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Eugenio Borgna e l'educazione all'ascolto

Prefazione

La meta delle mie considerazioni è la psichiatria come maestra di vita. La psichiatria mi ha insegnato di poter dare risposta ai grandi teoremi della vita, negli anni nella Clinica universitaria di Milano e nel manicomio di Novara. Vorrei descrivere la psichiatria nella dimensione relazionale e fenomenologica. Le parole di Rainer Maria Rilke sul destino: “questo è il destino: stare di fronte e nient’altro che questo e sempre di fronte.”

Le premesse

Il cuore come metafora, immagine e specchio della conoscenza emozionale, alla quale si giunge tramite la conoscenza razionale, all'area dell’indicibile che è la vita. Ci sono le ragioni del cuore in Blaise Pascal e c’è il cuore che Etty Hillesum definisce una chiusura che arresta il dolore; il cuore è la parola tematica di questo libro, fondato su un seminario in un liceo scientifico di Novara e ora aggiornato nelle scansioni narrative e nei linguaggi. La psichiatria si confronta con emozioni, malate e non. Nel fare psichiatria bisogna immedesimarsi nella vita interiore degli altri, e non limitarsi ad analizzare i comportamenti; bisogna affidarsi alla conoscenza intuitiva, che a volte deve sostituire quella razionale, altrimenti, non si coglie il senso del dolore, sofferenza, malinconia e tristezza.

Il mio discorso è un invito a sfuggire alla psichiatria solo farmacologica. Nei nostri modelli di incontro, l’interiorità non dovrebbe dimenticare la fragilità.

Capitolo 1 - Il cuore ha ragioni che la ragione non intende

Le aree di cui si occupa la psichiatria sono: il linguaggio dell’anima, le parole, gli stati d’animo, la memoria emozionale e le ragioni del cuore.

Quando è presente la follia, c’è una ferita delle emozioni che sanguina, del modo con cui entriamo in contatto con gli altri e con il mondo. L’intelligenza però non viene lacerata in presenza di angoscia, inquietudine, depressione, con esperienze allucinatorie o deliranti. Non c’è conoscenza senza intuizione, e l’intuizione è nutrita dalle ragioni del cuore.

Il cuore ha ragioni che la ragione non intende (Pascal). Su questo cammino vorrei arrivare a far conoscere le parole tematiche che fanno della psichiatria una scienza umana e non solo scienza naturale. Dunque, per fare ciò mi devo avvicinare ai confini della psichiatria, sull’importanza nel guardare alla vita, alle speranze, ansie, delusioni, ferite dell’anima.

Le ferite dell’anima non sempre si evidenziano se non si cercano tramite l’intuizione, le ragioni del cuore, che sono in noi e che talvolta crescono spontaneamente; altre volte c’è bisogno di un continuo educarsi a farle rinascere, senza stancarsi di ricercarle.

Il tempo dell’orologio e il tempo interiore

Il tempo interiore, il tempo vissuto, non hanno nulla a che fare con il tempo dell’orologio. Solitamente si considera il tempo dell’orologio, che scorre in modo uniforme e uguale per tutti e misura ciò che avviene in un dato momento.

Ma al tempo dell’orologio si affianca un modo completamente diverso di vivere il tempo, ed è quello che Sant’Agostino definiva tempo interiore, soggettivo, vissuto, che non si compone di ciò che avviene nel presente, ma si compone del passato, vicino e lontano, e delle cose che potrebbero succedere nel futuro. Il tempo vissuto è contrassegnato dalla mobilità, dallo scorrere tra presente, passato e futuro, ma anche dal passato al futuro. Questo tempo interiore, solitamente non considerato, cambia in ciascuno di noi, in base alle emozioni, all’interesse, alla situazione.

L’intuizione agostiniana sul tempo ha permesso alla psichiatria di capire come la percezione del tempo interiore cambi in condizioni di sofferenza, soprattutto quando c’è malinconia o depressione: qui il tempo interiore non scorre più dal passato al futuro, non ha più un futuro e vive nel passato.

Domanda che sorge in relazione alla pandemia: come è stato vissuto il tempo interiore nei mesi di solitudine forzata? In ogni condizione di solitudine, in particolare quella imposta, il tempo non scorre con fluidità, ma con lentezza e noia. Il tempo si impone, si ha la sensazione di vivere solo nel passato e nel presente, con dissolvenza del futuro.

Conoscere questi cambiamenti nel modo di vivere lo scorrere del tempo, consente di comprendere cos’è la malinconia, la depressione e come esse si nutrano delle modificazioni del tempo interiore, così importanti nelle relazioni nella nostra vita.

