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Giovanni Verga

La vita

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840 da una famiglia di proprietari terrieri di origine nobiliare.

Decise di recarsi a Firenze, dove trovò un ambiente stimolante e dove conobbe Capuana.

Si trasferì a Milano e si impegnò in un'attività letteraria contribuendo, insieme a Capuana, alla nascita del Verismo. Si dedicò al progetto di un ciclo narrativo composto da cinque romanzi, il ciclo dei Vinti, che si proponeva di illustrare la lotta per la vita delle diverse classi sociali; tuttavia furono scritti solo due romanzi: I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo.

Tornò a vivere nel suo paese, ma si aprì per lui un periodo di crisi creativa (a questi anni risale, ad esempio, il dramma La Lupa). Interventiste.

Alla vigilia della prima guerra mondiale si schierò su posizioni fu nominato senatore a vita.

Morì a Catania nel 1922.

Il pensiero e la poetica

Verga respinge la fiducia nel progresso umano e il concetto di evoluzione verso un equilibrio, capace di annullare le disuguaglianze; questo è il pessimismo verghiano.

Per Verga, inoltre, l'arte non è in grado di intervenire per cambiare la società e non contribuisce a risolverne i problemi. Gli unici valori in cui Verga dimostra di credere sono quelli della famiglia e degli affetti domestici. L'individuo che sceglie di allontanarsi dal proprio nucleo familiare e dal proprio ambiente d'origine è destinato a fallire e a perdersi; questo viene chiamato "ideale dell'ostrica".

Come scrive Verga:

  • I protagonisti nei suoi romanzi sono gli umili e i derelitti.
  • Il racconto deve avere le caratteristiche di un documento (cerca di fare una fotografia).
  • Studia i personaggi in modo psicologico (individui non tipi fissi).
  • Segue il canone dell'impersonalità.

Le tecniche narrative

Esse sono principalmente tre:

  • Il canone dell'impersonalità: l'autore deve scrivere in modo impersonale, deve limitarsi, dunque, a raccontare una visione oggettiva della realtà, senza far trasparire i propri sentimenti e le proprie opinioni (eclissi dell'autore).
  • L'artificio della regressione: a narrare i fatti è un'anonima voce popolare che si pone allo stesso livello dei personaggi (vengono usati anche detti e motti popolari).
  • L'artificio dello straniamento: consiste nel rappresentare come "strano" ciò che in realtà non lo è o viceversa.
  • Il discorso indiretto libero: struttura sintattica attraverso la quale gli avvenimenti sono presentati dal punto di vista del personaggio; c'è l'assenza di verbi dichiarativi (es. dire, pensare), l'assenza della congiunzione "che", la presenza di punti interrogativi ed esclamativi, l'uso della terza persona.

Le opere

L'attività letteraria di Verga può essere suddivisa in tre fasi.

Le prime due fasi sono fasi preveriste, esse sono:

  • Una fase patriottica con testi di argomento storico-patriottico (Amore e patria).
  • Una fase romantica con testi di argomento sentimentale (Una peccatrice; Storia di una capinera).

La terza fase è la fase verista.

Verga si avvicina a questa fase con il racconto di Nedda, dove viene descritta per la prima volta la Sicilia contadina povera e arretrata; tuttavia Verga approda totalmente in questa fase con il racconto di Rosso Malpelo, che mostra la piena e totale adesione ai canoni del Verismo. Di questa fase fanno parte:

  • Vita dei campi, una raccolta di novelle dove spiccano soprattutto figure legate alla vita contadina della Sicilia.
  • I Malavoglia, il primo romanzo del ciclo dei Vinti, in cui è narrata la storia di una famiglia di pescatori.
  • Novelle rusticane, una raccolta di novelle dove è rappresentato il mondo contadino siciliano.
  • Mastro-don Gesualdo, il secondo romanzo del ciclo dei Vinti, che descrive l'ascesa economica e sociale del muratore Gesualdo Motta e la sua successiva decadenza.

Vita dei campi

La raccolta fu pubblicata nel 1880 e comprende nove novelle fra cui: Nedda, Rosso Malpelo, La Lupa.

La raccolta segna la svolta verista della produzione verghiana.

Il tema di fondo è quello dell'impossibilità, da parte dei miseri, di risollevarsi dalla loro condizione.

