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Urbanistica II

Lezione 1 27/09/2023

1. Come è cambiato il linguaggio dell’urbanistica.

Nell’urbanistica il tema del conflitto è un tema abbastanza dibattuto oggi. Dove per conflitto si

intende la contrapposizione degli interessi dei diversi soggetti coinvolti, dove ogni soggetto fa

pressione per muovere i propri interessi per fare la città come la vogliono loro.

Al termine del conflitto è legato il termine democrazia partecipativa: possibilità che i portatori di

interessi siano in grado di influire sul processo di urbanizzazione della città.

La democrazia partecipativa è un tema di carattere sociale, ma non è l’unico tema sociale

dell'urbanistica, che ha molte altre implicazioni che sono affini al tema sociale.

Infatti l’urbanista non si limita a progettare l’assetto spaziale della città. Dietro la trasformazione

dello spazio ci sta un grande imput di carattere sociale.

L’urbanistica è poliedrica, non è solo il bel disegno dello spazio urbano…

Un altro tema dell’urbanistica è la questione della crescita e decrescita, non solo dal punto di vista

economico, tema interessante che riguarda fisicamente cosa accade alla città. Le città si

ingrandiscono ma poi possono avere dei periodi di grande crisi. Questo è un problema osservabile

sopratutto in Italia dove abbiamo molti paesini con pochi abitanti che sopratutto negli ultimi anni si

stanno contraendo sempre di più.

Diseguaglianze, le trasformazioni urbane vengono alimentate tramite investimenti e economia. Ci

sono sia investimenti pubblici che investimenti privati, ma deve esserci equilibrio sulle risorse che

nel tempo vanno sempre a diminuirsi. Sono aumentate molto le domande sul welfare ossia il bene

comune dal punto di vista sociale.

Partenariato pubblico privato???

I tre pilastri della sostenibilità ha tre pilastri: ambientale sociale e economica

2. Progettazione Urbanistica: lessico, definizioni, interpretazioni

Da “Urbanistica” di Giovanni Astengo

L'urbanistica è la scienza che studia i fenomeni urbani in tutti i loro aspetti avendo come proprio

fine la pianificazione del loro sviluppo storico, sia attraverso l'interpretazione, il riordinamento, il

risanamento, l'adattamento di aggregati urbani già esistenti e la disciplina della loro crescita, sia

attraverso l'eventuale progettazione di nuovi aggregati, sia infine attraverso la riforma e

l'organizzazione ex novo dei sistemi di raccordo degli aggregati con l'ambiente naturale. In questo

senso il significato del termine urbanistica è profondamente diverso da altri, di analoga radice, con i

quali è talvolta confuso: urbanesimo, che indica la concentrazione e condensazione dei fattori

demografici, sociali, culturali ed economici costituenti la città; urbanizzazione che indica il

processo di formazione e disseminazione della città in una determinata area; e infine

inurbanamento, che è il processo di afflusso di popolazioni per lo più rurali nei centri urbani.

Come disciplina autonoma, l'urbanistica è nata dal secolo scorso quale risposta (e difesa) ai

problemi suscitati nell'esistenza e nella cultura urbana dal progressivo affermarsi

dell'industrializzazione e dal rapido incremento della popolazione e del traffico (specialmente, nel

nostro secolo, del traffico motorizzato). Solo retrospettivamente e per analogia, perciò, si chiamano

urbanistici i modi di strutturazione, organizzazione, configurazione dello spazio urbano nel passato,

siano essi spontanei o diretti da norme giuridiche o da iniziative di governo o da teorie e principi

formulati da politici, filosofi, architetti. E solo in quanto si ammette la costanza di una certa

disciplina nella crescita delle città si chiama comunemente storia dell'urbanistica la storia del fatto

urbano. Come attività specificamente intenzionata alla progettazione degli sviluppi urbani,

l'urbanistica è interessata alle componenti geografiche, storiche, ideologiche, culturali, economiche,

etc. del fatto urbano, nonché a tutte le esigenze tecnologiche, igieniche, educative, assistenziali ad

esso connesse. Sotto l'aspetto estetico, l'urbanistica è particolarmente in rapporto con la

progettazione, con l'architettura, e le sue tipologie, nonché con la funzione ideologica e

rappresentativa degli edifici e con la concezione della natura e specialmente della società e della

vita rurale, come contrapposte, almeno in certe civiltà, alla vita cittadina.