Capitolo 2 - Il cuore di Nietzsche

Vorrei richiamare ciò che scrisse Nietzsche prima che la follia lo costrinse alla solitudine. In Così parlò Zarathustra, intreccia la funzione conoscitiva del cuore con il coraggio: “Avete coraggio? Avete cuore? Non coraggio davanti a testimoni ma coraggio dei solitari, delle aquile, a cui non fa da spettatore neanche un Dio. Ha cuore chi conosce la paura ma la soggioga, chi guarda al baratro con orgoglio”.

Le parole di Nietzsche fanno pensare anche a quello che è avvenuto in tempi più lontani, a Etty Hillesum che negli anni del nazionalsocialismo nel campo di concentramento olandese, condotta a morire con genitori e fratello minore, scriveva che il suo cuore lo aiutava a non avere paura. Cuore meno ardente fu quello di Sophie e Hans Scholl, sorella e fratello condannati a morte perché crearono un movimento di resistenza, la Rosa bianca. Anche Maximilian Kolbe, che morendo ha salvato la vita di un’altra persona ad Auschwitz; o il sacerdote che a Milano, durante la pandemia, ha ceduto il proprio respiratore ad un giovane. Queste testimonianze sono di cuore e coraggio, che si rinnovano in tempi e circostanze diverse, lasciano tracce luminose nella memoria vissuta.

Non siamo ranocchi pensanti

Nietzsche ha scritto pagine che fanno conoscere la condizione umana, come quelle della Prefazione alla seconda edizione dell’opera La gaia scienza: “non siamo ranocchi pensanti, apparecchi per oggettivare e registrare, dai visceri congelati. Dobbiamo generare i nostri pensieri dal nostro dolore e provvederli di tutto quello che abbiamo noi di sangue, cuore, fuoco, destino, coscienza, passioni, appetiti. Vivere vuol dire trasformare in luce e fiamma quello che siamo, quello che ci riguarda. Non possiamo agire diversamente. Saremmo tentati a chiederci se possiamo fare a meno della malattia”.

Nietzsche attribuisce un valore simbolico al dolore: “non vorrei che alla fine passasse sotto silenzio la cosa più importante: da questi abissi, da questo malanno, anche dal sospetto, si torna indietro rinati, con la pelle cambiata, più suscettibili, più maliziosi, con un gusto più sottile per la gioia, con sensi più giocondi, con una seconda più pericolosa gioia”.

In Frammenti postumi del 1884 dice: “bisogna essere capaci di ammirazioni impetuose e accogliere in cuore molte cose con amore, altrimenti non si è adatti a fare i filosofi. Occhi grigi e freddi non sanno il valore delle cose. Bisogna avere forza contraria”.

Il destino di Nietzsche è stato quello di Holderlin, uno dei grandi poeti di lingua tedesca, ma diverse sono state le cause, l’evoluzione, della loro follia.

La follia

Il linguaggio di Nietzsche è estremo e radicale, giunge a formulazioni non facili da accogliere, ma che se si sanno ascoltare e interpretare, rivelano il dolore della sua vita e insegnano anche alla psichiatria. La sua vita spezzata a Torino nel 1889, quando la follia ha generato voragini di angoscia e smarrimento, hanno causato la degenza in manicomio, e poi la sopravvivenza lacerata nella mente e nel cuore, assistito fino alla morte.

La sua follia non è quella che si conosce nei manicomi, costituita da depressione, angosce, ossessioni e schizofrenie; la sua malattia ha avuto cause biologiche, cerebrali, che hanno modificato la funzione, inducendo la perdita emozionale e intellettiva.

A lui si devono intuizioni straordinarie, che aiutano a capire cosa siamo, e cosa sono le persone che stanno male. La psichiatria, come scrive Minkowski, se vuole essere gentile e umana, non può dire nulla di sé se non si serve di immagini e metafore della letteratura. I libri di Nietzsche evocano immagini sfolgoranti, capaci di cambiare il modo di pensare.

Capitolo 3 - In dialogo con le parole

Uno dei versi più celebri delle liriche di Hoelderlin, con una genialità espressiva manifestata soprattutto dal 1801 e 1805 negli anni della schizofrenia, è “noi siamo un colloquio”.

Se non si guarda dentro sé stessi, nella propria interiorità, se non si intravedono orizzonti di senso che animano negli occhi, il sorriso, non ci sarà alcun dialogo o colloquio. A loro volta, anche gli altri cercheranno di interpretare le nostre espressioni, i nostri occhi, le nostre parole. Nella vita quotidiana c’è un dialogo senza fine con gli altri e con noi stessi. Ogni dialogo è nutrito da parole, ma non è facile trovare quelle adatte.

