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Lezioni brevi sull'opinione pubblica

Nei regimi democratici, l'opinione pubblica è sempre l'insieme delle correnti di opinione, che sono tra loro diverse, in un dato momento storico. I temi delle opinioni pubbliche sono tipicamente temi di natura pubblica, quindi che riguardano il comune, il come vogliamo vivere insieme. Occorre poi che queste opinioni siano manifeste, che siano cioè verbalizzate o scritte.

L'espressione di un'opinione moderna criticamente razionale è relativamente recente, se la facciamo dipendere dall'esistenza di una sfera pubblica. Ovvero, dall'esistenza di un luogo in cui ciascuno possa esprimere la propria opinione individualmente, come cittadino eguale e libero.

Habermas, a questo proposito, lega la nascita dell'opinione pubblica in Europa a quella dello Stato di diritto, oltre che alla diffusione della stampa, che rendeva possibile discutere nei caffè e nei salotti dell'epoca di temi di natura pubblica. Dunque, anche di criticare le decisioni prese dal potere politico, costituendo così un contro-potere effettivo rispetto al governo.

La visione di Lippmann e Bernays

Lippmann e Bernays considerano l'opinione pubblica manipolabile, dunque passiva, ma mentre il primo condanna questa tendenza, il secondo la sostiene. Secondo Lippmann, le nostre opinioni si formano in gran parte sulla base di ciò che altri ci riferiscono, perché manca il tempo e la possibilità di fare esperienza diretta di tutto ciò che le nostre opinioni coprono e di avere una conoscenza profonda. Tendiamo a percepire quello che la nostra cultura ha stereotipato per noi.

E così ci limitiamo a notare un tratto, che caratterizza un tipo ben conosciuto, e riempiamo il resto dell'immagine grazie agli stereotipi che ci portiamo in testa. Immaginiamo la maggior parte delle cose prima di averne esperienza. Per Bernays la propaganda invece è importante per la democrazia, perché impedisce alle masse di creare il caos: la manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica e coloro i quali la padroneggiano costituiscono un potere invisibile che dirige il paese. Orchestrare le scelte dei consumatori, secondo Bernays, è essenziale per mantenere l'ordine sociale ed è vantaggioso per tutti.

Studi sulla società di massa e opinione pubblica

Gli studi aventi per tema società di massa e opinione pubblica si intensificano nei decenni 1940-1970, in particolare nel secondo dopoguerra, grazie a fattori tra cui lo sviluppo dei sondaggi. Lazarsfeld, pur avendo evidenziato che la comunicazione mediatica non ha lo stesso potere su tutti i pubblici, denuncia un fenomeno di generale massificazione delle opinioni come risultato di mass media finanziati dai grandi protagonisti del capitalismo.

In un famoso saggio scritto insieme a Merton, egli parla di disfunzione narcotizzante indotta dai media che tacciono riguardo gli aspetti critici del sistema affinché l'ordine sociale sia mantenuto.

Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse), autori della teoria critica della società. L'industria culturale - che rende merci da vendere i prodotti dello spirito, come opere d'arte, film, libri e così via - è una fabbrica del consenso che offre svago anziché riflessione. L'industria culturale silenzia il senso critico dei consumatori, immersi nella ripetizione del sempre uguale. Il processo di quantificazione che ha investito la società occidentale contribuisce a privare le persone dell'autonomia di giudizio, a rendere le masse passive, anzitutto rispetto alle opinioni e complici della propria dominazione.

Il 1968 come spartiacque culturale

Il 1968 è considerato uno spartiacque culturale, nel senso che negli anni seguenti l'attenzione al tema dell'opinione pubblica critica è cresciuta esponenzialmente. Teoria della spirale del silenzio di Noelle-Neumann, secondo cui chi ha un'opinione diversa da quella che percepisce essere l'opinione di maggioranza tende a tacerla. La pressione al conformismo dell'opinione è così forte perché l'individuo teme l'esclusione. L'opinione pubblica, è infatti un processo in cui l'individuo è visto e giudicato da tutti; dal punto di vista della funzione che svolge, è un fattore di integrazione sociale, una forma di controllo sociale per il mantenimento dell'ordine. Le persone sondano continuamente il clima d'opinione, sulla cui percezione sono certo molto influenti i media.

