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Voci della democrazia

La trasformazione del dibattito pubblico

Price: il termine dibattito pubblico cerca di descrivere una massa di persone che si organizza in un pubblico, in cui le persone riconoscono un problema, producono idee diverse circa il da farsi, prendono in considerazione le alternative e tentano di risolverlo costruendo un consenso intorno a una linea d’azione; il pubblico è un’entità che si organizza e si costituisce intorno a un tema. Sfera pubblica è un luogo astratto in cui ci si riunisce come pubblico.

Habermas vede il pubblico come attore di un processo discorsivo, che si sviluppa tramite argomentazioni razionali e si colloca in uno spazio accessibile a tutti i soggetti interessati. L’assunzione a riferimento di questi tipi ideali è all’origine dell'equivoco che fa sostenere che oggi si sia di fronte alla fine del dibattito pubblico a seguito dell'irruzione dell'emotività nella sfera pubblica, dell'imbarbarimento del linguaggio che può arrivare ad assumere i tratti di aggressioni, dell'intensificarsi dei fenomeni di disinformazione e della moltiplicazione degli spazi di discussione che, possono trasformarsi in echo chambers che amplificano credenze e idee in un sistema chiuso.

Democrazia rappresentativa, ovvero quel modello di democrazia comune a tutte le democrazie consolidate, oggi fortemente in crisi. Sartori ritiene che essa possa essere intesa come «un governo dell'opinione, fondato su un pubblico sentire della cosa pubblica. Il che equivale a dire che alla democrazia rappresentativa basta, per esistere e funzionare, che il pubblico abbia opinioni sue». La democrazia si basa non solo sul diritto di voto dei cittadini ma anche sul «diritto di ognuno di esprimere le proprie opinioni in relazione alla cosa pubblica e all'interesse collettivo».

Schudson: studia la transizione democratica negli Stati Uniti, mettendo in risalto il nesso esistente tra il coinvolgimento delle masse nella politica e l'affermazione della carta stampata che aiutò a costruire un mercato per il dibattito pubblico.

Le dimensioni costitutive ed espressive del dibattito pubblico

Il confronto e lo scontro tra posizioni diverse, rappresentato nelle colonne dei giornali o raccontato nei telegiornali, le manifestazioni di piazza e le conversazioni su questioni di interesse per la collettività contribuiscono a formare l'opinione di quell'ampio pubblico le cui opinioni contano. Il peso di tali opinioni può esprimersi in modo tradizionale, ad esempio tramite il voto, oppure mediante pubbliche espressioni di malcontento o sostegno riguardo alle decisioni assunte.

Dewey riteneva che il coinvolgimento di un numero elevato di individui con punti di vista diversi e argomentazioni diverse aumentasse la possibilità di giungere a decisioni più razionali e meditate. Su tutt'altro versante si collocava, invece, Lippmann che, consapevole dell'opacità e della problematicità dei processi di formazione dell'opinione pubblica - dipendenti in buona misura dal ricorso a stereotipi e dall'assunzione a riferimento di pseudo-ambienti frutto della copertura giornalistica -, preferiva che quello che lui definiva «il fantasma dell'opinione pubblica» non venisse tirato in ballo nei processi decisionali di governo, lasciando le scelte e le decisioni a soggetti con le competenze necessarie.

Insomma, si può dire che mentre vi erano alcuni studiosi che riconoscevano il peso dell'opinione della maggioranza, altri mettevano in guardia circa il potere manipolatorio dei media nei processi di formazione delle opinioni. Questa contrapposizione verrà dimenticata negli anni successivi a seguito della diffusione dei sondaggi.

Nel contesto democratico, la possibilità di controllare i processi di formazione del dibattito pubblico rappresenta un ambito nel quale si rintracciano scontri di potere tra i vari attori coinvolti, tanto sul fronte politico quanto su quello mediale. Si intuisce facilmente come la crisi di rappresentanza dei partiti politici, le nuove forme di partecipazione politica e le nuove opportunità di azione comunicativa apparse a seguito della trasformazione del sistema mediale abbiano tutte contribuito ad alterare i vecchi equilibri di potere che governavano il dibattito pubblico. Così, nuovi attori, nuove opportunità intervengono nei processi di costruzione del dibattito pubblico.

