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Definire gli atteggiamenti

Il termine «atteggiamento» ricorre spesso nel linguaggio comune, ma il suo uso è legato a significati che possono essere piuttosto diversi dal senso che questo costrutto assume per gli psicologi sociali. Nella lingua italiana, in particolare, la parola «atteggiamento» viene utilizzata per indicare un modo di porsi rispetto ad altre persone o situazioni. Ciò implica che atteggiamento e comportamento siano, a livello del linguaggio comune, pressoché sinonimi. In psicologia sociale, invece, con il termine atteggiamento si intende una valutazione relativamente durevole di un oggetto, una persona, un evento, o una situazione.

Atteggiamento e comportamento, dunque, sono concetti distinti per gli psicologi sociali. In particolare, il termine «comportamento» viene utilizzato per riferirsi alle reazioni o azioni osservabili di una persona (ad esempio, parlare, camminare), mentre il termine «atteggiamento» viene utilizzato per fare riferimento a valutazioni soggettive, che non sono osservabili, a meno che non siano comunicate attraverso il linguaggio (ad esempio, «Mi piace leggere»). La valutazione nei confronti dell’oggetto di atteggiamento si esprime con attributi quali positivo-negativo, buono-cattivo, piacevole-spiacevole. Inoltre, è bene notare che con il termine «atteggiamento» non si intende una reazione momentanea o passeggera, ma una disposizione relativamente durevole o stabile nel corso del tempo, sebbene, come vedremo più avanti, gli atteggiamenti possano modificarsi.

Imparare l'ABC degli atteggiamenti

Una delle concezioni tradizionali considera l’atteggiamento come formato da tre componenti. Secondo questo approccio, l’atteggiamento si comporrebbe di una reazione affettiva (affective component), di una disposizione comportamentale (behavioural component) e di un insieme di credenze cognitive (cognitive component). L’insieme delle tre componenti costituisce l’ABC degli atteggiamenti.

Facciamo un esempio. Cosa ne pensate del gelato alla fragola? Se il gelato alla fragola suscita in voi una sensazione piacevole (componente affettiva), se siete inclini a mangiarlo quando ne avete l’occasione o se addirittura voi stessi andate in cerca di questo tipo di gelato (componente comportamentale), e se credete che il gelato alla fragola sia rinfrescante e nutriente (componente cognitiva), allora potete inferire che il vostro atteggiamento nei confronti del gelato alla fragola è positivo. Di fatto, anche se i due concetti sono distinguibili per gli psicologi sociali, essi sono spesso associati, almeno per due ragioni. In primo luogo, gli atteggiamenti possono essere precursori del comportamento. In secondo luogo, come abbiamo già notato, talvolta le persone esprimono i propri atteggiamenti o valutazioni attraverso il comportamento, ad esempio dichiarando se sono o meno favorevoli nei confronti di un certo oggetto di atteggiamento.

Atteggiamenti automatici e controllati

Più recentemente, la ricerca si è interessata alla distinzione tra due tipologie di atteggiamenti, quelli espliciti e quelli impliciti. Gli atteggiamenti espliciti sono valutazioni deliberate e consapevoli, che si fondano su processi di pensiero di tipo riflessivo o controllato. Gli atteggiamenti impliciti sono valutazioni automatiche e per lo più non consapevoli di un oggetto di atteggiamento e sono radicate nelle associazioni mentali immagazzinate nella memoria a lungo termine. Gli atteggiamenti impliciti si attivano senza alcuno sforzo o intento, è sufficiente l’esposizione a uno stimolo esterno o interno alla persona; una volta attivati, gli atteggiamenti impliciti possono influenzare il comportamento senza che la persona ne sia consapevole.

