Manuale di assertività
Assertività
Assertività: significato del termine. Assertività deriva dall’italiano “asserire”, mentre in psicologia viene ripreso dall’inglese “assertiveness” e tradotto con varie espressioni come “efficacia personale”, “efficienza” e “affermatività”. Essa rappresenta la qualità di chi è in grado di far valere le proprie opinioni e i propri diritti pur rispettando quelli degli altri. L’assertività costituisce, infatti, il punto centrale di una linea di comportamento i cui estremi negativi sono la passività e l’aggressività.
Accendere l'Io
L’assertività è la caratteristica di chi si realizza, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale, ma senza ritenersi coincidente con esse; tutto ciò che appartiene al mondo dell’esperienza è mutevole mentre l’Io è immutabile. Ad esempio, Handke presenta l’Io come una macchina inattendibile in quanto spesso ci si dimentica di essere i soggetti che scelgono e decidono e ci si lascia influenzare da pensieri automatici che sono frutto di condizionamenti.
Divenire assertivi
Cambiando il comportamento si possono cambiare paure e atteggiamenti sbagliati; la chiave per la scoperta dell’assertività è, dunque, la pratica di nuovi modelli di comportamento ogni volta che si presenta l’occasione. Il comportamento non assertivo costituisce una sorta di circolo vizioso, che tende a perpetuarsi sino a che non intervenga qualcosa in grado di forzare un cambiamento decisivo. La scarsa assertività infatti produce essa stessa effetti collaterali negativi che rendono più difficile il cambiamento come scarsa stima di sé, scarsa considerazione da parte degli altri o addirittura sdegno e disprezzo. Ma anche quando una persona ha un’idea elevata di sé può essere vittima del medesimo circolo vizioso. Cambiando comportamento, invece, si può trasformare il ciclo vizioso in una sequenza positiva. L’assertività, cioè, produce effetti benefici; gli altri iniziano a trattarci con maggiore attenzione e noi raggiungiamo più facilmente i nostri obiettivi nei rapporti con loro, incontrando più spesso condizioni favorevoli. Per essere assertivi, tuttavia, non basta essere spontanei ma occorrono anche numerose abilità sociali.
La persona assertiva
È il rispetto della coscienza che solleva dall’individualismo, perché la coscienza non si definisce per i suoi contenuti, sulla base della propria esperienza e delle proprie esigenze, ma unicamente per i valori a cui fa riferimento; sono valori che si riferiscono a ciò che si è e non a ciò che si ha. Essere assertivi non significa diventare moralisti o giudici severi dei comportamenti altrui, il comportamento assertivo può essere trovato ovunque senza forzature. Non esiste un comportamento assertivo che è uguale per tutti gli individui e non ci sono comportamenti assertivi di per sé; l’importanza è sapere equilibrare, a seconda delle circostanze, aggressività e passività.
Il comportamento aggressivo e passivo
Passività e aggressività sono due facce della stessa medaglia. Ad esempio, spesso colui che è passivo cova desideri di grandezza ed è tacitamente presuntuoso e superbo, ma temendo la frustrazione, risulta inibito dal suo stesso desiderio di apparire importante. Il comportamento aggressivo è quello di una persona che cerca di fare in modo che le proprie esigenze e i propri diritti vengano soddisfatti ad ogni costo. In questo modo, pur ottenendo dei successi, chi si comporta in modo aggressivo si trova spesso ad essere insoddisfatto di se stesso. La persona aggressiva, dunque, esprime i propri sentimenti, bisogni, diritti e opinioni senza rispetto per sentimenti, bisogni, diritti e opinioni altrui. A breve termine, il comportamento aggressivo permette sicuramente un rilascio della tensione e una sensazione di potenza per aver “vinto”. A lungo termine, tuttavia, ciò può portare a:
- Senso di colpa e di vergogna.
- Incolpare gli altri del proprio sentimento di rabbia.
- Diminuzione della fiducia e della autostima.
- Emozioni di risentimento intorno alla persona aggressiva.
