Il pregiudizio in una prospettiva psicosociale
Immaginate di osservare la seguente scena: «Un ragazzo bianco sta armeggiando su una bicicletta assicurata a un cancello, cercando di rompere il lucchetto». Immaginate ora la stessa scena, in cui però il ragazzo è nero. Come interpretereste il comportamento dei due ragazzi? Decidereste di intervenire in entrambi i casi? Una scena di questo tipo è stata in realtà riprodotta dal vivo, coinvolgendo due attori e osservando poi i comportamenti dei passanti: nel caso dell’attore bianco, la stragrande maggioranza delle persone, seppur notando la scena, non sembrava allarmarsi in alcun modo; anzi, alcune persone si offrivano di dare una mano al ragazzo, presupponendo che avesse perso le chiavi del lucchetto. Invece, quando l’attore era nero, in poco tempo un gran numero di persone si avvicinava alla scena intimandogli di fermarsi e minacciando di chiamare la polizia.
Si tratta di un primo esempio che illustra efficacemente l’influenza del pregiudizio nella nostra quotidianità. Proprio per la sua pervasività e persistenza, il pregiudizio è uno dei temi più studiati dalla psicologia sociale. Gordon Allport [1954], nel suo celebre libro The nature of prejudice, osservava come questo sia un fenomeno che accompagna da sempre la storia dell’essere umano e che è presente tuttora, anche nelle società più tolleranti e attente alle problematiche delle minoranze.
La persistenza del pregiudizio nel tempo e nello spazio non implica però una sua staticità. Anzi, la sua natura è mutevole e capace di adattarsi ai cambiamenti storici e culturali, così come ai gruppi verso cui è indirizzato. Come vedremo, le sue modalità di espressione possono essere più esplicite o più sfumate, a seconda delle norme sociali presenti nella società.
Si pensi ad esempio agli atteggiamenti verso le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) in Italia: seppur la strada verso una effettiva parità di trattamento sia ancora lunga, nel corso degli anni si è assistito a una progressiva acquisizione di diritti civili per queste minoranze (ad esempio, la legge Cirinnà sulle unioni civili del 2016) e si sono instaurate delle norme sociali che condannano la loro discriminazione. Ciò ha portato a una significativa diminuzione di atteggiamenti o condotte esplicitamente offensive, anche se il pregiudizio verso queste minoranze permane a un livello più nascosto. Invece, si consideri il preoccupante aumento degli atteggiamenti ostili e dei comportamenti aggressivi verso le persone immigrate in Italia.
Una recente ricerca condotta in 15 paesi europei ha mostrato come il nostro sia attualmente il paese europeo con la più alta percentuale di persone con posizioni apertamente antiimmigrati, nazionaliste e ostili alle minoranze religiose (vedi fig. 10.1). Utilizzare un linguaggio apertamente discriminatorio, ad esempio attraverso i social media, appare oggi più legittimato e meno socialmente condannabile rispetto a qualche anno fa. Il ritorno a un pregiudizio così manifesto verso le minoranze etniche è dunque riflesso di un cambiamento sociale e culturale, in cui la costante rappresentazione da parte di mass media o leader politici delle persone immigrate o comunque appartenenti a gruppi stigmatizzati come minaccia alla sicurezza ha un ruolo rilevante.
Definizione e diversi tipi di pregiudizio
Il termine «pregiudizio» deriva dal latino prae-judicium, che nel diritto romano indicava l’atto preparatorio al giudizio di un imputato. In realtà, secondo la prospettiva contemporanea della psicologia sociale, il pregiudizio esiste indipendentemente dalla conoscenza o meno del target verso cui è indirizzato ed è definito come un atteggiamento negativo verso un individuo che si fonda esclusivamente sulla sua appartenenza a un particolare gruppo sociale [Worchel, Cooper e Goethals 1988].
Tale definizione racchiude in sé alcuni rilevanti aspetti su cui è importante soffermarsi. Il pregiudizio è anzitutto un atteggiamento. Quindi, oltre ad avere una struttura complessa, come tutti gli atteggiamenti assolve ad importanti funzioni per l’individuo (vedi cap. 5), quali in particolare la protezione dell’autostima individuale [Tajfel e Turner 1979] e la difesa degli interessi materiali e simbolici del proprio gruppo [Sherif 1966]. Ci soffermeremo in seguito su entrambi questi aspetti.
