Gestione Ambientale
Lezione 1 – La Crisi Climatica
Globale e i Limiti del Sistema Terra
Parte prima: i fondamenti scientifici del cambiamento climatico
Testo di studio ricostruito dalla registrazione della lezione e dalle slide del docente
Gestione Ambientale – Lezione 1 | 1
Come leggere questo testo
Il testo riporta per esteso la prima parte della lezione (slide 3-20), integrando la
trascrizione della registrazione con il contenuto delle slide. La registrazione si
interrompe alla slide 20: la seconda ora (slide 21-37: limiti planetari, tipping
points, dati IPCC, rapporto tra ecologia ed economia) non è trattata qui.
Nella trascrizione ci sono diversi errori: alcuni dipendono dalla trascrizione
automatica, altri sono affermazioni imprecise del docente. Il testo mantiene la
versione del docente e segnala ogni punto con un riquadro separato, così è
possibile distinguere ciò che ha detto il docente da ciò che è stato aggiunto in
revisione.
Nota: i riquadri con bordo verde contengono correzioni e integrazioni rispetto a
quanto detto a lezione. L'etichetta indica il grado di sicurezza: [Certo] per prove
solide, [Probabile] per inferenze forti, [Ipotesi] quando si colmano delle lacune.
Riquadri arancioni: indicazioni d'esame e informazioni sul corso date dal docente.
Le tabelle e le figure riproducono gli elementi delle slide commentati dal
docente. Alcuni grafici sono stati costruiti a partire dai dati numerici riportati
nelle slide, per renderli più leggibili: la didascalia lo indica.
Gestione Ambientale – Lezione 1 | 2
Capitolo 1 – I fondamenti scientifici del
cambiamento climatico
La lezione si apre con un'impostazione di metodo che il docente dichiara subito:
ogni affermazione sul cambiamento climatico va contestualizzata e sostenuta da
dati. Lo scopo della prima parte, come recita il sottotitolo della sezione, è
comprendere i meccanismi fisici del fenomeno per poter guidare le scelte
strategiche, anche in ambito aziendale.
Prima ora: i fondamenti scientifici Seconda ora: soglie e rischi globali
Dall'Olocene all'Antropocene Il framework dei 9 limiti planetari
La fisica dell'effetto serra climalterante Tipping points (punti di non ritorno)
Analisi chimica dei gas climalteranti Evidenze empiriche e macro-dati IPCC
(GHG)
Il Global Warming Potential (GWP) Correlazione tra degradazione ed
economia
Tabella 1 – Agenda della lezione (durata: 2 ore). Fonte: slide 2. Questo testo copre la prima ora.
1.1 Dall'Olocene all'Antropocene
L'equilibrio dell'Olocene
Per oltre 10.000 anni la Terra ha vissuto nell'Olocene, l'epoca geologica a cui
appartiene la nostra civiltà. È stato un periodo di straordinaria stabilità climatica,
ed è proprio questa stabilità ad aver permesso lo sviluppo dell'agricoltura e delle
civiltà umane moderne.
Il docente descrive l'Olocene come un sistema in equilibrio molto ben strutturato
e usa un paragone con il corpo umano. Il pianeta, come il nostro organismo,
finché non vi si interviene in modo dannoso è un equilibrio perfetto: tutto
funziona perché "tanto entra e tanto esce". Riferito alla CO₂, che è l'impatto
ambientale che preoccupa di più, questo significa che la quantità emessa veniva
gestita dal pianeta attraverso meccanismi che verranno analizzati più avanti (i
pozzi di assorbimento). Veniva cioè riassorbita in misura pari a quella immessa,
in una condizione di equilibrio.
La rottura dell'equilibrio: rivoluzione industriale e dopoguerra
L'equilibrio si rompe in due momenti storici che il docente chiama "hotspot". Il
primo è la rivoluzione industriale, con l'avvento delle macchine a vapore: il
lavoro passa dalla forza fisica, umana o animale, alla forza del vapore e quindi
all'energia prodotta da combustibili. Il secondo è il periodo successivo alla
Seconda guerra mondiale: la ricostruzione, la ripresa e il boom economico degli
anni Sessanta.
