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Storia economica

Origini e metodo della storia economica

La data di nascita dell'economia è riportata al 1776, anno nel quale Adam Smith pubblica “Ricchezza delle Nazioni”, il primo manuale sistematico in materia economica. Le origini della storia economica, come disciplina accademica, risalgono alla metà del XIX secolo. Tra il 1930 e il 1970, la disciplina conobbe uno sviluppo straordinario al punto tale che alcune sue partizioni (storia dell'agricoltura, storia del commercio, storia delle banche, ecc.) ebbero un'evoluzione autonoma.

Quando si parla di storia, ci riferiamo solo agli avvenimenti di cui è rimasta traccia e per questo, non corrisponde a verità assoluta. Carlo Maria Cipolla, luminare italiano di fama internazionale, definì così la storia economica: “STORIA DEI FATTI E DELLE VICENDE ECONOMICHE A LIVELLO INDIVIDUALE, AZIENDALE O COLLETTIVO”.

Per storia economica si intende storia economica dell’uomo (individuo singolo o collettività), per cui bisogna tenere conto di alcune peculiarità: caratteristiche fisiologiche e psicologiche, razionalità, irrazionalità, mentalità, cultura. Quando parliamo di storia economica non ci riferiamo solo alla narrazione dei fatti economici, ma soprattutto a relazioni tra le vicende economiche e le istituzioni, le vicende sociali, politiche e culturali.

Lo storico dell’economia, quando si interessa ad un aspetto economico, deve considerare il contesto nel suo insieme. La storia economica è una disciplina “ibrida”, cioè fa parte della storia, eppure nell’ordinamento universitario rientra tra le discipline economiche. Già dalla definizione di “storia economica” è emerso come questa disciplina sia una particolare chiave di lettura della storia generale, con cui condivide gli avvenimenti, eppure si distingue da essa per l'interpretazione dei fatti stessi.

Il fatto è l’avvenimento in sé, è la ricostruzione puntuale di ciò che è accaduto. L’interpretazione è l’esame critico di quello stesso fatto che effettua lo storico dell’economia del fatto, al fine di scorgerne la rilevanza economica.

Economia e storia

La storia economica è una partizione della storia generale, che si occupa degli avvenimenti che hanno una rilevanza storica. La storia economica si occupa di affrontare problemi di tipo economico, cioè temi che abbiano a che fare con i tre quesiti fondamentali dell’economia ovvero cosa, come e per chi produrre. Tutto ciò che ha rilevanza economica, accomuna sia storia economica che la teoria economica.

L’interpretazione dei fatti rilevanti per la storia economica fa uso di strumenti concettuali, di categorie analitiche e della logica tipica dell’economia. Tra le due discipline esiste una forte correlazione, dove una disciplina contribuisce all’altra e viceversa e per questo vi è una relazione bidirezionale.

Nonostante la coincidenza di interessi, storia economica ed economia restano discipline nettamente distinte per diversi motivi:

  • L’economista guarda al futuro, lo storico al passato. Lo storico interpreta avvenimenti del passato, dove vi è il distacco storico, cioè quando l’avvenimento è terminato (ad es. guerra mondiale...). L'obiettivo dell’economista è di analizzare il passato per costruire un modello che lo proietti verso il futuro, che lo aiuti a prevedere le possibili evoluzioni del sistema economico.
  • L’economista è alla ricerca di regolarità e di formulazioni di regole; lo storico non può prevedere il futuro, ma si limita ad interpretare il passato. L’economista come gli scienziati usa il metodo scientifico, che prevede l’osservazione di un fatto, la formulazione di un’ipotesi, la formulazione di una teoria e la verifica di questa teoria. L’economista non si muove in un laboratorio, quindi l’unico strumento di cui dispone è l’osservazione.
  • Dal punto di vista metodologico, l’economista tende a ridurre il numero delle variabili da prendere in considerazione; lo storico non può effettuare simili semplificazioni, deve piuttosto tenere nel debito conto tutti i fattori in gioco, come ad esempio strutture sociali, fattori culturali, istituzioni giuridiche ecc.

L’economista ha interesse a costruire un modello, che sia il più semplice possibile.