In secondo luogo, tale definizione sottolinea la connotazione negativa del pregiudizio. Ciò non significa che il pregiudizio, almeno da un punto di vista logico, non possa avere una valenza positiva. Rupert Brown [2010], uno dei più importanti studiosi del pregiudizio, sottolinea come il suo atteggiamento verso gli italiani sia assolutamente positivo: adora il nostro cibo e la nostra lingua e trova che tutti gli italiani siano più ospitali ed estroversi rispetto ai suoi connazionali inglesi. Tuttavia, egli osserva che pregiudizi positivi di questo tipo raramente assumono una rilevanza degna di attenzione per gli scienziati sociali.
I pregiudizi negativi che le persone nutrono verso altri gruppi sociali influenzano invece profondamente le relazioni tra gli individui e richiedono dunque un’attenta analisi da parte degli studiosi. Terzo, la definizione riportata sopra denota come il pregiudizio, seppur si indirizzi spesso verso un singolo individuo, sia un fenomeno di gruppo: si attiva cioè quando in noi è saliente l’appartenenza dell’individuo a un gruppo diverso (outgroup) rispetto al proprio (ingroup).
Ovviamente, gli outgroup entro cui noi categorizziamo gli individui sono molteplici. Dunque, il pregiudizio può essere di diversi tipi e connotazioni, a seconda del gruppo sociale verso cui è indirizzato.
Il pregiudizio etnico è quello probabilmente più saliente e storicamente più indagato dalla psicologia sociale. Esso viene definito come il nucleo di atteggiamenti sfavorevoli che si provano verso individui appartenenti a gruppi con un background socioculturale diverso rispetto al proprio. Al riguardo, è importante distinguere il pregiudizio etnico dal razzismo, termine quest’ultimo largamente utilizzato nei discorsi pubblici. Infatti, il razzismo implica una particolare credenza secondo cui si ritiene l’altro gruppo geneticamente inferiore rispetto al proprio. Invece, il pregiudizio etnico assume un’accezione più generale, in cui tale credenza di inferiorità può anche non essere presente.
Ad esempio, gli italiani possono avere atteggiamenti denigratori verso le persone provenienti dal Nordafrica, senza necessariamente ritenerle geneticamente inferiori rispetto a loro. Il sessismo è un altro tipo di pregiudizio ampiamente indagato dalla psicologia sociale; esso è inteso come l’atteggiamento negativo che si nutre verso l’altro in base al genere sessuale. In particolare, il sessismo è studiato come l’insieme di atteggiamenti sessisti che gli uomini possono provare verso le donne e si articola in due componenti, il sessismo ostile vs. benevolo [Glick e Fiske 1996] (vedi quadro 10.1).
Il pregiudizio sessuale (o eterosessismo) è invece l’insieme di preconcetti e atteggiamenti negativi che le persone eterosessuali provano verso le persone con un orientamento sessuale diverso dal proprio. Anche in questo caso, la psicologia sociale distingue questo termine da uno più comunemente usato, l’omofobia. Herek [2000] in particolare sostiene che il termine «omofobia» richiami nelle persone una credenza erronea che lega questo pregiudizio a una sorta di paura irrazionale verso le persone omosessuali, la quale scaturisce spesso da particolari caratteristiche patologiche. Invece, gli atteggiamenti negativi verso le persone omosessuali nascono e si sviluppano socialmente, dunque non sono necessariamente legati a particolari caratteristiche di personalità.
Quelli elencati sopra sono solo i principali tipi di pregiudizio. Questo fenomeno può infatti esprimersi verso innumerevoli altri gruppi come, ad esempio, persone anziane (ageism), persone obese, persone con disabilità fisiche o mentali, oppure verso particolari minoranze religiose. Inoltre, fino a ora si è evidenziato come i diversi tipi di pregiudizio vengano principalmente espressi da una maggioranza (ad esempio, gli italiani) e indirizzati a una minoranza (ad esempio, le persone immigrate). È tuttavia plausibile pensare che il pregiudizio possa assumere anche una direzione opposta, essere dunque provato dalla minoranza verso la corrispettiva maggioranza. Tuttavia, è indubbio che il pregiudizio della maggioranza abbia un impatto sociale di gran lunga più pervasivo rispetto al suo opposto, ragion per cui gli studiosi si sono da sempre maggiormente focalizzati su questa direzione del fenomeno.
