Cognizione sociale
Verso una definizione
Siamo al primo giorno di lezione del nuovo anno accademico. Al mio corso, si presenta Martino con un paio di pantaloni argentati arricchiti da piume di struzzo. Anche se non l'ho mai conosciuto, inizio a pensare a questo studente come a una persona bizzarra e anticonformista. Sulla base di questa prima impressione, anche se durante tutte le lezioni successive indossa un abbigliamento poco appariscente, definirò il mio comportamento nei suoi confronti e gli affiderò la gestione della parte grafica per la presentazione finale del lavoro di gruppo. Perché sta succedendo questo nella mia mente? La risposta è semplice: l'abbigliamento dello studente non adeguato al contesto e alla situazione ha attirato la mia attenzione perché distintivo e raro; partendo da questo comportamento saliente («indossare abiti eccessivamente stravaganti a lezione»), ho fatto un'inferenza su dei tratti caratterizzanti la persona («è bizzarro, è anticonformista») che non sono riuscita a modificare e, successivamente, ho attribuito a Martino altre caratteristiche («è creativo») che sono associate ai primi all'interno di schemi già organizzati nella mia memoria. Pochi nei miei panni penserebbero, come prima cosa, che il povero Martino è rimasto chiuso fuori di casa tornando da una festa e non è riuscito a cambiarsi prima di venire in università, ovvero evocheranno fattori situazionali in grado di spiegare il comportamento anomalo.
Dello studio di questi e analoghi processi si occupa la cognizione sociale. La cognizione sociale, infatti, analizza l'individuo immerso nel contesto sociale alle prese con la raccolta, l'elaborazione e l'interpretazione di informazioni. Studia le strutture e i processi che permettono alle persone di pensare e dare un senso a sé stesse, agli altri – intesi sia come singoli individui che come membri di categorie – e alle situazioni sociali [Fiske e Taylor 2013]. Come vedremo nel corso del capitolo, parliamo di cognizione perché questo paradigma si focalizza su alcuni processi cognitivi come l'attenzione, la memoria, il ragionamento e l'inferenza, l'elaborazione di informazioni, la categorizzazione. Alcuni di questi sono deliberati, cognitivamente dispendiosi e soggetti al nostro controllo; altri sono automatici, rapidi e inconsapevoli; alcuni ci portano anche a fare gravi errori.
Qualche lettore a questo punto penserà che lo studio della psicologia generale e cognitiva sia sufficiente. Tuttavia, la cognizione di cui ci occuperemo è anche intrinsecamente sociale e richiede un approfondimento specifico per diversi motivi: i processi analizzati indagano la percezione e l'elaborazione del giudizio in merito ad altri agenti sociali; sono profondamente influenzati dal contesto sociale in cui avvengono; forgiano il nostro comportamento nei confronti di altri esseri umani (o agenti non umani percepiti come tali, vedi quadro 3.4). I nostri simili non sono stimoli ambientali come altri (ad esempio, semplici oggetti come un tavolo o una sedia) e i nostri processi mentali, quando trattiamo informazioni relative al mondo sociale, sono differenti da quelli che utilizziamo quando abbiamo a che fare con stimoli non sociali. In particolare, il processo di elaborazione delle informazioni sulle persone è spesso molto più complesso e incerto di quello sugli oggetti ed è influenzato da alcune motivazioni che non sono certo presenti nella percezione di stimoli non sociali (come favorire sé stessi e il proprio gruppo di appartenenza).
Questa considerazione sottolinea un altro punto importante: sebbene agli albori della disciplina non sia sempre stato evidente (per una breve storia della disciplina, vedi quadro 3.1), la cognizione sociale non si occupa esclusivamente di processi cognitivi ma anche di fattori motivazionali, di risposte emotive e comportamentali, oltre che della loro interazione. Oggi, dialoga in modo sempre più stretto con le neuroscienze cognitive (vedi cap. 14), con la psicologia culturale, con la linguistica. Infine, come emergerà nel corso del capitolo, la cognizione sociale non si occupa di un tema specifico ma rappresenta una prospettiva teorica che può arricchire la nostra comprensione di processi differenti a diversi livelli di analisi: vedremo infatti nei prossimi paragrafi che la cognizione sociale si è occupata di investigare come le persone percepiscono sé stesse, gli altri individui durante le interazioni interpersonali, le categorie sociali.