Nedda: è la storia di Nedda, una ragazza che lavora come raccoglitrice di olive per pagare le cure alla madre malata. Nedda un giorno si innamora di Janu, un ragazzo che lavorava con lei. Un giorno i due consumano un rapporto fuori dal matrimonio e Nedda rimane incinta, ma, prima che i due riescano a sposarsi, Janu cade da un albero e muore. Nedda, rimasta sola, deve poi affrontare l'ostilità e i pregiudizi dei compaesani che le impediscono di lavorare, costretta così a vivere con quei pochi soldi che aveva da parte. La bambina poi nasce rachitica e muore poco dopo; Nedda è felice di ciò perché consapevole che non gli avrebbe dato una buona vita.

La Lupa: la protagonista è Gnà Pina, una donna soprannominata "la lupa" perché non era mai sazia delle relazioni che aveva con gli uomini. Le altre donne, infatti, per questo suo vizio avevano paura di lei. Per questa situazione soffriva la figlia Maricchia, che era emarginata per il comportamento della madre e nessuno la voleva sposare. Un giorno la lupa si innamorò di un giovane, Nanni, che mieteva il grano con lei; una sera la lupa gli dichiarò il suo amore ma lui rispose di volere la figlia Maricchia per la sua dote. La lupa così, follemente innamorata del giovane, decide di dargli in sposa la figlia a una condizione: i ragazzi, dopo il matrimonio, si sarebbero dovuti trasferire a vivere a casa della Lupa, che proverà in tutti i modi a sedurre il marito della figlia, Nanni. Maricchia denuncia la madre alle forze dell'ordine che chiamano Nanni per interrogarlo: il ragazzo confessa l'adulterio e si giustifica dicendo che la donna era per lui come una tentazione dell'inferno. Le forze dell'ordine chiedono alla Lupa di lasciare la casa che condivide con la figlia Maricchia e Nanni ma questa non vuol sentire ragioni. La Lupa continua a provare a sedurre Nanni che, disperato, la uccide.

Malavoglia

La trama: La vicenda si svolge ad Aci Trezza, un villaggio di pescatori vicino Catania. Il romanzo narra la storia dei componenti della famiglia Toscano, soprannominati "I Malavoglia", che possiedono una casa (la casa del nespolo) e una barca (la Provvidenza). La loro esistenza viene sconvolta da alcuni fatti, tra i quali: la partenza di 'Ntoni per il servizio militare; una cattiva annata per la pesca; la necessità di preparare la dote per Mena, la figlia maggiore.

Il patriarca della famiglia, Padron 'Ntoni, per far fronte alle difficoltà decide di comprare un carico di lupini per poi rivenderli, tuttavia, una tempesta fa naufragare la barca: Bastianazzo (il figlio di Padron 'Ntoni) muore e il carico di lupini viene perso. Ora c'è da pagare il debito, mentre una serie di nuove sventure si abbatte sui Malavoglia: la casa viene pignorata; Luca, il secondogenito, muore; Maruzza, la madre, muore; la barca naufraga di nuovo.

Il giovane 'Ntoni, dopo il servizio militare, comincia a frequentare l'osteria e si dà al contrabbando ma, sorpreso, accoltella Don Michele e finisce in prigione. Nel frattempo Lia, la figlia minore, abbandona il paese e si prostituisce, il conseguente disonore manda a monte il matrimonio di Mena. Alessi, l'ultimo figlio, riesce a riscattare la casa continuando il mestiere del nonno. Ntoni, uscito di prigione, ritorna a casa, ma capisce che non può restarci e si allontana per sempre.

Analisi del testo: si possono notare nel titolo e all'interno del testo diverse figure retoriche, principalmente degli ossimori: I Mala-voglia = ossimoro in quanto in realtà è una famiglia di grandi lavoratori; la barca soprannominata la Provvidenza, era la fonte di vita dei Malavoglia perché grazie al pesce pescato riuscivano a vivere, ma poi è il punto di inizio di tutte le loro sventure (naufraga due volte). La visione della vita che emerge dal romanzo è decisamente pessimistica; Verga vede la vita come una perenne lotta per la sopravvivenza.

Il tema principale dell'opera, inoltre, si basa sull'ideale dell'ostrica; Verga infatti vuole rappresentare come tutti quelli che si allontanano dalle origini della propria famiglia ('Ntoni che parte per il militare, Padron 'Ntoni che compra un carico di lupini per rivenderlo ecc...) sono destinati a fallire e a perdersi, invece chi rimane ancorato alle proprie origini (Alessi che continua il mestiere del nonno e riesce a riscattare la casa) è l'unico che si salva.

