche che illustravano svariate opere e oggetti d’arte; e il vastissimo poema Adone (1623) dedicato al re di Francia Luigi XIII. Terminata la stampa del poema, si ritirò nella sua Napoli. Amareggiato dalle critiche rivolte all’Adone, morì a Napoli il 25 marzo 1625.
La poesia del Marino è invadente, avvolgente: il suo sguardo cerca di caricare qualsiasi oggetto di tutte le possibili parole preziose, di ricamarvi sopra innumerevoli artifici e sottigliezze. Ciò si realizza attraverso una grande sapienza retorica, che stravolge le forme di quella tradizionale in un prestigioso gioco di concetti e fa emergere continuamente complesse e sorprendenti composizioni di figure: sempre più stretto è il rapporto tra il linguaggio poetico e l’uso sociale delle figure.
Attraverso tutte le immagini possibili, il Marino esprime una incontenibile sensualità e un ossessivo amore per il lusso, per l’ostentazione del superfluo. La sua passione per la letteratura è strettamente legata al gusto per lo sfarzo e l’ostentazione: si serve dei più vari testi latini e volgari per attingerne a piene mani immagini, temi, forme, versi, da inserire senza risparmio nei suoi scritti.
Adone
Il poema ha come tema l’amore di Venere per il giovane Adone, che suscita gelosie e ostacoli di vario genere, fino alla morte del giovane, ferito da un cinghiale. Il poema appare come una negazione della forma romanzesca; alla narrazione degli eventi Marino preferisce lo sviluppo di analogie: la vicenda, assai esile e schematica, è sommersa dal continuo e mutevole avvicendarsi di immagini, luoghi, parole e segnali mitici, da un incessante trascorrere nei più diversi aspetti della realtà.
Tutto l’orizzonte del discorso è erotico e sensuale: il protagonista Adone è un antieroe, la cui vita si affida al rapporto dei sensi con le sembianze del mondo. Tutto collabora a dar vita a modi di contatto sensuale: motivi religiosi e mistici, digressioni scientifiche e cosmologiche, riferimenti politici ed encomiastici, descrizioni di abiti, di acconciature, di architetture e di paesaggi, di oggetti preziosi, di congegni meccanici.
La trattatistica
La trattatistica indica il complesso di trattati di una determinata epoca o di un determinato argomento. Tra i prosatori seicenteschi, spiccano alcune figure che ne hanno rappresentato, all’interno delle loro opere, diverse concezioni e disposizioni ideologiche.
Torquato Accetto
Su questo autore si hanno poche informazioni, le stesse notizie che oggi possediamo ci sono fornite da egli stesso all’interno della sua opera. Il motivo per cui è un autore “dimenticato”, sta nel fatto che non è entrato all’interno del canone, è stato lasciato indietro dalla tradizione testuale e non compare per questo nelle antologie.
Scrisse varie rime, tant’è che egli si sarebbe definito “poeta”, ma oggi lo ricordiamo per l’attività di prosatore: pubblicò a Napoli, nel 1641 un breve trattato morale, Della dissimulazione onesta, che fu presto dimenticato. Sarà riscoperto solo all’inizio del XX secolo da Benedetto Croce.
Il saggio è incredibilmente utile per soffermarsi a riflettere sulla mentalità secentesca: Accetto, uomo cortigiano, medita sul conformismo e sull’ipocrisia della società del suo tempo, chiedendosi, in maniera quasi commovente, cosa fare per difendere la Verità e non entrare nel peccato, e su quale possa essere la reazione e la risposta dell’uomo onesto.
Con una mentalità da concettista barocco, Accetto fonda l’opera sulla distinzione tra simulazione, la mera e volgare menzogna, quella che consiste nella finzione e nell’inganno più becero; e dissimulazione, quella che può essere vista come “un riposo dalla verità”, evitando di dire tutta la verità riguardo una questione.