Stereotipo vs. pregiudizio vs. discriminazione
Stereotipo e pregiudizio sono due concetti spesso usati in modo intercambiabile, anche nella letteratura scientifica. In realtà, essi condividono delle origini comuni, ma presentano delle importanti differenze. Il pregiudizio, così come lo stereotipo, nasce da un processo cognitivo già affrontato nel capitolo 2, la categorizzazione sociale. Pregiudizio e stereotipo sono delle risposte categoriali, risposte cioè rivolte a un individuo in quanto categorizzato entro un determinato gruppo sociale.
Inoltre, sono entrambi degli atti di generalizzazione: si inferiscono certe caratteristiche (stereotipi) o si nutrono degli atteggiamenti negativi (pregiudizi) in modo indistinto verso tutti gli individui che appartengono a un determinato gruppo. Infine, avvengono entrambi a priori, prima cioè di un’eventuale interazione e conoscenza con la persona.
Tuttavia, lo stereotipo ha un’origine e un contenuto strettamente cognitivo che si attiva in modo automatico nelle persone, come discusso nel capitolo 2. Esso può intendersi come la rappresentazione cognitiva (ad esempio, modo di vestire, tratti di personalità) che un individuo ha delle persone che appartengono a un gruppo sociale, consistente nell’attribuire caratteristiche specifiche a quel gruppo e di conseguenza alle persone che ne fanno parte.
Il pregiudizio, invece, in quanto atteggiamento, ha un contenuto più generale e articolato, in cui coesistono le tre componenti dell’atteggiamento (vedi cap. 5). Lo stereotipo rappresenta la componente cognitiva del pregiudizio, a cui si aggiungono la componente affettiva – le emozioni negative suscitate dagli individui appartenenti a quel gruppo – e la componente di intenzione al comportamento – la predisposizione all’azione verso i membri di quel gruppo.
Proviamo a fare un esempio per capire meglio quanto appena esposto, pensando al caso di un italiano, proprietario di un appartamento, che ritiene che le persone nordafricane siano rumorose e dotate di una scarsa igiene (stereotipo e componente cognitiva del pregiudizio). Affittare l’appartamento a una famiglia nordafricana creerebbe in lui uno stato emotivo di disagio e costante allerta, ad esempio per l’immagine che potrebbe dare agli altri condomini (componente affettiva). Dunque, il suo orientamento è quello di non affittare l’appartamento a una famiglia nordafricana (componente di intenzione al comportamento).
Fino ad ora, definendo il pregiudizio abbiamo parlato di atteggiamento e mai di comportamento. La discriminazione è la traduzione in comportamento del pregiudizio, la messa in atto dunque di un trattamento iniquo basato sull’appartenenza degli individui a un gruppo sociale. Nell’esempio citato sopra, se messo in atto, l’effettivo rifiuto del proprietario di affittare la propria casa a una famiglia in quanto nordafricana è un comportamento discriminatorio. Tuttavia, l’atteggiamento non è sempre predittivo di un comportamento corrispondente (vedi cap. 5). Dunque, non sempre il pregiudizio si esprime all’esterno attraverso un comportamento discriminatorio. È possibile cioè che il proprietario, nonostante il suo orientamento iniziale, decida comunque di affittare l’appartamento a una famiglia nordafricana, in quanto è ad esempio consapevole che agire in modo contrario lo metterebbe in una posizione socialmente indesiderabile (per un esempio simile, vedi anche lo studio di LaPiere nel cap. 5).
Le origini del pregiudizio
Fin dagli inizi del secolo scorso, numerosi studiosi hanno cercato di dare una risposta alla domanda «Come nasce il pregiudizio?». Secondo Dovidio [2001], gli approcci teorici che hanno indagato tali origini si possono ordinare temporalmente in due fasi principali.
Un approccio individuale al pregiudizio
Una prima, che va dagli anni Venti agli anni Cinquanta del secolo scorso, ha visto l’emergere di teorie che concepivano il pregiudizio come espressione di particolari caratteristiche di personalità. La domanda che mosse lo sviluppo di tali teorie era «Chi sono le persone con pregiudizi?». Pensare al pregiudizio come a un fenomeno che riguarda solo alcune persone, per giunta con profili di personalità particolari e magari patologici, è probabilmente un qualcosa che rassicura la maggior parte di noi e che trova anche riscontro in molte credenze dell’opinione pubblica.
