TEORIE, METODI E DIDATTICHE DEL MOVMENTO UMANO
NELLE ETÀ DELLA VITA
BIBLIOGRAFIA MODULO 1
L’intenzionalità educativa degli spazi pubblici, Antonio Borgogni
- Gioco in movimento al nido, Carocci Faber
-
Lezione: Cultura del movimento e ruolo delle scienze motorie
Conoscere quante persone praticano sport in Italia è un’informazione importante, ma
lo diventa ancora di più se la confrontiamo con quanto accade negli altri paesi
europei. Questi confronti ci permettono di capire dove ci troviamo, quanto siamo in
linea con le tendenze internazionali e dove possiamo intervenire per migliorare. In
fondo, conoscere il contesto è il primo passo per cambiarlo.
Ma spesso questo contesto non lo vediamo. Non perché non ci sia, ma perché ne
siamo immersi. È come l’acqua per i pesci. C’è un famoso discorso dello scrittore
David Foster Wallace che racconta di due giovani pesci che nuotano e incontrano un
pesce anziano che chiede loro: “Com’è l’acqua oggi?”. I due si guardano e uno dice:
“Che cos’è l’acqua?”. Questa è la metafora perfetta: quando siamo completamente
immersi in un ambiente, finiamo per non accorgercene. E questo vale anche per noi
nel mondo dello sport e dell’attività motoria.
Esistono ambienti che favoriscono la cultura del movimento e altri che la ostacolano.
Alcuni contesti sono virtuosi, hanno trovato strade efficaci per incentivare la pratica
sportiva. Studiare questi casi ci aiuta a capire come ottenere risultati simili anche nel
nostro sistema. Altri ambienti, invece, sono problematici e vanno compresi per poter
essere trasformati.
Un tema che spesso viene frainteso è quello della narrazione sportiva. Lo sport,
oggi, è raccontato quasi esclusivamente attraverso i grandi campioni. Questo accade
perché dietro i campioni c’è business, visibilità, spettacolo. Ma il rischio è che questo
nasconda tutto il resto: l’educazione motoria, la pratica amatoriale, il valore sociale
dello sport. La nostra attenzione deve andare anche a questi aspetti, perché
rappresentano la realtà quotidiana di milioni di persone.
Negli ultimi anni la ricerca ha messo in evidenza due aspetti fondamentali che
motivano le persone a muoversi: il piacere del movimento e il senso di autoefficacia.
Se un’attività è piacevole, la si continua. Se mi sento capace, continuo a praticarla. Al
contrario, se provo frustrazione o mi annoio, smetto. Questo è centrale per noi
educatori: dobbiamo creare esperienze che siano accessibili e gratificanti per tutti,
non solo per chi è già bravo.
A questo proposito, vi racconto il caso di un uomo di oltre 90 anni che ogni giorno
salta un piccolo fosso, come parte della sua routine. Non è il gesto atletico in sé ad
essere importante, ma il fatto che lui lo faccia perché gli dà piacere, gli conferma che
“ce la fa ancora”. Questo è senso di autoefficacia. È la motivazione che spinge a
continuare.
Noi, come futuri professionisti dell’educazione motoria, dobbiamo garantire che ogni
persona, anche chi è meno dotato o motivato, possa trovare la propria strada e il
proprio equilibrio attraverso il movimento. Solo così l’attività fisica diventa davvero
inclusiva.
Ma per farlo, serve anche uno spirito critico. Un esempio? La frase “Mens sana in
corpore sano” viene spesso ripetuta come uno slogan nello sport. Ma in realtà, la
frase completa è: “Orandum est ut sit mens sana in corpore sano”, cioè “Bisogna
pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano”. Non è una garanzia, ma un
auspicio. Questo ci mostra quanto sia facile usare concetti senza comprenderli
veramente. Il nostro compito, invece, è approfondire, decostruire, ragionare.
Essere laureati in scienze motorie significa proprio questo: non essere semplici
esecutori, ma progettisti, educatori, pensatori. Non basta saper fare un esercizio:
dobbiamo saper costruire un percorso, adattarlo, valutarlo, comunicarlo. Per questo,
dobbiamo anche uscire dalla logica dell’“istruttore” che esegue programmi scritti da
altri. Il nostro ruolo è diverso. È attivo, è creativo, è critico.
