Urbanistica II
Lezione 3 8/10/2023
IL PIANO COMUNALE
Definizione Piano:
un piano non è un concetto dell’urbanistica in particolare, ma un concetto che si può applicare a una
realtà più ampia….alla vita di tutti i giorni. Quindi in generale si può dire…
“è un sistema congegnato di decisioni e di regole operative con le quali un soggetto o un gruppo di
soggetti predispone azioni funzionali al conseguimento di determinati obiettivi”
Quindi definizione generica ma dentro ci sta la questione decisionale, delle regole (regole che poi
portano all’attuazione e alla operatività. Un piano non aleggia in una dimensione astratta e poi viene
tradotto in uno strumento attuativo ( a volte nella storia dell'urbanistica è avvenuto?). Quindi nella
storia della città e della pianificazione vedremo che non sempre il piano ha portato a un’operatività
diretta, ma sopratutto dopo il piano è stata l’espressione di assetto e di controllo del territorio in
generale.
In Urbanistica, s’intende per Piano “un sistema complesso di previsioni e regole, articolato in
elaborati aventi contenuti e forma differenziati, con le quali un ente o autorità territoriale formalizza
e rende note a un complesso di soggetti destinatari una serie di decisioni e norme di propria
competenza istituzionale, funzionali a finalità e obiettivi attinenti in forme diverse all’assetto
territoriale e urbano” (Piroddi, Cappuccitti 2008)
Di competenza istituzionale, si intende che a seconda della tipologia di piano competerà a un
soggetto differente es. se è un piano comunale, competerà al comune ecc..
Un piano dovrebbe essere uno strumento di razionalità esplicita , perché viene condiviso il
contenuto del piano, non è una cosa che si costruisce nelle stanze del potere ma dovrebbe essere
una cosa che si costruisce e si partecipa (democrazia partecipativa). Proprio poiché è frutto di questa
democrazia partecipativa il processo di redazione di un piano è lento, perché bisogna mettere a
sistema le diverse esigenze di tutti coloro che hanno gli interessi.
Carattere comune a tutti i Piani è la concezione di un “modello di assetto” della città e del territorio
(o di componenti specifiche), modello che s’intende perseguire e attuare in un intervallo di tempo
predefinito.
Il Piano si sviluppa, dunque, come uno strumento di “indirizzo e controllo” delle trasformazioni
della città e del territorio nel tempo.
Affinché il “modello di assetto” possa realizzarsi nel tempo, il Piano stabilisce condizioni di base,
regole e restrizioni del dominio individuale che devono essere osservate da tutti i soggetti
destinatari dell’azione di pianificazione
Il piano si sviluppa come strumento di controllo e di indirizzo delle trasformazioni delle città, fare
delle ipotesi di utilizzo del patrimonio pubblico, che addirittura a volta risulta essere privato. Quindi
a volte si cerca una via conciliativa non usando l’espropriazione ma passando per una via
perequativa.
Significati del Piano Urbanistico:
Noi possiamo in realtà articolare in modo molto dettagliato diverse definizioni di piano urbanistico
(diverse sfaccettature del piano)
Il Piano come…
• Strumento politico (espressione di una amministrazione che persegue scelte sociali,
economiche, ambientali, che convergono in forme spaziali) .
Ricordiamo che le forma spaziali sono frutto delle politiche scelte (questo si ricollega alle
definizioni fatte nelle lezioni 1 e 2 quando si parlava di urbanistica e politica Gabellini)
• Documento tecnico (qualità degli elaborati scritti e grafici)
Infatti lo redigono degli specialisti, che non sono i demiurghi o gli archi-star, ma sono
soggetti incaricati dal committente di perseguire l’obiettivo del committente stesso. Per fare
un piano quindi sono coinvolti i tecnici ma si necessita la consultazione di una serie
innumerevoli di soggetti.
• Atto amministrativo (sequenza di atti, rilievo giuridico con ricadute su proprietà
immobiliari, operatori economici, decisori politici, intera civitas)
L’italia è un paese a atto amministrativo, noi abbiamo una sequenza di atti che hanno un
rilievo giuridico forte sulle proprietà private e pubbliche. Quindi si riflettono anche sugli
operatori economici che rischiano, sull’intera cittadinanza.
• Progetto (disegno evolutivo al futuro, “vision” proiettiva soprattutto della pubblica
amministrazione in quanto espressione della civitas, ma anche di soggetti privati)
è un disegno evolutivo della città del territorio al futuro. È una visione prospettica, questa
visione appartiene per lo più alla mano pubblica locale, che è uno dei soggetti principali. Ci
sono dei soggetti privilegiati (investitori ecc) e soggetti recessivi (quelli più deboli che
necessitano tutela dal punto di vista delle decisioni) Ma comunque dobbiamo tenere a mente
che un piano può essere pure di un soggetto privato.
• Interpretazione/descrizione (narrazione evolutiva della città e del territorio…)
• Ipotesi di trasformazione (insediamento e territorio contestuale)
• Riferimento (per le azioni dei diversi attori: pubblica amministrazione, forze economiche,
portatori d’interesse,…)
• Strumento (nei processi di trasformazione e nell’interazione sociale)
• Programma (evoluzione verso la dimensione flessibile e concretamente attuativa con
soggetti, regole, tempi, risorse certe...)
A differenza di piano la parola programma include uno sguardo forte all’attuazione, . Un
piano deve avvalersi di strumenti attuativi mentre il programma ha già una componente
volta al fare, non più solo all’ipotizzare.