È forse più semplice comprendere la distinzione tra atteggiamento esplicito e implicito quando i due tipi di valutazione non sono corrispondenti. Ad esempio, a livello esplicito una persona può aver maturato un atteggiamento positivo nei confronti del nuoto, basandosi su valutazioni consapevoli dei suoi benefici per la salute, della disponibilità e vicinanza di strutture per praticare questo sport, e così via. Tuttavia, a livello implicito questa stessa persona potrebbe aver sviluppato un’associazione mentale negativa relativa al nuoto (ad esempio, l’associazione «nuoto-paura» dovuta al fatto che si sono lette molte notizie di incidenti di persone affogate) e questo potrebbe attivare una sensazione spiacevole quando la persona in questione si accinge a entrare in acqua.

Mentre gli atteggiamenti espliciti sono generalmente misurati attraverso scale di misura self-report, gli atteggiamenti impliciti sono solitamente inferiti dalla performance in compiti di categorizzazione al computer, in termini di velocità delle risposte e/o di numero di errori. A riguardo, l’Implicit Association Test è una delle misure più utilizzate per rilevare gli atteggiamenti impliciti.

Come si formano gli atteggiamenti

Come si formano i nostri atteggiamenti? Gli atteggiamenti possono originarsi in modi diversi. Le diverse origini della loro formazione possono essere raggruppate in due categorie generali, che corrispondono alla formazione automatica e alla formazione consapevole degli atteggiamenti.

La formazione automatica degli atteggiamenti

Condizionamento classico e operante

La formazione automatica degli atteggiamenti si basa anzitutto su processi ampiamenti studiati dalla psicologia generale, quali il condizionamento classico e quello operante.

Il condizionamento classico è un processo di apprendimento nel quale uno stimolo neutro (stimolo condizionato) viene ripetutamente associato a uno stimolo in grado di suscitare una reazione affettiva positiva o negativa (stimolo incondizionato). In seguito all’associazione ripetuta, la valenza positiva o negativa dello stimolo incondizionato viene associata allo stimolo che inizialmente era neutro [Pavlov 1906]. Stuart, Shimp e Engle [1987] hanno mostrato che, associando un marchio non noto alle persone (ad esempio un marchio di dentifrici) a immagini di paesaggi piacevoli (ad esempio, un tramonto sull’oceano), si ottenevano valutazioni più positive del marchio in un gruppo sperimentale rispetto a un gruppo di controllo, nel quale lo stesso marchio e le immagini non erano sistematicamente associati. Questo esperimento esemplifica uno dei meccanismi attraverso i quali la pubblicità è in grado di modificare gli atteggiamenti dei consumatori.

È interessante notare che il condizionamento classico ha effetti più forti quando non vi è alcuna conoscenza dell’oggetto di atteggiamento (come nel caso dello studio descritto sopra), o quando la conoscenza pregressa è assai limitata. Ad esempio, alcuni ricercatori [Cacioppo et al. 1992] hanno trovato che quando parole prive di significato erano associate a stimoli negativi (scosse elettriche) l’atteggiamento risultante era più negativo rispetto a quando si utilizzavano parole neutre (già familiari).

Nel condizionamento operante, un comportamento viene rinforzato se è seguito da un premio o ricompensa e indebolito se seguito da una punizione [Skinner 1938]. Mentre nel condizionamento classico il processo di apprendimento può riguardare solo le risposte affettive e cognitive di una persona (non è necessario che la persona metta in atto alcun comportamento), nel condizionamento operante è l’associazione tra un comportamento e una ricompensa o punizione a essere oggetto di apprendimento. Nondimeno, il processo può avvenire al di fuori della consapevolezza.

La mera esposizione

Secondo l’effetto della mera esposizione, l’esposizione ripetuta a uno stimolo determina un atteggiamento più favorevole nei suoi confronti. Vi sarà capitato qualche volta di ascoltare una canzone nuova che non ha suscitato in voi una reazione particolarmente favorevole o sfavorevole. Ma dopo averla riascoltata ripetutamente per qualche settimana, la canzone in questione ha iniziato a piacervi, tanto che vi siete ritrovati a canticchiarla. Zajonc ha dimostrato sperimentalmente questo effetto.