Con l'avvento dei media digitali si assiste a un potenziamento e un'accelerazione della visibilità, costruita e alimentata grazie alle affordances delle piattaforme. L'aumento della visibilità e il suo dispiegarsi in tempo reale non solo producono un potenziale effetto di breve periodo sul processo decisionale ma comportano un effetto di medio e lungo periodo sulla costruzione di strategie e campagne politiche. Il dibattito pubblico deve essere considerato tanto il luogo di formazione quanto quello di espressione dell'opinione pubblica.

La transizione della politica: post-democrazia e generalizzazione

Il tema della crisi della democrazia risale ai primi anni ‘70, quando lo stato della democrazia negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone fu oggetto di uno studio. Perfino laddove lo scontento dei cittadini per la performance dei governi democratici era diventato così forte da rovesciare il sistema partitico (come in Giappone e in Italia), questi cambiamenti non avevano incluso nessuna seria minaccia ai fondamentali principi e alle istituzioni democratiche.

La parabola discendente della democrazia

Crouch: «la democrazia piuttosto che un percorso circolare ha compiuto una parabola» e oggi, dopo una fase ascendente, ci troviamo in una fase discendente - definita come post-democrazia. In questa fase, secondo Crouch, tutte le componenti formali sopravvivono ma, aumenta il potere di alcune élite protagoniste dei processi di globalizzazione, e aumenta lo scontento nei confronti degli attori politici e delle loro prestazioni. La crisi dei partiti si associa, infatti, a quel passaggio dalla «democrazia dei partiti» alla «democrazia del pubblico» individuato da Manin.

Se nel passato, il partito rappresentava il principale canale di relazione tra governo e società, diventando nel caso del partito di massa esso stesso un canale di comunicazione e dando vita alla «democrazia dei partiti», oggi esso si identifica sempre più in un leader che per attivare canali di relazione con i cittadini ricorre ai media e alle tecniche di marketing politico-elettorale. L'adattamento reciproco tra partiti e media è alla base di quella metamorfosi segnalata da Manin e indicata come «democrazia del pubblico», ovvero l'espressione del governo rappresentativo nel quale l'azione politica e l'azione comunicativa coincidono grazie ai media e, in particolare, alla televisione.

Nella democrazia del pubblico, il pubblico viene visto come «un insieme omogeneo, portatore di valori e convinzioni diversi, spesso opposti tra loro, ma esposto agli stessi flussi informativi e a un ambiente comunicativo simile». Gli sviluppi della comunicazione e, in particolare, la cosiddetta fase dell'abbondanza comunicativa - caratterizzata da una molteplicità di canali televisivi e dalla centralità del web - comportano il passaggio dalla democrazia del pubblico alla democrazia dei pubblici. Nel nuovo contesto mediale, i cittadini mettono in atto forme di selezione rispetto all'offerta disponibile e, sperimentano le opportunità partecipative offerte dal web. Si inizia a parlare di «democrazia ibrida» (sistema mediati ibrido: fatto di tanti media e canali diversi), permanenza di elementi vecchi e nuovi, sottolineando la riduzione dei tempi della politica e il ridimensionamento della tradizionale funzione di mediazione, indicando la frammentazione del pubblico in bolle con conseguente spinta verso forme di polarizzazione.

Democrazia in diretta: velocizzazione dei processi comunicativi e della politica, le cose invecchiano molto più velocemente rispetto a prima. Il ciclo di una notizia, quanto un evento resta all’attenzione del pubblico, diventa sempre più breve.

Bubble democracy: ibridazione e velocizzazione fanno sì che ci rinchiudiamo nella nostra bolla e quindi il dibattito è fatto di persone che non si parlano.

La politica dei pubblici

Nonostante il deficit di fiducia registrato nei confronti dei partiti politici, non si rileva una diminuzione dell'interesse per la politica. Si assiste ad una richiesta di democrazia diretta in risposta alla crisi della democrazia rappresentativa, testimoniata dall'adesione a «partiti-non partiti» come il Movimento 5 Stelle o Podemos. Senza dimenticare, poi, le nuove forme di azione politica che possono assumere le sembianze di vere e proprie campagne costruite grazie al web.