Per capire la cognizione sociale: i principi e i costrutti
Prima di iniziare a trattare alcuni tra gli argomenti più rilevanti della cognizione sociale, è importante acquisire alcuni costrutti fondamentali e comprendere i principi su cui si basano i processi che analizzeremo. Innanzitutto, gli esseri umani sono soggetti ad alcuni principi di elaborazione cognitiva che potremmo riassumere con due affermazioni: «siamo pigri» e «siamo conservatori». In particolar modo, un primo principio che regola i nostri processi cognitivi in relazione alla sfera sociale (e non solo) è l'accessibilità: ovvero, più le informazioni sono accessibili e più esercitano un'influenza sulla nostra vita mentale, sul nostro modo di percepire gli altri e di interpretare la realtà sociale. Un'informazione è accessibile perché è in grado di attirare la nostra attenzione in virtù della sua salienza o della sua rarità (come il caso dei pantaloni di Martino) oppure perché è particolarmente presente nella nostra memoria. Ovviamente l'accessibilità di un'informazione è in relazione al contesto in cui ci troviamo (il sabato sera in discoteca Martino e le sue piume di struzzo non verrebbero minimamente notati).
Oltre agli effetti del contesto, inoltre, esistono dei dati che per noi sono sempre importanti perché attengono al nostro modo di vedere noi stessi e il mondo, ai nostri atteggiamenti e ai nostri valori e che, di conseguenza, sono cronicamente accessibili (ad esempio, se sono un ambientalista militante noterò subito se una persona beve dalla borraccia o da una bottiglia di plastica perché per me il rispetto dell'ambiente è centrale nella percezione e definizione di me e dell'altro). Il secondo principio di elaborazione riguarda la profondità di elaborazione delle informazioni. Gli individui, quando possono, tendono a risparmiare energie cognitive e ad affidarsi a un'elaborazione superficiale e il più possibile rapida delle informazioni, a utilizzare processi automatici e non controllati, come ad esempio le euristiche (vedi quadro 3.2). Le persone intraprendono dei percorsi di elaborazione più profondi, controllati e dispendiosi cognitivamente quando le loro aspettative e i loro schemi pregressi vengono contraddetti oppure quando hanno particolari motivazioni a farlo.
Pensiamo ad Amedeo, un individuo bianco e razzista, che entra in un ospedale per far visita a un lontano conoscente e incrocia in corridoio un uomo nero: in questa situazione gli schemi attivati automaticamente nella mente di Amedeo e gli stereotipi negativi legati all'etnia dell'uomo incontrato eserciteranno incontrastati la loro influenza. Tuttavia, il giudizio sarà sicuramente meno sommario nel caso in cui Amedeo debba finire in prima persona in sala operatoria e l'uomo nero sia il chirurgo incaricato dell'operazione. In questo caso, ci sarà tutta la motivazione a elaborare le informazioni riguardanti quel medico nel modo più profondo possibile. Infine, gli individui tendono al conservatorismo, cioè sono propensi a conservare le proprie idee, le proprie ipotesi sociali, le prime impressioni sugli altri e gli schemi pregressi (come gli stereotipi, vedi par. 4). Falsificare le ipotesi di lavoro, infatti, getta la persona in uno stato di incertezza particolarmente spiacevole e difficile da gestire, oppure la costringe a rinunciare a delle credenze vantaggiose per il Sé o per il proprio gruppo. Per questo motivo, è difficile modificare il giudizio sociale che abbiamo elaborato sugli altri o il contenuto degli stereotipi sociali: per farlo, generalmente servono molte informazioni, dati diagnostici e metodi idonei.
