Nelle pagine seguenti cercheremo di delineare un tentativo di messa a fuoco degli aspetti e
dei problemi su cui si è concentrato il dibattito storiografico moderno a proposito dei
cosiddetti culti indi geni della Sicilia antica.
Non si intende qui presentare una rassegna bibliografica, giac-ché, come si potrà facilmente
osservare, questa appendice non mira ad un esame completo degli studi che si sono
susseguiti sull’argo-mento dal secolo scorso fino ad oggi. Si è preferito offrire piuttosto una
scelta delle posizioni che si ritengono maggiormente significative a riguardo e in particolare ci
si è concentrati su quelle che hanno se-gnato, a nostro parere, tappe importanti nello
sviluppo delle ricer-che (1). Inoltre, non ci siamo addentrati nello specifico dei singoli culti, se
non cursoriamente laddove si rendeva necessario per meglio chiarire aspetti peculiari
dell’una o dell’altra prospettiva metodolo gica.
Appare opportuno innanzitutto sottolineare come la storia del-l’indagine sulle forme di culto
indigene della Sicilia antica mostri nelle sue linee generali un’evidente dipendenza da quegli
atteggiamenti sto-riografici tracciati nel primo capitolo a proposito delle forme di con-tatto tra
i colonizzatori greci e le popolazioni indigene. A seconda del tipo di interazione attribuita alle
due parti, e dei ruoli ad esse conse-guentemente assegnati, anche la questione della
religiosità indigena ha seguito le stesse sorti, in quanto aspetto particolare del più generale
problema posto dal fenomeno delle apoikiai.
Come si cercherà di mostrare nelle pagine seguenti, due sono i cardini attorno ai quali si è
snodato il dibattito ormai secolare sull’ar-gomento: a) il problema dell’attribuzione etnica dei
singoli culti; b) la questione dell’effettiva conoscibilità di tali culti, ovverossia se sussi stono
elementi sufficienti per riconoscere lo statuto di oggetto storio-grafico al problema dei culti
indigeni.
Le indagini a partire già dai primi studi del secolo scorso riper-corrono costantemente la
medesima scansione tematica impostata ar-tomo alla questione dell’appartenenza etnica
del culto. Per quanto ri guarda il primo punto è infatti facile rilevare come per generazioni di
studiosi ricostruire la mappa cromosomica di un culto o di un mito sia stato spesso
considerato un traguardo che conteneva ed esauriva in sé, almeno potenzialmente, anche le
risposte possibili agli interroga-tivi più specificamente storico-religiosi. Vedremo tra breve
come questo approccio sottintendesse l’accettazione di schemi interpretativi basati su scelte
dicotomizzanti, ad es. mediterraneo/indeuropeo, indi-geno/greco, etc., incapaci, come oggi è
generalmente avvertito, di scandagliare oltre la superficie e di cogliere nessi e reticoli culturali
non integrabili in schemi rigidamente orientati in senso bipolare.
Il secondo punto è strettamente connesso al primo perché, at-traverso la critica ad un
atteggiamento storiografico che appiattisce l’indagine della religiosità indigena ad una sorta
di «casellario» etnico in cui ordinare i singoli culti, si sforza di delineare una più adeguata
griglia interpretativa che trasformi la questione della religiosità indi gena in un oggetto
storiografico realmente indagabile.
Si cercherà nelle pagine seguenti di ricostruire il percorso com piuto dalla ricerca limitandoci,
come già detto, solo ai momenti più significativi di tale itinerario, con particolare attenzione,
in parallelo alle precedenti parti di questa ricerca, all’elemento siculo, che appare peraltro
caratterizzato da una più incisiva presenza nella documenta-zione antica.
L’assenza di dati precisi e perspicui sui culti indigeni costituisce complessivamente il filo
conduttore dell’indagine di A. Holm (2) che, parallelamente ad una visione degli indigeni in
chiave di decadenza e perdita di vigore morale, considera il loro sistema religioso in termini
adeguati a quella valutazione e quindi come espressione di un’indole pacifica a sua volta
prodotto di un’organizzazione sociale ed economica tutta concentrata sull’attività agraria e
priva di valori guer-rieri (2). In particolare la religione sicula, pur avendo una sua strut-tura
rituale ben definita già all’arrivo dei coloni greci, si segnalerebbe per una sua minore
complessità rispetto a quella portata dai Greci, specialmente riguardo alle divinità
individualizzate (+). Ad ogni modo per Holm il rapporto tra i due sistemi religiosi non va
interpre-tato in chiave di sovrapposizione ma di contiguità: culti indigeni e culti greci si
svolgono separatamente, senza che gli uni dipendano dagli altri (3).
Un quadro più ricco e complesso è quello fornitoci dal Free-man, in modo particolare per
quanto concerne i Siculi. Come ab-biamo avuto modo di osservare supra (6), questi ultimi
altro non sa-rebbero per lo studioso inglese che Latini ad uno stadio culturale in-
sufficientemente sviluppato: tale sviluppo avrebbe ad un certo punto abbandonato una via
autonoma per intraprendere quella dell’assimi-lazione del modello greco. L’indagine delle
forme religiose sicule può allora per Freeman utilmente seguire due itinerari paralleli: uno è
quello del raffronto costante con l’area latina che porterebbe all’iden-tificazione nella
religione sicula di elementi uguali a quelli della «local Italian religion, che si sarebbero tuttavia
ridotti nel territorio sici-liano a livello di sopravvivenze (7). L’altro percorso conduce invece
all’identificazione di elementi religiosi indigeni (siculi in particolare) nel contesto coloniale
greco: se ad un certo punto ciò che è siculo si conforma ad un modello culturale greco,