La raccolta Novelle rusticane comprende 12 novelle, tra cui La roba.

Le novelle sono ambientate nel mondo rurale della Sicilia, si analizzano i ruoli sociali dei benestanti e dei nuovi ricchi, ma accanto a loro continuano comunque a vivere gli umili lavoratori.

I temi dominanti sono quelli del conflitto tra classi, della "roba" e dell'ascesa sociale.

La roba: il protagonista è Mazzarò, un contadino siciliano di umili origini. Mazzarò, dopo aver lavorato per gran parte della sua vita alle dipendenze di un padrone, riesce ad accumulare una ricchezza considerevole. Mazzarò è un uomo con la pancia grassa che all'apparenza non vale niente ma che con ingegno e astuzia riesce a diventare padrone di molte terre. È un uomo avaro, per lui i soldi non sono un mezzo per migliorare la propria condizione di vita, ma solamente un continuo accumulare di terre e ricchezze senza godersele; infatti, nonostante sia ricchissimo, mangia poco, e solo pane e cipolle, e non ha nessun vizio.

Mazzarò inoltre, non ha nulla oltre alla sua roba, nessun affetto, né figli, né cugini, né parenti, a cui donare le terre dopo la sua morte; per questo, man mano che si avvicina il periodo della vecchiaia, il solo pensiero di dover abbandonare le sue terre lo fa diventare matto, talmente matto che arriva ad ammazzare le sue bestie a colpi di bastone strillando: "Roba mia vientene con me".

Mastro-don Gesualdo

La trama: Gesualdo Motta è un modesto muratore. Grazie alla sua intelligenza e alla sua totale dedizione al lavoro riesce ad accumulare una fortuna. Egli ama la sua fedele Diodata, ma per elevarsi socialmente accetta di sposare Bianca Trao, discendente di una famiglia nobile decaduta. Il suo tentativo di inserirsi nell'aristocrazia si rivela un fallimento, come quello di farsi amare dalla moglie e dalla figlia Isabella, frutto forse di una precedente relazione di Bianca con il cugino.

Gesualdo non è disprezzato solo dai Trao per le sue umili origini, ma anche dalla sua famiglia di sangue, gelosi della sua fortuna. Isabella poi si sposa con un duca e i due vanno a vivere a Palermo, nel palazzo del duca, e Gesualdo, rimasto vedovo e malato, si trasferisce da loro. Emarginato da tutti muore solo, dimenticato da tutti, tranne che dalla fedele Diodata.

Analisi del testo: Mastro-don Gesualdo si fonda su due grandi momenti narrativi, nel primo viene descritta l'ascesa economica e sociale di Gesualdo; nel secondo viene trattato il suo declino.

In quest'opera possiamo vedere il pessimismo verghiano, secondo il quale Verga non crede nel progresso, per lui le classi sociali sono chiuse; per questo nell'opera possiamo notare come Gesualdo, nonostante la sua apparente ascesa sociale, muoia solo e dimenticato da tutti, con le mani segnate dalla calce che l'aveva accompagnata nel suo lavoro di muratore. Questo sta a rappresentare come lui in realtà la sua ascesa sia stata solo apparente.

Luigi Pirandello

La vita

Luigi Pirandello nacque nel 1867 ad Agrigento nella tenuta di famiglia.

Dopo essersi laureato alla facoltà di lettere strinse amicizia con alcuni letterati tra cui Capuana.

Sposò Maria Antonietta, dalla quale ebbe tre figli.

Fu per Pirandello e la sua famiglia un anno drammatico: una frana distrusse la miniera di zolfo in cui il padre aveva investito tutto il suo capitale e anche la dote di Maria Antonietta.

La conseguente crisi economica provocò alla moglie, già fragile psicologicamente, una crisi nervosa che si manifestò come paralisi isterica e paranoia, una vera e propria malattia mentale che la tormentò per tutta la vita.

Si impegnò nella scrittura di numerose novelle, e poi si dedicò al teatro.

Prese la sofferente decisione di ricoverare la moglie in una clinica per malati mentali, dove rimase fino alla morte.

Dopo il delitto Matteotti si iscrisse al Partito fascista; successivamente i suoi rapporti con il regime si andarono raffreddando.

Ormai raggiunta la fama mondiale, ricevette il premio Nobel per la letteratura.