In aggiunta ai principi di elaborazione cognitiva qui descritti, la cognizione sociale si è da sempre occupata anche di fattori motivazionali e dell'interazione tra processi cognitivi e motivazionali. I principi motivazionali possono essere suddivisi in principi direzionali e non direzionali [Kruglanski 1999]. I principi motivazionali direzionali sono quelli che interagiscono con i processi cognitivi per portare l'esito del percorso verso una conclusione desiderata. All'interno di questa classe troviamo, in particolare, la spinta e la propensione degli esseri umani a valorizzare sé stessi, cose e persone connesse al proprio Sé (vedi cap. 6), a mantenere un'affiliazione solida con il proprio gruppo di appartenenza e a favorirlo, spesso a discapito di altre categorie sociali (vedi anche la teoria dell'identità sociale, cap. 10). A questi principi direzionali si affianca poi un principio motivazionale non direzionale, di tipo «epistemico», determinato cioè dall'inarrestabile propensione degli esseri umani verso il raggiungimento di un senso di padronanza del proprio mondo. Questa motivazione non è direzionale perché non è rivolta a una conclusione specifica per difendere un'immagine positiva di sé o del proprio gruppo ma al tentativo, più generale, di comprendere gli eventi, di fornire una spiegazione e di fare delle previsioni il più possibile attendibili. Ovvero, usando le parole di Dante «vincer potero dentro a me l'ardore / ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore» (Inferno, Canto XXVI, 97-99). Va ricordato che la padronanza e la gestione dell'incertezza hanno come fine ultimo la riuscita nel contesto sociale, il successo e il raggiungimento di una ricompensa.
Oltre ai fattori cognitivi e a quelli motivazionali, per comprendere i modelli elaborati all'interno della cognizione sociale è necessario fare riferimento al dialogo continuo tra diverse tipologie di processi. In particolare, la cognizione sociale può essere spiegata facendo riferimento a due classi di processi:
- Processi controllati: sono attivati e terminati consapevolmente, richiedono una quantità considerevole di risorse cognitive e svolgono le loro funzioni sotto il controllo volontario dell'individuo;
- Processi automatici: al contrario, tipicamente si attivano in modo non intenzionale e non sono consapevoli, richiedono una quantità ridotta di risorse cognitive, non possono essere interrotti volontariamente, generano impressioni che potremmo definire intuitive. Fa parte di questa categoria, tra gli altri, l'effetto priming che è un processo per cui l'esposizione a uno stimolo – anche per un tempo brevissimo o in modo subliminale – influenza la risposta dell'individuo in momenti successivi (vedi quadro 3.5).
Sebbene le due tipologie di processo con le loro caratteristiche vengano contrapposte, nella realtà la situazione è molto più sfumata e possiamo trovarci di fronte a processi automatici o controllati che hanno solo una delle caratteristiche elencate. Per cui, ad esempio, ci sono processi consapevoli che comportano uno scarso dispendio di risorse cognitive, come le attività routinarie (ad esempio, guidare dal proprio posto di lavoro a casa). Inoltre, possiamo iniziare volontariamente un processo e poi non controllarne lo svolgimento e il percorso. È il motivo per cui quando cambiamo casa, ci può capitare di guidare fino alla vecchia abitazione tornando dal lavoro: la nostra mente ha stabilito consapevolmente un obiettivo (tornare a casa) ma poi non ha controllato i passaggi intermedi durante la guida, probabilmente perché distratta da altri pensieri.
Sempre parlando di processi, in cognizione sociale vengono distinti processi bottom-up da processi top-down. La percezione e l'elaborazione del giudizio sociale può, in alcuni casi, non essere guidato da ipotesi pregresse ma dalle informazioni sugli altri e dai loro comportamenti direttamente osservabili dal soggetto percipiente nel contesto. In questa condizione il pensatore sociale è alle prese con un processo induttivo bottom-up basato sui dati a sua disposizione. Questi processi, dal basso verso l'alto, sono molto utili quando la persona si trova in un contesto nuovo o di fronte ad altri che non conosce e non può, di conseguenza, basarsi su ipotesi prestabilite. Tuttavia, la varietà e la quantità di informazioni presenti nel nostro contesto sociale sono talmente elevate che gli individui devono necessariamente operare una selezione. Questo filtro avviene grazie a strutture cognitive interne, definite schemi, formate sulla base di evidenze, conoscenze ed esperienze passate e che permettono all'individuo di processare i dati in ingresso con maggiore efficienza. Generalmente gli schemi operano in modo rapido e al di fuori della consapevolezza e influenzano la direzione dell'attenzione, la memoria, l'interpretazione di eventi ambigui, le inferenze su nessi causali o su elementi che non sono direttamente osservabili. Quando la percezione sociale è guidata da schemi siamo di fronte a un processo dall'alto verso il basso (top-down). I processi bottom-up e top-down possono portare a esiti completamente diversi.