La psichiatria non può non dare importanza alle parole, quelle che diciamo noi e quelle che dicono i pazienti. È un compito al quale siamo chiamati tutti, in ogni circostanza.

Le parole del cuore

Non ci sono ricette o consigli per poter trovare parole che rispondono alle attese della vita, soprattutto di chi sta male, è necessario affidarsi all’intuizione e alla sensibilità individuale. Ci possono essere psichiatri che non le hanno e persone normali che invece sì; sono attitudini in parte innate, ma dovremmo educarci a ricercarle in noi.

I lunghi anni in psichiatria e nel manicomio mi hanno aiutato a immaginare quali parole dire e quali no, nel dialogo infinito con i pazienti, ma ogni volta mi chiedo se ci sia riuscito.

Le parole gentili a volte non nascono in noi; seppur non sia solo colpa nostra, si ha il dovere di non esprimersi in modo banale o indifferente, evitando l’ascolto del dolore. L’indifferenza fa venir meno la solidarietà e crea deserto in noi, generando tristezza.

Non bisogna dimenticare di riflettere sul destino delle parole che si dicono e che non si dicono, a causa di negligenze e paure; evitiamo anche troppe parole.

In una poesia, il poeta greco Kavafis, dice che non dobbiamo sciupare la vita nel troppo commercio di parole con la gente, nella frenesia, in balia del quotidiano. La nostra vita è spesso svuotata di senso da troppe parole aride, che non creano legami con le persone che incontriamo, soprattutto con quelle che hanno bisogno di aiuto e di vicinanza umana.

Ascolta, mio cuore

Bisogna riflettere anche sulle parole che ascoltiamo. È facile ascoltare le parole, ma non bisogna illudersi di comprenderle a pieno, soprattutto se non ascoltiamo i loro contenuti emozionali, la loro qualità espressiva, la scioltezza e la fragilità, le pause e le accelerazioni, le risonanze che hanno nei volti e negli occhi di chi le pronuncia.

Poco male se si tratta di parole del quotidiano, dello scambio di opinioni; ma la vita ci confronta con circostanze umane diverse, dove cogliere o non cogliere il senso delle parole, ha radicali conseguenze. Solo ascoltando con il cuore ciò che mi dice una paziente disperata mi è possibile esserle d’aiuto, non confondendo, per esempio, malinconia e depressione, ansia e angoscia, taedium vitae e desiderio di suicidio.

Rainer Maria Rilke le Elegie duinesi usa parole complesse, e alcune immagini riemergono con chiarezza: si ascolta solo con il cuore, solo i santi sanno ascoltare, e la grazia ci fa ascoltare quello che spira come un soffio. L’ascolto deve intrecciarsi con il dialogo.

Le parole si insegnano

Non so se nelle scuole primarie e secondarie il tema delle parole, che fanno bene e che fanno male, sia svolto con l’ampiezza e la passione necessarie. Non si giungerà a mantenere vive le parole, se non si insegna a conoscerne il valore, a scegliere quelle che aprono la nostra vita alla interiorità, che è la fonte di ogni relazione umana.

Il libro vuole essere motivo di riflessione sulla vita, quella adolescenziale in particolare, orientandola alla ricerca del dialogo e dell’ascolto, della speranza che è l’anima.

Vorrei che queste pagine potessero essere di aiuto nel considerare gli infiniti orizzonti delle parole, le fragilità e le metamorfosi. Al tema delle parole ho sempre dato grande importanza nella vita, soprattutto nella mia esperienza nel manicomio di Novara, che mi ha dimostrato come anche nella sofferenza psichica estrema, le pazienti attendevano parole gentili, che le aiutava a liberarle dalla solitudine in cui vivevano e nella quale morivano.

Nel raccogliere l’anamnesi

Si riflette sulle parole usate raccogliendo la storia clinica dei pazienti, non solo psichiatrica. Le domande che si rivolgono, devono essere prudenti perché possono causare ansie.

L’attenzione alle parole, alla tonalità della voce, non è meno importante. Altro problema, è quello del dire o non dire la verità al malato.

In alcuni casi, dire la verità è pericoloso per le possibili conseguenze psichiche; spesso occorre tacere alcune cose quando non sono utili alla diagnosi e alla cura.

Vanno tenuti presenti aspetti come timidezza, sensibilità, storia personale e religiosa.