Oggi, sul mercato del lavoro, ci sono moltissime persone che operano nel mondo
dello sport pur senza essere laureate. Se non ci distinguiamo per metodo, competenza
e cultura, finiamo per essere sullo stesso piano. E allora viene da chiedersi: perché
fare l’università? La risposta sta proprio nella qualità del pensiero, nella capacità di
progettare, nell’avere una visione professionale chiara.
Infine, un breve sguardo ai dati. L’Italia è tra i paesi che ottengono buoni risultati alle
Olimpiadi. Tuttavia, guardare solo al numero assoluto di medaglie può essere
fuorviante. Un’analisi più corretta è quella che rapporta le medaglie alla popolazione.
In questo modo emergono paesi piccoli ma efficientissimi, come Finlandia, Svezia,
Ungheria. L’Italia mantiene una buona posizione, ma diversa rispetto a quella vista
nei dati assoluti. Questo ci dimostra che anche nel valutare i risultati serve sempre un
approccio scientifico e critico.
Il nostro compito, come futuri professionisti delle scienze motorie, non è solo far
muovere le persone, ma farle muovere con senso, con consapevolezza, con piacere.
E per farlo dobbiamo imparare a “vedere l’acqua”, cioè riconoscere i contesti, leggere
i dati, decostruire i luoghi comuni, e costruire percorsi che siano efficaci, inclusivi e
significativi.
Lezione: Dati, pratica sportiva e cultura del movimento in
Europa
Quando parliamo di eccellenza sportiva, è importante tenere conto del contesto
demografico. Una nazione con 10 milioni di abitanti ha inevitabilmente una base
numerica più ristretta da cui far emergere talenti rispetto a una realtà molto più
popolosa come la Cina o l’India. È quindi chiaro che il numero di medaglie olimpiche
non può essere letto in modo assoluto, senza considerare la popolazione, la storia
sportiva e le risorse dei singoli paesi.
Per analizzare la situazione reale, conviene guardare ai dati che ci parlano non solo di
élite, ma soprattutto di pratica sportiva diffusa. In questo senso, una delle fonti più
importanti è l’indagine Eurobarometro Sport e Attività Fisica, condotta dalla
Commissione Europea ogni quattro anni. Questa ricerca ci offre una fotografia molto
chiara delle abitudini motorie nei diversi paesi.
Una delle domande chiave di questa indagine è: “Con quale frequenza pratichi
sport o esercizio fisico durante la settimana?”. Ebbene, quasi il 45% degli europei
risponde: “Mai”. Un dato che sorprende molti. In Italia la situazione è anche
peggiore: il 56% della popolazione dichiara di non praticare mai sport o esercizio
fisico. Questo significa che oltre metà degli italiani sono completamente
sedentari.
Ma cosa si intende esattamente per “fare sport” o “fare esercizio”? L’indagine lo
chiarisce: include qualsiasi attività fisica svolta con regolarità e con uno scopo
motorio, come nuotare, correre, andare in palestra, ma anche camminare a passo
sostenuto o fare ginnastica.
Se guardiamo a chi pratica regolarmente, in Europa è il 6%, in Italia appena il 3%.
Una differenza netta. E se sommiamo a questo i praticanti “occasionali”, arriviamo a
un 38% di persone attive in Europa. Rimane comunque una larga maggioranza di
popolazione inattiva.
Questo dato ha implicazioni dirette anche sul piano professionale. Se in Italia ci
fossero 5-6 milioni di persone attive in più, come sarebbe se semplicemente
raggiungessimo la media europea, questo significherebbe milioni di nuovi potenziali
utenti per chi lavora nel mondo delle scienze motorie. Perciò, non si tratta solo di un
tema di salute pubblica o culturale, ma anche di opportunità lavorative concrete.