L’estremo opposto del comportamento aggressivo è il comportamento passivo, ossia quello di una persona che mette da parte le proprie esigenze, i propri diritti e anche i propri doveri perché trova difficile affrontare una situazione in modo diverso. Una persona passiva non esprime i propri sentimenti, bisogni, diritti e opinioni e sovrastima quelli degli altri. A breve termine, ciò può portare a una riduzione dell’ansia, a evitare sentimenti di colpa e il martirio. Mentre a lungo termine, si può evidenziare una continua perdita della stima di sé e un incremento della rabbia, dello stress e della disforia. L’obiettivo, in questo caso, è dunque quello di evitare i conflitti e compiacere gli altri.
Il manipolativo
Ci sono persone che nascondono la propria passività grazie a comportamenti che gli permettono di raggirare gli altri, manipolandoli. Sono manipolative le frasi dette con l’intenzione di far sentire l’altra persona, ad esempio, ignorante o in colpa. Ma vi è anche chi usa ragionamenti manipolativi per mascherare la propria aggressività, per poter ottenere dagli altri ciò che si vuole, in modo subdolo e apparentemente inattaccabile.
Principio di reciprocità: l’assertivo e gli altri
Ciò che accomuna il passivo e l’aggressivo è l’egocentrismo, quell’atteggiamento individualistico che porta a considerare gli altri come estranei. L’assertivo sa che essere persona significa appartenere al genere umano, e quindi che non si può trattare nessuno come se fosse estraneo.
Reciprocità e solitudine
Il filosofo indiano Osho riprende il tema della solitudine, la quale si riferisce alla teoria che l’Io individuale è rinchiuso entro un mondo che è solo suo. Nell’altro si condannano i propri difetti o si apprezzano le proprie virtù. Questo rende semplice comprendere cosa significa essere passivi o aggressivi; passività e aggressività non sono altro che fraintendimenti del nostro valore. Un buon rapporto con l’altro si ha solo con un buon rapporto con se stessi, l’altro diventa quindi testimone della propria solitudine. Comprendere la solitudine è segno di autonomia, mentre accettare l’isolamento è segno di mancanza di abilità sociali e il sentirsi isolato è indice di una dipendenza dagli altri e dell’incapacità di relazionarsi: la solitudine non è isolamento.
Persona e personaggio
Il personaggio dipende dai condizionamenti sociali, mentre la persona non ha necessità di essere dipendente dagli altri perché valuta le sue azioni non in funzione del loro giudizio, ma dei propri valori. Sono i valori che danno significato alle azioni di una persona, consentendole di superare le difficoltà senza perdersi in cose inutili e vane.
Origine e storia
Ricchezza espressiva e libertà dall’ansia: Salter. L’assertività non si riduce a formule per pensare positivo o a tecniche per controllare le proprie e altrui emozioni, ma è un insieme complesso di fattori che agiscono sul comportamento degli individui dall’interno, producendo emozioni positive. All’americano Salter risalgono le prime ipotesi sulle caratteristiche dell’assertività; le persone passive risultano inibite nei rapporti con gli altri e tendono a sentirsi depresse e frustrate, con frequenti crisi di ansia quando sono sole. Di contro, un comportamento ricco di qualità espressive non solo riduce l’ansia ma stabilizza anche l’umore, rafforzando la fiducia e la sicurezza. Egli propone sei regole per diventare assertivi:
- Esprimi a parole i tuoi sentimenti (le persone devono sapere quando sei felice, triste, arrabbiato).
- Mostra le tue emozioni a livello non verbale (se sei felice, sorridi e mostra felicità).
- Quando non sei d’accordo con qualcuno discuti con lui.
- Usa il pronome “Io” il più possibile.
- Esprimi apprezzamento quando sei elogiato.
- Improvvisa.
Inibizione reciproca tra assertività e ansia sociale: Wolpe
Wolpe contribuì alla nascita della moderna terapia del comportamento, introducendo il principio della inibizione reciproca. Egli aveva sperimentato come certi stati emotivi (rilassamento, collera, eccitazione e affermazione di sé) avessero un potere inibitorio nei confronti dell’ansia. Tale principio trae origine dalla teoria dei riflessi condizionati di Pavlov; emozioni come l’ansia e la paura possono collegarsi a situazioni-stimolo di per sé non minacciose, ma presenti in occasione di eventi realmente pericolosi. Questo fenomeno è noto come condizionamento e le reazioni così apprese sono dette riflessi condizionati. L’estinzione di un riflesso condizionato si ha quando lo stimolo che lo provoca viene ripetutamente presentato in assenza dello stimolo incondizionato a cui era stato associato.