DEFINIZIONE DI URBANISTICA Se sono occorsi oltre cento anni per liberare la concezione

dell'urbanistica dalla identificazione dapprima con l'arte urbana e quindi con la normativa edilizia e

con l'ingegneria stradale, fino a configurarla come disciplina autonoma, con proprio irreducibile

oggetto e specifica metodologia conoscitiva ed operativa, è ben comprensibile che le definizioni

formulate in così lungo arco di tempo divergano su di un ampio ventaglio; in questo processo

l'atteggiamento acritico di molti urbanisti pratici non ha certamente agevolato il chiarimento

scientifico e la stessa operatività degli interventi. La definizione di arte e tecnica della costruzione

delle città, per lungo tempo accettata come semplice parafrasi dello Städtebau, suonava come

simmetrica della definizione accademica dell'arte e tecnica della costruzione di edifici (v.

ARCHITETTURA) e denunciava, con tale parallelismo, una posizione concettuale che riteneva

l'urbanistica coincidente sostanzialmente con la stessa architettura, salvo, se mai, le differenze di

scala, come se si trattasse di una particolare categoria di architettura in grande, ricadendo così

nell'ormai inattuale definizione di arte urbana; al tempo stesso tale definizione, assegnando

all'urbanistica una ibrida natura di arte e di tecnica, apriva una lunga serie di equivoci e di dispute

sulla priorità dell'arte sulla tecnica o della tecnica sull'arte o del modo di accompagnare e adattare

l'una all'altra. Per lo Stübben (1889), infatti, scopo dell'urbanistica è ancora il "rivestire la tecnica

soddisfazione delle esigenze con piacevoli forme" quasi che si trattasse poco più di un addobbo

scenico; definizione questa che, rifacendosi agli epigoni dell'accademia architettonica, ripropone le

distinzioni tra forma e struttura, tra pianta funzionale e prospetto artistico di un edificio, e quindi fra

trama urbana e decoro architettonico dei vari edifici. Anche il “Larousse du XXème siècle” (1933)

definiva l'urbanistica come "aménagement et embellissement" delle città e dei villaggi e proponeva

di condensare il suo programma nelle tre parole: "assainir, agrandir, embellir", come sintesi di

igiene, comfort ed estetica, nuova versione della triade vitruviana. Ancora nel 1934 Pierre Remaury

su uno dei primi numeri della rivista Urbanisme sosteneva che l'urbanistica " coincide con

l'architettura, di cui non è altro che un'estensione su di un piano generale"; affermazione questa che

di tempo in tempo riaffiora specialmente fra quei critici che dell'urbanistica rilevano come elemento

caratterizzante il solo aspetto spaziale e formale del vaso urbano, architettonicamente definito (ad

es. Argan, 1938). Una diversa angolazione è data da chi, pur senza sostanzialmente scostarsi dalla

definizione tradizionale, considera come elemento caratterizzante dell'urbanistica la "pianta" della

città. l'urbanistica diventa allora l'"arte dì progettare" i piani delle città (Art of designing Cities, in

Town Planning in Practice, Raymond Unwin, 1909) e più tardi La Science des plan des villes, di

Rey, Pidoux e Barde (1930). Attraverso lo studio della pianta della città (il " piano coincide in quel

periodo con la "pianta in progetto" si raggiunge così una visione necessariamente d'insieme, sia

pure geometricamente raffigurata sul piano, e quindi ancora bidimensionale e staticamente definita

con tutte le limitazioni che ne derivano, ma che rappresenta un primo affrancamento dalla

identificazione dell'urbanistica con l'architettura, o dall'ingenuo connubio di arte e tecnica. È ben

vero che lo studio delle piante delle città può condurre, come ha in effetti condotto, a sopravvalutare