L’indagine ci mostra anche altre correlazioni interessanti. Ad esempio, il livello di
istruzione ha un impatto fortissimo sulla pratica sportiva. Tra chi ha terminato gli
studi a 15 anni o meno, il 74% non pratica mai sport. Questa percentuale scende
drasticamente tra chi ha proseguito gli studi, evidenziando una relazione molto
stretta tra cultura e attività fisica.
Anche lo status socio-economico influisce, ma in misura leggermente minore. Le
persone che dichiarano difficoltà economiche praticano meno, ma il divario rispetto
alle fasce più agiate è meno marcato di quello legato al livello di istruzione.
Un altro fattore chiave è l’età: con l’avanzare degli anni, la sedentarietà aumenta in
modo significativo. La fascia 15-24 anni è la più attiva, ma già dopo i 39 anni si
assiste a un crollo notevole della partecipazione. E il divario di genere esiste: gli
uomini, in media, sono più attivi delle donne.
Se allarghiamo la prospettiva e guardiamo non solo allo sport ma alla attività fisica
quotidiana (camminare, spostarsi a piedi, salire le scale), il quadro cambia
leggermente: i valori migliorano, ma resta il fatto che in Italia una persona su tre non
compie nemmeno questo tipo di movimento in modo regolare. In altri paesi
europei, invece, l’attività fisica è parte integrante dello stile di vita. L’Olanda e la
Danimarca, ad esempio, vantano altissimi livelli di mobilità attiva, soprattutto in
bicicletta.
Questo ci porta a riflettere anche sul ruolo della scuola. Spesso è l’unico luogo in cui
bambini e ragazzi fanno attività motoria obbligatoria. Ma non basta. Le statistiche ci
dicono che i bambini italiani sono tra i più sedentari d’Europa e anche tra i più
sovrappeso. Eppure, questi dati raramente fanno notizia. Il mondo dello sport
preferisce raccontare le medaglie e i successi, perché sono più visibili, più
accattivanti. Ma il nostro compito è un altro: guardare la realtà per intero, anche
nelle sue criticità.
È importante capire che probabilmente pochi tra voi lavoreranno con campioni
olimpici, ma tutti vi confronterete con la realtà sociale quotidiana. La vera sfida è
agire sull’intera popolazione, far crescere una cultura del movimento diffuso,
accessibile, integrato nella vita di tutti i giorni.
Chi lavora nelle scienze motorie ha la responsabilità – e anche l’opportunità – di
agire su più livelli: educativo, culturale, sociale e professionale. Abbiamo bisogno di
professionisti che non siano meri “istruttori”, ma educatori consapevoli, capaci di
leggere i dati, interpretare i contesti e progettare interventi efficaci. Il cambiamento
comincia da qui.
Non possiamo più permetterci di guardare solo ai vertici della piramide sportiva. Se
vogliamo costruire un futuro attivo, sano e culturalmente consapevole, dobbiamo
intervenire sulla base. Promuovere il movimento non è solo una questione di
ginnastica: è una scelta culturale, educativa e, per molti di voi, una scelta di carriera.
Gesto, movimento e significato nella pratica motoria
Il gesto sportivo assume un significato molto ampio: non è solo performance, ma
espressione. Proprio come nel caso, più tardi, delle Olimpiadi di Città del Messico del
1968, quando gli atleti afroamericani Tommy Smith e John Carlos alzarono il pugno
sul podio per protestare contro la segregazione razziale. Un gesto iconico, parte del
movimento Black Power, compiuto in un periodo attraversato da forti proteste sociali
e culturali, anche al di fuori dello sport.
Ecco la chiave: quel gesto non era solo un movimento fisico, ma un gesto carico
di significato. In educazione motoria, questa differenza è fondamentale. Un
movimento è una risposta motoria meccanica, un gesto è un atto motivato, che ha
senso, che comunica. Questo vale a maggior ragione con i bambini, con gli anziani, o
in contesti educativi in cui dobbiamo stimolare motivazione, adesione e
coinvolgimento.
Pensiamo per esempio a un anziano a cui chiediamo di sollevare il braccio per fare un
esercizio. Possiamo dire “alzare l’arto superiore per effettuare una flessione
dell’avambraccio”, oppure possiamo dire: “Facciamo il gesto di pettinarci&rdqu
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