Da quel momento l'umanità ha iniziato a produrre in eccesso. Il docente
Gestione Ambientale – Lezione 1 | 3
sottolinea un principio generale: ogni ciclo produttivo determina impatti
ambientali, compresi quelli considerati "puliti". Perfino un parco eolico ha un
impatto ambientale. Il pianeta è così passato da una situazione di equilibrio
naturale a una di squilibrio totale, progressivo e in continuo peggioramento, che
il docente definisce "senza via di ritorno". ànthropos,
Questa nuova condizione si chiama Antropocene, dal greco "uomo".
È una nuova epoca geologica in cui, come dice la slide, l'essere umano è la forza
dominante che altera i sistemi biogeochimici del pianeta. Secondo il docente,
nell'Antropocene l'umanità si comporta come se fosse sola sul pianeta e come se
ciascuno avesse a disposizione più pianeti da colonizzare.
L'impronta ecologica: quanti pianeti consumiamo
Per dare concretezza a questa idea il docente cita l'impronta ecologica. Se tutti
vivessero come un italiano medio, cioè producessero, consumassero e
inquinassero come lui, servirebbero circa 2,5 pianeti Terra. Se tutti vivessero
come uno statunitense medio, ne servirebbero circa 5,7.
Nota [Probabile]: i dati del Global Footprint Network degli ultimi anni danno valori
vicini ma non identici: circa 2,5-2,7 pianeti per l'Italia e circa 5 per gli Stati Uniti.
L'ordine di grandezza del docente è corretto; i valori precisi cambiano a seconda
dell'anno di riferimento.
I tre indicatori dell'Antropocene
La prova che l'uomo sta alterando un equilibrio durato millenni viene da tre
indicatori tipici:
• la concentrazione di carbonio nei sedimenti glaciali;
• la dispersione globale di microplastiche e radionuclidi;
• un tasso di estinzione delle specie superiore alla media storica.
Indicazione d'esame: il docente ha detto esplicitamente che una possibile
domanda è "Quali sono i tre indicatori dell'Antropocene?", con la richiesta di spiegarli
uno per uno.
Primo indicatore: il carbonio nei sedimenti glaciali
Il docente, chimico di formazione, precisa prima di tutto che il carbonio non va
confuso con la CO₂. Il carbonio è l'elemento chimico. La CO₂ (anidride
carbonica) è uno dei composti che lo contengono, e il carbonio presente
nell'ambiente deriva in gran parte proprio dalla CO₂ e da tutto ciò che contiene
quell'elemento.
Nei sedimenti glaciali il carbonio non dovrebbe esserci, o dovrebbe esserci solo in
quantità molto piccole. Per questo i ricercatori lo monitorano nel corso di anni,
lustri e secoli. Trovarne concentrazioni elevate indica due cose.
La prima è che l'inquinamento è enorme. Tutto ciò che produce energia emette
CO₂, e qualsiasi impianto la immette in atmosfera: una raffineria, un'azienda che
produce plastica, un'azienda che produce tortellini o scarpe. Il motivo è che i cicli
Gestione Ambientale – Lezione 1 | 4
produttivi industriali si basano su fonti fossili, ed è questo il nodo del problema.
La CO₂ deriva infatti dall'uso delle tre materie prime globali: petrolio, carbone
e gas naturale.
Il docente spiega perché si chiamano "globali": sono le uniche materie prime che
si usano insieme per i trasporti, per la produzione di energia e in tutti i cicli
produttivi. Le materie prime metalliche, come il ferro, sono importanti, ma non
sono globali. L'esempio è l'acciaio, una lega di ferro e carbonio che si produce in
quantità enormi. L'impatto climatico della siderurgia però non viene dal ferro in
sé. Viene dall'energia, cioè dal carbone o dal petrolio, che serve per far
funzionare l'altoforno. Il forno deve raggiungere temperature altissime per
fondere il ferro, mescolarlo al carbonio e ottenere la lega.
Nota [Certo]: il docente parla di temperature "intorno ai 3000 °C". In realtà il ferro
fonde a circa 1.538 °C e un altoforno lavora nella zona più calda intorno ai 2.000 °C.
Il ragionamento resta valido (servono temperature molto alte e quindi molta energia
fossile); cambia solo il numero.
La seconda cosa che il carbonio nei sedimenti glaciali indica è la fusione dei
ghiacciai. Secondo la spiegazione del docente, sciogliendosi i ghiacciai il terreno
che affiora assorbe carbonio.