Il tempo e lo spazio

In senso stretto “tempo” è un concetto che viene utilizzato per stabilire la sequenza di una serie di eventi. Nello studio della storia la collocazione temporale degli avvenimenti è particolarmente importante. Di alcuni avvenimenti la data è effettivamente importante (basti pensare all’Unità d’Italia, allo scoppio di una guerra, ecc.), ma ciò che è davvero indispensabile è contestualizzare gli avvenimenti, collocarli cioè nella loro giusta epoca storica.

Sebbene la storia sia una concatenazione sistematica di avvenimenti, per convenzione storiografica si è soliti suddividere il tempo in epoche caratterizzate da un’omogeneità culturale, sociale, dell’ordine economico ecc. (ad es. il Risorgimento, l’età classica, il Medioevo). Le convenzioni storiografiche sono varie, a seconda del tipo di studi che si affrontano, ma solitamente le epoche storiche iniziano e finiscono in occasione di eventi particolari definibili cesure storiche.

Per cesura storica si intende un avvenimento di portata generale, che altera gli equilibri pre-esistenti. Una convenzione abbastanza diffusa vuole che il tempo si scandisca come segue:

  • Medioevo: Dalla caduta dell'Impero Romano (410) alla scoperta dell’America. L’Impero Romano aveva ottenuto un potere su un’area geografica vastissima, e per questo la sua caduta ha provocato un’alterazione. La scoperta dell’America che ha portato alla scoperta di nuove aree geografiche, l’arrivo di nuove materie, un nuovo mercato di riferimento, etc.
  • Età moderna: Dalla scoperta dell'America (1492) alla Rivoluzione Industriale.
  • Età contemporanea: Dalla Rivoluzione Industriale (1760 circa) ai nostri giorni.

Di solito l’età moderna e contemporanea hanno come cesura storica, che fa da spartiacque tra le due, la Rivoluzione Francese, che avviene quasi nello stesso periodo della Rivoluzione Industriale. Il concetto di organizzazione economica degli spazi è molto simile a quello di modo di produzione, esempi tipici possono essere le “regioni economiche” che non sempre corrispondono a quelle politiche. Organizzazioni economiche e evoluzione dello spazio geografico sono intimamente legati in un rapporto reciproco di causa-effetto.

Economie preindustriali e industriali

La Rivoluzione Industriale è stato un avvenimento particolarmente significativo per l’umanità, tant’è che l’età contemporanea per convenzione storiografica inizia proprio sul finire del XVIII secolo, ancora più spesso si trova come data d’inizio la Rivoluzione Francese, avvenuta pressappoco contemporaneamente, nel 1789.

Economie industriali e economie preindustriali sono concetti teorici, da non confondere con età preindustriale e età industriale, che sono convenzioni storiografiche e indicano la storia economica prima o dopo la rivoluzione industriale.

È quindi ovvio che:

  • Nell’epoca preindustriale tutte le economie erano preindustriali;
  • Nell’epoca industriale non necessariamente tutti i paesi sono caratterizzati da economie industriali;
  • Ancora oggi esistono molti paesi caratterizzati da un’economia preindustriale. Nel secondo dopoguerra molti sistemi economici sono andati incontro alla terziarizzazione.

L’aspetto più significativo di un’economia preindustriale è il ruolo preponderante dell’agricoltura. In particolare, si ha un’immediata percezione del tipo di economia che caratterizza un paese in un determinato periodo storico, analizzando in che percentuale si distribuisce la popolazione nei tre settori dell’economia (agricoltura, industria e servizi). Se l’80% o più della popolazione è dedita all’agricoltura, allora si è in presenza di un’economia preindustriale. L’economia industriale, invece, è l’esatto contrario.

La transizione da una sistema economico ad un’altro è graduale e comporta un cambiamento strutturale, ovvero deve accadere che progressivamente la popolazione abbandoni le occupazioni agrarie per dedicarsi ad attività manifatturiere o industriali.

Le caratteristiche di un’economia preindustriale sono:

  • L’80% della popolazione si dedica ad attività agricole;
  • Bassa produttività delle attività agricole. La produttività è il rapporto tra le risorse impiegate e i risultati ottenuti. In questo caso significa che in un’economia preindustriale si ha bisogno di molta terra e molto lavoro per ottenere un’unità di prodotto.
  • Dall’agricoltura deriva la maggior parte del reddito nazionale. Ciò significa che la preponderanza del settore si avverte anche nella contabilità nazionale.
  • I cambiamenti sono molto lenti e poco diffusi. Tuttavia, vi possono essere elementi di dinamicità, basti pensare alla presenza di manifatture anche sofisticate durante l’antichità. Si tratta, però, di economie stagnanti o immobili.