In un presunto studio sull’apprendimento di una lingua straniera, ai partecipanti vennero mostrati 12 ideogrammi cinesi per un numero diverso di volte (1, 2, 5, 10, o 25 volte). La scelta di ideogrammi cinesi come stimoli sperimentali era dovuta al fatto che i partecipanti non conoscevano la lingua cinese e il significato degli ideogrammi; pertanto, tali stimoli avevano una valenza iniziale neutra, cioè non erano connotati né positivamente né negativamente. Dopo l’esposizione, veniva detto che ciascun ideogramma era un aggettivo e che il compito era quello di indovinare se l’aggettivo indicato dall’ideogramma fosse positivo o negativo e in che grado. I risultati mostrarono che maggiore era la frequenza di esposizione e più positivo era il giudizio dei partecipanti. È opportuno precisare che l’effetto della mera esposizione è più forte quando siamo esposti a un oggetto di atteggiamento inizialmente neutro o positivo. Se esponiamo ripetutamente una persona a uno stimolo nei confronti del quale ha un atteggiamento negativo, è probabile che la reazione negativa nei suoi confronti si rafforzi.

Osservazione del comportamento

Tuttavia, è possibile che un atteggiamento si formi a partire dall’osservazione del nostro comportamento. Questa idea è sostenuta dalla teoria dell’autopercezione di Bem, secondo cui inferiamo i nostri atteggiamenti a partire dalle nostre azioni, ovvero attribuiamo un nostro comportamento a una causa interna.

Se inducete le persone a parlare dei loro comportamenti ecologici, queste inizieranno a descriversi come rispettose dell’ambiente, rispetto a un altro gruppo di persone indotte a parlare dei propri comportamenti antiecologici. In uno studio [Chaiken e Baldwin 1981], ai partecipanti veniva richiesto di compilare un questionario che includeva una serie di comportamenti ecologici o antiecologici (manipolazione sperimentale). Per ciascun comportamento, i partecipanti dovevano indicare se fosse descrittivo o meno di sé stessi. Successivamente, veniva rilevato il loro atteggiamento nei confronti dell’essere ambientalisti. I risultati mostrarono che l’atteggiamento era più favorevole per i partecipanti che avevano compilato il questionario sui comportamenti ecologici che per i partecipanti che avevano compilato il questionario sui comportamenti antiecologici. Tuttavia, la differenza era significativa solo per i partecipanti che al pretest avevano rivelato un atteggiamento poco definito nei confronti dell’essere ambientalisti.

Anche le nostre espressioni facciali possono suggerirci qual è il nostro atteggiamento nei confronti di un determinato oggetto o situazione, come indica l’ipotesi del feedback facciale. In un esperimento [Larsen, Kasimatis e Frey 1992], ai partecipanti furono posizionati dei chiodi da golf (un attrezzo sul quale viene appoggiata la pallina prima del lancio) alle sopracciglia (sopra l’angolo interno degli occhi) e fu chiesto loro di avvicinare le teste dei chiodi l’una all’altra. Così facendo, dovevano corrugare le sopracciglia, come quando si prova un’emozione negativa di tristezza. A seguito di questa manipolazione, i partecipanti riportavano un grado significativamente maggiore di tristezza nel guardare immagini negative rispetto a una situazione in cui le sopracciglia non erano corrugate.

La formazione consapevole degli atteggiamenti

Il paragrafo precedente illustra come la formazione di un atteggiamento possa realizzarsi attraverso processi non consapevoli. Tuttavia, le persone possono anche formarsi atteggiamenti in modo consapevole, attraverso un’attenta riflessione su argomenti, oggetti, comportamenti che ritengono importanti. Il principale approccio teorico che spiega la formazione consapevole degli atteggiamenti è l’approccio funzionale.

Le quattro funzioni degli atteggiamenti

L’approccio funzionale indaga le ragioni per cui le persone sviluppano degli atteggiamenti. Secondo tale approccio gli atteggiamenti si formano perché svolgono delle funzioni psicologiche e soddisfano dei bisogni psicologici. Nello specifico, Katz...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

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