"aspetto geometrico" della pianta stessa, ed a metterne in evidenza le caratterizzazioni

morfologiche, e tutta la pur rilevante produzione scientifica del Lavedan, dall'Histoire de

l'Urbanisme (1926-1938) alla Géographie des villes (i936), risente di questa accentuazione, ma è

anche immediatamente evidente che la rappresentazione planimetrica altro non è che uno strumento

simbolico e sintetico nel quale sono condensate le soluzioni di molti problemi di varia natura ed a

mezzo del quale si esprime il carattere del prodotto finale: la città. Ed è proprio nella ricerca di una

definizione scientifica e pratica dei "problemi" e della " città " che si afferma il concetto di

urbanistica. "Urbi et orbi, dentro e fuori la città, nulla senza la città" esclama Le Corbusier nel 1922,

presentando il suo progetto di una moderna città ideale, e prosegue: «infatti l'urbanistica è

l'espressivo prodotto del patto di associazione che ha sempre condizionato la possibile esistenza

degli uomini»; la visione globale della città nuova quale sgorga dall'empito creativo presuppone ed

anticipa per Le Corbusier anche una nuova, ma non ben identificata, struttura sociale, basata su di

un novello "patto di associazione"; il riferimento alla "conjuratio" da Max Weber studiata proprio in

quegli anni (Die Stadt,1921) come fondamento sociologico della formazione della città occidentale

intorno al Mille, parrebbe non casuale. Ma una definizione dell'urbanistica non può considerare

soltanto il caso più propizio ed emozionante, quello della creazione ex novo di una città, e

soprattutto di una grande città che resta pur sempre un evento eccezionale, ma deve considerare

anche le operazioni relative alla trasformazione delle città esistenti, che rappresentano ovviamente il

caso più diffuso, comprendendo tutte le possibili trasformazioni dalla creazione all'espansione, alle

modificazioni ed alterazioni di qualsiasi entità. Perciò che era stato espresso in termini assai

generali fin dal 1920, da Géo Ford in Urbanisme en pratique: "l'urbanistica è la scienza e l'arte di

applicare la pratica previsione alla elaborazione ed al controllo di tutto ciò che entra

nell'organizzazione materiale di un'agglomerazione umana e di ciò che l'attornia". Géo Ford

preconizzava fin d'allora che il lavoro di analisi e di sintesi risultasse dallo sforzo combinato di

competenze specializzate ed affermava con ampiezza di vedute che il campo d'azione

dell'urbanistica è illimitato: non solo villaggi e città, ma anche il territorio circostante, le regioni,

una intera nazione sono campo d'azione dell'urbanistica. È questa una posizione concettuale del

tutto nuova, che andrà ad informare l'attività pratica, senza immediati sviluppi in sede teorica.

Durante gli anni '30 l'attenzione degli urbanisti teorizzanti è infatti attratta ed assorbita più dallo

sperimentalismo del periodo razionalista, limitato al campo dell'abitazione, dalla casa al quartiere,

che dalla sommessa ma seria preparazione dei primi piani scientificamente studiati, che pure

vengono approntati in quegli anni. Questi offrono tuttavia la prima vera occasione di scoprire e di

afferrare formalmente la complessa realtà urbana attraverso l'analisi sistematica dei fenomeni e

l'applicazione dei metodi statistici: esemplare sopra tutti, per metodologia e risultati, lo studio del

piano di Amsterdam, durato dal 1928 al '35. Si può con tutta tranquillità affermare che è su questa

esperienza che viene edificata la nuova urbanistica del secolo XX. Alla luce di questa esperienza,

risultano invece ancora estremamente deboli ed imprecise le definizioni date in quegli anni

sull'urbanistica. Scienza d'osservazione, arte di composizione e filosofia sociale, la definisce Alfred

Agache nel 1932; ma poi spiega che "l'urbanista deve tradurre in proporzioni, volumi, prospettive e

profili le diverse proposte suggerite da ingegneri, economisti, igienisti e finanzieri" riducendo

quindi l'urbanistica ad una sorta di interpretazione e di traduzione simultanea di idee altrui, con

evidente negazione di qualsiasi autonomia di metodo e di giudizio. L'equivoco dell'"urbanista-

interprete" durerà a lungo, configurando l'urbanistica come una pura e semplice tecnica neutrale e

passiva, sottomessa ad altre discipline ed a decisioni del tutto esterne. Contro questo atteggiamento

remissivo e contro il suo opposto, l'atteggiamento demiurgico dell'alternativa globale proposta

dall'"urbanista-riformatore sociale", tipico dell'urbanistica utopistica, vien presa posizione in vari

modi ed in varia misura. L'atteggiamento più prudente, di fronte alla complessità dei problemi posti

dalla realtà presente degli insediamenti urbani ed alla vastità delle analisi che essi reclamano, è

quello di definire l'urbanistica come "punto di convergenza" di arti e scienze assai diverse (Joyant,