  • Il fenomeno del #MeToo - divenuto un hashtag virale sui social media nel corso del 2017 - che ha denunciato le molestie sessuali nei confronti delle donne in tutto il mondo e che, in taluni casi, si è concluso con un procedimento giudiziario a seguito di accuse di stupro.
  • Il movimento Black Lives Matter, che ha segnato gli Stati Uniti a ridosso dell'elezione presidenziale del 2020 a seguito di reiterate violenze da parte della polizia su cittadini afroamericani.
  • Il movimento Fridays for Future, che ha portato gli studenti di tutto al mondo a protestare contro il cambiamento climatico.

In questi casi, si è di fronte non solo a manifestazioni pubbliche di protesta ma anche a vere e proprie irruzioni nel dibattito pubblico di tematiche che continuano ad avere una visibilità pubblica a seguito della partecipazione attiva dei cittadini, soprattutto sui social media. I cittadini interpretano la politica in modo autonomo e parallelo utilizzando le opportunità offerte dal web e ritagliandosi un nuovo spazio di agency.

La transizione dei media: un ecosistema ibrido e convergente

Il sistema mediale oggi è caratterizzato da un continuum di produzione e circolazione di informazioni che su un versante trova i media ufficiali, da cui è lecito attendersi alti standard di qualità e reputazione, mentre sull'altro trova autori non professionali che sulle piattaforme più varie possono pubblicare contenuti di valore o di pessima qualità. Volendo descrivere l'ecosistema contemporaneo dei media, possiamo parlare di overload informativo, competizione dei media nel mercato dell'attenzione, frammentazione delle audience e selettività informativa partigiana.

Dal 1960 al 1980 negli USA il numero di parole offerte dai media è cresciuto con un ritmo annuo dell’8,8%. Si passa dagli 84 minuti prodotti per ogni minuto consumato del 1960 agli 884 minuti del 2005. Si tratta di un aumento dell'offerta al di fuori delle possibilità di controllo da parte dell'essere umano, che evidenzia una crescente difficoltà cognitiva di scelta nell'abbondanza comunicativa e di orientamento rispetto all'offerta indicata con l'espressione overload informativo.

L'obiettivo principale dei media non è più quello di massimizzare il numero dei lettori e le entrate degli abbonamenti, come accadeva in passato, ma di conquistare il bene più prezioso, vale a dire l'attenzione dei lettori/utenti. La spietata concorrenza che è venuta a crearsi è alla base della proliferazione di contenuti diffusi per catturare quote crescenti di pubblico: dalle cosiddette notizie clickbait, che affollano quasi tutte le pagine di informazione sul web, allo spazio lasciato agli scontri tra gli esponenti politici che affollano i talk show televisivi o le piattaforme dei social media.

Tutto ciò produce effetti sulla qualità del prodotto: spettacolarizzazione dell'informazione, diffusione del sensazionalismo, sollecitazione di risposte emotive. Si costruisce un prodotto che vuole «provocare risposte emotive (rabbia, paura, indignazione) nell'audience attraverso l'uso di generalizzazioni, sensazionalismo, informazioni ingannevoli o inaccurate, attacchi e ridicolizzazione degli oppositori politici». Insomma, tutto ciò che «fa spettacolo» e richiama l'attenzione è ricercato e inseguito. Nei media il coinvolgimento emotivo è più importante della realtà: rabbia spinge a partecipare maggiormente sia online che nella realtà (in piazza), ma riduce il desiderio d’informarsi, viceversa l’ansia riduce la partecipazione e aumenta il desiderio d’informarsi.

La moltiplicazione dei canali e la diversificazione dell'offerta rendono più complesso l'accesso a quello che viene definito come «ambiente politico informativo», ovvero quell'insieme di «notizie e contenuti relativi a questioni pubbliche messi a disposizione di un'audience nazionale grazie alle presenza di fonti alle quali si accede abitualmente». In realtà, pur se in presenza di un'innegabile frammentazione dell'audience, determinata dall'interesse degli stessi soggetti per temi e argomenti di diversa natura, non si può dimenticare che tutte le indagini più recenti sul consumo informativo indicano la presenza di diete multimediali da parte degli individui, all'interno delle quali la vecchia e rassicurante offerta televisiva continua a essere presente.