Quando si afferma una concezione come dominante si avvia la spirale del silenzio, tale per cui si tende a mostrare la propria opinione se è conforme, a nasconderla se è contraria. La spirale può essere sovvertita da outsider (tra cui innovatori, artisti, studiosi, avanguardisti, riformatori) che non temono sanzioni sociali. Esprimendo quella che in un dato momento pare essere opinione di minoranza, possono trasformarla in opinione di maggioranza (risvegliando una maggioranza rimasta silente fino a quel momento). Il cambiamento sociale è, quindi, possibile grazie a questi innovatori che sfidano l'opinione pubblica.

La funzione dell'opinione pubblica secondo Luhmann

Per Luhmann la funzione dell'opinione pubblica è selezionare i temi da portare all'attenzione della sfera istituzionale e separare i temi della comunicazione dalle opinioni su questi stessi temi. In sistemi complessi, l'opinione pubblica funge da riferimento per ridurre l'arbitrarietà di ciò che è possibile e, orientando la maggiore o minore visibilità di un tema, impedisce al sistema politico di stabilire una priorità tematica rigida.

Habermas: opinione pubblica come cittadini che dibattono di una questione di interesse pubblico: dovrebbe trattarsi idealmente di un dibattito non vincolato, tra individui liberi ed eguali, in cui ognuno possa difendersi e criticare apertamente, in modo da formarsi un'opinione ragionata su problemi di interesse generale. Se si segue un'etica discorsiva, il consenso andrà all'argomentazione razionalmente migliore, laddove il peso di forze esterne, di sistema, come ad esempio denaro e potere, è idealmente annullato. Mentre l'agire strumentale mira al perseguimento degli interessi - e la comunicazione strumentale è usata dal potere per manipolare l'opinione pubblica tramite i media - l'agire comunicativo mira alla reciproca comprensione per trovare una soluzione coordinata ai problemi.

Rispetto agli anni ‘80, il panorama economico, sociale e culturale è oggi profondamente mutato. Basti pensare all'influenza che i nuovi media e i platform media hanno avuto sulle dinamiche di formazione delle opinioni.

Le Bon e la psicologia delle folle

Le Bon, in La psicologia delle folle, ha postulato la regressione irrazionale del comportamento del singolo quando si trova in un assembramento che gli dà la sensazione dell'anonimato. La suggestionabilità delle folle è una delle caratteristiche che ne determinano la pericolosità.

2. Comunicazione politica e opinione pubblica

I media non sono più soltanto strumenti di supporto alle istituzioni politiche, ma possono diventare veicolo politico, forum di discussione in cui si generano forme di consenso, si verifica e si forma un'opinione pubblica. Parlare di comunicazione politica, quindi, significa prendere in considerazione i diversi attori politici (anche non istituzionali) che svolgono un ruolo nella costruzione del discorso pubblico.

La comunicazione politica, riguarda:

  • Tutte le forme di comunicazione messe in atto dagli attori politici allo scopo di raggiungere obiettivi specifici
  • Tutte le forme di comunicazione rivolte agli attori politici dagli attori "non-politici" (elettori, giornalisti, etc.)
  • Tutte le forme di comunicazione sugli attori politici e le loro attività (quelle cioè contenute in giornali, discussioni pubbliche, etc.)

L'analisi del ruolo della comunicazione politica digitale nei meccanismi di "manipolazione" e "disinformazione" è esplosa con drammaticità con la vicenda Facebook-Cambridge Analytica, del 2018, ma una nuova sensibilità si era palesata già all'inizio del XXI secolo, nella riflessione sulla velocità dei media (e più ancora nella loro capacità di produrre una comunicazione "istantanea") che avrebbe reso impossibile distinguere le notizie vere dalle varie forme di disordine informativo. Nel nuovo scenario contrassegnato dallo sviluppo delle piattaforme digitali, proprio l'opinione non controllata di queste ultime rischia di diventare uno spazio di manipolazione, un territorio in cui verità e politica si autoescludono.

L'opinione pubblica è stata variamente interpretata e, spesso, temuta. Negli anni ‘60, per esempio, scienziati politici come Lipset individuavano nell'apatia della cittadinanza lo strumento di tenuta dei regimi democratici, anche perché la non partecipazione costituisce un indizio di consenso verso chi governa. Lipset, infatti, temeva che un'opinione pubblica troppo attiva potesse porre troppe richieste al sistema, provocando una "crisi da sovraccarico".