Vorrei stralciare un brano di un libro di Monique Selz, psichiatra e psicoanalista francese, sui confini del pudore, tema oggi considerato inattuale: “è banale dire che la mancanza di rispetto verso il pudore dei malati, a volte rasenta lo scandalo. Negli anni ‘60 circolava l’idea dei terapeuti di umanizzare gli ospedali per come venivano trattati i pazienti.

I medici non hanno più il tempo di parlare con i pazienti e con i familiari; la visita del primario è accompagnata da venti persone che circondano il letto, segnale di interesse verso la patologia, ma che dimentica il desiderio del paziente di non essere esibito”.

Ancora più doloroso, quando il pudore è lacerato da domande che non rispettano la libertà del paziente, il pudore di emozioni e pensieri non è meno ardente di quello del corpo.

Il buon senso di operare le domande dovrebbe quindi tenere in considerazione la tensione emozionale, il linguaggio degli occhi e dei gesti, l’intuizione → tratti della fenomenologia.

Le parole e il silenzio

La vita in psichiatria ha consentito di cogliere l’importanza e la disattenzione delle parole. Oggi siamo immersi in un mare di parole che non hanno confini, che hanno cancellato gli spazi di riflessione, contemplazione, preghiera, del silenzio.

Nel tempo della tecnica, della rapidità, immediatezza, dell’homo faber e homo robot, le parole rallentano le decisioni che hanno bisogno di tempo: allora la tendenza dominante è quello di scegliere le parole comuni e aride, interscambiabili in vari contesti emozionali.

Le parole, anche nella vita, hanno bisogno di silenzio che dia loro pienezza semantica.

Capitolo 4 - Il dialogo con il silenzio

Il silenzio ha grande importanza nella vita e in psichiatria. Dovremmo abituarci a distinguere il silenzio che nasce dalla riflessione, da timidezza o insicurezza, da quello che nasce da tristezza, malinconia, angoscia, inquietudine dell’anima, depressione e disperazione.

Nel silenzio delle parole ci sono diversi linguaggi (volti, sguardi, lacrime e sorrisi) che dovremmo saper decifrare ed interpretare. Il silenzio inquieta, perché non sappiamo cosa nasconde e non pensiamo alle risonanze emozionali del nostro silenzio per chi ci guarda. Ci sono silenzi che intimidiscono, aggrediscono, fanno paura, magari è la nostra insicurezza a mostrarceli tali.

Un'ulteriore distinzione è quella fra silenzio e mutismo: nel mutismo non si hanno parole, né emozioni autentiche o il desiderio di comunicare.

Ci sono molti modi in cui silenzio e parole si possono intrecciare. Alcuni silenzi rendono vive le parole, dilatano le emozioni; altri, sostituiscono le parole nel dire gioia, o dolore.

C’è il silenzio del cuore che nasce dall’interiorità, ma c’è anche il silenzio chiuso in sé e senza risonanze emozionali. Spesso non si raccoglie il silenzio, lo si interrompe perché non si ha tempo né voglia o sensibilità per coglierne il senso e ricondurlo alle emozioni.

Il silenzio in psichiatria

Non è facile decifrare i significati che ha il silenzio, in pazienti che chiedono aiuto e non hanno parole per indicare la loro inquietudine, angoscia e paura o desiderio di morire.

I significati del silenzio riemergono se l’intuizione ci aiuta a coglierli.

Ma l’intuizione è una inclinazione del cuore che riguarda la sensibilità. Il silenzio lascia intravedere aree oscure, di speranza e disperazione, che dovremmo saper ascoltare. Come distinguere il silenzio della profonda depressione e il desiderio di morte, da quello che nasce da timidezza e desiderio di solitudine? Non dovremmo mai farci trascinare dall’impazienza, dalla fretta, noncuranza e disattenzione, e nemmeno aggredire il silenzio. Alcuni colloqui con pazienti immersi in silenzi pietrificati, fanno temere il suicidio.

Ogni volta ci si chiede cosa dire, sapendo che le parole sarebbero state pericolose, e come dimostrare la mia presenza, se non tacendo, e immaginando le parole.

Un’ora di silenzio e dialogo con gli occhi, non è perduta per il medico, né per il paziente.

Nel silenzio si ascoltano voci dell’anima, che portano con sé risonanze emozionali vive; esso è dentro di noi, e nella sua fragilità è necessario dargli spazio vitale senza spegnerlo.

Nel diario di Etty Hillesum si legge: “in me c’è silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono parole che stancano,

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vera1802 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica della formazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Fadini Ubaldo.
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