7 lezioni sul pensiero globale - Edgar Morin
Prefazione - L’umanista planetario
Mauro Ceruti
Queste brevi lezioni sono la sintesi del pensiero complesso di Edgar Morin.
Viene tratteggiato un nuovo umanesimo planetario. La riflessione di Morin parte dalla constatazione che il termine umanesimo è stato nei secoli usato con il significato del principio universale dell’eguale dignità di ogni essere umano, senza distinzioni.
Tuttavia, dalle origini di questo pensiero e in tutti i suoi sviluppi, c’è un’ambivalenza costitutiva dell’umanesimo moderno, perché il riconoscimento della dignità di ogni essere umano si è realizzato in modo molto limitato; molte culture ed esseri umani sono stati superati dal progresso.
Questo ha giustificato il rifiuto del riconoscimento di diritti umani ai rappresentanti di queste culture.
Secondo Morin, la critica e l’autocritica devono andare alla radice: la non capacità di concepire la complessità. Le carenze del principio universalistico dell’umanesimo dipendono dalla mancata riflessione sul significato di “essere umano”.
Per un nuovo umanesimo, che realizzi il principio universalistico dell’uguale dignità, occorre comprendere cos’è l’essere umano nelle sue dimensioni e nella sua condizione planetaria.
Queste dimensioni sono state separate attraverso gli specialismi disciplinari: esempio di cultura e natura, individuo società e specie, vita e non vita.
La specializzazione disciplinare ha portato conoscenza, ma senza cogliere la multidimensionalità dell’umano e quindi causa l’incapacità di riconoscere i problemi della nuova condizione umana.
Morin concorda con Heidegger sul fatto che non abbiamo mai avuto a disposizione così tante conoscenze sull’uomo e allo stesso tempo, mai come oggi sappiamo così poco sull’uomo.
Per cambiare la condizione umana occorre cambiare il nostro sguardo sul mondo.
In questo senso, Morin vuole definire un pensiero globale e un pensiero complesso, metodo della complessità, che può rigenerare le connessioni tra le conoscenze e la capacità riflessiva.
Non basta costituire legami fra le cose frammentate, ma bisogna generare un metodo che contenga il legame di ogni cosa, con ogni cosa.
Morin si riferisce all’imperativo di Pascal: “tutte le cose sono causanti e causate, mediate e immediate, collegate da vincoli naturali, è impossibile conoscere le singole parti senza conoscere il tutto e conoscere il tutto senza conoscere le singole parti”.
Morin rigenera la prospettiva degli umanisti del XVI secolo come Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, collocando la sua riflessione in una cosmologia. In quest’ottica, la conoscenza dell’umano emerge dall’intreccio di conoscenze concernenti la vita, la Terra, il sistema solare e l’universo.
L’antropologia si trasforma in cosmo-antropologia: è decisivo concepire che gli esseri umani hanno in loro geni condivisi con altri animali, atomi e molecole, condivisi a loro volta con altre specie.
Con la cosmo-antropologia si sottolinea l’importanza di avere “coscienza” che la storia dei nostri elementi costitutivi si prolunga ai primi atti dell’universo, noi siamo quelli che siamo perché abbiamo in noi la storia di miliardi di anni dell’universo, degli animali, della specie Homo sapiens.
Queste conoscenze sono indispensabili per affrontare i problemi della nuova condizione umana.
Un nuovo umanesimo è possibile solo superando l’epistemologia occidentale moderna fondata sulla separabilità di uomo-natura.
Questa separabilità si è fondata a partire da Descartes, sull’idea filosofica, etica e politica, che la missione della scienza sia quella di consentire all’uomo di diventare “maître et possesseur de la nature”, idea chiave anche della civiltà occidentale e che ha guidato il processo di mondializzazione.
Morin mette in discussione questa prospettiva su due lati.
- Il primo riguarda lo sviluppo delle conoscenze scientifiche: delinea la necessità di riconoscere “l’unità dell’uomo” di natura e cultura, uni-trinità individuo, società, specie, una “nuova alleanza” fra scienze dell’uomo e della natura.
- Il secondo riguarda i nuovi problemi che caratterizzano l’età della globalizzazione.