"Governo dell'opinione pubblica" (Ranney), un sistema in cui la volontà popolare, costantemente monitorata dai sondaggi, diventa il vero motore della democrazia. In questa prospettiva, una dinamica sociale importante è la tendenza alla leaderizzazione, che è presente anche nel dibattito contemporaneo e si sviluppa grazie alla comunicazione digitale che favorisce l'accesso al dibattito politico da parte di una fetta ampia della popolazione composta da soggetti tradizionalmente esclusi (per motivi culturali, sociali, competenze informative e linguistiche) dal confronto politico.

Non è infrequente lo sviluppo di fenomeni di iper-leaderismo, in cui il leader politico si auto-legittima come iper-rappresentante del popolo, assumendo il ruolo di interprete dell'opinione pubblica mediatizzata, in una logica che è stata definita di "rappresentanza diretta".

Esiti della mediatizzazione della comunicazione politica

  • I fenomeni di disallineamento fra attori politici ed elettorato determinano nuove partizioni dell'opinione pubblica che si sviluppano al di fuori dei partiti;
  • La riduzione delle distanze fra politici e cittadini favorisce in teoria una maggiore interlocuzione ma di fatto accentua la trasformazione degli attori politici in personaggi mediali o celebrities, che rispondono così alle logiche dello spettacolo;
  • La spettacolarizzazione della politica tende a trasformare le logiche della "rappresentanza" in fenomeni di "rappresentazione", in cui le dimensioni programmatiche diventano secondarie e la stessa opinione pubblica assume legittimità solo in un quadro di forte mediatizzazione;
  • Si sviluppano fenomeni di personalizzazione e di leaderizzazione, col risultato che i partiti cessano di essere corpi intermedi, diventando comitati elettorali del leader che li controlla;
  • La retorica dell'efficienza (tempo intercorrente fra proposta e decisione) diventa prevalente perché più facilmente mediatizzabile di quanto non sia la competenza delle assemblee elettive;
  • La democrazia rappresentativa non viene affiancata da processi deliberativi e partecipativi ma da dinamiche di "democrazia del pubblico".

Riprendendo le vecchie classificazioni di Norris e di Blumler e Kavanagh, si fa di solito riferimento a 3 fasi evolutive della comunicazione politica. La prima connessa alle campagne locali sul territorio, nella centralità dei partiti di massa; la seconda legata allo sviluppo della televisione e la terza connessa con i fenomeni di personalizzazione e presidenzializzazione da una parte e con l'affermazione di Internet dall'altra. Ma è proprio la rete che ha amplificato sia l'overload informativo sia le spinte centrifughe che hanno decretato la fine di quel modello "piramidale" di comunicazione politica (dall'élite alla massa) che aveva attraversato le prime tre fasi della comunicazione politica.

La quarta fase della comunicazione politica si contraddistingue per alcune tendenze che abbiamo già citato: la frammentazione e la polarizzazione delle audience, il divario crescente fra la politica pubblica e quella "privata", l'overload informativo che accentua il rischio di disinformazione e favorisce l'adozione della menzogna come elemento strutturale, lo sviluppo dei linguaggi e delle pratiche della crisi. Viene messa in relazione l'emersione della quarta fase della comunicazione politica con l'insorgenza della "post-sfera pubblica".

La sfera pubblica riguarda i processi comunicativi soggiacenti alla costruzione dell'opinione. Lo spazio pubblico, invece, può esistere anche senza sfera pubblica, come nel caso di Internet o, più in generale, di quelli che vengono definiti spazi pubblici mediatizzati.

L'espressione "dumbing down" indica il modo attraverso cui i media descrivono le vicende politiche, affiancandole alle storie della cultura popolare di massa; si tratta, cioè, di una narrazione "popolarizzante" e spesso semplificatoria. Essa favorisce da una parte l'accesso al dibattito politico di segmenti tradizionalmente marginali ma contribuisce anche all'iper-semplificazione del discorso politico e alla sua emozionalizzazione (e può favorire i processi di polarizzazione).