Per stagnazione si intende un periodo prolungato in cui la produzione e il reddito nazionale non crescono né calano. Le condizioni di vita della popolazione in un’economia preindustriale sono estremamente precarie, caratterizzate da povertà diffusa, ovvero una situazione in cui la maggior parte della popolazione vive ai margini della sussistenza. Poiché la produttività in agricoltura è bassa non si produce sistematicamente surplus. Solo una minoranza della popolazione gode di surplus prodotto dalla terra o dal commercio, che tuttavia solitamente utilizza in consumi di lusso e non in investimenti per attività produttive.

L’organizzazione del lavoro è di tipo tradizionale, quindi:

  • Manca la specializzazione del lavoro, in quanto la produzione è rivolta prevalentemente all’autoconsumo.
  • Il regime prevalente è quello dell’autosufficienza, a volte integrato con attività sussidiarie industriali o artigianali.

Ciò significa che mancano i mercati (nel senso di luoghi dove avvengono gli scambi e si formano i prezzi). Nelle economie preindustriali solitamente non vi sono infrastrutture, per cui non si ha integrazione geografica ed economica, cioè non vi sono contatti, scambi economici e culturali. Uomini, beni e capitali non si possono spostare da un posto all’altro. Il commercio esiste, ma riguarda prevalentemente merci di alto valore destinate ai mercati internazionali. Il sistema dei trasporti è molto costoso.

In conclusione:

  • Mercati ristretti e non omogenei;
  • Scarse possibilità di comunicazione;
  • Dislivelli nei prezzi dovuti all’impossibilità di trasportare le merci dove la domanda è maggiore;
  • Tecniche produttive mediocri;
  • Ostacoli alla circolazione di uomini e capitali;
  • Popolazione scarsa.

Gli storici dell’economia, infatti, si pongono quale obiettivo principale quello di capire perché alcuni paesi sono ricchi e altri poveri. Rispondere ad una simile domanda implica una serie di problemi:

  • Come misurare e individuare le determinanti dello sviluppo;
  • Come essere sicuri che metodi e politiche analoghe producano gli stessi risultati in contesti diversi.

Il parametro più utilizzato per misurare il livello di sviluppo economico è il reddito pro capite. Tuttavia, anche un simile dato statistico deve essere utilizzata con senso critico, in considerazione del fatto che:

  • I dati sono frutto di approssimazioni statistiche;
  • I confronti tra diversi Paesi non sono sempre praticabili poiché le tecniche di rilevazione possono essere estremamente diverse.

Oltre al reddito pro capite vi sono altri indicatori che possono essere considerati come strumenti per misurare sviluppo e sottosviluppo, che probabilmente sono meno universali e completi, ma sicuramente più espliciti. Si tratta, ad esempio, di indicatori demografici quali natalità, mortalità infantile, speranza di vita alla nascita.

Crescita, sviluppo, progresso

Molto spesso, nell’uso comune, i termini crescita, sviluppo e progresso vengono utilizzati come sinonimi. Diversamente, un uso di questi termini a scopi scientifici deve necessariamente differenziarne i contenuti. Per convenzione, possiamo definire così i tre termini:

  • Crescita è l'aumento sostenuto del volume totale di beni e servizi prodotti da una data società (nella contabilità nazionale corrisponde al PNL).
  • Sviluppo è la crescita economica accompagnata da mutamenti strutturali e organizzativi dell’economia (tipicamente corrisponde al passaggio da un’economia preindustriale a una industriale).
  • Progresso è un termine che fa riferimento a norme etiche.

Non necessariamente crescita e sviluppo implicano progresso. Secondo alcuni criteri etici, l’aumento del benessere materiale potrebbe essere negativo per la natura spirituale degli esseri umani. Ancora, lo sviluppo di alcuni particolari settori come la produzione di strumenti per la guerra chimica, biologica o nucleare oppure un’organizzazione produttiva che avvelena l’ambiente, per quanto manifestazioni di sviluppo, difficilmente possono essere considerati segni di progresso. Un altro aspetto che fa allontanare i concetti di sviluppo e di progresso potrebbe essere una cattiva distribuzione del reddito.