È necessario cambiare via, abbandonare il pensiero dell’uomo “maître et possesseur” della natura.
Oggi, quello definito da Morin come Homo sapiens/demens è capace di riflettere sulla sua identità globale e sulla storia profonda. L’umanesimo planetario delineato da Morin afferma che non c’è stata un’umanità, ma molteplici umanità in metamorfosi. La conoscenza delle metamorfosi passate è indispensabile per comprendere quella attuale.
La conoscenza umana si sta planetarizzando nello spazio e nel tempo. Questa trasformazione è l’architrave dell’umanesimo planetario di Morin.
Oggi si parla di “patria terrestre", anche se questo senso comune non è sufficiente né diffuso.
Per Morin, per la prima volta la Terra-Patria è diventata realtà concreta, in cui il destino globale del pianeta sovradetermina quelli singolari delle nazioni, che perturbano e modificano il destino globale.
La possibilità di suicidio dell’umanità con il nucleare e il rischio ecologico hanno generato la comunità di destini di tutta l’umanità. Il vecchio umanesimo aveva prodotto un universalismo astratto; il nuovo, se sarà, sarà prodotto da un universalismo reso concreto.
Questo universalismo non oppone la diversità all’unità, ma si basa sul riconoscimento dell’unità nelle diversità umane.
La nuova comprensione antropologica fa pensare che l’identità umana ha possibilità di una nuova metamorfosi dell’umanità, nel processo di costruzione di una “civiltà” della Terra. Per Morin si tratta di padroneggiare forze ambivalenti, che possono portare alla catastrofe, con l'obiettivo di orientare una metamorfosi, multidimensionale tanto quanto quella della preistoria e delle prime società.
Capitolo 1: L’umano e la trinità bio-socio-antropologica
Che cos’è l’umano? Questa questione non è in nessun modo trattata nel sistema scolastico.
C’è una disciplina, l’antropologia, ma è limitata a società arcaiche dette “senza scrittura”.
Nel XVII secolo indicava la conoscenza dei saperi concernenti l’umano, compresi quelli biologici e fisici.
Oggi però l’umano è occultato e ignorato. “Uomo” è una parola pertinente ma insufficiente perché designa l’individuo escludendo la società e ha una connotazione maschile che dunque esclude il femminile. Per questo motivo preferisco usare il termine “umano”.
La definizione dell’umano è trinitaria
La definizione è trinitaria perché comprende l’individuo, la società umana e la specie biologica.
C’è una relazione indissolubile fra questi tre temi. Non si può dire che l’umano comprende il 33% di ognuno di questi elementi, in quando è composto dal 100% di ognuno di questi elementi; dal punto di vista sociale, l’essere umano è un piccolo elemento di una società, che in quanto tutto è presente nell’umano, fin dalla nascita, con cultura, linguaggio, costumi e idee...
Che il tutto sia nella parte è provato: ogni cellula del nostro corpo contiene la totalità del patrimonio genetico. Ma il tutto si trova anche nella piccola parte → secondo il principio ologrammatico: ogni punto contiene la totalità dell’oggetto; non solo la parte è nel tutto, ma il tutto è nella parte, per questo possiamo dire che, pur essendo 100% individuale, l’essere umano è anche al 100% sociale.
Questo vale anche dal punto di vista biologico. Siamo al 100% individui, al 100% membri della specie umana. La relazione fra individuale, sociale e biologico continua.
La riproduzione della specie
Affinché il sistema riproduttore persista, due individui si accoppiano per proseguire il processo.
Noi siamo prodotti da un processo di riproduzione della specie umana, ma siamo anche produttori.
Idea di anello ricorsivo: processo dove i prodotti sono necessari alla loro stessa produzione.
C’è lo stesso parallelismo anche nella società: l’individuo è produttore della società che lo produce.
La società è il prodotto delle interazioni degli individui, ma comprende tratti particolari come la cultura, il linguaggio, l’autorità dello Stato. Qualità che esistono in funzione del sistema: il tutto non è la somma delle parti, ma costituisce qualità e proprietà nuove chiamate emergenze.
La cultura e il linguaggio, propri delle società, sono integrati negli individui: il tutto entra nella parte.
Inoltre, questo è continuamente prodotto dell'interazione fra individui, che rigenerano la società.