• Espressione delle scelte dell’amministrazione
• Patto sociale (convergenza e condivisione da parte dei diversi attori degli obiettivi)
Si parla ad es di piani strategici che non sono degli strumenti urbanistici veri e propri ma dei
documenti di convergenza tra i vari soggetti, soggetti che a volte entrano in conflitto. Quindi
l’accordo si trova nel contenuto, la forma di convergenza deve esserci sennò non possiamo
fare nulla per i nostri territori e per la nostra città. Non fare niente si dice concetto 0, se io
non trovo una forma di convergenza per trasformare la mia città, non è che per questo la mia
città rimane immobile, la mia città tende a cambiare anche un assenza di pianificazione. Ma
non è la stessa cosa se esiste un piano oppure non c'è, è piu facile cambiare la realtà se si usa
un piano.
• Interpretazione dei bisogni e delle aspirazioni locali (declinazione della “vision” dei
soggetti territoriali e urbani; coinvolgimento critico della civitas: il tema della
partecipazione)
coinvolgo direttamente la cittadinanza.
• Compromesso tra volontà, bisogni e risorse (ricerca della felice collisione tra interessi,
istanze, possibilità)
ci sono soggetti che hanno diversi interessi, ci saranno delle forme di compromesso tra le
diverse parti
• Prodotto intellettuale (sforzo creativo collettivo, gestione della complessità)
il piano è un prodotto di tipo intellettuale non solo perché racconta la storia del passato ma
anche perché prova a descrivere alcuni scenari del futuro.
La pianificazione è veramente utile?
Lo studioso Wildavski fa una provocazione con un articolo (1973) non orientato direttamente
all’urbanistica, ma dice: “attenzione voi comunità scientifica e operante, voi avete voluto dare
all’urbanistica tantissime funzioni e ruoli, l’avete fatta diventare una disciplina super ambiziosa.”
Ma lui si chiede se la pianificazione sia tutto o meno... Se è inclusiva allora forse , dice lui, non è
niente.
“If planning is everything, maybe it’s nothing”
A. Wildavsky
“Laddove la pianificazione non è all’altezza delle aspettative, cosa che accade quasi ovunque, i
pianificatori sono bersagli utili. Sono stati troppo ambiziosi o non lo sono stati abbastanza. Hanno
pervertito la loro vocazione entrando in politica o sono stati insensibili alla dimensione politica del
loro compito. Ignorano i costumi culturali nazionali a loro rischio e pericolo o capitolano alle forze
cieche dell’irrazionalità. Prestano troppa attenzione al rapporto tra un settore economico e l’altro
ignorando l’analisi dei singoli progetti, oppure dedicano così tanto tempo a questioni specifiche da
non essere in grado di affrontare i movimenti dell’economia nel suo complesso. I pianificatori non
possono più definire un ruolo per se stessi. Dalle vecchie città americane alle nuove città
britanniche, dai paesi più ricchi a quelli più poveri, i pianificatori hanno difficoltà a spiegare chi
sono e cosa dovrebbero fare. Se si suppone che curino le società malate, il paziente sembra non
guarire mai. Perché i pianificatori non riescono mai a fare la cosa giusta?“
If planning isn’t everything, maybe it’s something
E.R. Aalexander invece dice:
non è vero che la pianificazione è tutto, ma rappresenta qualcosa.
“Sebbene le conclusioni di Aaron Wildavsky siano basate su diversi errori, il suo caso solleva
alcune questioni che meritano la nostra attenzione. Questi includono la domanda "che cosa sta
pianificando?" e il problema correlato di come, se del caso, valutare la pianificazione.
L'argomentazione di Wildavsky contro la pianificazione non è stata esaminata seriamente, credo, e
ancor meno confutata, per tre ragioni:
1. È apparsa in un giornale letto da pochi pianificatori, e sfortunatamente non è stata ristampata
nella “corrente principale” della letteratura sulla pianificazione.
2. Molti tra i suoi lettori hanno sicuramente trovato convincente il caso di Wildavsky e non hanno
visto alcun motivo per prendere le armi a favore della pianificazione.
3. Alcuni dei suoi lettori che intuitivamente non erano d'accordo (forse perché, come questo autore,
sono pianificatori o sono associati alla pianificazione) non sono riusciti ad articolare una risposta
ragionata perché il titolo provocatorio dell'articolo e lo stile deliberatamente polemico rendono le
sue conclusioni sgradevoli facili da respingere.”
Vediamo anche le riflessioni di P.C Palermo sul confronto Wildavski – Alexander (2022)
1973: Aaron Wildavsky (scienziato politico di fama, a Berkeley: Horowitz, 2004) ha pubblicato un saggio
memorabile, che ancora oggi rappresenta un monito e una sfida assolutamente attuali per la cultura e le
istituzioni del planning. Con pacata fermezza, l'autore ha messo a soqquadro funzioni, responsabilità e
competenze di un'area disciplinare (allora) emergente che, a suo giudizio, finiva per soccombere alle sue
stesse ambizioni e insostenibili pretese: <if planning is everything, maybe it is nothing». Troppo esteso,
informe e complesso era il campo degli interessi e degli obiettivi dichiarati. Secondo Wildavsky, la realtà
mostra invece che non esiste alcun metodo peculiare che distingua la (sedicente) pianificazione dalle forme e
procedure ordinarie di decision-making, e conferma che gli esperti e i tecnici del planning non hanno saputo
costruire un sapere specifico, adeguato e innovativo, per affrontare quella vasta famiglia di problemi. In
verità, le obiezioni non erano rivolte strettamente al mondo dell'urbanistica: mettevano in gioco al tempo
stesso le figure di «economisti, policy-analysts, sociologi, architetti e scienziati», in una varietà di campi di
esperienze. Non è un caso però che il ragionamento di Wildavsky sia stato ripreso fedelmente, nella sostanza
e nella forma, da alcuni rami emergenti della cultura urbanistica: dall'urban desig
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