Ciò rivela come gli uomini del Seicento sentissero il bisogno di nascondere parti del proprio carattere, delle proprie insicurezze, per adattarsi alla società (una società ansiogena). Il saggio tratta quindi della dialettica contrastante fra realtà e apparenza, mettendo in evidenza che il dissimulare non è dire il falso, bensì una virtù che ci permette di dimostrare meno cose di quello che dovremmo o vorremmo. Il contrario è il simulare: dire cose in più, allontanandosi dalla realtà. La dissimulazione, comunque, non deve mai essere un'attività lunga e prolungata, ma deve essere soltanto un breve riposo della mente, poiché si rischierebbe di allontanarsi dalla realtà.
Emanuele Tesauro
Letterato che occupa un posto di primo piano nella cultura europea del suo tempo grazie al Cannocchiale aristotelico, o sia Idea dell'Arguta et Ingeniosa Elocutione che serve a tutta l'Arte Oratoria, Lapidaria et Simbolica esaminata co' Principij del divino Aristotele (1655; ed. defin. 1670) ampia trattazione del concettismo e dei fondamenti della poetica secentista (metafore, emblemi, imprese).
Esso si presenta come uno dei più importanti saggi di semiotica del Seicento. Viene esaltato l'ingegno dell'intellettuale nel suo formare nuove metafore, non più caratterizzate dall'essere mimetiche ma oramai di carattere associazionistico. Già il titolo dell’opera rivela il suo carattere assolutamente innovativo, attraverso l’associazione di due parole che portano con sé due mondi tematici parallelamente opposti, agli antipodi, creando un vero e proprio ossimoro: da un abbiamo il cannocchiale, strumento della nuova consapevolezza scientifica e delle nuove scoperte, e quindi della scienza moderna, e dall’altro Aristotele, figura rappresentante tutti i dogmi del passato a cui ci si era attaccati per secoli, senza possibilità esser messi in dubbio, l’ipse dixit.
Tesauro autorizza gli intellettuali a utilizzare in modo più eversivo possibile la figura retorica della metafora. Metafora che acquista valore sia verbale che non verbale, poiché non solo l'uomo la utilizza. Anche segni extralinguistici, infatti, come Dio stesso, diventano metafore da riuscire a capire.
Ecco allora che sia prodotti umani, gli animali, le piante (quindi alla natura) e addirittura la Bibbia stessa, attraverso le sue parabole, diventano metafore. In questo modo, l'autore assurge a una semiotica antropologica che decifra tutta la realtà a noi circostante, formata da segni impliciti e distinti, che noi dobbiamo intendere, anche solo per il piacere del nostro genio.
Lo scopo di Tesauro è quindi, in scia con i dettami della nuova scienza galileiana, di dare una soluzione a tutti questi segnali, cercando di uniformarli dentro al suo saggio. Rimanendo sempre sul rapporto che il saggio ha con la nuova scienza, da evidenziare è il suo frontespizio: in un'allegoria la Poesia, aiutata da Aristotele, osserva con il cannocchiale le macchie solari, simbolo a loro volta dei falsi entimemi. Da qui anche il gusto tipicamente barocco della meraviglia e del contrasto che si ottiene dal titolo ossimorico, il quale unisce la vecchia scienza con la nuova.
La metafora, in Tesauro, diventa il principio di ogni arte, da quella letteraria a quella teatrale, con la quale ha in comune il trasformismo e l'illusionismo. Il saggio passa in rassegna tutti i tipi di figure retoriche, da quelle armoniche fino a quelle patetiche, per giungere a quelle ingegnose, dominate appunto dalla metafora. Questa viene considerata la migliore per diversi motivi: le altre non mutano, lei sì; le altre si fermano in superficie, mentre questa va in profondità, essendo un atto di riflessione; grazie al suo carattere associazionistico, unisce elementi anche molto lontani fra loro; è una figura di pensiero e quindi aumenta la conoscenza, anche del lettore che, per riuscire a decifrarla, deve sforzarsi mentalmente, acquisendo pure un senso di soddisfazione.
Figura anche di sintesi, opposta in maniera evidente alla similitudine di gusto rinascimentale, deve avere dei requisiti: brevità, poiché in una parola sono racchiusi più concetti; novità, nel senso che non esisteva prima; chiarezza, data dallo sforzo per decifrarla.
Alessandro Tassoni
Segue il successivo autore della trattatistica barocca.
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