La rappresentazione dell’umano
Il sistema di insegnamento opera una disgiunzione tra queste polarità. L’umano è insegnato separatamente dalla biologia, scienze dure, e dalle scienze umane.
Un esempio è il cervello, studiato da biologia e neurologia, invece la mente dalla psicologia.
La relazione individuo-società è disgiunta dalle scienze umane. In sociologia si considerano gli individui come determinati e dipendenti da processi sociali.
Dall’altra parte, nella psicologia si dissolve la società, ad eccezione della psicologia sociale.
Le scienze umane rimangono compartimentate, con una scarsa connessione fra loro e l’individuo qui si dissolve. I tentativi di legare l’umano al biologico riducono il carattere complesso dell’umano.
La sociobiologia, ad esempio, pretende di comprendere le società umane a partire da ciò che accade in quelle animali, in particolare a livello di geni: c’è l’idea che saremmo comandati dai geni.
Ma siamo innanzitutto un insieme organizzato di cellule, che sono figlie delle prime cellule viventi.
Portiamo in noi la storia della vita che risale alle prime cellule.
L’occultamento della nostra relazione con la natura
Nel mondo occidentale, la relazione con la natura-madre esistente in molte culture è stata occultata. La prima ragione è la religione: secondo la Bibbia, l’uomo è a immagine di Dio.
L’uomo ha beneficiato di una creazione separata da quella degli animali, e beneficia della resurrezione seguita da una vita eterna, mentre gli altri esseri viventi si decomporranno.
Nel corso dello sviluppo delle società occidentali, 17° secolo, la coscienza della separazione tra uomo e natura si è accentuata. Secondo Descartes, l’animale privo di mente e anima è disgiunto dall’uomo → di qui l’idea dell’uomo padrone e possessore della natura grazie alla scienza.
Questa idea porta in grembo il processo di sviluppo del mondo economicista, capitalista, mercatista che domina la nostra cultura e che resterà molto presente, anche con Marx.
L’emergenza della coscienza ecologica
Negli ultimi decenni del 20° secolo, è emerso un legame tra noi e la natura, chiamato coscienza ecologica, che si sviluppa intorno all’idea di ecosistema. Questo costituisce la biosfera che ci avvolge e che abbiamo creduto di poter dominare. Ma più la dominiamo, più degradiamo le nostre condizioni di vita. Crediamo di possedere la natura, conducendoci all'autodistruzione.
Nel 1951, dalla scoperta di Watson, è stato dimostrato che il messaggio ereditario è inscritto in un elemento chimico, il DNA, che viene trasmesso alla proteina dell’acido ribonucleico.
Al contrario di ciò che affermavano i biologi vitalisti, che la forza vitale fosse una materia speciale, non c’è materia vivente che si differenzi dalla materia del mondo inanimato.
Questa scoperta è contraria anche alla posizione dei riduzionisti, che stimavano che si potesse comprendere il vivente in soli termini fisico-chimici.
Il racconto dell’evoluzione fisico-chimica
Ad aver “vinto” fra le varie correnti era l’organizzazionismo. Un’organizzazione costituita di elementi diversi che costituiscono ciò che chiamiamo emergenze, ovvero qualità, proprietà.
La vita, quindi, non è una sostanza, ma un insieme di emergenze. La prima cellula si è costituita tramite una rivoluzione di organizzazione che l’ha portata ad una maggiore complessità.
Abbiamo appreso recentemente che gli atomi di carbonio necessari alla creazione dell’organismo sono nati dall’incontro di tre atomi di elio nel fuoco ardente di una stella anteriore al Sole.
La storia di questo universo è in noi, in quanto siamo formati da molecole di atomi, formati da particelle apparse fin dai primi secondi dell’universo. L’avventura umana, partecipa a un’avventura cosmica, di cui non conosciamo la meta.
Questo conferma il principio ologrammatico: siamo solidali con l’universo. Siamo parte del nostro universo fisico, biologico, cosmico, pur essendone distinti dalla nostra cultura, coscienza, dalla doppia identità biologica e antropologica e biocosmica.
Capitolo 2: L’individuo umano
In quanto esseri sociali, la società è in noi con la cultura, le leggi, il linguaggio e i costumi.