Abilità sociali e svantaggio culturale: Goldstein
Lo studio degli effetti positivi dell’assertività ha dato origine a due prospettive di ricerca: una orientata alle applicazioni pedagogiche e l’altra a quelle cliniche e psicoterapeutiche. Goldstein condusse diverse ricerche in campo pedagogico e didattico, soprattutto sul legame tra scarse abilità sociali e difetti di apprendimento, in persone svantaggiate. Il suo programma venne definito “Skillstreaming”, e sottolinea l’importanza di acquisire abilità sociali specifiche per migliorare l’apprendimento superando la convinzione che le difficoltà di apprendimento siano determinate da effetti di natura esclusivamente intellettiva. Non conta solo l’intelligenza, ma anche la capacità di osservare, di esprimere il proprio pensiero, di fare domande e così via; l’accresciuta capacità di cercare soluzioni più adeguate ai problemi personali ha come effetto stimolare l’intelligenza. Tale approccio si realizza mediante:
- Modeling (apprendimento mediante imitazione di modelli comportamentali più efficaci).
- Role playing (prove di comportamento con scambio di ruolo).
- Performance feedback (apprendimento mediante l’attenzione ai risultati delle prestazioni).
- Transfer (generalizzazione alle situazioni quotidiane, con compiti a casa).
La formazione assertiva come terapia polivalente: Liberman
Nell’ambito clinico, Liberman ha proposto un programma di trattamento in cui l’assertività viene utilizzata come terapia non solo per la timidezza, l’ansia, la depressione e lo stress, ma anche per schizofrenia, paranoia e mania. Egli sottolinea l’importanza dell’attività di gruppo per allenare i partecipanti a riconoscere la natura sociale delle emozioni e a esprimerle. Secondo l’autore, la persona assertiva fa valere i propri diritti e rispetta quelli degli altri, raggiunge i propri obiettivi senza offendere gli altri, ha una buona immagine di sé e un’appropriata fiducia, si esprime in modo chiaro e autonomo e decide per se stessa. La persona passiva, invece, permette che vengano violati i propri diritti e che gli altri ne traggano vantaggio, non raggiunge i propri obiettivi, si sente frustrata, infelice e ansiosa, è inibita e depressa e consente che gli altri scelgano per lei. Infine, la persona aggressiva viola i diritti altrui per trarne vantaggi, raggiunge i propri obiettivi a spese altrui, è sulla difensiva, umilia e disprezza gli altri, è esplosiva, imprevedibilmente ostile e irrita, nonché si intromette nelle scelte altrui.
Concezione umanistica e tecnicismo
Da un punto di vista teorico, le diverse posizioni viste finora non sono tra loro divergenti, ma interagiscono tra loro e delineano una concezione sfumata e complessa della formazione assertiva. Da un punto di vista pratico, invece, quando l’assertività è diventata parte di corsi di formazione, tale complessità è stata trascurata, privilegiando l’acquisizione di tecniche che l’hanno resa semplicistica e illusoria. Dopo i primi anni di entusiasmo per la formazione assertiva, difatti, ci si è accorti che un aumento di abilità nel campo assertivo non si traduceva necessariamente in benessere. In molti casi era evidente che il risultato raggiunto si limitava al perfezionamento di una maschera apparentemente efficace che non determinava il superamento di schemi condizionati di comportamento. Veniva quindi attuato un approccio tecnicistico; quando i mezzi vengono posti in primo piano come se fossero dei fini, si ha una svalutazione della persona, considerata in funzione della sua abilità tecnica. Negli ultimi anni si è, quindi, iniziato a sottolineare l’importanza di unire alle tecniche un discorso più profondo di cambiamento culturale, nella prospettiva di un rinnovato umanesimo.