Nota [Probabile]: la spiegazione del docente su questo secondo punto è poco chiara.
In geologia, ghiacci e sedimenti funzionano come un archivio: conservano strato per
strato il segnale del carbonio (per esempio le particelle di combustione e la "firma"
isotopica del carbonio fossile). Questo segnale cresce in modo netto dall'epoca
industriale in poi, ed è per questo che si usa come indicatore.
Secondo indicatore: microplastiche e radionuclidi
Per spiegare quanto le microplastiche siano diffuse, il docente cita un dato molto
noto: ogni persona ingerirebbe ogni settimana circa 5 grammi di plastica,
l'equivalente di una carta di credito. La plastica si frammenta fino a diventare
impercettibile e microscopica, e circola nell'ambiente insieme a moltissimi altri
inquinanti.
Nota [Probabile]: il dato dei 5 grammi a settimana viene da uno studio
commissionato dal WWF nel 2019. Studi successivi lo hanno messo in discussione e
stimano quantità molto inferiori. Conviene citarlo come "stima divulgativa", non
come dato certo.
Il punto concettuale è che le microplastiche in natura non esistono.
Appartengono, insieme a molte altre classi di inquinanti, alla categoria dei
contaminanti xenobiotici. Il docente cita come esempi le diossine, gli
idrocarburi policiclici aromatici, i benzofurani, i solventi fluorurati e i PFAS. Il
termine "xenobiotico" indica sostanze estranee all'ambiente naturale: la natura
non le produce, le produce solo l'uomo.
Per questo microplastiche e radionuclidi sono indicatori dell'Antropocene.
Derivano esclusivamente dai cicli produttivi umani e la natura "non le conosce",
tanto che non è in grado di smaltirle.
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Nota [Certo]: il docente non ha spiegato i radionuclidi nello specifico. Come
integrazione: si tratta di isotopi radioattivi artificiali, come il plutonio, diffusi in tutto il
pianeta soprattutto dai test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta. Proprio per
questo sono tra i marcatori più usati per datare l'inizio dell'Antropocene.
Terzo indicatore: il tasso di estinzione delle specie
Il terzo indicatore riguarda il sistema agroalimentare, cioè agricoltura e
allevamento, che è l'ambito di competenza specifica del docente. Per spiegarlo
introduce l'indice di biomassa planetaria, che misura tutto ciò che è biologico
sul pianeta. Il docente precisa che l'indice comprende anche l'uomo, perché per il
pianeta la specie umana è una specie come tutte le altre.
Fino agli anni Quaranta del Novecento, secondo il docente, il rapporto tra specie
selvatiche e specie legate all'uomo (agricoltura e allevamento) era di circa 60 a
40. Da allora la situazione si è ribaltata per due ragioni.
La prima è l'agricoltura, che nelle zone in cui si insedia elimina di fatto la
biodiversità, perché seleziona solo le varietà più produttive. La seconda, ancora
più incisiva, è l'allevamento. Tra tutte le razze allevabili non si scelgono quelle
che danno il latte o la carne migliori, o i prodotti nutrizionalmente superiori, ma
quelle che producono di più.
Il risultato è che la biodiversità, cioè il numero di specie presenti sul pianeta, sta
diminuendo in modo vertiginoso. In più le specie selvatiche non hanno interesse
economico e a volte sono percepite come un ostacolo, perché interferiscono con
i cicli produttivi del settore primario. Oggi animali da allevamento ed esseri
umani superano di oltre il doppio la biomassa delle specie selvatiche. Il docente
insiste che le specie selvatiche sono fondamentali, e che agricoltura e
allevamento hanno un impatto ambientale impressionante.
Nota [Probabile]: il docente sottostima la sproporzione. Secondo lo studio di
riferimento (Bar-On et al., 2018), la biomassa dei mammiferi è composta per circa il
60% da animali da allevamento, per circa il 36% da esseri umani e solo per circa il
4% da mammiferi selvatici. Uomo e bestiame non superano "il doppio" dei selvatici: li
superano di oltre venti volte.