L’essere individuale e la società sono inseparabili e questa relazione è complessa.
Un recente dibattito sul genere e sul sesso è l’esempio perfetto e oppone i biologi.
L’umano è complesso, è insieme genere e sesso, non l’uno o l’altro: non si tratta di sapere in che percentuale si è sesso e in quale si è genere. Si tratta di vedere l’intreccio fra le due componenti.
Che cos’è l’individuo?
L’individuo è determinato socialmente, ma può trasformare la società con innovazioni e rivoluzioni.
La società esiste solo attraverso gli individui, e gli individui si compiono come esseri umani solo con la società. L’individuo ha la propria qualità di “soggetto”, ma rischia di sfociare in egocentrismo. Il principio egocentrico lo porta a difendersi, svilupparsi, proteggersi; accanto a ciò, c’è un altro principio, quello del noi, che appare dalla nascita con il bisogno di sguardo e di cura. Vivere è un movimento permanente in cui si passa dall’io al noi, dal noi all’io. Con estremi opposti in cui l’io può sacrificarsi per il noi e altri in cui il noi è sacrificato dall’io e quindi gli altri vengono abbandonati a vantaggio dell'interesse vitale o materiale dell’io. In questo momento storico siamo in una fase di sovrasviluppo dell’io, dell’individualismo. Questo comporta aspetti positivi in termini di autonomia, ma anche negativi nell’assenza di solidarietà. Sono necessari i due poli della soggettività.
Dall’Homo sapiens all’Homo ludens
L’individuo umano si è definito Homo sapiens in quanto dotato di ragione. Ma “sapiens” è soltanto un polo, l’altro polo è l’Homo demens, ovvero l’uomo delirante.
Il delirio e la follia non sono casi estremi di soggetti emarginati, che i Greci chiamavano hybris: la dismisura, l’ambizione dei conquistatori, come Napoleone, Hitler e altri.
Fra queste polarità di sapiens e demens, c’è l’affettività e il sentimento. Una scoperta fatta con le neuro imaging sia da Damasio che da Jean-Didier Vincent, ha mostrato che quando si attiva un centro razionale, si attiva anche un centro dell’emotività. Ciò significa che non c’è ragione senza emozione. Tra il polo della ragione e quello della follia e delirio circola l’affettività che, in funzione della sua intensità, porta all’uno o all’altro. Se l’affettività non controlla la razionalità, siamo nel delirio. La passione ne è esempio: l’amore può essere passionale, ma senza ragione diventa delirante. La vita deve essere una navigazione equilibrata di questa dialettica.
Ad uno stadio della sua evoluzione, l’umano, a partire dalle sue attitudini tecniche, è stato definito Homo faber, produttore di utensili. Tuttavia, a partire dalla preistoria, fino all’uomo di Neanderthal, si ritrovano tracce di credenze che si possono definire mitologiche o religiose.
→ Sepoltura dei morti: alcuni sepolti con cibo e armi, condotti ad un’altra vita. Altri seppelliti in posizione fetale, come se destinati a rinascere. Nel mio libro L’uomo e la morte ho esaminato le credenze primarie per l’umanità: fra queste c’è quella di uno spettro che ci sopravvive.
In seguito, sono nate le religioni della salvezza e resurrezione, come il Cristianesimo.
Le civiltà più tecniche non hanno eliminato l’aspetto religioso. Gli USA sono il paese più sviluppato, ma Dio è molto presente nella Costituzione, nella vita politica e civica. La tecnica, dunque, non saccheggia né il mito, né la religione.
Il comunismo è stato una sorta di corrente religiosa di speranza, secondo la quale si sarebbe creato un mondo nuovo, d’armonia. La differenza con altre religioni era la promessa di una salvezza terrena, non celeste; questa promessa non si è realizzata, e il fallimento ha favorito le altre religioni.
Gli dèi, esistenti grazie alla mente umana, diventano superiori ed esterni a noi che ne siamo i creatori. Alcuni prodotti della mente possono prendere il sopravvento sulle menti stesse.
L’aspetto mitologico di Homo è prodigioso quanto quello tecnologico, che ha prodotto invenzioni.
Non si può dissoci
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