Pensiamo, ad esempio, di incontrare una persona islamica gentile. Siccome gli stereotipi (che sono schemi) diffusi nella nostra società sugli islamici si basano prevalentemente su tratti di aggressività e minaccia, un processo di tipo top-down genererà un'impressione negativa verso questo target. Viceversa, un processo bottom-up si baserà sulle informazioni presenti nell'hic et nunc («è gentile») a prescindere dagli stereotipi e, quindi, porterà a un giudizio positivo. Vivere in balia dei dati del momento e, quindi, basarsi unicamente su processi di tipo bottom-up è cognitivamente troppo dispendioso per noi esseri umani: fortunatamente possiamo contare su schemi che rendono i nostri processi molto più efficienti e rendono possibile la nostra vita in un contesto sociale estremamente complesso e cangiante. D'altra parte, la possibilità di utilizzare percorsi bottom-up ci permette di non riservare agli altri unicamente risposte stereotipate: siamo in grado di analizzare le evidenze empiriche a nostra disposizione, modulare le nostre risposte rispetto a situazioni specifiche e talvolta, grazie a queste, modificare anche i nostri schemi.
«Conosci te stesso»: pensare sé stessi, pensare gli altri
Come già sottolineato in precedenza, la cognizione sociale non è un argomento ma è un approccio, una cornice teorica entro cui possiamo investigare diversi processi che si collocano anche a livelli differenti di analisi. Il primo di questi livelli riguarda noi stessi, il nostro sé (per approfondimenti sul tema del sé, vedi cap. 6). Ma perché la cognizione sociale si è occupata dei processi cognitivi che riguardano la percezione di noi stessi? La risposta è piuttosto semplice: è evidente come la relazione tra la percezione del sé e la percezione degli altri sia molto stretta e bidirezionale. In altre parole, capire come vediamo e pensiamo a noi stessi ci aiuta a comprendere come ci comportiamo nel nostro contesto sociale, come vediamo il nostro partner e i nostri cari, gli sconosciuti e i gruppi sociali; viceversa, la percezione degli altri – ad esempio, come concepiamo le persone che appartengono ai nostri stessi gruppi sociali – forgia inevitabilmente anche la percezione di noi stessi. Vediamo come.
Gli schemi di sé e la percezione sociale
Nel paragrafo precedente abbiamo definito cos'è uno schema. Noi non abbiamo schemi solo relativi agli altri, ai ruoli e alle categorie sociali ma abbiamo anche degli schemi – i più salienti e accessibili di tutti – di noi stessi. Una grandissima quantità di dati che le persone sono chiamate a processare riguarda infatti sé stesse: a differenza di quelle che riguardano altri attori sociali, le informazioni sul sé, sul proprio comportamento, sulle reazioni emotive in situazioni specifiche e in una grande varietà di contesti sono sempre accessibili all'individuo. Per supportare l'elaborazione di questa grande mole di evidenze empiriche è necessario l'utilizzo di strutture dedicate. Gli schemi di sé sono appunto strutture di conoscenza, generalizzazioni cognitive derivate dalle esperienze passate, che organizzano in memoria e ordinano tutte le rappresentazioni che la persona ha dei propri attributi, ruoli ed episodi sociali [Markus 1977]. Gli schemi del sé possono anche essere concepiti come una serie di invarianze che le persone hanno percepito nel loro stesso comportamento sociale. Per cui, ad esempio, se trascorro tutto il mio tempo libero a dipingere o fotografare inizierò a inserire nel mio schema di sé il tratto «creativa». Sono chiaramente informazioni parziali su noi stessi che vengono organizzate gerarchicamente attorno a nuclei forti (ci sono quelle più importanti, più centrali nella definizione del sé, e quelle più periferiche) e collegate tra loro (ad esempio, «creativa e «anticonformista» possono essere associate). I tratti centrali nello schema di sé possono essere studiati chiedendo alla persona di rispondere alla semplice domanda «Chi sono io?» per molte volte (twenty statement test), limitando il numero di tratti da utilizzare o introducendo un limite temporale per la risposta. È anche rilevante notare che le persone non hanno
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