Il docente riconosce che agricoltura e allevamento sono indispensabili per nutrire
miliardi di persone e garantire almeno un livello minimo di sazietà. Ma aggiunge
un dato: i Paesi industrializzati sono circa il 20% della popolazione mondiale e
consumano circa l'80% delle risorse. Nei Paesi ricchi il cibo è sovrabbondante: al
supermercato la scelta è talmente ampia da generare ansia, e si compra in
eccesso per poi buttare. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, servirebbe una
distribuzione più equa di ciò che già si produce. Secondo il docente non è
necessario produrre di più.
Il tasso di estinzione cresce quindi a vantaggio delle specie legate all'uomo, cioè
della popolazione umana in crescita e delle specie selezionate perché
economicamente convenienti.
Il docente anticipa poi un tema che verrà sviluppato più avanti. L'impatto
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climatico non dipende solo dalla CO₂: esistono molti altri gas serra, con un
potenziale di riscaldamento molto più alto, misurato sempre rispetto alla CO₂. Il
caso più rilevante per il settore zootecnico è il metano, prodotto dalla digestione
dei ruminanti (fermentazione enterica). Per il docente è il problema numero uno
dopo la CO₂ degli impianti industriali. Su un orizzonte di 100 anni il metano ha un
Global Warming Potential circa 25 volte superiore a quello della CO₂. A parità di
peso, quindi, 1 kg di metano produce un effetto serra pari a circa 25 kg di CO₂.
Da qui il peso ambientale della produzione e del consumo di carne, in particolare
di quella dei ruminanti.
Nota [Certo]: il valore 25 è quello del quarto rapporto IPCC (AR4) e resta presente in
molte normative. Nelle slide del docente (slide 11) c'è invece il valore aggiornato
dell'AR6, cioè 27,9, arrotondato a circa 28. All'esame conviene usare il valore delle
slide.
1.2 La Grande Accelerazione post-1950
A partire dalla metà del Novecento la curva degli impatti umani sul pianeta ha
avuto un'impennata esponenziale, nota come "Grande Accelerazione". Il
docente la collega al contesto storico. Le due guerre mondiali avevano ridotto
fortemente la popolazione. Dopo il 1950, con la ricostruzione e soprattutto con il
boom economico degli anni Sessanta, il benessere porta a fare più figli e a
mangiare meglio. La slide indica tre motori di questa accelerazione.
Motore Descrizione (slide 5)
Popolazione Triplicata in meno di settant'anni, determinando una pressione
mondiale senza precedenti sulle risorse primarie.
Consumo di Crescita dominata dall'utilizzo di combustibili fossili (carbone,
energia petrolio, gas naturale).
Uso dell'acqua Moltiplicato per l'agricoltura intensiva e per i sistemi di
raffreddamento industriali.
Tabella 2 – I tre motori della Grande Accelerazione. Fonte: slide 5.
Il primo motore: la popolazione mondiale
La popolazione mondiale è triplicata in meno di settant'anni e questo ha prodotto
una pressione senza precedenti sulle risorse primarie. Una popolazione più
numerosa ha bisogno di più beni di consumo, di più cibo, di più di tutto, e ogni
bene ha dietro un consumo di energia.
Il docente dedica una riflessione al ruolo della tecnologia, legandola alla storia
dell'industria alimentare. Prima dello sviluppo delle tecniche di conservazione del
cibo, tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, il cibo si produceva quasi per
autoconsumo. Da questo esempio ricava un principio da fissare: la tecnologia e
l'innovazione aiutano a risparmiare risorse. Vale per la conservazione degli
alimenti, ma anche per molti altri ambiti, come l'avvento del computer. Scrivere
una lettera o una cartolina a mano richiede un supporto fisico prodotto da un
ciclo produttivo. Mandare un messaggio con il telefono consuma solo una piccola
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quantità di energia e nessun mezzo fisico. Questo passaggio si chiama
dematerializzazione.
Il docente aggiunge una considerazione storica e personale. Le generazioni nate
dopo la Seconda guerra mondiale, lui compreso (è nato nel 1974), hanno vissuto
un periodo di pace senza precedenti: almeno due generazioni senza guerre vere
e proprie in Europa. Questa pace ha favorito la crescita demografica. Oggi,
osserva, basta una sola persona squilibrata nel posto sbagliato per scatenare
conflitti. E anche le guerre hanno un impatto ambientale: bombe e missili
producono emissioni di cui, secondo il docente, non si parla.
Il secondo motore: il consumo di energia
La crescita del consumo di energia è stata dominata dai comb
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