3. Giornalismo e opinione pubblica

C'è una definizione che sembra calzante per descrivere il giornalismo e il ruolo che svolge nel contribuire a formare l'opinione pubblica: l'universo dei taciti presupposti. Ecco i taciti presupposti: se si riferisce di un nuovo vertice della Nato, i destinatari già sanno di come la guerra in Ucraina sia al centro di questi incontri e la causa del loro intensificarsi; così come quanto si descrivono gli impegni di un Premier o i dissapori all'interno della maggioranza di Governo, si sa di poter contare almeno su una superficiale conoscenza dei temi in discussione da parte dell'opinione pubblica interessata. Il racconto giornalistico regge su un'impalcatura da esso stesso costruita minuto per minuto.

È come le persone che frequentiamo quotidianamente, ci sembrano sempre uguali, ma quando poi andiamo a vedere una loro fotografia, anche soltanto di pochi anni prima, scopriamo quanto siano cambiate. Serve per dare il "mondo per scontato" e non dover incominciare ogni giorno daccapo. Il senso comune è la lenta condivisione collettiva dei significati che i soggetti attribuiscono alle azioni che compiono. A produrre convinzioni che appaiono radicate e immodificabili è la continua manutenzione di tale condivisione, che si realizza anche attraverso l'esposizione alle narrazioni mediatiche. Si pensi, ad esempio, alle morti sul lavoro. Il giornalismo italiano negli ultimi anni ne parla con sempre maggiore insistenza. Parrebbe naturale trarre la conclusione che siano aumentate nel tempo, mentre l'andamento è assolutamente inverso. Ciò che è mutata è la sensibilità nei confronti di questi incidenti, che ci sembrano sempre più intollerabili.

Il giornalismo svolge quindi un'attività di framing, quel processo attraverso cui si parte da un evento e lo si trasforma in "notizia" attraverso un processo di organizzazione, costruzione e conferimento di senso. Il framing consente all'opinione pubblica di comprendere i fatti e attribuire loro un determinato significato. Alla costruzione del significato partecipano tutti i soggetti, che intervengono nella vita pubblica con le proprie competenze, i propri valori, i propri interessi. La peculiarità dei media è rendere visibile questi diversi punti di vista e, attraverso la rilevanza fornita, dare loro un peso specifico. I significati sono la conseguenza di una serie d'interazioni fra soggetti differentemente collocati nel mondo sociale, in cui non tutti rivestono la stessa rilevanza.

Non a caso la teoria del frame parla di priming, cioè la capacità di taluni soggetti di imprimere "letture preferenziali" a determinati eventi o fenomeni sociali. In passato, tale capacità erano attribuite soltanto a pochissimi attori sociali che avevano il potere di "definire la situazione". Per fare un esempio: è indubitabile che negli anni passati l'opinione pubblica italiana abbia considerato le migrazioni prevalentemente un fenomeno che rischiava di compromettere la sicurezza nazionale. Altre letture hanno avuto minore successo, come ad esempio quella solidaristica, che vedeva fra i suoi principali promotori un'istituzione pure di grande rilevanza in Italia come la Chiesa cattolica. Un'affermazione che ha inciso sulla percezione della realtà: si pensi a come una percentuale maggioritaria di italiani creda che il numero di migranti presenti sul nostro territorio sia ben superiore a quello effettivo. In questa costruzione sociale hanno agito con maggiore efficacia soggetti interessati a dare questa visione delle cose, che quindi hanno svolto con successo il ruolo di imprenditori cognitivi.

C'è chi sostiene che in questa direzione abbiano operato anche i media, non tanto in modo deliberato, ma per la loro inclinazione a evidenziare gli aspetti patologici dei fenomeni sociali. Sebbene l'ideologia professionale sottolinei la propria neutralità nello svolgimento di tale funzione con il ricorrente riferimento retorico a "far parlare i fatti", a "limitarsi ai fatti", a "separare i fatti dalle opinioni" è del tutto evidente come una descrizione non sia mai asettica e oggettiva, ma finisca inevitabilmente per dare una prospettiva, fornire un "punto di vista".

È questo il motivo per cui è più giusto affermare che il giornalismo "delimita i fatti" scegliendo cosa pubblicare o non pubblicare, quale evidenza dare, chi far parlare in merito a uno specifico evento o fenomeno e così via. Un processo che in letteratura è stato definito "costruzione della notiziabilità" (newsmaking).

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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