Uso clinico dell’assertività
Per diversi motivi si può supporre che esista una correlazione tra le difficoltà relazionali e quelle personali di comportamento. Questo risulta anche in linea con la teoria di Wolpe dell’inibizione reciproca, secondo cui qualsiasi fobia trarrebbe giovamento da un clima sociale emozionalmente empatico e caloroso. Dal punto di vista clinico, l’assertività viene considerata un importante fattore terapeutico nei disturbi definiti “a causalità multipla” o “borderline di personalità”; mediante training assertivi si creano maggiori opportunità di sperimentare emozioni positive, migliorando l’efficacia interpersonale e ancorando l’autostima ai valori della persona sottraendola ai condizionamenti sociali negativi. Comportamenti assertivi vengono modellati e messi in pratica con lo scopo di aiutare le persone a sviluppare una gamma abbastanza ampia di comportamenti che rispondano alle loro esigenze.
Principali studi sull’assertività in ambito psichiatrico
Nonostante l’ampia evidenza che mostra l’esistenza di una relazione tra disturbi mentali e deficit in vari aspetti della competenza sociale, non siamo ancora in grado di affermare che una lacuna nella competenza sociale causi il disturbo mentale o viceversa. Una prima ipotesi è che deficit di abilità sociali siano la causa di disturbi psichiatrici, mentre una seconda ipotesi è che i disturbi psichiatrici comportino anche deficit nelle abilità sociali. Infine, una terza ipotesi è che i due ordini di fenomeni siano in relazione tra loro; tutte queste possono essere definite come parzialmente vere. Il training assertivo, dunque, non può essere considerato la terapia di elezione dei disturbi psicotici e neurotici, ma solo in alcuni casi specifici. In ogni caso rappresenta un valido supporto per interventi di altra natura.
L’assertive training: terapia a largo spettro
Secondo Saslow, il training assertivo può essere considerato una terapia a largo spettro che si realizza attraverso un programma di esercizi volti a incrementare e migliorare la capacità espressiva personale, con una maggiore consapevolezza nei confronti del ruolo comunicativo dei tre canali di risposta: emotivo, comportamentale e verbale. L’espressione delle emozioni, infatti, permette di risolvere o di tenere sotto controllo l’ansia, rappresenta l’espressione di se stessi determinando autorealizzazione, permette a sé e agli altri di conoscere le esigenze personali, con il feedback sociale conseguente concorre a determinare un modello operativo positivo. La depressione reattiva, ad esempio, è spesso connessa con difficoltà nell’instaurare rapporti interpersonali soddisfacenti e incrementare le abilità sociali può costituire un elemento importante per modificare l’atteggiamento generale. I disturbi psicosomatici sono anch’essi l’esito di errate canalizzazioni delle risposte di adattamento dell’individuo all’ambiente.
Il training assertivo costituisce, dunque, di per sé il trattamento di una serie di disturbi. La sua azione si esplica sullo stile comportamentale dell’individuo e la sua specificità si attua nella scelta degli esercizi finalizzati all’acquisizione delle singole abilità sociali. L’obiettivo primario si realizza, invece, grazie a una task analysis che distribuisce le abilità esercitate lungo un programma di progressiva generalizzazione. Al termine del training, il partecipante giunge ad essere in grado di utilizzare modalità di funzionamento differenziate di risposta attraverso i tre repertori di base. Per la valutazione e l’acquisizione delle abilità sociali di ciascun repertorio è possibile individuare 5 “distanti razionali”:
- I condizionamenti sociali emotivi costituiscono la fonte più immediata di disadattamento e si manifestano con reazioni del repertorio autonomico. L’acquisizione delle abilità di controllo di tali reazioni ha come obiettivo l’autonomia emotiva.
- Il repertorio motorio contribuisce alla dimensione sociale dei problemi per le varie forme di inibizione che ne limitano le manifestazioni. Le abilità che il training sollecita a questo livello hanno come obiettivo la libertà espressiva.
- Il repertorio cognitivo ha un grado maggiore di complessità e comprende tre livelli di abilità sociali. Il primo livello riguarda il criterio per mediare le esigenze personali con quelle sociali e l’obiettivo è quello del rispetto di sé. Le abilità relative sono dette semplicemente assertive.
- Sempre all’interno del repertorio cognitivo, il livello successivo riguarda la capacità di auto-apprezzamento, che si attua con le abilità dei processi decisionali. L’obiettivo è dato dalla capacità di iniziativa.
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