1934) o come "scienza che abbraccia molteplici branche" (Elgoetz, 1935): troppo poco, ma quanto

meno, il punto focale è riportato al centro della realtà che si vuole esaminare e modificare e non al

di fuori di essa. Ma se si riconosce che la realtà su cui si vuol operare, ed operare "da dentro", è

complessa ed eterogenea, dovrebbe anche essere possibile individuare un principio di coesione

interna specifico per la realtà urbanistica, da cui far discendere una scala di valori, che possa

guidare nei giudizi di merito. A questo problema sono state date varie risposte. Gli architetti ed

urbanisti nazionalisti degli anni '30 hanno individuato questo principio nel funzionalismo di tutti gli

elementi costitutivi della città. Per essi così si esprime Piero Bottoni nel 1938, definendo

l'urbanistica "la dottrina che si occupa della organizzazione dei luoghi o centri destinati

all'abitazione, alla produzione, alla distribuzione, alla vita collettiva, allo svago e riposo dell'uomo,

con le comunicazioni ed i trasporti relativi, nel modo più conforme alla intrinseca funzionalità di

quelli ed alle superiori necessità sociali collettive", ma non precisa il principio di funzionalità delle

singole parti, né affronta il problema del passaggio dalla funzionalità delle parti a quella

dell'insieme. Il richiamo alla funzionalità, peraltro, non è nuovo nelle teorie architettoniche, ed in

urbanistica esso si riallaccia alla penetrante intuizione di Ildefonso Cerdà (1859), che ricercava il

principio di coesione interna della struttura urbana nelle "relazioni reciproche tra contenuto e

contenente, che sono espressione del funzionamento della popolazione nella città", con la differenza

che secondo gli urbanisti razionalisti il principio di funzionalità sembra discendere essenzialmente

da relazioni intrinseche fra gli oggetti fisici (per es. soleggiamento, e quindi distanze fra gli edifici),

mentre per Ildefonso Cerdà il termine di paragone e di misura è la popolazione nel suo rapporto con

la struttura fisica urbana: città e popolazione diventano nell'impostazione di Cerdà due termini

insopprimibili che vanno costantemente esaminati nella reciprocità delle loro relazioni. Si apre in tal

modo il discorso a quella visione generale ed organica che viene ampiamente sviluppata da Patrick

Geddes, nei suoi studi sulla evoluzione delle città: per Geddes (1923), l'urbanistica è anzitutto

scienza civica, basata sulla "civic survey", ed ha per obiettivo la riorganizzazione delle città e delle

regioni, perché la scienza non può non mirare all'azione, la diagnosi alla cura. "La città è un

organismo, vivente di vita propria", aveva affermato Marcel Poëte fin dal 1908. La concezione

organica, che sviluppa le idee di Cerdà, Geddes, Poëte, è chiaramente definita da Luigi Piccinato

nell'Enciclopedia italiana (1938): "L'urbanistica in generale guarda all'evoluzione della città nella

sua totalità, poiché la città si può considerare come un essere vivente in continua trasformazione":

inquadrata in questa prospettiva l'urbanistica si propone lo studio generale delle condizioni, delle

manifestazioni e delle necessità di vita e di sviluppo delle città. Ma anche il principio della visione

organica, pur costituendo un superamento della posizione tecnicistica dei funzionalisti, appare

ancora insufficiente a risolvere tutti i problemi posti dalla pianificazione urbanistica, soprattutto per

quanto riguarda gli aspetti economici, come pure si rivela insufficiente a precisare il metro rispetto

al quale possano essere ragionevolmente operate le scelte. Ancor più si complica il problema se

nella realtà urbanistica si tien conto anche della struttura sociale e politica. "Parlare di urbanistica

fuori di una determinata concezione etico-politica non ha senso. L'urbanistica non è semplicemente

una tecnica", ammoniva nel 1941 Carlo Ludovico Ragghianti. In un orizzonte così dilatato è ancora

possibile ritrovare un principio di coesione, di unificazione e di guida? Sir William Holford, nel

Town and Country Planning Textbook, del 1950, ha individuato tale principio nel "processo di

coordinamento e di combinazione di operazioni su vari fronti", che sarebbe comune alle tre fasi

fondamentali della pianificazione: l'indagine, il piano di

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/21 Urbanistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fra.bera.32 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Legislazione urbanistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Monardo Bruno.

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