In realtà, le teorie psicosociali che sono emerse in una fase successiva (dagli anni Sessanta agli anni Novanta) hanno confutato tale idea e fatto rientrare il pregiudizio in un normale processo psicologico, che riguarda dunque tutti gli individui. Questa nuova visione si è affermata grazie all’intersezione di due importanti prospettive teoriche che ancora oggi caratterizzano gli studi su questo fenomeno. Da un lato, la prospettiva della cognizione sociale (vedi cap. 2), nata nel contesto americano tra gli anni Sessanta e Settanta, che ha individuato nei processi di categorizzazione la nascita di stereotipi e pregiudizi. Dall’altra, la prospettiva proveniente dalla psicologia sociale europea, che ha indagato come i processi identitari e di gruppo si leghino al pregiudizio [Tajfel e Turner 1979].
Nelle prossime pagine verranno delineati in modo più approfondito ciascuno di questi approcci, cercando poi di capire se e come possano integrarsi fra loro.
Nel 1950, Theodor W. Adorno e colleghi pubblicarono The authoritarian personality, un approccio freudiano sulle origini del pregiudizio che influenzò profondamente i ricercatori di quegli anni. La formulazione di questa teoria fu il risultato di una serie di studi condotti su un ampio numero di cittadini americani appartenenti alla middle class. L’assunto di tale teoria era che il pregiudizio potesse essere ricondotto a un particolare profilo di personalità.
Secondo Adorno e colleghi, le persone autoritarie possiedono una serie di tratti peculiari, quali ad esempio l’aderenza ai valori tradizionali e conservatori, un’intolleranza verso le ambiguità e un atteggiamento servile verso le autorità. Per dimostrare il collegamento con il pregiudizio, i ricercatori svilupparono una scala di personalità (Scala F), capace di rilevare i diversi aspetti del profilo autoritario. Questa scala veniva somministrata ai partecipanti assieme ad altre misure che rilevavano il pregiudizio dei rispondenti verso diverse minoranze (ad esempio, afroamericani, ebrei, persone omosessuali). A conferma delle loro ipotesi, Adorno e colleghi trovarono una correlazione positiva tra i punteggi rilevati nella Scala F e il pregiudizio delle persone verso queste minoranze.
Attraverso una serie di interviste cliniche condotte su un sottogruppo di partecipanti, i ricercatori tracciarono le origini delle tendenze autoritarie e, quindi, almeno secondo il loro approccio, le origini del pregiudizio stesso: le persone che riportavano i più alti livelli di autoritarismo erano coloro che avevano avuto un’educazione genitoriale rigida e repressiva. Da adulti, tale educazione li aveva portati a sviluppare un’ambivalenza verso i genitori: da una parte, un’esplicita tendenza a idealizzarli, che si esprimeva anche attraverso una spiccata reverenza verso le autorità. Dall’altra, delle pulsioni aggressive che, non potendosi legittimamente sfogare verso la fonte della loro frustrazione (i genitori), si dislocavano in atteggiamenti ostili verso dei «capri espiatori», quali gruppi etnici diversi o «devianti» (vedi anche la teoria della frustrazione-aggressività descritta nel cap. 7).
La visione di Adorno e colleghi [1950] secondo cui il pregiudizio si origina da particolari esperienze infantili è intuitiva e affascinante. Tuttavia, essa è criticabile sotto diversi aspetti. Anzitutto, trascura il ruolo delle norme sociali (vedi cap. 3). A riprova di ciò, Pettigrew [1958] condusse un’indagine per rilevare il pregiudizio dei bianchi del Sud e del Nord degli Stati Uniti verso gli afroamericani. Non sorprendentemente per quegli anni, lo studioso osservò che le persone bianche del Sud avevano dei livelli di pregiudizio verso questa minoranza ben più alti rispetto a quelle bianche del Nord. Invece, non riscontrò alcuna differenza tra i due gruppi in termini di tendenze autoritarie. Ciò che spiegava l’alto pregiudizio nelle persone bianche del Sud era una tendenza a conformarsi alle norme delle comunità del Sud, che con tutta probabilità legittimavano un’aperta discriminazione verso la minoranza afroamericana. In parte legato a quanto appena detto, un approccio individuale come quello della personalità autoritaria non spiega perché entro certi contesti si assista a un’uniformità e polarizzazione di atteggiamenti ostili verso determinati gruppi.
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