Morì nel 1936 per un attacco di polmonite.

Il pensiero e la poetica

L'autore fu influenzato da diversi autori, come Capuana, Verga e De Roberto, tutti facenti parte del Verismo. Pirandello, inoltre, si dedicò allo studio dei testi di Binet, e si interessò al pensiero filosofico di Bergson, da cui riprese la concezione dell'universo in perpetuo divenire (in continuo movimento).

La maschera e la crisi dei valori

L'indagine di Pirandello sul disagio esistenziale dà vita a personaggi problematici, privi di certezze, in contrasto con la società e spesso in preda a gravi crisi d'identità che portano alla disgregazione dell'individuo, all'io diviso.

Per dare consistenza alla propria vita e sopravvivere nella società, l'uomo è costretto ad adeguarsi indossando diverse maschere, a seconda dei ruoli e delle circostanze. Ma se ciascun individuo interpreta una parte e indossa una maschera, ne consegue che i rapporti umani non sono autentici.

Solo l'estraneazione, il distacco e la follia possono strappare la maschera che opprime l'uomo.

La visione pirandelliana della vita è pessimistica, che viene dalla concezione che l'uomo è costretto a vivere condizionato dal suo ambiente, dalle sue abitudini, dalla sua educazione. Per cui l'uomo, secondo Pirandello, deve controllare i suoi interessi, dominare i suoi impulsi ed i propri desideri fino a vivere interpretando una parte che gli è stata assegnata; è costretto ad assumere una maschera dietro la quale deve nascondere, anche sé stesso, la propria identità. Da questa concezione deriva il problema dell'incomunicabilità e dell'incomprensibilità che tormenta l’esistenza.

La difficile interpretazione della realtà

Dalla concezione della realtà come continuo e inafferrabile fluire, Pirandello dedusse il concetto del relativismo conoscitivo, secondo il quale ciascun individuo ha un modo diverso di vedere il mondo esterno in base al proprio punto di vista, che è diverso da quello degli altri; per questo non esiste un'unica realtà oggettiva ma tante realtà (ognuno possiede la sua verità). Questo porta all'incomunicabilità tra individui, in quanto ognuno possiede un proprio modo di vedere la realtà.

Il tipico personaggio pirandelliano è l'esatto contrario dell'eroe dannunziano. Appartiene solitamente al ceto borghese e si porta dentro un senso di frustrazione e di vuoto, ha scarsa considerazione di sé stesso e non è ben sicuro del suo ruolo nella società. Prigioniero delle "trappole", come la famiglia e il lavoro, che impongono maschere e ruoli fittizi, spesso è tormentato da tic nervosi o difetti fisici, che sono un'espressione di sofferenza interiore dovuta alla necessità di vivere nelle trappole delle convenzioni sociali.

Lo stile

Utilizza una lingua media, stilisticamente non ricercata, facilmente comprensibile e traducibile in altre lingue.

Le opere (romanzo)

Il fu Mattia Pascal

La trama: Il protagonista, Mattia Pascal, vive in una situazione opprimente. Dopo aver trascorso un'adolescenza agiata, senza preoccuparsi della gestione del patrimonio familiare, ha scoperto che l'amministratore nominato dalla madre lo ha ridotto in rovina; quest'ultimo inoltre è anche diventato marito della ragazza di cui Mattia era innamorato. Mattia dunque sposa un'altra donna e, gravato dai debiti, trova un impiego come bibliotecario. Prigioniero di una vita insostenibile, decide di fuggire all'estero.

Quando poi decide di tornare a casa, legge sul giornale che è stato ritrovato il cadavere di un suicida, identificato proprio in Mattia Pascal. Consapevole che il destino gli ha offerto un'opportunità irripetibile, decide di farsi credere morto e di cominciare una nuova vita, prendendo il nome di Adriano Meis. Decide quindi di stabilirsi a Roma, dove si innamora di una donna, Adriana, attirando tuttavia le ostilità del cognato Terenzio il quale vorrebbe sposarsi con Adriana.

Terenzio ruba del denaro ad Adriano; questo instaura nel protagonista una serie di riflessioni: privo di una vera identità, egli non può denunciare il ladro, e non può nemmeno sposare Adriana. Decide allora di tornare al suo paese e riassumere la sua vera identità: inscena così il finto suicidio di Adriano Meis. Una volta raggiunta la sua città, tuttavia, si trova di fronte

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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