Non ci si può stupire che in un contesto comunicativo a elevata possibilità di scelta si attivino meccanismi di selezione tesi a individuare argomenti, temi ed emittenti ritenuti più sintonici con gli interessi, le attitudini degli individui e le loro visioni del mondo preesistenti. Così, da un lato, l'offerta si caratterizza sempre più in termini «partigiani» e va a occupare posizioni di nicchia un tempo assenti, dall'altro, il consumo si adatta al nuovo contesto e approfitta del ventaglio di scelta.

Le tensioni descritte fin qui, proprie della comunicazione politica, si collocano all'interno di un ecosistema dei media orientato alla convergenza e all'ibridazione. Dire che sia orientato alla convergenza significa indicare diversi aspetti del mutamento: innanzitutto un rapporto di crescente sinergia tra politica e industria dei media e la moltiplicazione di piattaforme che possono confluire l'una nell'altra nel contesto dell’informazione.

Si tratta di un convergere fra le culture istituzionali e quelle «dal basso», che porta i pubblici a ricercare e consumare i contenuti combinando fra loro diversi media e i media a coinvolgere in chiave «partecipativa» (citizen journalism, mobilitazioni grassroots, Twitter Revolution) le audience nei processi produttivi e distributivi oltre che di consumo.

Con il concetto di hybrid media system si intende invece indicare come il sistema dei media si fondi su un livello crescente di interazioni tra vecchi e nuovi media e tra tecnologie, generi, norme, comportamenti e organizzazioni a esso associati.

Le dimensioni del dibattito pubblico

Riteniamo che il dibattito pubblico non sia affatto finito o che sia destinato a esserlo, come sostiene Thompson, ma che sia in una fase di trasformazione, nella quale convivono sia elementi innovativi che conservativi.

  • I tipi di democrazia: analisi del passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia dei pubblici.
  • Identificazione dei cittadini con i partiti accompagnava e segnava le loro scelte identitarie sociali e politiche.
  • Dal punto di vista comunicativo, i partiti garantivano i flussi di comunicazione con gli elettori tramite le proprie fonti mediali, la rete dei militanti, le associazioni nazionali e locali tanto del tempo libero quanto di quello lavorativo.
  • Essi interagivano nell'arena mediale con i giornalisti e le testate informative, partecipando attivamente alla creazione del dibattito pubblico.
  • Insomma, le dinamiche relazionali e gli attori erano pochi e facilmente riconoscibili. In tale contesto, i cittadini venivano rappresentati ma mai realmente coinvolti se non nel momento del voto.
  • La trasformazione dei partiti e la fine delle grandi narrazioni aprono la strada alla democrazia del pubblico.
  • Elettori da intercettare e convincere a ogni tornata elettorale e rilevanza dell'immagine del leader rendono irrinunciabile il ricorso alle tecniche del marketing politico-elettorale e a forme di comunicazione diretta tra il leader e l’elettore.
  • Nella democrazia del pubblico, infatti, i processi comunicativi sono saldamente nelle mani dei leader politici e degli attori mediali che, in una dinamica a tratti cooperativa, a tratti competitiva, determinano temi e sviluppi del dibattito pubblico.
  • Gli elettori, in questo gioco delle parti, si riducono a spettatori che, per cambiare programma e politici, possono solo cambiare canale.
  • Nella democrazia dei pubblici, non solo vi sono molteplici segmenti di pubblico ma si rintracciano anche sfide dirette alla democrazia rappresentativa (come la democrazia diretta), irruzioni sulla scena pubblica di attori che danno vita a organizzazioni inedite e diffuse forme di espressione politica animate dai cittadini grazie alle opportunità del web e delle piattaforme dei social media.
  • Si assiste così a una pluralizzazione del pubblico non solo in relazione alla selezione dell'offerta (caratterizzata dall'abbondanza e dalla frammentazione) ma, soprattutto, in relazione alle opportunità di agency comunicativa spesso sovrapponibili all'agency politica.

Il contesto dei media: passaggio da un ambiente dominato dalla stampa e dalla radio, poi dalla televisione e ora dal web e dalle piattaforme per cogliere una chiara indicazione della direzione e della natura del cambiamento. Parafrasando Beck, potremmo dire che l'informazione, al pari della politica, ha subito un processo di deterritorializzazione che ne rende difficile l'individuazione precisa.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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