Le grandi tendenze dell’età preindustriale

La storia è una concatenazione di eventi ed è necessario avere un’idea, seppur sommaria, delle tendenze economiche del periodo che precede la Rivoluzione Industriale.

Crescita XII-XIII

Il secolo XII-XIII (dal 1100 al 1300 ca.), rappresenta un periodo di prosperità. In questo periodo si registrano molti cambiamenti, anche tecnologici, di una certa importanza, che tuttavia non ricevono ampia diffusione. Aumenta il volume della popolazione e questo, è di per sé, è un segno di prosperità in quanto all’aumento demografico corrisponde l’aumento della forza lavoro, una delle risorse più importanti in epoca preindustriale, dove la terra è fissa e i capitali circolano poco. Inoltre, nascono le prime città e l'economia mondiale era dominata dal Mediterraneo.

Depressione XIV e prima metà XV

Dalla fine del 1300 alla prima metà del secolo successivo si registra una lunga depressione. In questo periodo si registrarono diverse ondate di epidemie, carestie e guerre che annullarono l’incremento demografico del periodo precedente.

Nuova fase di crescita XVI

A partire dalla metà del 1550 iniziò una nuova fase di crescita. Le scoperte geografiche avevano portato alla conquista dei mari e ad un conseguente ampliamento degli spazi economici (nuove risorse). La popolazione riprese a crescere (espansione demografica) e dal punto di vista economico si registrò un aumento della domanda, dei prezzi, dei profitti, della produzione.

Nuova depressione XVII

Il XVII secolo è considerato un periodo di crisi, ma non diffuso. A partire dal 1610-15 cominciarono a verificarsi fenomeni di peste, carestie e guerre. Il centro dell’economia mondiale si spostò dal Mediterraneo verso i mari del nord (infatti fu un periodo prospero per Inghilterra, Olanda e Svezia) e ci fu un andamento altalenante di prezzi e commercio.

Le crisi di Ancien Régime

Vi è stata una regolarità con cui si sono alternati periodi di prosperità e di crisi. Non sarà neanche sfuggito che i periodi di crisi erano caratterizzati da epidemie, carestie e guerre, che di fatto annullavano l’incremento demografico del periodo precedente. Questi episodi sono definiti come crisi di Ancien Régime, o anche trappole malthusiane. Questi elementi non spiegano l'inversione di tendenza, ma sono semplici segni rivelatori di un generale affaticamento dell'economia.

Il trend stazionario

Nell’epoca preindustriale, quando i sistemi economici erano prevalentemente caratterizzati dal settore agricolo, si registrarono ampie fluttuazioni, cioè periodi di crescita e periodi di depressione. Si può, quindi, individuare un’ulteriore caratteristica di questo periodo: il trend stazionario. Pur in presenza di oscillazioni dell’economia, la tendenza complessiva è quella di mantenere un andamento costante.

Struttura economica

La struttura economica ha a che vedere con le relazioni tra i vari settori dell’economia. I tre principali settori sono:

  • Primario: comprende quelle attività i cui prodotti sono ottenuti direttamente dalla natura, ovvero agricoltura, silvicoltura e pesca.
  • Secondario: comprende quelle attività che trasformano o lavorano i prodotti naturali e sono manifattura, industria e costruzioni;
  • Terziario: comprende i servizi.

Mutamento strutturale

Il mutamento strutturale è un processo per cui cambia la percentuale della forza lavoro impiegata e del reddito prodotto. Nella storia possiamo distinguere tali tendenze:

  • Partiamo dall’età preindustriale in cui la forza lavoro è quasi totalmente impiegata in agricoltura.
  • Con la Rivoluzione Industriale si registra il primo mutamento strutturale in quanto la forza lavoro è assorbita da impieghi industriali. Tale tendenza si diffonde nell’Ottocento.
  • Il secondo mutamento strutturale, la terziarizzazione, inizia a concretizzarsi nel secondo dopoguerra ed è ancora in atto. Prevede il passaggio dalla produzione industriale a quella dei servizi.
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher asialuisalombardiabc di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Marcelli Angelina.
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